Cold case: Un mostro chiamato Girolimoni

Ancora una volta la volontà del Duce, personalmente e recisamente manifestata, ha trovato tenaci e fedeli esecutori. Dal giorno in cui Benito Mussolini, rabbrividendo nelle più profonde fibre del suo tenerissimo cuore di padre, disse: Voglio che l’immondo bruto venga arrestato, tutti ebbero la convinzione assoluta, incrollabile, che il mostro non sarebbe sfuggito alle maglie della rete, e tutti attesero fiduciosi, senza impazienza, senza commenti, che il comandamento del Duce venisse eseguito.
(Da L’Impero del 9 maggio 1927)

Facciamo le debite premesse, per chiarezza. Il libro di cui parlo oggi è stato pubblicato da un editore c.d. “a doppio binario” che normalmente (come sapete) non prenderei in considerazione. L’eccezione è motivata dal fatto che Un mostro chiamato Girolimoni è più un saggio che un romanzo – quindi un genere che frequento poco -, che gli autori mi hanno garantito di non aver pagato per pubblicare e che a uno di loro mi lega una solida amicizia, quindi rispondo personalmente dell’onestà e della preparazione di quest’ultimo (e per inferenza anche del socio). Contestualmente mi preme anche precisare che questa non è una marchetta, perché nonostante i motivi in premessa non ne avrei comunque parlato se non lo avessi trovato più che convincente.

Ciò detto (che fatica essere onesti…) veniamo alle cose importanti. Un mostro chiamato Girolimoni è un documentatissimo saggio-romanzo sulla vicenda di cronaca nera accaduta a Roma tra il 1924 e il 1927 e rimasta celebre con il nome del non-colpevole. Anche se nell’immaginario popolare il nome di Girolimoni è sinonimo di pedofilo, l’unica cosa certa è che Gino Girolimoni non era colpevole dei reati per i quali fu incarcerato e poi assolto (come ricorderanno colo che hanno visto il film Girolimoni, il mostro di Roma).
Il giornalista Fabio Sanvitale e il vicecommissario della Polizia di Stato Armando Palmegiani, con l’aiuto del medico legale Giorgio Bolino, della psicologa Chiara Camerani e dell’investigatore Rodolfo Perugini, hanno ripreso le carte relative alle indagini del tempo, le hanno arricchite con nuova documentazione e riesaminate alla luce delle attuali conoscenze scientifiche.
Il risultato è la ricostruzione accurata di un cold case rimasto insoluto non solo a causa dell’inesperienza degli investigatori, ma anche per ragioni socio-politiche. Un vero e proprio caso di ingiustizia (altro che certi millantatori che stanno in giro…) che rovinò la vita a Girolimoni e alle vittime, le cui famiglie non ebbero mai la soddisfazione di veder punito il vero colpevole.

Questo saggio-romanzo, inoltre, descrive in dettaglio l’atmosfera dell’epoca – i quartieri, le abitazioni, gli abiti e le abitudini del popolino romano – e ci fa conoscere un personaggio straordinario: Giuseppe Dosi, commissario di Polizia, investigatore poliedrico e instancabile, letteralmente ossessionato dal caso Girolimoni. Sarà il primo a metterne in dubbio la colpevolezza, anche se la sua indagine non sarà esente da pecche.

Il duo d’inchiesta Palmegiani-Sanvitale (in alto nella foto, durante la presentazione alla libreria Mondadori di via del Pellegrino, Roma) ha affrontato la scrittura a quattro mani con la serietà e il sense of humour che contraddistinguono entrambi, e il risultato è gradevole come una puntata di CSI. Tanto che hanno deciso di ripetere l’esperimento e adesso stanno lavorando a un altro celebre cold-case romano.
Ma qui devo tacere per non anticipare troppo…

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