Awake: se il sogno è migliore della realtà

Grazie a una segnalazione ho scoperto Awake, serie tv americana che da marzo va in onda su NBC (attualmente siamo all’ottava puntata).
Magnifica.
Giocata su un doppio piano di realtà, la serie inizia con un incidente d’auto in cui sono coinvolti il detective Michael Britten, la moglie Hannah e il figlio Rex. Quando torna in servizio, Britten vive due vite (individuabili tramite un braccialetto di colore diverso): nella realtà rossa la moglie è viva (ma non il figlio), Britten lavora con un partner sudamericano e ha uno psicoterapeuta (B.D. Wong, già visto in Law & Order – Special Victims Unit). Nella realtà verde Britten deve crescere il figlio da solo perché la moglie è morta, il suo partner sul lavoro è un detective di colore e la psicoterapeuta è una donna.
Le due realtà si intersecano sul piano lavorativo (non di rado gli indizi di una realtà si riferiscono a casi dell’altra, che Britten elabora esattamente nel modo in cui i sogni servono a elaborare gli input ricevuti durante la giornata) e sul piano personale: entrambi i terapeuti, infatti, cercano di convincere Britten che l’altra realtà è fittizia, è frutto dell’inconscio di Britten, e che l’elaborazione del lutto comporta il “lasciar andare” il ricordo della persona defunta. Il problema è che non si sa quale delle due realtà sia – appunto – reale e quale sia onirica. Già dal secondo episodio, inoltre, si apre una ulteriore possibilità, non meno drammatica delle due già prospettate.
Bravissimo Jason Isaacs (irriconoscibile con i capelli sale e pepe, dopo aver sfoggiato per anni la chioma biondo platino di Lucius Malfoy in tutti i film di Harry Potter) nella parte del tormentato Michael Britten.
I colloqui con i due psicologi sono spiazzanti. Costruiti in maniera perfetta, la mente va in loop al pensiero che si possa vivere “normalmente” su due piani di realtà differenti e trovare questa soluzione soddisfacente – più soddisfacente che tollerare ed elaborare il dolore di un lutto.
Non dico altro: la serie non è ancora in programmazione in Italia ma è disponibile con sottotitoli. E merita tantissimo. So che seguirete il mio consiglio, quindi… buona visione. Attendo feedback 🙂

To Rome With Love: lo avete visto?

Io sì, e – tralasciando il fatto che adoro Woody Allen – ho riso e mi sono emozionata. E alla fine mi sono interrogata: mr Allen avrà voluto omaggiare Roma, o invece ci ha clamorosamente presi in giro? Non sono riuscita a darmi una risposta definitiva,  ma un’idea ce l’ho.

To Rome with Love è un film antologico (da qui, probabilmente, il titolo iniziale The Bop Decameron, poi cambiato in quello attuale passando per Nero fiddled, traducibile all’incirca come “Nerone si trastulla”).
Ci sono una serie di personaggi, e di storie, al limite del paradosso (ma giusto al limite, come se fossero appena appena sopra le righe, “stretched”, rispetto a ciò che normalmente accade). C’è il signor Nessuno che diventa famoso all’improvviso e altrettanto all’improvviso cessa di esserlo; i perfetti sposini a cui succede di tutto; i novelli fidanzati alle prese con i rispettivi suoceri; la coppia di americani insidiata da un pericoloso terzo incomodo.
Cast ricchissimo (spicca la squadra di Boris quasi al completo), sinergia interamente italo-americana se si esclude la bravissima Penelope Cruz nel ruolo di una prostituta di buon cuore. Interpretazioni di tutto rispetto per Alec Baldwin, Antonio Albanese e lo stesso Woody Allen, che si è ritagliato il ruolo del suocero nevrotico (alla moglie psicanalista che tenta di analizzarlo dice “Se incontri Freud digli di restituirmi tutti i miei soldi”).

Roma con gli occhi di un americano è bellissima, peccato che ci siano gli italiani, sembra dire mr Allen. Come se avessimo uno straordinario talento nell’incasinarci la vita. La critica nostrana sembra aver rilevato solo gli stereotipi e da questo ha tratto impressioni negative, ma a me sembra, al contrario, che quegli stereotipi siano terribilmente reali e che agli occhi degli stranieri ci caratterizzino. Dovremmo essere più attenti all’immagine di noi stessi che diamo all’estero.
E scommettiamo che invece agli americani piacerà? Perché è proprio così che ci vedono, temo. Un po’ bigotti, bugiardi, schiavi delle apparenze e amanti della musica classica (e del canto sotto la doccia). E sono convinti che Roma sia il posto perfetto per innamorarsi (!!).
Forse quello di Allen è uno sguardo naif? A tratti può sembrarlo, ma è utile, a volte, guardarsi con gli occhi di un estraneo. Per riconoscere vizi e virtù, per imparare a cambiare. Se lo sguardo, poi, è quello del piccolo genio ebreo che ha sempre messo in piazza le sue nevrosi, facendone un punto di forza, diamogli credito: Woody Allen sta cercando di dirci qualcosa. E lo fa “with Love”.

Person of Interest: siamo tutti controllati?

Dimenticate Alcatraz, perdonate J.J. Abrams e fate un atto di fede.

Dal 27 aprile su Premium Crime sarà in onda Person of Interest. La serie è stata presentata sul canale digitale come un incrocio tra Minority Report e un procedural. “Procedural” lo è, anche se ho dovuto cercare la spiegazione (vi risparmio il link: in sostanza, una serie “procedural” è una serie in cui ciascun episodio è scollegato dagli altri, autoconclusivo); di Minority Report c’è solo un vago sentore. Diciamo che chi ha preparato la presentazione non ha visto la serie…

Person of Interest si basa sul presupposto – praticamente impossibile, ma la premessa pretestuosa viene presto dimenticata – che esista una Macchina in grado di trarre indicazioni circa il coinvolgimento di una persona in un crimine elaborando la marea di informazioni raccolte automaticamente e quotidianamente da telecamere, mail, conversazioni telefoniche, sms… Se il coinvolgimento sia da vittima o da colpevole, questo la Macchina non lo dice. Il suo inventore, però, è ossessionato dal pensiero di tutti i “crimini privati” che potrebbero essere evitati… se solo le autorità decidessero di intervenire.

Ecco perché il creatore della Macchina, Harold Finch, miliardario misantropo, ingaggia il veterano di guerra John Reese come “braccio armato” in questa ricerca di potenziali criminali o potenziali vittime. Reese a sua volta è braccato (il perché non è immediatamente comprensibile) mentre Finch vive blindato e ha, anche lui, un passato “pesante”. A partire dal primo episodio si aggiunge una co-protagonista, la detective Carter, il cui ruolo – complice dei due? ostile? – verrà definito nel corso della prima stagione.

Ogni episodio ha un ragionevole tasso adrenalinico e trama non banale (suppongo che aver affidato la sceneggiatura a Jonathan Nolan non si irrilevante, a questo proposito). Tuttavia, e nonostante il fatto che si tratti di un “procedural drama”, l’aspetto più interessante riguarda il fitto mistero delle vite dei due protagonisti: i pezzi del puzzle che lo compongono vengono centellinati episodio dopo episodio.

Le sequenze narrative si alternano a flashback del passato e a riprese sgranate di video registrati dalle telecamere delle strade, dei negozi, degli appartamenti… Ce n’è abbastanza per alimentare la paranoia di chi ritiene di essere costantemente spiato. Se nella vita reale questo sia un pregio o un difetto, è ancora presto per dirlo. Ciò che a volte può sembrare un’arbitraria invasione della privacy, altre volte può salvare una vita.

Da quel poco che ho sentito, purtroppo il doppiaggio italiano non rende a dovere la voce di Finch, che in originale è monocorde in modo inquietante (Finch è il miliardario misterioso, a sinistra nella foto in alto, mentre Reese è l’uomo d’azione).
La notizia positiva, invece, è che la serie è stata confermata per la seconda stagione.

“You are being watched. The government has a secret system: a machine that spies on you every hour of every day. I know because I built it. I designed the machine to detect acts of terror, but it sees everything. Violent crimes involving ordinary people, people like you. Crimes the government considered irrelevant. They wouldn’t act, so I decided I would. But I needed a partner, someone with the skills to intervene. Hunted by the authorities, we work in secret. You’ll never find us, but victim or perpetrator, if your number’s up… we’ll find you.”

Opening voice-over by Mr. Finch

Buona visione 🙂

(Ringrazio LB per la segnalazione)

Serie tv: facciamo il punto della situazione

Ecco cosa sto seguendo ultimamente, in rigoroso ordine alfabetico:

Alcatraz. Bocciato. Noiosissimo. Non succede niente, non riesco a distinguere le puntate l’una dall’altra (anche il fatto che Premium Crime le riproponga in continuazione non aiuta). L’unico personaggio accattivante poteva essere Diego Soto, il consulente nerd, ma non basta certo a tener viva l’attenzione su una serie che non si sa dove vuole andare a parare. Raccapricciante il pensiero di una seconda, terza… ennesima stagione. In onda su Premium Crime da gennaio 2012.

Being Human – stagione 2. 7/8. Un vampiro, un licantropo e un fantasma condividono un appartamento. Detta così non avrei nemmeno dovuto iniziare a guardarla, invece ha un suo perché. Metafora di una società in cui tre “diversi” fanno fronte comune per proteggersi dai “normali”. (Peraltro all’inizio della seconda stagione scopriamo che trasformarsi in lupo mannaro è più o meno come avere la sindrome premestruale). La seconda stagione del remake americano andrà in onda in Italia dal 15 aprile.

Game of Thrones – stagione 2. 8/9. Promosso. Non avrei mai pensato di potermi appassionare a una serie fantasy, e invece… La guerra tra i Lannister e gli Stark è l’evento clou della stagione. A partire dai panorami straordinari (la troupe ha girato anche in Islanda, Malta e Croazia), tutto funziona in questa serie il cui successo ha superato le aspettative dei produttori. La storia complessa e mai prevedibile, la crudeltà senza limiti dei personaggi, lo scenario estremo che favorisce il prevalere degli istinti primari. Protagoniste femminili formidabili. In onda su Sky da maggio 2012.

Revenge. 6/7. Mancano solo sei puntate alla fine della serie, che non dovrebbe avere un seguito, ma forse era addirittura il caso di mettere uno stop prima. Peccato, perché l’inizio era intrigante (addirittura liberamente tratto da Il conte di Montecristo!). Si è perso per strada con un po’ di schemi prevedibili. In onda su Fox.

The Killing – stagione 2. Giudizio sospeso ma tendente al positivo. Il finale della prima stagione aveva spiazzato molti. La prima puntata della seconda stagione va ancora nel senso di smontare il puzzle costruito nella prima e ricostruire tutto da zero. Non abbiamo idea di chi abbia ucciso Rosie Larsen: al momento la detective Sarah Linden è la colpevole più accreditata (dopo aver escluso, in un modo o nell’altro, praticamente tutti gli altri). In campana: aspetto che ci siano delle risposte, e che queste risposte abbiano una logica. Altrimenti fa la fine di Alcatraz. In onda dal 4 aprile su Fox Crime.

Touch. Giudizio sospeso. Dopo sole tre puntate penso che tendenzialmente continuerò a dargli una chance. Idea affascinante, che ci sia qualcosa di prestabilito nelle coincidenze apparenti, ma necessita di una struttura solida per funzionare. Kiefer Sutherland è ancora troppo legato al ricordo di 24 non solo nell’immaginario collettivo, ma anche nel suo modo di recitare (in questa serie è il padre vedovo di un bambino autistico, ma non cessa di comportarsi da supereroe). In onda su Fox da marzo 2012.

La profezia dell’armadillo: Zerocalcare, fottuto genio

Per fortuna in questi giorni c’è questo, La profezia dell’armadillo. Lo so, lo so: è esaurito e non si trova da nessuna parte. Infatti l’ho rubato, cioè no, l’ho regolarmente pagato (alla libreria L’Eternauta di Roma), ma era una copia prenotata da qualcun altro che però non l’aveva mai ritirata, e quindi ho insistito per averla io, convincendo i librai (con due moine e) con la seguente logica stringente: “io la voglio e sono qua. Se lui l’avesse voluta quanto me, sarebbe già venuto a pagare e ritirare la sua copia, unica rimasta in Italia, probabilmente. E invece non c’è. Quindi io ho più diritto di lui”.
(Quando uno ha studiato giurisprudenza si capisce subito. Riesce ad addurre sempre qualche motivazione legale per i propri bisogni).
Ecco come mi sono accaparrata questa copia, che credo sia addirittura una prima stampa. Adesso è esaurita la quarta ristampa: sconosciuto che avevi prenotato, ma quanto tempo hai lasciato la tua copia a prendere polvere sugli scaffali di una libreria? Decisamente io la merito più di te. L’ho presa appena l’ho vista.

La definizione “fottuto genio” è dalla prefazione di Makkox (altro fottuto genio; e qui mi tocca spiegare che no, di tratti e grafica non capisco niente ma mi piacciono le storie, soprattutto le storie che mi fanno ridere anche se sono molto tristi, ed è per questo che mi piacciono Ortolani, Makkox e Zerocalcare. E anche la piccola Lenore). In effetti Zerocalcare è un fottuto genio. Racconta la vita di un quasi trentenne, alternativo da centro sociale, che ricorda alla perfezione l’adolescenza, che vive in un appartamento a cui non serve una colf, ma una disinfestazione, e che dialoga con un armadillo. Storie brevi una tavola o tre-quattro tavole, unite da un filo conduttore (Zero e i suoi amici) ideale. Qua e là delle chicche. Come il Porta-spade di Damocle™, ideale per chi: è inattesa di rinnovo del contratto, è in attesa di pagamento di arretrati, è in attesa di sfratto esecutivo, è in attesa di giudizio, è affettivamente precario, è in attesa dell’esito di un colloquio, è in attesa di un esame…

Ma cos’è la profezia dell’armadillo? Cito: si chiama profezia dell’armadillo qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti. Nei secoli dei secoli. Amen. Esempio: “Lasciala qua (la macchina), lo fanno tutti. Non fanno mai le multe”.

Ora, fino alla settimana scorsa il ragazzo postava sul suo blog una storia ogni lunedì. (Memorabili quella sulla pulizia di casa e quella su Trenitaja). Adesso pare che sia in burn-out (solidarietà), che stia scrivendo/disegnando un nuovo libro lungo oltre a fare mille altre cose, e quindi che non possa postare regolarmente. E vabbè, lo aspetterò fiduciosa.

Con l’occasione, auguri di tanta serenità.

Musica per un incendio di A.M. Homes (auguri, Serena)

Paul accelera, si affretta per tornare sulla scena come se avesse una qualche speranza o possibilità di disfare quel che hanno fatto. Guida temendo il peggio. Non hanno solo dato fuoco alla casa, hanno dato fuoco al mondo.
[…] Elaine un po’ sperava che non ci fosse niente: un mucchio di carbone, una montagna di braci fumanti, il fusto del comignolo. Invece è tutto lì, come prima, ma buio, estremamente buio. Fissa la casa. “E adesso?”

Avevo appena iniziato Musica per un incendio, una sessantina di pagine circa, quando una persona a me molto vicina ha perso la casa in un incendio, con molti danni (e creando un po’ di scompiglio anche nella mia vita).
Sorvolo sulle considerazioni – dunque, succede anche questo – e sui risvolti kafkiani della vicenda.
Stasera, finalmente un po’ più serena, con un occhio al requiem per Umberto Bossi a opera del solito Bruno Vespa, continuo a leggere le avventure di Paul ed Elaine, già conosciuti in La sicurezza degli oggetti. Questa volta la coppia è alle prese con un incendio: un incendio volontariamente causato che a Elaine fa intravedere la speranza di una nuova vita, mentre il plurifedifrago Paul è travolto dall’ansia di perdere tutto e si scopre insospettabilmente attaccato a ciò che ha, per poco che sia.
Non so come andrà a finire – sono lontanissima dalla fine – ma so che A.M. Homes riesce sempre a stupirmi.
Mi piace comunque quel che ho letto finora: che un incendio è un cambiamento forte, potente, palingenetico. E che non si sa cosa verrà dopo.
E quindi: auguri, Serena.