Catastrofi, disgrazie: perdere un figlio, perdere tutto

Di solito non intervengo a caldo sui fatti di cronaca. Non mi piacciono le reazioni isteriche della folla forcaiola, non mi piace parlare senza conoscere i fatti. Sulla bomba di Brindisi ho una tesi che tengo per me; aspetto ulteriori elementi prima di lanciarmi in analisi che in questo momento non avrebbero dati su cui fondarsi. Però, indipendentemente da quelli che saranno gli esiti delle indagini e le verità processuali che – forse fra anni – saranno resi noti, il pensiero oggi va alle persone. A Melissa, figlia unica su cui i genitori avranno interamente investito sogni, speranze e desideri. A quei genitori che in un attimo hanno perso tutto e ai quali le cause poco interessano. Alle vite che dovranno essere ricostruite pagando il prezzo del dolore.

Casualmente ieri, durante un viaggio in treno, mi ha fatto compagnia l’ultimo romanzo di Maurizio de Giovanni, Il metodo del coccodrillo. In cui si parla della perdita di un figlio, appunto. Argomento che de Giovanni tratta con il carico di emotività che contraddistingue la sua scrittura, e che racconta da vari punti di vista: il figlio morto, il figlio non voluto, il figlio mai avuto, il figlio negato. La vicenda è ambientata nel presente e introduce un nuovo investigatore, l’ispettore Lojacono, dolorante come Ricciardi ma per motivi diversi. Ne riparlerò.

Stamattina, infine, un pensiero va agli abitanti dell’Emilia che stanotte alle 4 si sono svegliati con il terremoto. Anche se i fatti della vita hanno reso le distanze difficilmente colmabili, non dimentico che a San Felice sul Panàro e a Mirandola ho passato una delle giornate più serene degli ultimi anni. Un pensiero caldo a chi vive da quelle parti, con l’augurio di tornare al più presto a una tranquilla normalità.

Faye Kellerman, Kippur. Un detective ebreo a New York

(photocredits)

Premetto che prima di andare all’incontro con Faye Kellerman, Ugo Barbàra e Maurizio de Giovanni ho letto Kippur – Il giorno dell’espiazione, quarto romanzo pubblicato in Italia della scrittrice Faye Kellerman, moglie di Jonathan Kellerman. La Kellerman ha inventato una fortunata coppia di investigatori seriali, Peter Decker e Rina Lazarus, che si muovono all’interno della comunità ebraica. A scanso di equivoci vi informo che sono molto interessata alla religione ebraica per motivi culturali e che ho trovato gli aspetti didascalici di Kippur tanto validi quanto la struttura “nera” del romanzo. Mi tocca però avvisarvi che sì, nel romanzo si evidenzia nettamente quale sia l’orientamento personale e culturale della Kellerman, ebrea ortodossa. Se soffrite di qualche personale idiosincrasia, evitatelo. In caso contrario, invece, molto probabilmente vi piacerà.


E veniamo all’incontro di ieri alla MelBookstore di Roma con Maurizio de Giovanni, Faye Kellerman (la signora bruna nella foto in alto) e Ugo Barbàra. Diciamo che probabilmente le brutte giornate capitano a chiunque e che forse l’idea di mettere insieme tre scrittori importanti, di cui una bisognosa di interprete, non ha aiutato il ritmo della presentazione. Tuttavia qualche spunto interessante è emerso:

Da dove nascono le storie che raccontate?
Faye Kellerman – I nostri personaggi sono molto strutturati, seri e sono ossessionati dal crimine e dalla ricerca di giustizia.
Ugo Barbàra – Mi interessa la letteratura di genere perché posso prendere dei personaggi e concentrarmi su di loro, raccontando storie complesse. La vita in effetti è così, casuale, quindi il personaggio deve essere fortemente strutturato perché al di là della storia l’importante è la persona, l’anima.
Maurizio De Giovanni – Da lettore la mia passione è la forza del sentimento, e non c’è sentimento più forte di quello che, nella sua forma degenere, porta al delitto. La letteratura nera è il terreno di coltura più facile per far germogliare le passioni.
FK – Gli scrittori di gialli hanno molto in comune tra loro, in primo luogo il senso di giustizia. Se non ti appassioni all’idea di voler scoprire il colpevole, è inutile che scrivi un giallo. Chi investiga deve dar voce a chi non ha più una voce.
I film hanno trame grandiose, ma l’omicidio accade per motivi basilari, essenziali, fondamentali e personali (i sette peccati capitali).
UB – Altra cosa in comune è il senso della vendetta, o giustizia che dir si voglia. Donato Carrisi dice che il nostro sistema giudiziario è rieducativo e non vendicativo, ma questa è una cosa fin troppo spesso dimenticata: noi vogliamo vedere l’assassino marcire in galera.
L’altra cosa è che bisogna non perdere di vista I personaggi, e non IL protagonista.
MdG – Il fulcro delle storie nere è la debolezza violata.  Ci sono personaggi deboli o degradati a cui si dà conforto. Lo scrittore di nera mette le mani nella melma, accede dove gli altri non guardano nemmeno.

In Kippur è presente qualche riflessione sulla religione e sulle regole:
1. Il detective deve essere un outsider che guarda all’interno di una comunità. È un alieno.
2. Il detective accetta immediatamente la sfida perché è il suo mestiere e la sua natura.
3. Teenagers: vogliono sempre ribellarsi ai genitori e fanno cose stupide. Tutti. Ciò che un genitore si augura è che le cose stupide che i figli fanno non abbiano conseguenze devastanti. È la situazione in cui si trova Noam.
Nei vostri romanzi esprimete dei dubbi personali? Vi ponete delle domande?
FK – Certamente. Se sei un essere pensante non puoi non avere dubbi. Se credi di avere tutte le risposte non stai usando il cervello. Io uso la religione per esprimere i dubbi.
UB – I teenager sono personaggi generalmente trascurati forse perché si tende a credere che facciano normalmente cose stupide con conseguenze trascurabili. Lo scoglio è quello di superare il rapporto con il proprio personaggio-tipo. La svolta sarà quando i nostri personaggi saranno chiamati a fare giustizia pur senza essere coinvolti per lavoro.
Per quanto riguarda la religione, credo che ci sia un confine labile tra etica e religione. Io ho un rapporto profondo con l’etica, meno con la religione.
MdG – La storia è il racconto di uno spostamento tra due situazioni a differente potenziale. Da.questo punto di vista la religione è ideale perché una forte visione religiosa, carente di discussione, crea un violento spostamento tra due poli opposti, diversi per la forte tensione. La stessa cosa accade quando ci si sposta tra due ceti diversi, tra due mondi opposti, tra due sentire diversi. Napoli ad esempio ha la periferia in centro. Dal punto di vista narrativo questa cosa è meravigliosa perché sono due mondi diversi che confliggono tra loro.
La sfida raccolta è quella dell’esterno che affaccia sull’interno.

Questa difficoltà riguarda non solo l’elemento alienno, l’investigatore di cui sopra, ma anche l’elemento integrato nel momento in cui soffre e non comprende.
FK – Deve esserci un contrasto. Il detective deve chiedersi come.integrare i propri valori con le storture che vede. Io vedo il contrasto tra sacro e profano e poi c’è la tensione che crea la trama e che lo scrittore, per primo, deve sentire. Altrimenti al lettore non arriva.
Ogni personaggio deve avere uno scopo, anche se è presente solo in un paragrafo.

E l’amore?
UB – Non è vero che gli uomini non sanno scrivere d’amore. Oltretutto nel noir se non si mette l’amore o la negazione di esso manca il motore propulsore dell’azione.
MdG – Sono terrorizzato dall’amore. Nei nostri libri il conflitto è tra amori. L’amore in sé non ha una connotazione positiva. L’amore può essere ossessione, ad esempio quando finisce solo per una delle due parti.
FK – Lo scrittore deve essere capace di scrivere tutto. Deve essere in grado di mettere se stesso in ogni personaggio, buono o cattivo, anche se non gli somiglia per niente. Amore, odio, vendetta: sono queste le cose che si ricordano. Non importa dove ambienti le tue storie, le emozioni umane sono sempre le stesse ovunque.

Questi sono gli ultimi romanzi dei tre autori di cui sopra:

Il recensore dei gialli: convegno a Pistoia sabato 19 maggio

Ho accolto molto volentieri l’invito degli amici toscani a partecipare al convegno che si terrà sabato prossimo a Pistoia. Cross-posto qua l’articolo apparso su La lettera rubata:

Gli Amici del Giallo Pistoia, il Comune di Pistoia e la Biblioteca San Giorgio hanno organizzato per sabato 19 maggio, presso l’Auditorium Terzani della Biblioteca San Giorgio (Via Pertini, Pistoia) un convegno dal titolo IL RECENSORE DEI GIALLI. La critica letteraria sul giallo e noir in Italia, a cura di Graziano Braschi e Giuseppe Previti. Parteciperanno: Giuseppe Previti, Graziano Braschi, Roberto Pirani, Valerio Calzolaio, Sergio Calamandrei, Alessandra Buccheri, Marco Santoni, Susanna Daniele.

In questo incontro alcuni critici, scrittori ed esperti ci parleranno della letteratura gialla e noir dal loro punto di vista – di “addetti ai lavori” – fra passato, presente e futuro. È tutta qui l’originalità dell’iniziativa: nel considerare l’importanza del recensore dei gialli, con la sua critica “periodicista” (durevole nel tempo). In due interventi si parlerà del lavoro di alcuni recensori “storici” sul giallo italiano: nel primo, dagli anni Trenta fino a metà degli anni Sessanta; e, nel secondo, dagli anni Settanta ai primi anni del Terzo millennio, che è poi il periodo della crescita irresistibile del giallo italiano e dalla sua uscita dal “ghetto” della cosiddetta paraletteratura. Seguiranno interventi, ancor più specifici ed altrettanto importanti. Ad esempio, in uno verranno esaminate e confrontate le diverse specificità della recensione di genere; in un altro verranno scandagliati quindici anni della critica dedicata ai romanzi filmati in “bianco e noir”; in altri due si parlerà di come l’avvento del WEB abbia cambiato il panorama letterario. E ancora: si parlerà del rapporto fra recensione e promozione di un giallo, con la domanda finale “Un’appropriata recensione quante copie in più fa vendere del libro?”. Il convegno, primo in Italia, intende analizzare lo stato dell’arte, le tendenze e gli effetti della critica letteraria sui romanzi di genere giallo/noir.

Il programma completo cliccare qui.

Un’altra iniziativa del Giallo Mondadori

Non c’è che dire, Franco Forte sta lavorando duro per rilanciare i Gialli Mondadori. È di oggi la notizia che le collane da edicola di Mondadori saranno presto disponibili in formato digitale.
Ecco invece l’appello comparso ieri su FaceBook:
Sto per far partire un’altra delle mie mirabolanti iniziative, questa volta tirando in ballo, oltre ai Gialli Mondadori, anche Radio 24 del Sole 24 Ore.
L’idea è di coinvolgere il pubblico di Radio 24, i lettori di Il Giallo Mondadori e gli appassionati di gialli, thriller e noir in generale, a partecipare a un’iniziativa strutturata in 10 appuntamenti radiofonici settimanali su Radio 24, tutte le domeniche dal 1° luglio al 9 settembre, e che si concluderà con l’uscita in edicola, a gennaio 2013, di un Giallo Mondadori antologico dedicato, dal titolo “Giallo 24 – Dieci racconti dalla radio alla carta”.
Gli autori potranno, per tutto il periodo dell’iniziativa, inviare dei racconti gialli alla redazione dei Gialli Mondadori, secondo una doppia modalità: un normale racconto di massimo 20 cartelle dattiloscritte (40.000 battute totali spazi vuoti inclusi), e una versione ridotta di una cartella (massimo 2000 battute) dello stesso racconto. Non un riassunto, bensì un vero e proprio “racconto bonsai” di quello più lungo.
Lo staff redazionale dei Gialli valuterà i racconti e ne sceglierà uno a settimana da portare in trasmissione a Radio 24, per essere letto nell’appuntamento radiofonico settimanale intitolato Giallo 24 (la versione breve, ovviamente). I racconti completi saranno utilizzati per la realizzazione dell’antologia nel Giallo Mondadori di gennaio 2013.
Ogni puntata prevederà la partecipazione di un giallista di chiara fama, che commenterà il racconto prescelto, fornito per tempo dalla redazione del Giallo Mondadori, oltre naturalmente agli autori stessi, che saranno ospiti della trasmissione. I brevi commenti degli scrittori di pregio saranno inseriti come prefazioni dei racconti scelti per la pubblicazione in volume.
Per questa iniziativa non c’è alcun vincolo di partecipazione, tutti possono contribuire liberamente.
Ecco l’indirizzo a cui spedire i racconti nelle due versioni:
GIALLO 24
c/o A. Mondadori Editore
Redazione Category
4° piano Torre Nord
via A. Mondadori 1
20090 Segrate MI

Buona partecipazione a tutti!

‘La vendetta’ di Marco Vichi

Pensava che la vita era una merda, però era una sola. E la sua era stata bruciata come la capocchia di un cerino. Pensava alla bronchite cronica, al dolore che ogni tanto gli mordeva il fianco, ai fagioli ammuffiti che quella mattina aveva trovato nella spazzatura, all’ultima volta che si era cambiato le mutande. Pensava a cosa avrebbe voluto fare da grande… molti anni fa…

Tre derelitti nella Firenze degli anni Ottanta progettano una vendetta nei confronti dell’uomo che, poco prima della Guerra, ha rovinato la vita di uno di loro. Sono tre barboni, finiti in miseria per motivi diversi e destinati a una vita ormai irrecuperabile. Il nuovo romanzo di Marco Vichi, La vendetta (Guanda), è uno stand alone, caso non raro nella produzione vichiana (che alle narrazioni del commissario Bordelli affianca spesso romanzi con protagonisti non seriali).
Lo spunto iniziale è ottimo: una storia giovanile, una di quelle storie che potevano avere un esito completamente diverso se non ci fosse stata la seconda guerra mondiale e la conseguente devastazione materiale e morale. Rocco, questo il nome del protagonista, non riesce a rifarsi una vita fino al giorno in cui scopre, da un articolo di giornale, che l’uomo al quale imputa la sua sorte sarà in visita a Firenze. Da quel momento è ossessionato dall’idea di vendicarsi. Insieme a Bobo, sopravvissuto con gravi menomazioni a un campo di concentramento, e a Steppa, un altro mendicante chiaramente disturbato, progettano una vendetta esemplare.
Ed è qua che la storia inizia a sfilacciarsi. Mentre le vite rovinate di Rocco e Bobo sono rese con flashback d’impatto dolorosamente realistico, Steppa non è altrettanto credibile nei panni del serial killer. L’ideazione della vendetta è troppo articolata per essere frutto di menti così provate, mentre dall’altra parte l’introduzione di qualche elemento onirico, surreale, rende fin troppo evanescente la figura del professor Stonzi, bersaglio dei tre mendicanti. Con il risultato di un finale abbastanza prevedibile e vagamente irrisolto.
Insomma, La vendetta non è un capolavoro, ma è sorretto comunque dall’ottima scrittura di Vichi, che rimane parecchie spanne al di sopra della media nazionale. Pienamente sufficiente, a mio avviso.