Blackmail di Carol J Keaton

Do un caloroso benvenuto a Carol J Keaton, scrittrice americana trapiantata da anni in Italia. Il suo romanzo Blackmail (2012, Armando Curcio editore) si trova in questi giorni in tutte le edicole, ma potete acquistarlo anche sullo store on line dell’editore; ad agosto uscirà la seconda e ultima parte.

La vicenda ruota intorno a una chiavetta USB che contiene scottanti segreti. La chiavetta gira il mondo lasciandosi alle spalle dei cadaveri e mettendo a repentaglio la vita di chi la detiene. Tocca a Sofia dipanare la complicata matassa che – per sua sfortuna – la vede protagonista.
Blackmail è un thriller veloce e intrigante sorretto da una scrittura particolarmente accattivante. Un romanzo che si legge d’un fiato. Carol J Keaton – intervistata via mail – è disponibile e affabile. Ve la presento.

AB – Carol, Blackmail è ambientato in Toscana, una terra che sembri conoscere molto bene e che sicuramente negli ultimi decenni è stata scenario prediletto di autori stranieri che amano l’Italia. Come mai hai deciso di ambientare il tuo romanzo in Italia, e in particolare in Toscana?
CJK – Vivo in Italia e amo la Toscana. Non ci abito, ma l’ho visitata più volte. Mi piacciono gli ampi spazi che offre e i colori delle sue colline. Quando ho scritto il prologo di Blackmail mi trovavo in vacanza lì e ho deciso di sfruttare la location. Ho poi fatto varie ricerche visitando il Mugello con la collaborazione della Comunità Montana. In seguito ho preso una guida che ha accompagnato me e la mia famiglia a visitare i quartieri di Firenze che mi interessavano. È stata una gita mirata, particolare e molto bella. Anche la guida si è immedesimata nella trama, è stato qualcosa di divertente.

AB – I tuoi personaggi sono molto semplici, molto “umani” e per questo molto realistici. A cosa ti ispiri?
CJK – Sono felice che tu li veda così, era il mio obiettivo. Tendenzialmente non amo i personaggi troppo al di sopra o al di sotto delle righe, di difficile identificazione con il lettore. Alcuni personaggi di Blackmail hanno tuttavia storie complesse alle spalle. Alessandro fugge da tutti, diventa istruttore di sub dopo un incidente d’auto in cui muore un bambino e ha degli incubi che lo perseguitano. Sofia, la protagonista, vive situazioni molto dolorose. Non mi sono ispirata a fatti reali, tuttavia ho cercato di vedere le soluzioni con gli occhi dei miei protagonisti come se fossero persone vere.

AB – Immagino che tu – come spesso accade agli autori – non sia partecipe della scelta editoriale di Armando Curcio Editore, che porta in edicola un noir in due parti: cosa ne pensi, è una scommessa vincente o un azzardo?
CJK – Immagini bene, non ho scelto io di dividere il romanzo in due parti e non ne ero entusiasta, mi sembrava davvero un azzardo. Però, adesso che i lettori mi mandano messaggi chiedendomi quando uscirà il secondo volume perché hanno voglia di leggere il seguito, comincio a pensare che questa strategia abbia una sua logica. È comunque ancora troppo presto per dirlo.

AB – Anche se la tua biografia non lo cita, hai ricevuto diversi riconoscimenti per i racconti che hai scritto. Da cosa nasce la passione per la scrittura?
CJK – È una passione che nasce dal bisogno di staccare la mente dal reale. Quando si scrive, la concentrazione impedisce divagazioni, i personaggi vogliono un’attenzione totalitaria e pensi solo a loro. Anche se magari succede per pochi minuti al giorno. Se poi i tuoi scritti ricevono qualche riconoscimento, allora scatta un ulteriore piacere nello scrivere.

AB – Carol, è vero che nascondi molti segreti?
CJK – Solo uno. E sta tutto nel mio nome.
Aggiungerei un:
Grazie Alessandra, complimenti per il tuo blog che seguo con molto interesse.

Potete trovare l’autrice su FaceBook.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

La notte alle mie spalle di Giampaolo Simi

La notte alle mie spalle (2012, edizioni e/o) di Giampaolo Simi è l’ultimo romanzo a cui ho dato 5 stelle su Anobii. Potrei fermarmi qua, anche perché è un romanzo di cui è difficilissimo parlare senza dire troppo. C’è un mostro, Furio Guerri, rappresentante di commercio. Lui stesso dichiara la propria condizione di “mostro” nelle prime pagine: si capisce che sta per compiere qualcosa di profondamente sbagliato. Attraverso il suo racconto, con i suoi occhi, si dipana la storia di una vita sbagliata e della rovina che quella vita ha generato intorno a sé.

Simi, da consumato professionista della narrazione, sfrutta abilmente i meccanismi della suspense e del colpo di scena per costruire il ritmo, ma la storia, la storia è altro. È la storia del male dentro di noi, nelle famiglie, nelle case, nella quotidianità. Un male indefinito, un malessere che forse, in condizioni diverse, avrebbe potuto essere curato, guarito, tenuto a bada.

Ve lo consiglio per lo stupefacente equilibrio tra scrittura, tensione narrativa e attualità degli argomenti trattati. E complimenti alle edizioni e/o che hanno acquisito in catalogo un vero fuoriclasse.

Lascio subito la parola all’autore.

AB – Ciao Giampaolo, innanzitutto ti ringrazio per avermi liberata dal fardello di parlare del tuo ultimo romanzo in termini di noir. Perché La notte alle mie spalle, pur essendo anche un noir, non è solo questo. La notte alle mie spalle tratta un tema di drammatica attualità, quello del femminicidio. Che Furio abbia in sé il gene di un’atavica prepotenza e Elisa quello di un’atavica remissività è evidente fin dalla festa della maturità. Lei è insicura, bella e sciocca. Il padre si preoccupa del suo futuro, cerca di indirizzarne le scelte universitarie. Di contro, lui è un adolescente solitario e tenace. Anche troppo. È un destino segnato, il loro? O c’era qualcosa che si poteva fare, per evitare che la situazione degenerasse?
GS – Furio ed Elisa non sono una coppia, sono la somma di due solitudini. Furio non può capirlo, Elisa però almeno lo avverte e tenta di cambiare la situazione, ma è proprio a quel punto che si scopre sola, perché la sua famiglia la protegge, ma solo in cambio del matrimonio perfetto, di una famiglia tradizionale che non dia adito a pettegolezzi o maldicenze. Sa che chiedendo un divorzio li deluderebbe e allora esita, si illude di tenere la barca pari, sottovaluta la pericolosità dell’uomo che le sta accanto.

AB – Furio, in generale, tratta male le donne. Le usa (la stagista), le domina (la moglie), le prende in giro (l’insegnante di sostegno). Solo nel rapporto con la figlia la sua intrinseca sfiducia nei confronti delle donne si trasforma in cura e protezione. È, purtroppo, il paradigma di molti uomini. Perché?
GS – Dobbiamo riconoscere che in noi maschi esiste una tendenza innata al controllo. Ammettiamo pure che la natura ci abbia fatto così anche per il bene della specie: controllo e difesa del territorio. Ma una volta appurato che non siamo più nel paleolitico, resta il fatto che trasferire il controllo dalle cose alle persone è però disgraziatamente facile. È un confine che ci sembra nitidissimo, invece non lo è. Negare che questa vocazione possa diventare un dèmone distruttivo è folle, sentirsene immuni è una comoda illusione. Raccontarlo mi sembra oggi una cosa necessaria.
Quanto alla figlia, Furio rivede in lei se stesso, la propria furbizia e la propria tenacia. Se la vuole riprendere, come un oggetto che gli appartiene. Ma non andrà così.

AB – Furio, a sua volta, è schiacciato da una dinamica lavorativa che gli impone di perseguire il profitto a ogni costo. A quel punto diventa sleale anche nei confronti dell’amico di sempre, in una sorta di “mors tua, vita mea”. Sono anche i fattori ambientali, i condizionamenti culturali, che portano una persona a diventare un “mostro”?
GS – Personalmente sono stufo marcio di cattivi epici, di geni del male o di traumi infantili prêt-a-porter per giustificare le peggiori nefandezze. Tutti sedimenti iperletterari di Dracula o di Hannibal. E anche i giornali che dicono “l’ha uccisa perché aveva perso il lavoro ed era depresso” mi paiono francamente non più sopportabili.
È l’ora di raccontare che essere un mostro come Furio Guerri è semplicemente più facile. Noi, come lui, spesso facciamo del male agli altri solo perché è meno faticoso, perché non ci costa niente, perché in casa nostra nessuno ci vede e tanti nei nostri panni farebbero alla stessa maniera. Non facciamo del male perché siamo diversi dagli altri, perché possediamo una qualche statura, anche negativa. Balle. Le cose più orrende le compiamo perché siamo pigri e conformisti.

«A proposito, avete dato un’occhiata al testo che vi ho portato la volta scorsa?».
Augusto non risponde, si gratta dietro l’orecchio, Walter si mette a svuotare la pipa. Poi esamina uno scaffale a cubi bianchi, passandosi la mano sulla testa liscia. Riconosce al volo la rilegatura a elica rossa e la strattona via da sotto la pila.
«Avvincente, vero?» insisti.
Walter abbandona la pipa e lo scovolino. Augusto prende il dattiloscritto, infilzato di post-it colorati come un campionario di carta. Sospira, lo apre.
«…il corpo della ragazza giaceva in una postura innaturale, ma il viso bellissimo e sereno sembrava dormire» declama. «Purtroppo era il freddo sonno della morte».
«Ora io» fa Walter. Apre un’altra pagina segnata da un post-it e si toglie gli occhiali.
«…anche il medico legale, un ometto cinico e dall’aspetto malaticcio, stavolta sembrò rimanere turbato dal turpe spettacolo della morte. “Chiunque abbia fatto questo a una bellezza del genere, non vale la corrente elettrica che serve a friggergli il cervello” disse».
«Giusto. E invece sconti di pena per chi sbudella carampane» ghigna Augusto battendo il pugno sul tavolo. Walter ha già scelto un altro passo.
«Cadeva una pioggerellina insistente e fastidiosa. L’ispettore Stefanacci si tirò su il bavero del trench stazzonato e si riaccese il toscano. Aveva bisogno di riflettere e lo avrebbe fatto davanti a una buona farinata con il cavolo nero, fegatini di pollo alle erbette di campo e Morellino giovane dal suo amico Franco, all’angolo fra vicolo dei Pesti e piazza Martini».
«Chiuso il mercoledì, è gradita la prenotazione» aggiunge Augusto. «Lascia, ora leggo io la scena finale nella tomba».
«…ed ella sorse dal sacello dei secoli, come l’alba come la terra come la madre come l’unica donna, generatrice eterna del cosmo e dei tempi, i seni fertili di lussuria plasmati dalle mie mani, lei dea ebbra, io scultore tremante…».
«Siamo senza dubbio in presenza di letteratura criminale. Crimini contro il senso del ridicolo. Da questo punto di vista è un massacro» sentenzia Walter.
«Inizia come un Chandler al ragù e finisce come Alle etrusche nel sacello piace fare solo quello» rincara la dose Augusto.
Ride, si alza, disincastra a viva forza un paio di volumi da una mensola. Inizia a raccontare che nell’antica Roma dire etrusca era come dire puttana. E che per un chissà chi di storico greco le etrusche erano sempre ubriache, non avevano vergogna ad andare in giro nude e ai banchetti scopavano con chiunque davanti al marito.
Il fatto che te lo racconti un finocchio alcolizzato ti farebbe ridere, in altre circostanze. Ma sei un rappresentante e rimani imperturbabile, sperando che la lezioncina sia breve. (p. 84-86)

AB – Nel romanzo c’è una chiarissima stoccata contro l’editoria a pagamento, ma viene lasciato aperto uno spiraglio di salvezza. I due editori della ConTesto si prestano a compromessi per necessità. Qual è la tua idea in merito all’EAP?
GS – I due editori della ConTesto cedono alla EAP per non fallire. Ma poi falliscono lo stesso, perché facendo pagare l’autore fallisce l’idea stessa che deve stare alla base di una vera casa editrice: investire solo in testi in cui si crede e trovar loro un pubblico. Il self-publishing su internet darà la mazzata finale alle case editrici EAP. Poco male. Ma produrrà un ulteriore, spaventoso abbassamento della qualità e una specie di autismo letterario di massa, in cui ognuno cercherà inutilmente sulla rete il riconoscimento che la grande editoria, in combutta con gli UFO e la Massoneria, non gli ha voluto dare.

Dico a Caterina che sì, è davvero horror. Cime tempestose è una storia di odio e di violenza. Tu incontri l’amore della tua vita e la tua vita diventa una cosa relativa. Una cosa a cui puoi rinunciare. Il fatto di esistere, di per sé, non è più così scontato e indiscutibile. I confini stessi del tuo corpo diventano incerti. Quando si sta insieme ti senti vivo il doppio, è come essere Dio all’inizio dei tempi. Quando però rimani da solo per metà sei morto, sei così morto che senti il puzzo della tua carne che si decompone. E piuttosto che vivere a metà solo per sentire quel puzzo e vederti marcire, preferisci morire sul serio.
Scrivo così come viene, forse rischio di tradirmi ma non me ne frega un cazzo. Continuo. (p. 143)

AB – Per buona parte della narrazione, Furio e Caterina comunicano attraverso Cime tempestose, un classico della letteratura che racconta una forma di amore distorto e distruttivo. Eppure è amore. Come è amore quello di Furio: un amore in bilico, che degenera in tragedia perché si fonda su un rapporto vittima-carnefice. Da cosa è nata l’esigenza di raccontare questa “discesa all’inferno”?
GS – Quello di Cime Tempestose è un amore distruttivo perché è un amore impossibile. Per la precisione: non più possibile. Perché è l’amore fusionale, in cui si è tutt’uno con l’altro come si è stati solo con la propria madre. Il continuo richiamo alla tomba e alla sepoltura, i letti-sarcofaghi e le stanze chiuse ricalcano ossessivamente il grembo materno che protegge dal mondo ma che, inevitabilmente, rimanda la vera nascita.
La Brontë, orfana di madre a tre anni, racconta in maniera lucidissima un amore fra due fratelli adottivi che infatti è molto fisico ma mai sessuale. Il sesso è lo spazio della diversità, della separazione, non è possibile senza due intimità individuali. La Brontë, che non si fa problemi a scrivere un romanzo scorretto e scabroso, non è puritana. Prova per il sesso un sincero orrore.
Credo che questo amore fusionale, terminata l’adolescenza, sia potenzialmente distruttivo. Il corpo della tua compagna non è il tuo corpo, non è cosa tua e non puoi vedere in lei la madre che ti abbandona quando la storia finisce. Altrimenti prima o poi una vocina maledetta, nella testa, comincerà a sussurrarti che una madre che ti abbandona è imperdonabile…

AB – C’è anche, a fare da contraltare, il racconto di un’adolescenza problematica e malvissuta, quella di Caterina. Orfana del dolore, adottata con rancore, male indirizzata e trascurata. Come tante e tanti. Anche per lei, all’orizzonte, si prospetta un’età adulta squilibrata e difficile. Quali sono le soluzioni?
GS – Ovviamente non ho una soluzione. Però nel libro c’è un fortino di gente stanca e irriducibile che resiste allo sfascio morale e culturale dell’Italia, ed è la scuola.

Prima non la dici per non rovinare tutto, poi diventa subito tardi e non serve più a un cazzo, dire la verità.
[…]
Affanculo la verità. La verità non serve mai a un cazzo, è questo il punto. (p. 221)

AB – È vero? La verità, secondo te, è un concetto sopravvalutato? Meglio sapere o non sapere?
GS – Furio Guerri è un venditore degli anni zero, e come tale è nemico dell’idea stessa di verità oggettiva. In generale la rifugge e, se la trova, la nasconde o la travisa a proprio vantaggio. Il problema, potremmo dire, è che prima o poi la verità, in un modo o nell’altro, ti trova e ti arriva addosso. Almeno quella su te stesso, intendo. E in quel momento sì, penso che si preferirebbe non aver mai saputo.

AB – Infine, ti prego, due parole sulla tua scrittura (alternanza di prima persona, “Io sono Furio Guerri”, e seconda persona, “La tua prima vita è quella di Furio Guerri”, il dopo e il prima). La scrittura dà il segnale più forte del fatto che, fin dall’inizio, c’è una duplicità (non diremo di cosa, perché la conferma esplicita arriva solo più avanti). È una dichiarazione d’intenti, non stai bluffando, il lettore ha tutto lì, davanti agli occhi, basta saper leggere… Molto riuscito, come espediente. Altre motivazioni che non ho colto?
GS – Io provengo dalla letteratura di genere e amo il ritmo, la suspense, i colpi di scena. Il rapporto con il lettore è anche gioco e seduzione tramite sottili ambiguità (che non vuol dire bluffare né ingannare). Ma qui non è solo questione di meccanica. Uno come Furio, che ha disintegrato la propria famiglia, non può raccontare onestamente quei fatti terribili se non riuscendo a raggiungere un certo distacco. Per questo parla al se stesso di dieci anni prima come se si rivolgesse a qualcun altro. A quel punto però, deve fare i conti con una specie di dissociazione insostenibile. Come la risolverà? Infine, questa struttura “a binario avvolgente” assicura alla storia un climax emotivo inarrestabile. I primi lettori mi dicono di aver divorato La notte alle mie spalle in un giorno o due, talvolta in poche ore di lettura ininterrotte rubate al sonno. Ne sono, sadicamente, felice.

La notte alle mie spalle sarà presentato a Roma martedì 3 luglio – ore 19,30
ISOLA DEL CINEMA
Isola Tiberina/spazio Tevere – Roma

Con l’autore interviene Wilma Labate

Letture di Laura Pizzirani e Hossein Taheri

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Cinquanta sfumature di nero – La vendetta

[Nota preliminare per eventuali giornalisti di importanti quotidiani che dovessero passare qua in cerca di ispirazione: questo è un post ironico e no, il romanzo non mi è piaciuto. Per niente.]

Fatte le solite doverose premesse, veniamo a noi.

Mi sono immolata per voi. Ho letto Cinquanta sfumature di nero – la seconda parte dell’ormai famigerata trilogia, seguito di Cinquanta sfumature di grigio – che ufficialmente esce oggi.

Yawn.

Le prime duecento pagine sono una noia mortale. Ma veramente mortale. Alla fine del primo volume avevamo lasciato i nostri due eroi in grandi ambasce. Christian Grey e Anastasia Steele si erano lasciati, ma purtroppo nel giro di quattro pagine giorni tornano insieme.
Lui la ricopre letteralmente di regali costosissimi che lei ormai accetta con una certa disinvoltura.
Si ripetono in continuazione che si amano e che “tu sei mia”, “il tuo corpo mi appartiene” e altre amenità simili.
Continuano a trombare come ricci, come è giusto che sia. Lui si è quasi dimenticato della “stanza rossa delle torture” e a lei quasi quasi dispiace un po’.
Lui è gelosissimo, possessivo, protettivo, la presenta a tutti come la sua fidanzata suscitando l’ammirazione degli uomini e l’invidia delle donne; se per caso un uomo le rivolge la parola, lui lo fulmina con lo sguardo e lo fa licenziare. È soffocante.
Lei non riesce a darsi pace del fatto di non essere (stata) l’Unica Donna della sua Vita e continua a tormentarsi sul passato di lui.
La dea interiore è diventata un’acrobata olimpionica a furia di capriole, piroette, urletti e tripli salti mortali. Quando non indossa boa di piume e diamanti e scarpe da sgualdrina (citazione letterale, giuro).
La famiglia di lui la adora (basterebbe quest’ultima frase a farvi capire che siamo in ambito fantascienza: mai avuto notizia, nel mondo reale, di suocere che adorano le nuore).
Ciliegina sulla torta, siamo finalmente riusciti a capire in che modo Grey riesca ad avere quel tenore di vita: lui guadagna centomila dollari all’ora. A. Ventisette. Anni. E senza nemmeno aver terminato l’Università (ecco, sento già il popolo dei bimbiminkia che esulta perché vede confermata la teoria che “studiare non serve a niente”).

Certo, ci sono dei problemi (altrimenti non ci sarebbe storia).
Innanzitutto Grey è fissato con il controllo e con il cibo («Hai mangiato, Anastasia? Mangia, Anastasia, mangia» è il ritornello costante).
Poi, lui non vuole essere toccato in certi punti, non si sa bene perché (un po’ si intuisce, ma a spizzichi e bocconi).
Poi, le ex di lui sono psicopatiche. Non che fosse difficile presagirlo, visto che avevano firmato un contratto a termine da Sottomesse (perché è bene tenere un occhio vigile sul sociale: la piaga del Ventunesimo Secolo è il precariato. Pure i posti da schiavo sono a tempo determinato, ormai). Ma, invece di denunciarle quando iniziano a dare seriamente di matto, Grey attiva la sua sorveglianza privata e cerca di salvare capra e cavoli.

Ecco, questo è quanto, più o meno. Tutto il resto, circa 600 pagine complessive, sono le atroci seghe contorsioni mentali dei due protagonisti. Ha detto che mi ama, ma mi amerà davvero? E mi amerà per sempre? E se tutto questo dovesse finire? E se io non fossi abbastanza per lui/lei? Tutte domande che qualunque psicotico innamorato si è posto almeno una volta nella vita. Non mi sembra che ci sia materiale sufficiente per 60 pagine, figuriamoci per 600.

Sono praticamente sparite le velleità BDSM; rimangono i “buchi neri” emotivi di Grey, che però progredisce rapidamente: per essere uno che non vuole impegnarsi, un paio di orecchini di diamanti di Cartier a pagina 146 è un discreto compromesso. (Non vi dico il resto, ma a questo punto lo starete già immaginando. Sì, è proprio quello che state pensando. Sì. Esatto.).

La delusione più grande è Mrs Robinson. Mi ero immaginata una splendida quarantenne realizzata e compos sui, invece è una bionda secca ricca nevrotica e – guess what – maniaca del controllo. Bocciata. Improponibile persino come dominatrice di minorenni. Una così non può addomesticare nemmeno il criceto.

Basta, smetto di annoiarvi. Se lo leggerete mi farete sapere. Vi dico solo che Anastasia, a pagina 259, è convinta di aver “fatto sesso estremo in tutte le maniere” con Christian. Seriously?! Adesso un normalissimo rapporto sessuale (sebbene ripetuto con la stessa frequenza dei roditori) è diventato “sesso estremo”? Ah beh. Allora io faccio sesso estremo più volte al mese, mi sa.

È evidente che Cinquanta sfumature è scritto per le donne. Nessun uomo ha aspirazioni erotiche così piatte e banali (attendo auterevoli smentite). Nessun uomo reale si dilunga in moine e smancerie. Nessun uomo, spero, si sente gratificato nel comprare a una donna regali costosissimi per poi dirle “Di te mi piace il fatto che non mi ami per i soldi”. (Ma certo. Volevo vedere quanto si innamorava Anastasia se, invece di essere un golden boy, C.G. fosse stato un runner-pizza boy o un chinese-delivery boy).

Io continuo a non capire perché. Perché una roba così noiosa, così irreale, così frustrante debba vendere così tanto. Addirittura l’edizione economica di Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey), uscita la settimana scorsa nel Regno Unito, ha stracciato il record di vendite del Codice da Vinci. Siamo davanti a un fenomeno di portata mondiale che non può essere liquidato con due battute e che suscita interrogativi. Sul modo in cui sono cambiati i rapporti tra sessi, la percezione dell’amore, i desideri dell’una e dell’altra parte. C’è un abisso tra realtà e narrativa.

La mia indagine prosegue.

Come contributo personale alla ricerca scientifica, segnalo che io non sogno un fidanzato come Christian Grey: io preferirei piuttosto essere Christian Grey (cioè: bella come C.G., ricchissima come C.G., affascinante e giovane come C.G., appassionata e sportiva come C.G.; e però intelligente come Alessandra, moi).

To be continued – non vorremo mica perderci l’entusiasmante e sorprendente finale della trilogia, vero?

Cinquanta sfumature di rosso, arrivo.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. O anche da non mettere, vedete un po’ voi. Buona lettura 🙂

Boschi & Bossoli di Michael Gregorio

Boschi & Bossoli è il contributo di Michael Gregorio (alias Michael Jacobs e Daniela Di Gregorio, inossidabile coppia nella vita e sui libri) alla collana VerdeNero* di Edizioni Ambiente. Siamo nel centro Italia, territorio di nuove infiltrazioni mafiose. L’obiettivo è il riciclaggio di denaro attraverso la cementificazione di zone di rara bellezza paesaggistica e urbanistica. Per fare questo occorrono molte connivenze a livello locale: banche, forze dell’ordine, politici. Chi ci sta ricava qualcosina anche per sé; chi non ci sta…
A questa vicenda si intreccia quella, personale, del generale Corsini che, per sviare l’attenzione da qualche comportamento sospetto, ha bisogno di realizzare un nuovo successo sul suo terreno d’elezione, la lotta al terrorismo. Un Generale fanatico di SunTzu. Dei ragazzi un po’ agitati. Tutto ciò che avviene nella realtà viene ignorato, plasmato, piegato per corrispondere a un disegno preordinato. Alla fine della giostra, i cadaveri sul campo saranno più d’uno.
Boschi & Bossoli
 delinea – in una zona d’Italia insospettabile, apparentemente estranea a dinamiche altrove consolidate – un gioco delle parti in cui i personaggi si muovono in base a motivazioni tutt’altro che limpide. In particolare, lo consiglio perché i proventi vanno per una buona causa. Di più non dico. Come ormai faccio spesso, lascio la parola agli autori.

AB – In Boschi & Bossoli vi siete allontanati dal vostro ambito preferito (il giallo storico e la Prussia dell’800) per spostarvi in un tempo e in un luogo più familiari, la contemporaneità ed il paese in cui vivete: l’Italia. Da cosa nasce questo romanzo?
MG – Il romanzo nasce dall’assistere alla cementificazione che sta ammazzando il paesaggio italiano, i centri storici delle città più belle e degli scorci più affascinanti. Il tutto contrabandato per progresso, investimento, sviluppo. L’Umbria, e la cittadina dove la metà italiana di Michael Gregorio è nata e che la metà inglese ama molto, non ne è immune. Anzi, negli ultimi anni è stato veramente doloroso assistere a scempi attuati e a progetti di scempi da attuare. Questo ci ha trascinati fuori di casa nostra (dove noi viviamo un po’ rintanati) e ci ha portato a protestare, marciare, partecipare a presidi e scrivere, per quello che potevamo, protestando contro tutto questo. Trattasi, insomma di “incazzatura”. E siccome noi scriviamo di delitti, ci siamo detti: che c’è di più criminale del cemento che ammazza i paesaggi e i centro storici?

Di delitti si tratta, insomma.

AB – Come mai avete pensato di collaborare alla collana VerdeNero, famosa per trattare “crimini di ecomafia”?
MG – VerdeNero, nella persona di Alberto Ibba, ci ha fatto una proposta che ‘non potevamo rifiutare’. Cioè, ci ha dato l’opportunità di raccontare qualcosa che ci stava a cuore e che ci coinvolgeva. E di farlo nella maniera a noi più congeniale: scrivendo un thriller. VerdeNero è una casa editrice veramente unica nel suo genere. Molto interessante. I noir con sfondo politico e sociale sono una caratteristica molto “italiana”. La BBC ha dedicato a questo genere un intero programma, tempo fa, parlando con Lucarelli, De Cataldo, Carlotto. Tutti autori di noir pubblicati da VerdeNero.

AB – Michael Gregorio ha una doppia nazionalità, nel senso che uno di voi due è inglese, l’altra italiana. Immagino che quando collaborate vi confrontiate molto tra voi, oltre che sulla scrittura anche sulle diverse modalità di approccio ai problemi che appartengono alle due diverse nazionalità. E quindi: fenomeni come l’abusivismo edilizio e l’ecoterrorismo sarebbero stati trattati diversamente se la vicenda, invece di svolgersi in Italia fosse stata ambientata a Liverpool o a Manchester?
MG – Guarda, noi ci siamo resi conto di quanto sia diverso l’approccio al racconto noir, giallo o thriller o come lo vuoi chiamare, proprio scrivendo questo romanzo. I nostri precedenti, quelli con il procuratore Hanno Stiffeniis che indaga, hanno una struttura molto anglosassone, diciamo così. Non si sa chi è l’assassino e si deve capire poco a poco tenendo il gioco del mistero fino alla fine. Il racconto giallo italiano è invece, più di denuncia. Magari sai già chi è il colpevole e quello che la storia rivela è la “verità” dietro le apparenze. La storia dietro la storia. Il fatto è che abbiamo promesso alla nostra agente inglese che scrivendo Boschi & Bossoli, avremmo scritto una storia che lei poteva proporre anche ad un editore inglese e americano (la nostra agente è una signora americana che vive a Londra ed è sposata con un italiano). Adesso dobbiamo mantenere la promessa, cioè riscrivere la storia in più punti e renderla diversa. Soprattutto il finale. Quello che c’è in Boschi & Bossoli è molto italiano. C’è una verità dietro la verità. Questo la mentalità anglosassone fa fatica a capirlo.

AB – Che sensazione vi ha lasciato la scrittura di questa storia? Qual è il messaggio che volete far arrivare ai vostri lettori?
MG – Più che messaggio, con Boschi & Bossoli vorremmo che chi legge capisse che in Italia non c’è nessun luogo salvo dalla speculazione e dalla cementificazione. E che troppo spesso tutto questo non è utile e non ha niente di minimamente collegabile allo sviluppo e alla modernità. Sviluppo e modernità, o anche “essere al passo con i tempi” sono parole che sentiamo sulla bocca di politici senza idee e di scarsa cultura. Il fatto è che anche altre categorie poi gli vanno appresso per interesse. Costruttori, architetti, personaggi di mezza tacca e purtroppo, molto spesso, anche quelli che negli uffici dovrebbero essere preposti alla salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente. Poi dietro tutto questo si muove anche il nuovo pericolo mortale: l’infiltrazione mafiosa. Insomma, tutto materiale per un “noir” se è vera la definizione del noir (più “italiano”) rispetto al giallo di tradizione anglosassone. Nel “giallo” solo uno è il cattivo e viene sempre preso. Nel “noir” tutti sono cattivi e il buono soccombe.

 *Il progetto VerdeNero nasce in seguito alla pubblicazione del “Rapporto Ecomafia” redatto da Legambiente: una mappa precisa sulla criminalità ambientale, ben scritta, ma solo per addetti ai lavori. Al fine di diffondere quelle informazioni ad un pubblico più vasto è nata l’idea di coinvolgere scrittori tendenzialmente noiristi a cui affidare storie vere da raccontare. Il successo dell’esordio ha spianato la strada ad altri due progetti di denuncia sociale. Da un lato le “inchieste” per fotografare lo stato del paese e denunciarne le disfunzioni, dall’altra i “romanzi” per andare oltre le tematiche dell’ecomafia, dei confini e dei generi letterari.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Indignazione: la sentenza Aldrovandi e gli insulti dei colpevoli

Sto cercando le parole giuste per esprimere ciò che voglio dire senza farmi trascinare dalla rabbia. Dunque, facciamo le solite debite premesse.
Io so che esiste una cosa chiamata “libertà di manifestazione del pensiero”, costituzionalmente garantita e tutelata, e la difendo anche. Però vorrei ricordare a tutti che nessuna libertà è per definizione illimitata perché la TUA libertà termina dove inizia la MIA. E soprattutto, se uno manifesta un pensiero di dubbio gusto, infamante e illegittimo, è giusto che venga sanzionato.
Avendo espresso queste pacate premesse, vi segnalo che esiste su FaceBook (aperto in lettura) un gruppo di facinorosi fomentatori che – con il pretesto di tutelare gli appartenenti alle Forze dell’Ordine – si è scagliato con violenza contro la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna ai quattro delinquenti agenti di PS che hanno ucciso Federico Aldrovandi. Inutile dire che io sto sempre e comunque dalla parte della legalità sostanziale e non formale: per quanto mi riguarda una divisa NON è sinonimo di impunità. Non solo: un sedicente rappresentante dello Stato dovrebbe avere sacro rispetto di una pronuncia della Cassazione. Quindi non mi spiego frasi del tenore che potete leggere:

Paolo Forlani è uno dei quattro agenti condannati. A parte l’ignoranza becera (siamo a livello di quinta elementare scarsa, forse anche meno), mi chiedo se un onesto servitore dello Stato abbia il diritto di parlare in questo modo. In pubblico. Di una a cui ha ammazzato il figlio. Senza praticamente fare un giorno di carcere (perché, se non vado errata, i 3 anni e 6 mesi sono già stati ridotti per via dell’indulto e per le condanne sotto i tre anni è previsto che in carcere non si vada affatto, ma vengano dati i domiciliari, salvo controindicazioni).
Dunque i quattro eroi sostanzialmente se la sono cavata con niente. E protestano, pure. Magari speravano  nell’encomio.

Certo, anche il Ministro dell’Interno ha manifestato delle perplessità, e questo non è affatto bello. Lo sappiamo tutti, signora Cancellieri, che per uno che sbaglia ce ne sono 100 silenziosamente e onestamente dediti al lavoro, ma questo discorso, mutatis mutandis, vale per chiunque. Anche gli Italiani, in generale, sono un popolo di brava gente, ma ci sono pure i Pacciani e i De Pedis. Ed è giusto che chi sbaglia paghi. Ma paghi davvero, non per finta.

Vi invito a segnalare il gruppo su FaceBook chiedendone la chiusura. Chiamatela censura, chiamatela come vi pare, ma certe affermazioni sono indegne di un Paese civile.
Mai, mai, per nessun motivo, si deve tollerare che si parli in quei termini di qualcuno a cui è stata tolta la vita “per sbaglio” e senza alcun motivo.

Update del 26 giugno, ore 18:

Cinquanta sfumature di grigio… fumo (e niente arrosto!)

E vabbè, doveva arrivare anche questo momento. Il momento in cui, dall’alto della mia veneranda età, posso parlare di sesso senza sembrare una pervertita. Ho letto Cinquanta sfumature di grigio (Mondadori, 2012) perché il battage pubblicitario a livello mondiale è stato grandioso. Dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo per la trilogia, diritti venduti in 37 Paesi, un film in arrivo, donne che lo leggono sul tram, nei parchi, in spiaggia, grandi dibattiti. Ero curiosa di capire cosa avesse scatenato tutto questo fanatismo.

Non certo la scritturaCinquanta sfumature di grigio non è un capolavoro di letteratura, come era prevedibile. Le prime cinquanta pagine sono a dir poco imbarazzanti. C’è questa ragazzina goffa, Anastasia Steele, che sta per laurearsi e che lavora per mantenersi agli studi. Ha una coinquilina, Kate, bellissima, simpatica, ricca e intelligente che è anche la sua migliore amica nonché la direttrice del giornale della scuola. Causa influenza della coinquilina, Anastasia la sostituisce in un’intervista per il giornale. L’intervistato è il ricchissimo, bellissimo e affascinantissimo industriale Christian Grey. Per la prima volta in 21 anni, Anastasia si innamora perdutamente nell’istante stesso in cui incrocia lo sguardo di lui. Fin qui siamo nella più trita banalità. Quale donna non si innamorerebbe di un uomo bellissimo, di successo, ricchissimo, generoso, simpatico, disponibile…? E siccome è un romanzo, anche il bellissimo etc etc si innamora della nostra scialba-ma-bella-dentro eroina. E la ciliegina sulla torta: il bellissimo e simpaticissimo fratello di lui si innamora perdutamente della bellissima e ridanciana Kate. Cioè, se proprio bisogna sognare, sogniamo in grande, no?

OK. Poste queste premesse fantascientifiche, per creare un po’ di storia bisogna metterci l’ostacolo. L’ostacolo è che Mr Grey ha difficoltà ad impegnarsi (come gli fa brutalmente notare la protettiva Kate ogni dieci pagine). Diciamo che qua si va su un piano di realtà. Ma invece di liquidare la questione in due semplicissime parole – Christian Grey è uno stronzo viziato che non vuole impegnarsi – gli viene cucito addosso un passato oscuro di cui lui non parla quasi mai e un presente da Dominatore. Anastasia, che pure è assolutamente inesperta sotto ogni profilo, lo etichetta immediatamente come maniaco del controllo e lo studia come un entomologo studierebbe una farfalla rara, mentre il grande Dominatore gioca tutte le sue carte con inaudita ingenuità.
Innanzitutto si premura di sottoporre all’aspirante Sottomessa un corposo contratto – privo di valore legale – con una marea di clausole insensate che la nostra eroina non solo negozia una per una, ma rifiuta di sottoscrivere. Lui è ansiosissimo di ottenere quella firma che, per qualche oscuro motivo, pur essendo del tutto priva di valore, gli darebbe il pieno possesso di Anastasia. Lei è ansiosissima di compiacerlo ma senza sottoscrivere alcunché. Mentre entrambi riflettono sul da farsi, trombano come ricci. E qui siamo davvero nella fiction più pura. Un’esplosione ormonale senza limiti, una chimica pazzesca, roba che nemmeno due ventenni… EHI. Un attimo. Ma loro SONO due ventenni. Ventuno lei, ventisette lui, per la precisione.

Ora, la cosa divertente è che, nonostante tutte le minacciose dichiarazioni di intenti, l’unico modo in cui Christian riesce a esprimere il suo lato dominante è ricoprire Anastasia di regali costosissimi e di sorprese che nemmeno l’uomo più innamorato del mondo, incluso presentarsi alle rispettive famiglie dopo dieci giorni che si frequentano. Ma lei vuole di più. E quelle cose terribili che lui la costringe a subire, tipo – orrore!! – legarle i polsi con una preziosa cravatta di seta grigia (e poco più, davvero) proprio no, non può sopportarle. Il suo lato oscuro la terrorizza. Così il nostro esperto Dominatore rimane (basito) senza giocattolo e la nostra aspirante moglie Sottomessa se ne va senza anello al dito.

Fine della prima parte. Continua tra un mese in libreria.

Ma oggi mi sento indulgente. Quindi non starò a sottolineare la marea di stereotipi disseminati qua e là, le atroci ingenuità che pullulano nelle trecento e passa pagine, il fatto che nessuno abbia spiegato al traduttore che vanilla sex non si traduce “sesso alla vaniglia” ma “sesso vaniglia”, e ignorerò anche il continuo mordersi il labbro e alzare gli occhi al cielo di lei, il modo in cui i pantaloni di lui gli cadono addosso, il fatto che un preservativo usato NON può essere infilato in tasca nemmeno dopo essere stato annodato (pena vistose macchie di lubrificante e puzzo nauseabondo) e persino il drammatico passaggio in cui Anastasia, facendo i conti, conclude che se prima di lei ci sono state 15 Sottomesse lei è… uhm… er… la numero 17. Insomma, gli ormoni giocano brutti scherzi. E poi Anastasia è laureata in lettere, che diamine.

Ma parliamo della sua dea interiore. Inner goddess, in inglese. Una specie di grillo parlante che fa capriole e piroette nella testa di Ana, le rovina la vita con predicozzi inutili, la induce a pensare al peggio salvo spingerla a gettarsi allo sbaraglio, e che di tanto in tanto (vivaddio) la chiama “puttana” ricordandole che fare sesso in cambio di una macchina, un Blackberry, un Mac nuovo di fabbrica etc etc nel linguaggio comune ha un nome ben preciso.

E parliamo del sesso. Ventunanni, illibata e immediatamente scafatissima. Insomma, abbiamo sdoganato questo modello di vergine attempata che si conserva per l’uomo della sua vita, lo individua a colpo d’occhio in un rinomato puttaniere problematico e a lui si concede come la più navigata delle entraîneuses. E sdoganiamo pure il modello di maschio Alfa che si concede tutto perché “se lo può permettere”. A. Ventisette. Anni.

Donne. Ascoltatemi.
Diciottenni e infra: me lo ricordo benissimo. Quando avevo diciotto anni, uno di 27 anni era vecchio. Ai miei occhi poteva anche avere un’aura mitica, da leggenda di re Artù, da città perduta di Atlantide (cit)… e altrettanto carisma. Se il prossimo ventisettenne che incontrate vi sembra attraente come Grey, siete giustificate solo se avete appena fatto l’esame di maturità e se lui è ricco come Bill Gates.
Dai venti in su: dai, parliamoci chiaro. Quale ventisettenne di oggi è sufficientemente arrivato, charmant e autoconsapevole da poter esercitare una qualche forma di autorevole seduzione? Quindi, leggendo Cinquanta sfumature di grigio, ricordatevi sempre che stiamo parlando di un ventisettenne. Uno di quelli che in Italia vive ancora con mamma che gli cucina e gli stira le camicie.

Dai, su.

Abbiate pazienza. Ho riso e sorriso per 3/4 di romanzo. Di erotismo nessuna traccia. Un po’ di sesso qua e là, ma niente che un essere umano in carne e ossa appena maggiorenne (e al giorno d’oggi, sospetto, anche molto meno che maggiorenne) non abbia già ampiamente sperimentato. Se dovesse essere ripreso in futuro, invece, potrebbe essere interessante il rapporto tra Christian e “Mrs Robinson”, la creatura mitologica mezza-donna e mezza-socia in affari che ha sottomesso il giovane Grey dai 15 ai 21 anni e che per lui ha mandato all’aria un matrimonio. In questo romanzo è solo evocata come il demone che impesta gli incubi di Anastasia, ma in futuro, chissà.

Per il sesso, Cinquanta sfumature di grigio sta alla vita reale come per il sangue un giallo di Agatha Christie sta a un mattatoio. E il linguaggio. Faccio solo notare che l’organo genitale femminile, che in un romanzo erotico o porno avrebbe una pletora di potenziali nomi evocativi, qua viene chiamato . Proprio così: . There, in inglese. E il rapporto BDSM… Oddioddioddio. Da ora in poi chiunque usi un paio di manette passerà per essere un raffinato e perverso Dominante.

Ma allora perché tanto successo?
L’unica spiegazione che riesco a darmi è che in giro c’è tanto, tanto bisogno di sognare. Leggo che il romanzo ha il suo principale bacino di lettrici tra le donne sposate sopra i trent’anni e che per questo è stato definito mommy-porn. Dev’essere ben triste la vita di una porno-mamma per trovare attraente un Christian Grey. Uno che nel migliore dei casi ti fa venir voglia di prenderlo a schiaffi, nel peggiore di ignorarlo e lasciarlo annegare nel suo brodo di ostriche e nei suoi calici di champagne.
Ho letto da qualche parte che si tratterebbe di un romanzo maschilista. Macché. Scritto da una donna per le donne, Cinquanta sfumature di grigio inganna proprio le donne, perché alla donna, moglie e madre di oggi, presumibilmente trascurata, viene suggerito un ideale erotico irraggiungibile. Un principe azzurro che si innamori perdutamente di noi, ci ricopra di attenzioni, conosca esattamente i nostri desideri sessuali e non, si preoccupi per noi, ci protegga, sia appagato dal nostro piacere e gratificato dalle nostre piccole, inaspettate crisi isteriche (che lui sa perfettamente come gestire). E che scopa tre volte al giorno tutti i giorni. Un essere perfettissimo e leggermente problematico da salvare con l’amore, laddove nessuna prima è riuscita nell’impresa.

Sarà.

A me è sembrato solo tanto, tanto irreale. Una favoletta da leggere restando con i piedi ben piantati per terra, altrimenti il rischio di frustrazione, confrontandosi con la realtà, è praticamente garantito. Già ci hanno fregate da bambine con storie di principesse e principi. Almeno da adulte, cerchiamo di non farci fregare dal primo stronzo problematico che passa…

Piacerà ai bimbminkia di entrambi i sessi, alle casalinghe disperate, a qualche uomo che crede ancora nelle vergini adoranti, a chi si interroga perplesso sui segreti di un bestseller.

Disponibile anche in ebook:

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

‘L’uomo nero’ di Luca Poldelmengo

L’uomo nero (Piemme, 2012) è il secondo romanzo di Luca Poldelmengo, dopo Odia il prossimo tuo (Kowalski, 2009). Degli studi al DAMS e del lavoro di sceneggiatore L’uomo nero riporta ampiamente traccia: capitoli brevissimi, spezzati a seconda dei personaggi narra(n)ti. Come la precedente, anche L’uomo nero è una storia di disperazione. In quest’ultimo romanzo lo spunto è quello della cronaca – un incidente stradale – ma tutto quello che accade prima, e dopo, riguarda un’ipotetica e realistica vita quotidiana.

Tre i personaggi principali: Gabriele, arrivista e cinico, in procinto di dare la svolta definitiva alla sua vita impalmando una ricca possidente che non ama. Marco, ispettore di polizia per grazia paterna, privo di motivazioni. Filippo, uomo di fiducia di Gabriele, ex ragazzo difficile ora divenuto padre responsabile e marito affettuoso, ma sempre in bilico tra la nuova e la vecchia vita. E aggiungerei Anastazia, moglie di Filippo, che studia per entrare in polizia, sensibile e intelligente. E Fabiana, bellissima, ribelle domata dall’amore per il marito e il figlio. Con questi personaggi, con queste carte in mano,  Luca Poldelmengo disegna uno spaccato di realtà desolante. Mentre tutto scorre.

L’uomo nero è un romanzo veloce e ritmato che piacerà agli amanti del noir italiano e a chi non cerca il lieto fine a tutti i costi.

Gentilmente Luca Poldelmengo ha risposto a qualche domanda:

AB – I tuoi personaggi sono “figli di un tempo di crisi”. Figure legittimate ad essere come sono perché viviamo in una realtà difficile. Gabriele è un arrivista, figura presente su tutti i quotidiani e settimanali – seri e di gossip – in egual misura. Filippo è un miracolato ma, quando arriva a perdere tutto, non ha modo di rimettersi in sesto perché il mercato del mondo del lavoro è inaccessibile a molti. Marco è una figura amorfa, anche lui legittimato a condurre un’esistenza piatta e priva di slanci perché a questo mondo, a livelli medio alti, puoi sopravvivere anche se sei un incapace. Le donne, al contrario, hanno uno slancio vitale e una spinta al cambiamento che dà loro una marcia in più, ma allo stesso tempo le rende inadatte a vivere nel “qui e ora”. Commenta, oppure dimmi solo “Sì, quanto hai ragione!”.
LP – In tutta sincerità non li legittimo, più semplicemente non li giudico.
Certo la crisi, in senso ampio, partecipa a fare sì che agiscano in un determinato modo, e quindi che si svelino per ciò che sono.
Per Filippo la crisi economica è un fattore esterno determinante, che gli mostra una strada, sarà comunque lui a decidere di percorrerla.
Marco, come giustamente notavi tu, è potuto arrivare a vivere un’esistenza così mediocre e amorfa anche perché la società in cui lo contestualizzo, contraddistinta dall’italico nepotismo, glielo ha consentito.
Sulle donne “quanto hai ragione!”. Guarda caso una, alla fine, da questa società in crisi, a ogni livello, fuggirà via…

AB – Roma è ancora una volta scenario del romanzo. In effetti a Roma succede tutto in pochi chilometri: trovi l’albergo di lusso categoria superiore e lo sfasciacarrozze, i nobili e gli extracomunitari, i ricchi veri e quelli che stentano ad arrivare alla fine del mese. E poi? Cos’altro ha, Roma, che la rende palcoscenico ideale per le tue storie?
LP – Trovo che Roma sia raccontata molto, ma spesso raccontata male, specie alcune realtà periferiche, in senso topografico e culturale.
La racconto perché la amo e la odio, perché è la mia città, da sempre. La maggior parte delle esperienze e delle emozioni che ho provato e che riverso nelle mie storie: mascherate, mischiate, ribaltate, le ho vissute qui. È il teatro reale, il palcoscenico di cui conosco ogni tavola, dove mando in scena i miei personaggi di fantasia.

AB – La zingarella orba è un personaggio inquietante. Mi tocca chiederlo: è una metafora? Cosa rappresenta?
LP – Alida è l’unico punto di contatto con il precedente romanzo. Un personaggio non personaggio, che potrebbe essere tolto dalla storia (come in Odia il prossimo tuo) senza che la trama si modifichi. La zingarella con un occhio solo l’ho scelta come l’anello più debole (ma inquietante) della società che narro.
Un paria con la pistola.
Una minaccia, per quelli che abitano il mio mondo. La possibilità concreta che le loro azioni possano avere una conseguenza, che non rimangano impunite. Per dirla in un altro modo, Alida sono le mie rane, il mio terremoto…

AB – Lo spunto iniziale è quello di un fatto di cronaca realmente accaduto. E poi? Come si è “costruito” il romanzo?
LP – È la prima volta che mi capita di scrivere ispirato da un fatto di cronaca nera (la tragica morte di Alessio e Flaminia, uccisi a soli 20 anni da un pirata della strada). La loro vicenda: l’omicidio prima, e soprattutto l’iter giudiziario poi, mi avevano lasciato dentro un profondo senso di ingiustizia, una voce a cui dovevo dare sfogo. Da qui il bisogno di raccontare questa storia, che ha preso da subito la forma di un’iperbole: “se le cose stanno così, allora potrebbe succedere persino questo…”. Il resto è venuto da sé, ne è stata l’inevitabile conseguenza.

AB – Il taglio del romanzo lo rende adatto alla trasposizione cinematografica, sia per il ritmo serrato della narrazione (capitoli brevissimi) che per il finale convulso e inaspettato. E quindi? Lo vedremo al cinema?
LP – Credo che qualsiasi autore vorrebbe vedere il proprio lavoro trasposto sul grande schermo, a maggior ragione io, che dal cinema provengo.
La mia è una scrittura che si presta, sono abituato a svelare i miei protagonisti attraverso le loro azioni, più che con corposi monologhi interiori. Per me un personaggio è ciò che fa, è la somma delle decisioni che prende; come il protagonista di questa storia: è di fronte alla scelta tra due beni inconciliabili che ci mostrerà il suo vero volto… quello dell’uomo nero.
Bisogna comunque rimanere con i piedi per terra, e rendersi conto che il cinema italiano di oggi, a differenza di quello degli anni ’70, lascia pochissimo spazio al thriller/noir autoctono. Sono nato con una trentina d’anni di ritardo…

Disponibile anche in ebook.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Inizia qui e va avanti fino a settembre. Buona lettura 🙂

‘Giallo Umbro’ di Pietro Del Re

Da moltissimo tempo non mi dedicavo a “piste meno battute”, ma questo è evidentemente un momento di rinnovato entusiasmo per la lettura (e speriamo che duri). Di recente ho letto Giallo Umbro (La Lepre, 2012) di Pietro Del Re. Il titolo non mente: il romanzo è un giallo e si svolge in Umbria, principalmente nello spoletino. L’autore è un giornalista e lo spunto iniziale è, nella migliore tradizione, il ritrovamento di un cadavere: quello della giovane Domitilla Rinaldi, rampolla benestante di un notaio perugino, studentessa universitaria fuorisede. Accanto al suo anche il cadavere di un lupo.
Le indagini ufficiali privilegiano piste canoniche: l’extracomunitario, lo scemo del paese, lo strambo. Ma ufficiosamente indaga anche Peppe Brandi, il cacciatore che ha ritrovato il cadavere (anzi, i cadaveri), insieme agli amici di una vita: Agostino Gatti, bioetologo, e Raniero Ranieri, nobile architetto gaudente.
Agostino, in particolare, è un attento studioso della fauna e della flora locale e utilizza le sue preziose nozioni per indagare, coinvolgendo anche la figlia Beatrice e la compagna di Peppe. Tra digressioni storiche ed etologiche, sontuosi pasti e gite fuori porta, i tre arriveranno a una soluzione plausibile.

Il tratto saliente di Giallo Umbro sta non tanto nella trama gialla, quanto negli aspetti collaterali. I tre protagonisti, innanzitutto – diversissimi ma legati da affetto fraterno – si completano fra loro compensando intuizioni, nozioni e senso pratico. Grande attenzione poi è dedicata al territorio di Spoleto e dintorni, con ampie digressioni sulla fauna, la storia, le tradizioni contadine:

E se fosse davvero lui, l’assassino? Mentre percorreva a grandi falcate il ripido sentiero verso Colleghianda, anche Peppe fu assalito dai dubbi quanto all’innocenza dello scemo della valle.
Oltre le grasse querce che delimitavano la salita, s’intravedeva Cammoro, le cui mura ciclopiche che ne cingevano i quartieri affacciati a valle erano la dimostrazione architettonica della sua storia cruenta. Troppe, nei secoli, furono le masnade di tagliagole che vi portarono distruzione e morte. Otre agli spoletini e ai folignati, passarono di lì, per citarne solo alcuni, gli eserciti longobardi, franchi, trevani, perugini, orsanini, nursini, sellanesi, fermini, cerretani e camerti. Imperversarono con assedi, furti e omicidi signorotti, cavalieri, capitani di ventura, conti, briganti e soldatesche al soldo del Papa o dell’Imperatore, a seconda che dietro i fragili bastioni di castello avesse trovato riparo un duca guelfo o un principe ghibellino. Prima dell’ultimo terremoto, quello del 1997, su una delle torri merlate che proteggevano il borgo era ancora visibile la feritoia da cui quel popolo arcigno versava olio bollente sugli assalitori, prima che questi dessero Cammoro alle fiamme.
Eppure, discendenti di un’aristocrazia montanara di origini celtiche, i cammorini ridiedero sempre forma a quel paesotto fortificato. Verso la fine del Trecento, Cammoro contava centotré foculares e, nel 1611, circa trecentocinquantuno abitanti. A metà del Novecento la sua popolazione s’attestava attorno alle duecentocinquanta anime. All’epoca c’erano ancora la scuola, l’ufficio postale, uno spaccio di carne, un tabacchino e un forno dove si panificava sei giorni alla settimana. Poi, come in molti paesini dell’Appennino, accadde l’irreparabile: con la fuga verso le città, il castello si svuotò, come non era mai accaduto nel corso della sua storia tormentata, neanche dopo le fiamme o dopo la peste. Rimasero in dieci, massimo quindici irriducibili. I padri, le madri o i nonni degli odierni abitanti, i cui irrisori effettivi continuano, se possibile, ad assottigliarsi con funeste conseguenze: l’abbandono dei pascoli, l’estinzione di numerose varietà di alberi da frutto, l’impoverirsi del bosco d’alto fusto e, soprattutto, la scomparsa di un patrimonio di cultura contadina di rara complessità e bellezza.

Giallo Umbro è un romanzo d’evasione piacevolmente erudito. Qualche taglio qua e là forse non avrebbe guastato, soprattutto quando il professor Gatti si dà alle riflessioni biologiche/etologiche e alle similitudini uomo-animale. Nel complesso, però, è una lettura gradevole e curata.
Segnalo la citazione dei romanzi di Massimo Lugli (non solo in copertina…) e di Repubblica, il quotidiano per cui l’autore Pietro Del Re scrive di Esteri (in particolare di conflitti).
Piacerà, più che ai soliti lettori di questo blog, a quelli che preferiscono ritmi più pacati e scritture non sincopate, nonché agli amanti della natura.

Se il cane, pensò il professore, è il prodotto della nostra selezione, è altrettanto vero che l’uomo moderno è stato modellato dalla vicinanza del lupo e dei suoi discendenti. Senza di loro saremmo ancora più primitivi e feroci. Quindi, concluse, chi maltratta un cane tradisce anzitutto se stesso.

 

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Inizia qui e va avanti fino a settembre. Buona lettura 🙂

‘La notte del gatto nero’ di Antonio Pagliaro

La notte del gatto nero (Guanda, 2012) è il racconto di una discesa all’inferno. La famiglia Ribaudo è una famiglia normale, normalissima, a cui una sfortunata serie di eventi cambia irreparabilmente il corso preordinato delle cose.
Tutto ha inizio con l’arresto dell’unico figlio Salvatore che, uscito una sera dopo cena, non fa ritorno a casa quella notte. E nemmeno la mattina successiva. Le drammatiche conseguenze di quell’evento saranno peggiorate dall’incapacità della coppia di fare fronte alla situazione – per ingenuità all’inizio, poi per un cumulo di errori irreparabili. E all’errore si somma l’errore: la fiducia nelle persone sbagliate, il tradimento, la violenza, l’inutile scoperta di una verità tardiva e per niente consolatoria.
Tra le pagine l’eco di diversi casi di cronaca recenti e una rigorosa attenzione alla realtà che già aveva contraddistinto i lavori di Pagliaro. Da segnalare che Guanda è uno dei pochi editori che ha ancora a cuore la cura del prodotto finale, accurato dalla copertina fino all’ultima pagina.

Ho posto qualche domanda all’autore, Antonio Pagliaro. Palermitano, 43 anni, fisico, è alla sua terza prova da narratore (la quarta, se consideriamo anche il racconto lungo Il giapponese cannibale pubblicato da Senzapatria). I suoi romanzi hanno ambientazione siciliana: la lingua e le particolarità che vengono sottolineate hanno matrice e appartenenza geograficamente ben identificabile, tipiche del palermitano che conosce benissimo la città e la critica ferocemente, lontano da ogni stereotipo.

AB – Ciao Antonio, grazie per aver accettato. Innanzitutto, perché il titolo “La notte del gatto nero“?
AP – Nel romanzo il “Gatto nero” è un locale notturno. Dentro questo locale avvengono cose che sono importanti per la trama. In particolare, una notte il protagonista incontra un vecchio amico. È quella “la notte del gatto nero”, ed è la notte che cambia il corso delle cose.

AB – La reazione dei coniugi Ribaudo a ciò che accade al figlio ha un che di patologico. Da un parte la madre, che sembra non sappia far altro che pregare; dall’altra il padre, che passa da uno stato di ingenuità quasi infantile al provare una sanguinosa sete di giustizia, rovinandosi con le proprie mani. Cosa impedisce loro di continuare a vivere?
AP – È una domanda che mi fa dedurre che tu non hai figli. (Su questa domanda prosegue il dibattito in separata sede con l’autore).

AB – C’è, nel romanzo, un sapore antico: in parte è l’eco di un film di molti anni fa, quel “borghese piccolo piccolo” di Monicelli che fece di Sordi un attore drammatico, in parte è perché il romanzo è ambientato nel 2003, non proprio attualissimo. Come mai questa scelta?
AP – Mi piaceva ambientarlo (poco) indietro nel tempo per dare ad alcune cose un (leggero) sapore nostalgico. La scelta dell’anno 2003 è poi dovuta al desiderio di inserire, nella storia, il blackout del 28 settembre che tutti ricordiamo, soprattutto in Sicilia dove durò circa venti ore.

AB – Il romanzo ha come tema centrale quello della giustizia privata, che diventa unica giustizia possibile quando quella statale fallisce. Viste le evoluzioni della trama, tuttavia, il messaggio finale sembra essere l’impossibilità di “giustizia”. Come la pensi su questo tema?
AP – Avrai notato che, in tutte le mie opere non solo in questa, il narratore scompare. Non esiste. Non esprime mai alcun giudizio. Come Javier Marias, ritengo che il romanzo sia un territorio senza leggi né etica. Molte delle cose che affermano i miei protagonisti e molte delle azioni che compiono non le condivido certo. Ma ciò non deve mai trasparire da come le narro. La scrittura, per me, deve essere neutrale. Se l’autore ha altre idee, non deve manifestarle. Soprattutto: se l’autore ha altre idee, queste idee non sono importanti. E dunque non è importante come la penso.

AB – Ancora, lo strozzinaggio: una famiglia – già gravata da seri guai e spese straordinarie – viene letteralmente consegnata nella mani degli usurai. Anche se per Giovanni Ribaudo quello sembra essere l’ultimo dei problemi. Si tratta di un fenomeno venuto alla ribalta qualche anno fa e poi… Debellato? Diminuito? Taciuto?
AP – Né debellato né diminuito. Taciuto ma non troppo. Ogni tanto qualche caso si affaccia nelle cronache, ma forse non si dà la giusta importanza al fenomeno, che è grave non solo perché porta famiglie sul lastrico ma anche perché è il mezzo con il quale la criminalità organizzata si appropria di numerose attività commerciali. Un giorno le possederà tutte.

AB – La figura più “umana” alla fine sembra essere quella di “Paolo Palermo”: a lui toccherebbe scegliere, in piena scienza e coscienza, dei destini altrui, ed è l’unico che si ponga il problema etico della lealtà. Non sarà una visione un po’ pessimista?
AP – Non c’è pessimismo né ottimismo, c’è solo una storia. Se ti appare pessimista, è perché ti ha turbato. La letteratura deve turbare, e sono stato felice della recensione di Leopoldo Fabiani su Repubblica che apre con “romanzo perturbante”. Dice Philippe Claudel: la letteratura deve esplorare le zone confuse dell’esistenza, quelle difficili. E, aggiungo, questa esplorazione non deve lasciare il lettore dopo l’ultima pagina.

AB – Cos’è La notte del gatto nero: Un noir? Un romanzo di denuncia sociale? Una critica al sistema? L’esorcismo di una paura?
AP – Lo definirei un romanzo.

Disponibile anche in ebook.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Si inizia oggi e si va avanti fino a settembre. Buona lettura 🙂

Dr House, la fine della serie.

E così, dopo otto stagioni, è arrivata anche la puntata finale di Dr House, la serie che ha stravolto il concetto di “politically correct” in televisione. Il medico più cattivo nella storia della fiction, emotivamente disastrato, insopportabile traduzione ospedaliera dell’high-functioning sociopath sherlockiano, ha cessato di allietare le nostre serate (le mie di sicuro, le vostre a breve, se lo seguite in italiano).
Anche se gli ascolti erano calati a partire dalla quinta stagione – segno che persino le cose belle e intriganti annoiano, se tirate troppo in lungo – rimpiangeremo il fottuto bastardo.

Attenzione, il finale è del genere “dopo di me il diluvio”.

Cose che ho imparato dall’ultima stagione di House:

– Quando inizi a vomitare sangue, la situazione è seria.

– Se non è cancro, è sarcoidosi. Oppure un coagulo.

– “Diagnosi differenziale” significa che un team di medici altamente specializzati non ha idea di come curarti.

– Se sei donna, non importa che tu faccia il medico o la prostituta: la vita è comunque dieci volte più dura rispetto a un uomo.

– La vita fa schifo. E a volte può persino peggiorare.

– Everybody lies.