‘Giallo Umbro’ di Pietro Del Re

Da moltissimo tempo non mi dedicavo a “piste meno battute”, ma questo è evidentemente un momento di rinnovato entusiasmo per la lettura (e speriamo che duri). Di recente ho letto Giallo Umbro (La Lepre, 2012) di Pietro Del Re. Il titolo non mente: il romanzo è un giallo e si svolge in Umbria, principalmente nello spoletino. L’autore è un giornalista e lo spunto iniziale è, nella migliore tradizione, il ritrovamento di un cadavere: quello della giovane Domitilla Rinaldi, rampolla benestante di un notaio perugino, studentessa universitaria fuorisede. Accanto al suo anche il cadavere di un lupo.
Le indagini ufficiali privilegiano piste canoniche: l’extracomunitario, lo scemo del paese, lo strambo. Ma ufficiosamente indaga anche Peppe Brandi, il cacciatore che ha ritrovato il cadavere (anzi, i cadaveri), insieme agli amici di una vita: Agostino Gatti, bioetologo, e Raniero Ranieri, nobile architetto gaudente.
Agostino, in particolare, è un attento studioso della fauna e della flora locale e utilizza le sue preziose nozioni per indagare, coinvolgendo anche la figlia Beatrice e la compagna di Peppe. Tra digressioni storiche ed etologiche, sontuosi pasti e gite fuori porta, i tre arriveranno a una soluzione plausibile.

Il tratto saliente di Giallo Umbro sta non tanto nella trama gialla, quanto negli aspetti collaterali. I tre protagonisti, innanzitutto – diversissimi ma legati da affetto fraterno – si completano fra loro compensando intuizioni, nozioni e senso pratico. Grande attenzione poi è dedicata al territorio di Spoleto e dintorni, con ampie digressioni sulla fauna, la storia, le tradizioni contadine:

E se fosse davvero lui, l’assassino? Mentre percorreva a grandi falcate il ripido sentiero verso Colleghianda, anche Peppe fu assalito dai dubbi quanto all’innocenza dello scemo della valle.
Oltre le grasse querce che delimitavano la salita, s’intravedeva Cammoro, le cui mura ciclopiche che ne cingevano i quartieri affacciati a valle erano la dimostrazione architettonica della sua storia cruenta. Troppe, nei secoli, furono le masnade di tagliagole che vi portarono distruzione e morte. Otre agli spoletini e ai folignati, passarono di lì, per citarne solo alcuni, gli eserciti longobardi, franchi, trevani, perugini, orsanini, nursini, sellanesi, fermini, cerretani e camerti. Imperversarono con assedi, furti e omicidi signorotti, cavalieri, capitani di ventura, conti, briganti e soldatesche al soldo del Papa o dell’Imperatore, a seconda che dietro i fragili bastioni di castello avesse trovato riparo un duca guelfo o un principe ghibellino. Prima dell’ultimo terremoto, quello del 1997, su una delle torri merlate che proteggevano il borgo era ancora visibile la feritoia da cui quel popolo arcigno versava olio bollente sugli assalitori, prima che questi dessero Cammoro alle fiamme.
Eppure, discendenti di un’aristocrazia montanara di origini celtiche, i cammorini ridiedero sempre forma a quel paesotto fortificato. Verso la fine del Trecento, Cammoro contava centotré foculares e, nel 1611, circa trecentocinquantuno abitanti. A metà del Novecento la sua popolazione s’attestava attorno alle duecentocinquanta anime. All’epoca c’erano ancora la scuola, l’ufficio postale, uno spaccio di carne, un tabacchino e un forno dove si panificava sei giorni alla settimana. Poi, come in molti paesini dell’Appennino, accadde l’irreparabile: con la fuga verso le città, il castello si svuotò, come non era mai accaduto nel corso della sua storia tormentata, neanche dopo le fiamme o dopo la peste. Rimasero in dieci, massimo quindici irriducibili. I padri, le madri o i nonni degli odierni abitanti, i cui irrisori effettivi continuano, se possibile, ad assottigliarsi con funeste conseguenze: l’abbandono dei pascoli, l’estinzione di numerose varietà di alberi da frutto, l’impoverirsi del bosco d’alto fusto e, soprattutto, la scomparsa di un patrimonio di cultura contadina di rara complessità e bellezza.

Giallo Umbro è un romanzo d’evasione piacevolmente erudito. Qualche taglio qua e là forse non avrebbe guastato, soprattutto quando il professor Gatti si dà alle riflessioni biologiche/etologiche e alle similitudini uomo-animale. Nel complesso, però, è una lettura gradevole e curata.
Segnalo la citazione dei romanzi di Massimo Lugli (non solo in copertina…) e di Repubblica, il quotidiano per cui l’autore Pietro Del Re scrive di Esteri (in particolare di conflitti).
Piacerà, più che ai soliti lettori di questo blog, a quelli che preferiscono ritmi più pacati e scritture non sincopate, nonché agli amanti della natura.

Se il cane, pensò il professore, è il prodotto della nostra selezione, è altrettanto vero che l’uomo moderno è stato modellato dalla vicinanza del lupo e dei suoi discendenti. Senza di loro saremmo ancora più primitivi e feroci. Quindi, concluse, chi maltratta un cane tradisce anzitutto se stesso.

 

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Inizia qui e va avanti fino a settembre. Buona lettura 🙂

11 thoughts on “‘Giallo Umbro’ di Pietro Del Re

    • Sì, ma non esagerare. Goditi le letture e poi commentale come hai fatto ora, per il piacere nostro ma, soprattutto per tuo. 🙂

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