‘La notte del gatto nero’ di Antonio Pagliaro

La notte del gatto nero (Guanda, 2012) è il racconto di una discesa all’inferno. La famiglia Ribaudo è una famiglia normale, normalissima, a cui una sfortunata serie di eventi cambia irreparabilmente il corso preordinato delle cose.
Tutto ha inizio con l’arresto dell’unico figlio Salvatore che, uscito una sera dopo cena, non fa ritorno a casa quella notte. E nemmeno la mattina successiva. Le drammatiche conseguenze di quell’evento saranno peggiorate dall’incapacità della coppia di fare fronte alla situazione – per ingenuità all’inizio, poi per un cumulo di errori irreparabili. E all’errore si somma l’errore: la fiducia nelle persone sbagliate, il tradimento, la violenza, l’inutile scoperta di una verità tardiva e per niente consolatoria.
Tra le pagine l’eco di diversi casi di cronaca recenti e una rigorosa attenzione alla realtà che già aveva contraddistinto i lavori di Pagliaro. Da segnalare che Guanda è uno dei pochi editori che ha ancora a cuore la cura del prodotto finale, accurato dalla copertina fino all’ultima pagina.

Ho posto qualche domanda all’autore, Antonio Pagliaro. Palermitano, 43 anni, fisico, è alla sua terza prova da narratore (la quarta, se consideriamo anche il racconto lungo Il giapponese cannibale pubblicato da Senzapatria). I suoi romanzi hanno ambientazione siciliana: la lingua e le particolarità che vengono sottolineate hanno matrice e appartenenza geograficamente ben identificabile, tipiche del palermitano che conosce benissimo la città e la critica ferocemente, lontano da ogni stereotipo.

AB – Ciao Antonio, grazie per aver accettato. Innanzitutto, perché il titolo “La notte del gatto nero“?
AP – Nel romanzo il “Gatto nero” è un locale notturno. Dentro questo locale avvengono cose che sono importanti per la trama. In particolare, una notte il protagonista incontra un vecchio amico. È quella “la notte del gatto nero”, ed è la notte che cambia il corso delle cose.

AB – La reazione dei coniugi Ribaudo a ciò che accade al figlio ha un che di patologico. Da un parte la madre, che sembra non sappia far altro che pregare; dall’altra il padre, che passa da uno stato di ingenuità quasi infantile al provare una sanguinosa sete di giustizia, rovinandosi con le proprie mani. Cosa impedisce loro di continuare a vivere?
AP – È una domanda che mi fa dedurre che tu non hai figli. (Su questa domanda prosegue il dibattito in separata sede con l’autore).

AB – C’è, nel romanzo, un sapore antico: in parte è l’eco di un film di molti anni fa, quel “borghese piccolo piccolo” di Monicelli che fece di Sordi un attore drammatico, in parte è perché il romanzo è ambientato nel 2003, non proprio attualissimo. Come mai questa scelta?
AP – Mi piaceva ambientarlo (poco) indietro nel tempo per dare ad alcune cose un (leggero) sapore nostalgico. La scelta dell’anno 2003 è poi dovuta al desiderio di inserire, nella storia, il blackout del 28 settembre che tutti ricordiamo, soprattutto in Sicilia dove durò circa venti ore.

AB – Il romanzo ha come tema centrale quello della giustizia privata, che diventa unica giustizia possibile quando quella statale fallisce. Viste le evoluzioni della trama, tuttavia, il messaggio finale sembra essere l’impossibilità di “giustizia”. Come la pensi su questo tema?
AP – Avrai notato che, in tutte le mie opere non solo in questa, il narratore scompare. Non esiste. Non esprime mai alcun giudizio. Come Javier Marias, ritengo che il romanzo sia un territorio senza leggi né etica. Molte delle cose che affermano i miei protagonisti e molte delle azioni che compiono non le condivido certo. Ma ciò non deve mai trasparire da come le narro. La scrittura, per me, deve essere neutrale. Se l’autore ha altre idee, non deve manifestarle. Soprattutto: se l’autore ha altre idee, queste idee non sono importanti. E dunque non è importante come la penso.

AB – Ancora, lo strozzinaggio: una famiglia – già gravata da seri guai e spese straordinarie – viene letteralmente consegnata nella mani degli usurai. Anche se per Giovanni Ribaudo quello sembra essere l’ultimo dei problemi. Si tratta di un fenomeno venuto alla ribalta qualche anno fa e poi… Debellato? Diminuito? Taciuto?
AP – Né debellato né diminuito. Taciuto ma non troppo. Ogni tanto qualche caso si affaccia nelle cronache, ma forse non si dà la giusta importanza al fenomeno, che è grave non solo perché porta famiglie sul lastrico ma anche perché è il mezzo con il quale la criminalità organizzata si appropria di numerose attività commerciali. Un giorno le possederà tutte.

AB – La figura più “umana” alla fine sembra essere quella di “Paolo Palermo”: a lui toccherebbe scegliere, in piena scienza e coscienza, dei destini altrui, ed è l’unico che si ponga il problema etico della lealtà. Non sarà una visione un po’ pessimista?
AP – Non c’è pessimismo né ottimismo, c’è solo una storia. Se ti appare pessimista, è perché ti ha turbato. La letteratura deve turbare, e sono stato felice della recensione di Leopoldo Fabiani su Repubblica che apre con “romanzo perturbante”. Dice Philippe Claudel: la letteratura deve esplorare le zone confuse dell’esistenza, quelle difficili. E, aggiungo, questa esplorazione non deve lasciare il lettore dopo l’ultima pagina.

AB – Cos’è La notte del gatto nero: Un noir? Un romanzo di denuncia sociale? Una critica al sistema? L’esorcismo di una paura?
AP – Lo definirei un romanzo.

Disponibile anche in ebook.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Si inizia oggi e si va avanti fino a settembre. Buona lettura 🙂

5 thoughts on “‘La notte del gatto nero’ di Antonio Pagliaro

  1. Letta questa “conversazione” ho trovato il libro che mi farà compagnia nei prossimi giorni. La giustizia privata è sempre stato un argomento che esercita su di me un forte interesse. Anche il messaggio finale colto da Alessandra (ma non confermato da Pagliaro) è un originale punto di vista in un panorama di prodotti che tendono a mitizzare il giustiziere.

      • Letto! Mi ha talmente preso che gli ho dedicato un’intera domenica. Io (a detta di alcuni, ottusamente, a mio parere forse per snobbismo) prediligo letture di autori italiani. Quando mi imbatto in un autore come Pagliaro (il biglietto da visita del quale mi arriva da Alessandra che si conferma una garanzia in fatto di dritte) ho la certezza che la produzione letteraria e di genere “nostrana” non è inferiore a nessun’altra. Piuttosto sono le case editrici, talvolta, a proporre cose mediocri che scimmiottano gli americani. Consiglierò caldamente “La notte del gatto nero” nei siti letterari che frequento.

  2. Pingback: ‘Giallo Umbro’ di Pietro Del Re | The Blog Around the Corner

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