L’unico figlio di Anne Holt

Anne Holt è uno dei pochi autori scandinavi che leggo senza timore di incappare in un cliché post-larssoniano, in un serial killer improbabile o in un investigatore stereotipato. L’unico figlio (Einaudi, 2011) mi ha riconciliata con il lato più cupo del genere dopo qualche mese di assenza (ci avevate fatto caso?).

Siamo a Oslo. In una casa-famiglia che ospita bambini difficili arriva un nuovo ospite: il dodicenne Olav, obeso e ingestibile. La madre ha fatto di tutto per tenerlo con sé, ma i servizi sociali – intervenuti con grande ritardo – hanno ritenuto di allontanarlo dall’ambiente familiare. Olav soffre i limiti e le imposizioni degli educatori e decide di scappare proprio quando Agnes, la direttrice, viene uccisa nel suo studio. È una notte da tregenda per gli ospiti e gli educatori della casa-famiglia Sole di Primavera. Sull’omicidio – un accoltellamento con un banalissimo coltello Ikea – interviene Hanne Wilhelmsen, neopromossa ispettore-capo, già vista in La vendetta e La dea cieca. In realtà Hanne dovrebbe solo coordinare le indagini, ma il suo istinto la porta a impegnarsi in prima persona nel lavoro di routine (interrogatori, esame delle tracce, ricerca degli indizi) insieme al collega Billy T.
Le indagini si concentrano sugli ospiti della casa famiglia, in particolare sugli adulti e sul bambino scomparso. Un secondo tragico accadimento porta gli investigatori su una falsa pista, mentre la vita di Agnes, passata al setaccio, mostra evidenti crepe. Ma se anche l’integerrima direttrice aveva degli scheletri nell’armadio, quali segreti nascondono gli altri?

Il finale è noto solo ai lettori. Nel mezzo, riflessioni sulla maternità desiderata, sulla maternità negata e sul difficile rapporto genitori-figli.

Noir interessante, privo di eccessi enfatici, stordisce con una soluzione inattesa che fa riflettere sulla fallacia della giustizia umana e sul nesso causale colpa-castigo (ricordatevi queste parole, ne riparliamo quando lo avrete letto).

Disponibile anche in ebook:

Leggi un estratto.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio

(NdB: Le “letture al gabinetto” di Fabio Lotti diventano un appuntamento fisso del Blog Dietro L’Angolo. Ecco i consigli per il mese di agosto.)

Dove lo spirito si fa più raccolto…

Letture sotto l’ombrellone nada de nada. Troppo sole, troppa sabbia. Troppo care. Meglio al gabinetto casalingo. Niente esagerazioni. Alcune letture sono proprio solito farle al gabinetto. Soprattutto quelle che mi sembrano più adatte a risvegliare il mio intestino pigro. Qui ho buttato giù i libri di Pupo e Corona che voglio rendermi conto di persona (ci sta pure la rima) del livello in cui siamo caduti. E siamo caduti proprio lì. A fine lettura ne sono uscito barcollando con la faccia bianca come un cencio (si dice così, ma se il cencio è di altro colore? Bah…). Per fortuna mi ha soccorso la mogliera sorreggendomi preoccupata (avevo una sudarellina tipica degli svenimenti) fino alla poltrona più vicina. “O babbo, la devi smette di legge questi troiai a i’ gabinetto. Qualche volta ci tiri i’ calzino!” ha urlato la mia figliola con quella premura tipica delle figlie per i padri. Ma io sulla tazza del water ci sto come un papa, perciò ho assentito con la testa incrociando le dita di nascosto.

Il gabinetto è uno dei miei luoghi preferiti per le scorribande letterarie anche per ricordarmi chi siamo e dove andiamo. Qui ci ho pure studiato la Divina Commedia con esiti estremamente positivi e qui, da pluriormonico ragazzetto, ho messo in pratica il motto “Una sega al giorno leva il medico di torno” che ricordo con struggente nostalgia. Fortunatamente solo poco più tardi, quando già incominciavo a perdere la vista, ho scoperto che si trattava di una mela a tenere lontano il terribile cerusico.

Tutto tende allo stimolo. Il luogo e le vicende narrate ricche di emozioni (scrivo cose nuove e riprendo cose già scritte in qua e là). Ultimamente una carrellata di Gialli Mondadori (quelli con la copertina gialla, appunto). In un momento di crisi come questo mica male beccarsi dei capolavori a pochi sghei. E non si tratta solo di camere chiuse, vecchiette curiose e sferruzzanti  o celluline grigie sparse per ogni dove che possono piacere ad un gruppo ristretto. Ci si trova di tutto, dai thriller mozzafiato all’introspezione psicologica da brivido. E proprio in questo momento ho sotto gli occhi Il marcio nella città di Mickey Spillane e Max Allan Collins, un hard boiled senza tregua con Mike Hammer che picchia da tutte le parti come un indiavolato, e ho già finito Caccia d’amore di James Hadley Chase, di una psicologia potente e profonda. Altro libro sorprendente Il veleno nella mente di Thomas H. Cook. Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Per Lucas Paige, naturalmente, che narra in prima persona. E ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità.

Poi ci sono gli “Speciali” che sono davvero speciali. Ultimo in circolazione Omicidi in crociera di Earl Derr Biggers, Wade Miller e Agatha Christie con introduzione, altrettanto speciale, di Mauro Boncompagni, praticamente un santone del giallo. Due romanzi ed un racconto che dimostrano che non c’è da fidarsi tanto dei viaggi di piacere in mare. Quasi scontato che tra i passeggeri si nasconda un bischero che ha il vizio di uccidere e allora l’entusiasmo della gita va a farsi fottere. Gli “Speciali”, poi, come Delitti in luna di miele di Ross Macdonald, Harry Carmichael, Cornel Woolrich, Mondadori 2012, sempre sotto la mano santa di Mauro Boncompagni, servono pure a darci delle dritte nella vita pratica. In questo caso a tenere gli occhi bene aperti subito dopo il matrimonio ma mi sa che ormai sia tardi (pensateci prima!).

Se la crociera è spesso pericolosa nella letteratura giallistica (lo stesso nella realtà incontrando uno Schettino) anche in treno non bisogna stare troppo rilassati, vedi Treni pericolosi del sottoscritto in http://omardimonopoli.blogspot.it/2012/04/treni-pericolosi.html, blog di Omar Di Monopoli che dovreste seguire (fidatevi).

Un libro che mi ha creato un groppo in gola pure lì sulla tazza (da comica, se ci ripenso) è stato L’isola dei cacciatori di uccelli  di Peter May, Einaudi 2012. Trattasi dell’isola di Lewis, al largo della costa occidentale della Scozia, “spazzata dal vento, dura e inospitale”. Qui, più precisamente nel villaggio di Crobost, avviene un delitto che presenta un modus operandi identico a quello scoperto da due ragazzini ad Edimburgo: un impiccato sbudellato. E qui, proprio nel suo paese natio, viene spedito ad indagare l’ispettore Finlay (Fin) Macleod che ben conosce la vittima. In depressione e fuori servizio da tempo per avere perso un figlio e con un matrimonio logoro che sta finendo (da copione, se ne trovasse uno leggermente più fortunato!). È l’inizio di un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere momenti importanti della sua vita e a ritrovare le persone della propria infanzia e giovinezza. Passioni che si incrociano, bugie, rancori, odio, vendetta, gli “incontri dolorosi con i fantasmi del passato”, un senso di impotenza e ineluttabilità che tutto avvolge. Ecco un esempio che dimostra come il “giallo” non sia letteratura minore, anche se una marea di letteratura minore si trova tra i gialli.

Altra buona lettura, seppure di stampo diverso, Acqua buia di Joe R. Lansdale, Einaudi 2012. Texas, anni Trenta. Vita dura soprattutto per Sue Ellen di sedici anni, padre ubriacone violento e madre remissiva con laudano a tenerle compagnia. Ritrova una sua amica, May Linn, annegata nel fiume Sabine con i piedi legati ad una macchina Singer da cucire, che sognava di diventare una stella di Hollywood. Sue decide con i suoi amici Terry, sospettato di essere omosessuale, e Jinx, una ragazza nera, di bruciare il corpo dell’amica e portare le sue ceneri alla Mecca del cinema come gesto di amicizia. Nel diario di May una mappa per raggiungere un “tesoro”, i soldi rubati dal fratello. Fatto questo basta prendere una chiatta e via lungo il fiume come in un noto romanzo di avventura. Scrittura forte, veloce, trascinante, ricca di metafore sorprendenti per la loro efficacia, capace di rappresentare il pensiero degli adolescenti, i loro dubbi, le loro speranze insieme al sogno americano del successo. Una scrittura che non perde colpi o gira a vuoto come talvolta succede nelle opere di Lansdale. E chi giganteggia sono le donne e le ragazzette con la loro forza, la loro determinazione,  gli uomini a fare la figura dei porci vigliacchi, snaturati anche nel fisico obbrobrioso (pance gonfie, pochi denti, uno pure senza un occhio).

Chi vuole essere sbatacchiato di qua e di là senza attimo di pausa (se siete sulla tazza del water fatevi tenere da qualcuno) prenda in mano Sinfonia di Piombo di Victor Gischler, Revolver 2012, e sarà accontentato. Non c’è bisogno di trama. Struttura ottimamente organizzata con diverse filiere che si intrecciano in maniera precisa, azione veloce, dirompente e pure inaspettata. Pistole e mitragliette che cantano, sciabolate, asciate, corse a perdifiato, calci e cazzottoni da tutte le parti. Un po’ fumettistico, un po’ grottesco, un po’ sofferto, un po’ sgangherato, ed insomma un amalgama di situazioni scritte pure con divertito spirito goliardico. Il pulp è così ma occhio a non lasciarlo in mano a chi non lo sa guidare che allora diventa pure noioso e palloso da morire. Tra l’altro Gischler mi sconfinfera meglio in Notte di  sangue a Coyote Crossing, Meridiano Zero 2011, dove spicca il personaggio di Toby Sawyer che, come già scritto, rappresenta noi stessi “con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme”.

Continua la saga della Guerrera, testarda come un mulo, di Marilù Oliva che, zitta zitta, chiotta chiotta, quatta quatta, cheta cheta (e qui si potrebbe continuare all’infinito) ha avuto un crescendo di tutto rispetto, mentre punti fermi e consolidati risultano ormai Enrico Pandiani e Maurizio De Giovanni che danno lustro all’italico genio ma ora, ehm… scusate, che devo andare al gabinetto…

Fabio e Jonathan Lotti

Giulietta prega senza nome di Elena Torresani

È stata una sorpresa leggere Giulietta prega senza nome, romanzo di Elena Torresani non nuovo (è stato prima autopubblicato nel 2010, poi selezionato per ilmioesordio nel 2011 e infine appena portato su cartaceo dall’editore Voltalacarta) ma per me sconosciuto. Perché Giulietta c’est moi, almeno un po’, e credo di non essere l’unica che si riconosce nel ritratto.

Giulietta è figlia di un tempo in cui tutto sembrava possibile ma a noi mancava qualcosa (l’età, o i mezzi, o la libertà), sempre un piccolo-grande qualcosa per raggiungere quella pienezza che per gli altri sembrava scontata e garantita. Adesso che avremmo l’età, i mezzi e la libertà, nonché l’autoconsapevolezza, non ci sono più le possibilità.

A Giulietta manca il tempo (sta per morire, ce lo comunica immediatamente), a noi manca la serenità perché viviamo in un clima che è anni luce lontano dalle promesse edonistiche degli anni Ottanta.
Mentre ci arrabbattiamo, morendo giorno dopo giorno, Giulietta ci ricorda che la vita è adesso e che tutto il tempo speso a “cercare di” raggiungire non-si-sa-che è stato tempo sprecato.

Disarmante nella sua semplicità, Giulietta prega senza nome è un ritratto efficace della mia generazione. Giulietta e la sua Smemoranda, Giulietta e le sue sorelle, i suoi viaggi, le sue canzoni, le sue passioni e le sue riflessioni amare:

Ora sapevo che il mio rammarico non era quello di non essermi sposata o di non avere avuto figli, ma quello di avere sprecato un mucchio di tempo.
È come abbiamo vissuto il tempo a nostra disposizione che fa la differenza tra il morire bene o il morir male, e il numero di sogni che abbiamo lasciato marcire nel cassetto restando fermi a fissare il soffitto, impegnati a pagar bollette o a ricordare il motivo per cui abbiamo litigato con qualcuno.
Le piaghe da decubito che fanno più male non sono quelle della carne, ma quelle di cui abbiamo lasciato ammalare i nostri sogni.

Molto consigliato.

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Mala suerte di Marilù Oliva

Io, Elisa Guerra detta La Guerrera, giornalista pubblicista, a breve laureata in criminologia, lottatrice per definizione, capoeirista vincitrice degli ultimi campionati ma, dentro, sconfitta per destinazione, devota alla musica salsa e a pochi altri piaceri effimeri figli morganatici del corpo, nichilista, siciliana per natali ma bolognese di adozione e per ora senza patria, misantropa e refrattaria all’amore, dovrei andare a lavorare nel luogo più strampalato che esista, un’agenzia matrimoniale? (p. 15).

Puntuale come i consigli su come sopravvivere al caldo, ma molto più gradevole, torna Elisa Guerra, in arte la Guerrera, ostinata e leale protagonista dei romanzi di Marilù Oliva (Tu la pagaras, Fuego e adesso quest’apotropaico Mala Suerte). Appassionata di Dante e di latinoamericano, vorace consumatrice di rum e patatine in busta, orfana cresciuta da una zia arcigna alla quale ha riservato un perdono compassionevole e distante (Non è stata una premeditazione scellerata se ha preso il mio istinto e l’ha fatto a pezzi. Non aveva altri strumenti), ex precaria adesso disoccupata e momentaneamente in stato di rabbiosa ostilità verso il mondo. Nonché catalizzatrice di eventi delittuosi che la portano a incrociare la strada dell’ispettore Basilica, il suo esatto opposto. E gli opposti, si sa, si attraggono con modalità imprevedibili.

In una Bologna resa stranamente sensuale da ritmi cubani e serate ad alto tasso alcolico e stupefacente, la bella Alyssia Romer viene uccisa selvaggiamente nell’agenzia di incontri gestita da Catalina, coinquilina e amica di sempre della Guerrera. Perché? Il movente è da ricercarsi nel sottobosco frequentato dalla ballerina. Oltre ai personaggi già conosciuti (Princesa, El Pony, Ibelis…) c’è una gang di giovani teppisti emergenti che si sta facendo strada nell’ambiente. Lo stesso di Elisa, incidentalmente. Che si muove svogliata per dare una mano a Basilica, più presa dai problemi personali che da altro.

Liberi soggiacete. È in queste due parole dantesche che è racchuso il dilemma di Mala Suerte. Siamo davvero liberi di scegliere o non possiamo fare a meno di essere come siamo? Ciò che accade, accade per predestinazione o poteva essere evitato? Sono le domande a cui un’ansiosa Catalina e una fatalista Elisa devono dare risposta quando il loro mondo, faticosamente costruito, va improvvisamente in pezzi. Per la Guerrera non è una novità, avvezza com’è a cadere e rialzarsi, per la serafica Catalina invece è un vero e proprio shock. E se qualcuno avesse fatto loro il malocchio?

de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate (p. 36)

Bentornata, Guerrera. Sono stata una critica severa (fin troppo!) dei primi romanzi di Marilù Oliva perché pur apprezzandoli percepivo una certa distanza tra potenzialità e atto. Distanza che si è man mano ridotta e che è stata pienamente colmata in questo Mala Suerte: divertente, vivace, privo di sbavature, con personaggi complessi e sfaccettati, ironico e triste, si presta a essere gradevolissimo romanzo di evasione per chi lo preferisce, ma lascia ampio spazio a riflessioni approfondite.
Segnalo l’uso attento della lingua, scorrevole e elegante al tempo stesso.

Non so se questo sia l’ultimo romanzo con Elisa Guerra (credo che nei progetti iniziali lo fosse), ma sicuramente Mala Suerte segna una svolta contrassegnata da grandi cambiamenti.
La prossima Guerrera, se ci sarà, non sarà la stessa: tuttavia mi auguro di rincontrarla tra qualche tempo, magari un po’ diversa, perché penso che questo piccolo grande personaggio sia in piena evoluzione e sarebbe un peccato lasciare ai lettori – tanti, ne sono sicura – la curiosità su quale sia il punto d’approdo della Guerrera…

Per il momento godetevi la lettura di Mala Suerte. Consigliato con un mojito e un leggero sottofondo di latino americano.
Dopo aver finito se, come credo, vi verrà voglia di lasciare un commento o conoscere meglio l’autrice (che merita assai), potete trovarla qua.

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Cinquanta sfumature di (g)rosso… sollievo

È finita. Forse. (Nel senso che le parole dell’autrice E. L. James alla fine del libro fanno temere un seguito, per quanto improbabile).

Adesso possiamo dirlo: Cinquanta sfumature (di grigio, di nero, di rosso, di qualsiasi cosa) è la più grossa fregatura dai tempi del Codice da Vinci. Abbandonata qualunque velleità erotica, l’ultima parte della trilogia è un inno all’amore ossessivo e simbiotico dei due protagonisti.

Un esempio?

Fisso con orrore i segni rossi che mi ricoprono il seno. (Finalmente! Finalmente il Dominante avrà fatto qualcosa da Dominante! Prendo popcorn e birra e continuo a leggere) Ho dei succhiotti! (…succhiotti…?!) Sono sposata con uno dei più rispettati uomini d’affari degli Stati Uniti e lui mi ha fatto dei succhiotti! (…ESTIQUATSI!! Ti ha fatto dei succhiotti, e quindi? Ce ne frega qualcosa? È proprio il caso di scriverci un terzo libro sopra???). Come osa marchiarmi in questo modo, come uno stupido adolescente?! La mia vocina interiore non si tiene: questa volta è andato decisamente oltre. (Oltre? OLTRE?! Oltre che? È un suc-chiot-to santo cielo! Fatto da TUO marito. Sul seno, cioè in un punto che presumibilmente il lattaio e l’edicolante non vedranno. Che te ne frega??).

Segue litigata furibonda tra i due a proposito dell’impossibilità di indossare un bikini da 540 dollari per il resto della luna di miele.

Ecco, questo è l’inizio del terzo capitolo del terzo volume della trilogia supertrasgressiva (?!) che sta rastrellando secchiate di denaro in tutto il mondo e alzando la media di lettori del globo terracqueo. Ringraziate che vi ho risparmiato i primi due capitoli: nemmeno la più becera soap opera nostrana ha mai toccato simili vette di dialoghi cariogeni.

Lette queste frasi mi è venuta la voglia irrefrenabile di frustare a sangue qualcuno. Giuro. Uno qualsiasi, Anastasia o Christian o E.L. James o chiunque altro, tanto sono intercambiabili. I buoni sono stra-buoni, i cattivi stra-cattivi e (come avviene nella realtà, no?) ogni cosa va perfettamente a posto nel giro di poche pagine.

Come se non bastasse l’ingiustificato successo letterario, si è aperto il totofilm su chi interpreterà la pellicola di Cinquanta sfumature (Ryan Gosling?) e su chi la dirigerà. Ogni nuovo elemento aggiunto al “Fifty Team” viene prontamente twittato e ri-twittato: qualche giorno fa è toccato ai produttori. Non serve essere una veggente per sapere che sarà un successo planetario.

Ma questo Twilight per adulti malcresciuti è noioso, ridicolo, pomposo. Sei mia, sei mio, sono tua, sono tuo e “rimettiti il costume!” perché la svergognata neo-moglie si mostra in topless su una spiaggia di Montecarlo.
Mioddio.
E questo è solo l’inizio. Il resto è la trashcronaca dei primi mesi di matrimonio di una coppia di giovani miliardari. Se per caso vi siete mai chiesti cosa accade nelle favole dopo il fatidico “E vissero per sempre felici e contenti”, Cinquanta sfumature di rosso ve lo racconta con dovizia di particolari. Voglio vedere in quante si riconosceranno in Anastasia, nei suoi sandali Louboutin e nei braccialetti Cartier da trentamila euro.

Adesso, in scia, ci attendono mesi e mesi di romanzi pseudoerotici che tenteranno di ripetere il successo di Cinquanta sfumature. Se dopo il Codice da Vinci Rennes-le-Chateau è diventato meta di turismo di massa, non oso pensare all’effetto “manette e bende” nelle camere da letto di tutto il mondo.

Non riesco nemmeno a essere ironica, non so che altro dire se non (per le numerose appassionate, sulle quali continuo a interrogarmi perplessa) “fatevi ‘sto bagno di melassa e poi dimenticatevene”. Per sempre. O almeno fino a quando non uscirà il film.

(Non sono l’unica a interrogarmi in merito: leggi anche Why does Fifty Shades of Grey turn British women on? | Books | The Observer)

Anche in ebook:

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Gli scheletri nell’armadio di Francesco Recami

Gli scheletri che danno il titolo al nuovo romanzo di Francesco Recami non sono metaforici ma reali: sono contenuti in un mobile antico che viene recapitato ad Amedeo Consonni da parte di un vecchio amico. Vuoi perché il Barzaghi ha fretta di sbarazzarsi degli inquietanti reperti, vuoi perché Consonni si è fatto una certa fama per aver contribuito alla risoluzione del caso della Sfinge di Lentate, le povere spoglie mortali non trovano giusta sepoltura ma transitano per il condominio milanese che avevamo già conosciuto ne La casa di ringhiera. Tocca al Consonni darsi da fare sia per dare un nome a quei resti, sia per evitare che i suoi terribili vicini ne scoprano l’esistenza.

D’altra parte nel condominio sono tutti impegnati con le proprie vicende.

Lo stesso Consonni, tappezziere in pensione con la passione dei vecchi casi irrisolti, è arruolato come baby sitter full-time per il nipotino Enrico, nel tentativo di porre rimedio ai guai sentimentali della nervosa e irascibile figlia Caterina.
La vicina di casa, professoressa Mattioli, prosegue il discreto corteggiamento che attraversa fasi altalenanti, oscillando tra una platonica amicizia e una sorta di onesto disinteresse (da parte del Consonni, soprattutto) e di repentini cambiamenti di umore (da parte di lei).
Il De Angelis tradisce la sua vecchia vettura per una BMW nuova di zecca.
Claudio l’alcolista, dopo la separazione, tenta di rimettersi in piedi come può e intanto scopre che non è impossibile vivere senza alcol.
E così via: ognuno degli abitanti della casa di ringhiera ha qualche gatta da pelare.
Com’è come non è, anche stavolta il Consonni ne esce illeso, sebbene perplesso.

Gli scheletri nell’armadio (Sellerio, 2012) è il seguito di La casa di ringhiera, anzi addirittura si potrebbe parlare di romanzo seriale a puntate, se la serialità potesse definirsi a priori.
La sequenza è cronologica, si riprende là dove terminava La casa di ringhiera (a parte la breve parentesi festiva contenuta nella raccolta Un Natale in giallo) con le gesta dell’allegra-ma-non-troppo combriccola di un condominio milanese. E presumibilmente ci sarà un seguito.

Non è il miglior Francesco Recami, temo, quello che si muove nel solco wodehousiano del condominio milanese. È divertente e spensierato, ma non è un giallo. Il pretesto investigativo è talmente labile da non necessitare spiegazioni, mentre l’occhio si sofferma soprattutto sulle macchiette folkloristiche, su acciacchi, retropensieri e nefandezze varie.
Ve lo segnalo, quindi, come romanzo leggero, sornione, che sorride dei vizi italici con il massimo disimpegno e con un’ottima scrittura.


Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Circondati!

Oggi ospito un intervento di Fabio Lotti, assiduo commentatore di questo blog (e anche del precedente) e arguto osservatore. A voi.

Prepariamoci a respingere l’assalto…
Già vi avevo avvisati con “L’assalto delle pocce”. Le donne stanno arrivando dappertutto. Come protagoniste delle storie e come autrici delle storie stesse. Dalle vecchiette sferruzzanti di una volta alle giovincelle sbarbatelle di oggi. Si insinuano nei racconti, nei romanzi, nelle vicende sanguinose portando la loro forza, la loro grinta e togliendo di mezzo “piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, pretucoli ombrelliferi, tracagnotti fumantini, omaccioni vocioni, belloni scienziatoni, casalinghi birraioli”, visionari tristoni, giovanottoni sghimbesciati e tutti quei disgraziati maledetti sfigati fradici che gliene andasse bene almeno una (mi diverto a strapazzar le parole dopo averle rispettate per tanto tempo).
Portano, dicevo, la loro forza, la loro grinta insieme ad una variegata messe di vicende sentimentali che si ampliano e si sviluppano come per partenogenesi: il batticuore, il sussultino, lo sguardino birichino, il contattino frementino, il sospirino struggentino, il sognino spintarellino con risveglino sudatino e insomma tutto l’ambaradan del rosa si insinua prepotente nella struttura giallistica.
Fanno mille mestieri, hanno mille fattezze, arrivano da mille paesi, hanno mille età, ma sono soprattutto giovincelle scherzose codesta età fiorita d’allegrezza piena (mi è venuta così).
È nato il gialletto rosa. Scoprire chi è l’assassino e seguire il corso delle indagini passa in secondo piano. L’importante è sfogliare i petali della margherita: mi ama, non mi ama, mi ama, non mi ama, ah se mi amasse!
Scrittrici, recensori, blogghiste, lettrici, commentatrici sono ormai  dappertutto come il prezzemolo. Si buttano all’assalto dei blog, vedete un po’ questo, e discettano di sesso come neanche il Papa sulla vita di Gesù, lasciando di stucco il portatore di palle che se ne sta mogio mogio in un angolo.
E allora maschietti miei portatori di palle, per non essere buttati fuori dalle gonne d’assalto, prepariamoci a respingere l’attacco poccesco. In alto i nostri batacchi, in alto il nostro grido di guerra…
“Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”.

Fabio e Jonathan Lotti

Lupi e agnelli di Diego Giordano

E poi arrivano quei libri strani, totalmente inaspettati, e solo per caso ricolleghi che il nome sulla copertina è tra i tuoi contatti di FaceBook (ma non per caso, vi siete effettivamente incontrati dal vivo) e però non ti ha subissata di richieste, notizie, inviti. Badate: so benissimo che FB per molti di noi è strumento di promozione, alcuni lo usano con discrezione, moltissimi ne abusano, qualcuno non ci pensa proprio. Quindi nella borsa del mare ho infilato questo Lupi e agnelli (Todaro, 2012) di Diego Giordano chiedendomi “Chissà cosa ha scritto l’avvocato”.
Complice una giornata particolarmente tranquilla, l’ho iniziato e finito. Con molta soddisfazione. Lupi e agnelli è un poliziesco ambientato in Calabria, a Vibo Valenzia. La morte di un prelato molto vicino al Vaticano è l’occasione, per il commissario Danderani e i suoi uomini, di indagare a fondo su una vecchia storia di cui non sospettavano neanche l’esistenza. Molti personaggi ben costruiti, trama articolata che per una volta non scava nel tessuto criminal-culturale calabrese ma indaga un fenomeno nuovo e per molti versi nascosto. Alla squadra di Danderani si affiancano la dottoressa Corneli e un investigatore inviato dal Vaticano. Personaggi minori azzeccati, riflessioni significative, descrizioni dettagliate e accurate.
Insomma, per essere praticamente un esordiente, Diego Giordano mi ha positivamente colpita.

AB – Che genesi ha Lupi e agnelli ? Quanto tempo è rimasto nella tua testa, quanto nel cassetto?
DG – Sinceramente, proprio non la ricordo, la genesi di Lupi e agnelli. Rammento che ho cominciato a pensare a un’organizzazione criminale di rango internazionale. Però non mi interessava tanto descrivere i suoi meccanismi di azione, i delitti, i responsabili. Volevo soprattutto capire le connessioni che una criminalità ad altissimo livello può intessere con i meccanismi istituzionali. Credo che uno dei più gravi problemi delle grandi civiltà burocratiche sia proprio che, molto spesso, fatti che sicuramente avrebbero rilevanza penale, riescono invece a essere travestiti da azioni, provvedimenti, formalmente del tutto legittimi, contro i quali non si può fare niente, nessun Giudice può intervenire. E poi, mi interessava l’assoluta indifferenza verso la persona umana, che diventa merce di scambio, come se fosse un oggetto. Una specie di rivisitazione moderna di quella che è stata chiamata la “banalità del male” in relazione alla tragedia della Shoah. Alla fine, si è aggiunto, ed è stata la naturale conseguenza delle meditazioni, il problema del “se” del rispetto della legge, della convenzionalità della legge statale rispetto a valori etici che forse sono molto, molto più importanti.
Nella testa, il romanzo c’è rimasto poco. Un anno, mi sembra. Il difficile, difficilissimo, è venuto dopo: farsi pubblicare. Per fortuna, alla fine, ho incontrato Veronica Todaro e Tecla Dozio. Veronica è una delle poche signore rimaste in circolazione. Per lei, non era assolutamente importante che io fossi un autore pressoché inesistente, una firma che non c’era. E di tutto si è occupata, ma non dei contenuti del libro. Lo stesso ha fatto l’effervescente Tecla Dozio, la Fernanda Pivano del giallo italiano, che ha creduto in me malgrado, se posso dirlo, me stesso. Ha saputo vedere, al di là degli errori, delle imperfezioni, delle sviste, diciamo pure delle “cappellate”, che c’era qualcosa che, secondo lei – spero non si sia sbagliata – meritava di venire alla luce. Da quello che mi stanno dicendo i lettori che si mettono in contatto con me, credo che non si sia sbagliata. Naturalmente, io resto convinto del contrario.

AB – Sei nato a Roma e vivi a Roma. Come mai hai scelto di ambientare il romanzo a Vibo Valentia?
DG – Con Vibo ho un legame magico, cominciato per caso oltre quarant’anni fa, diciamo con una storia d’amore dell’adolescenza, una di quelle realtà “forti” che magari non sono importanti di per sé ma segnano per tutta la vita. Ed è una città che è tornata sempre, nella mia vita, nelle circostanze più impensabili, quando proprio non me l’aspettavo. Ad esempio quando il caso e null’altro ha voluto che, nel 1985, fossi mandato a Catanzaro, dopo aver vinto il concorso in Avvocatura. Oppure, come quando, nel 1990, tornato a Roma ormai da tre anni, io e mia moglie, che ci eravamo stancati della campagna, accettammo l’invito di una nostra amica ad andare per una volta in vacanza insieme a lei in Calabria, a Briatico. Scegliemmo l’appartamento da affittare sulla carta e senza conoscere nessuno. Da allora ci torniamo ogni estate: i nostri padroni di casa sono diventati parte della nostra famiglia, e viceversa. Abbiamo visto i loro figli crescere, diventare adulti, diventare professionisti, sposarsi, avere dei figli a loro volta. Una magia anche questa, o una specie di piccolo miracolo, se pensiamo al mondo d’oggi.

AB – Quale è stata la spinta a scrivere, e a scrivere un giallo?
DG – Ehm… Io, il mio primo libro – un giallo horror – l’ho scritto a nove anni. Si intitolava “Il mistero del Drago” ed era ambientato nel Luna Park dell’Eur, a Roma. Il commissario Danderani (ma forse era il padre dell’attuale) compare in un paio di romanzi che scrissi a dieci anni, dopo aver visto il Maigret di Gino Cervi in televisione. Poi la vita ha disposto diversamente… Quanto a pubblicazione, ovviamente. La realtà è che si scrive, si dipinge, si canta perché c’è il bisogno di farlo. Esattamente come si mangia perché c’è il bisogno di mangiare.

AB – In che modo ti sei documentato?
DG – In gran parte è stata la mia esperienza professionale a suggerirmi domande e risposte, soprattutto per il mondo della burocrazia. Per quanto riguarda i servizi di assistenza sociale – e qui chiarisco, se mai ce ne fosse bisogno, che la scelta di ambientare i fatti a Vibo è unicamente una finzione letteraria – li ho presi dalla mia esperienza per così dire para-professionale nell’ambito di una vicenda familiare, non personale per fortuna, che ho dovuto affrontare. Ho visto cose inaccettabili in una società civile. La giustizia minorile, così come è strutturata, non può funzionare. È proprio la giurisdizionalizzazione del conflitto genitoriale in sede di affidamento dei minori, la cui soluzione dovrebbe essere affidata come regola a professionisti in grado di gestire e non giudicare il conflitto, a creare i primi danni. Subito dopo, sono i modelli giudiziari adottati dal legislatore, privi della regola del necessario contraddittorio, a crearne di altri. A ciò si aggiungono inefficienze delle strutture giudiziarie e amministrative, pressappochismo, incompetenze professionali e non ultimo un ruolo esercitato a volte come potere sovrano e assoluto. Certi assistenti sociali credono di essere, e in concreto lo diventano, i padroni despoti della coppia e dei minori. In un attimo possono decidere, con un bagaglio culturale e professionale che, se posso permettermi, in certi casi è realmente modesto ed è privo perfino di buon senso, che un bambino o una bambina non rivedranno mai più i genitori. Dopo dieci, venti, trent’anni, quei genitori biologici non saranno più nessuno per quei bambini e le protesi artificiali che erano state date a questi ultimi solo raramente saranno riuscite a colmare il vuoto, che sarà invece una ferita aperta per sempre.

Un’amministrazione mediocre, che tira a campare. Salva qualche eccezione, dentro ci sta gente che alle spalle ha solo meriti elettorali o concorsi di comodo. Gente che passa la vita a cercare il modo di lavorare meno possibile. Siamo nella burocrazia dell’ignavia, della poca voglia di lavorare, del piccolo favore personale. (pagina 67)
AB – La frase del romanzo che ho riportato, è un tuo parere personale?
DG – No, un mio giudizio con trent’anni di minuziosa esperienza verso la pubblica amministrazione. Per fortuna, però, riguarda, trasversalmente, solo certe realtà terrificanti che sono stato costretto a frequentare. In realtà, il mondo della burocrazia pubblica italiana è molto più composito di quello che si pensa e che accuse, diciamolo pure, qualunquistiche perché generalizzate, possono far immaginare. Debbo dirlo, perché altrimenti mi sentirei di mancare all’obbligo di verità: oggi ci sono amministrazioni molto, molto efficienti, e funzionari, dipendenti, molto, molto capaci e competenti. È una favola quella che vuole il pubblico impiego composto nella quasi totalità di strutture inefficienti e di gente che non lavora prendendo lo stipendio a sbafo. La mia è una notazione, diciamo così, orizzontale, non riguarda soltanto le grandi o le piccole amministrazioni, il Nord o il Sud. Penso all’Arma dei Carabinieri, ad esempio, dove conosco gente straordinaria, e che ha una formazione professionale e umana elevatissima, dove esiste una trasmissione della tradizione militare e amministrativa di prim’ordine, ma anche alla Polizia di Stato, almeno per quanto riguarda i vertici e i quadri intermedi, ad esempio funzionari di levatura professionale e morale altissima, oppure all’Agenzia delle Entrate, che si è dotata di personale molto capace ed efficiente, sia a livello centrale che a livello periferico, almeno nella mia esperienza, che riguarda gli uffici del Nord Italia. La Guardia di Finanza, poi, ha ufficiali e sottufficiali in grado di rivoltare bilanci meglio di un agguerrito commercialista. Penso anche a certe piccole realtà locali, per esempio alcuni comuni o alcune comunità montane. Per concludere, vorrei dire che l’apparato burocratico italiano non va giudicato sulla base di casi singoli, anche se eclatanti. Va giudicato nella sua interezza, nella sua complessità, e soprattutto tenendo conto delle sue difficoltà oggettive, che non sono solo strutturali ma anche, ad esempio, economiche.

AB – C’è qualcosa di te in Danderani, qualcosa di personale. Il figlio all’estero, il cane, la casa al lago del Salto. E gli altri personaggi, invece, su chi sono “ritagliati”?
DG – Sì, effettivamente mio figlio Alessandro gioca a rugby e sta a Fort Lauderdale, dove fa l’avvocato, non l’architetto, quello è un mio personale omaggio a un Maestro che mi piace tantissimo, Richard Meier. Alessandro ha preso due lauree, una in Italia, l’altra in Florida: e pensare che per me il diritto americano è peggio dell’arabo. Patrizio, invece, il nome che compare nel romanzo, studia ancora giurisprudenza qui in Italia. Poi c’è Valerio, che non compare ma il cui nome ho utilizzato per darlo alla moglie di Danderani, mentre nella realtà mia moglie si chiama Daniela. E il mio cane, che per davvero è una Labrador retriver femmina, si chiama Lisa come la figlia, anziché – è il nome che ho usato nel romanzo – Margie come la moglie di Homer Simpson, a cui, tra parentesi, secondo i miei figli, io assomiglio. Anzi, diciamo che secondo loro sono esattamente come lui, mi chiamano perfino “Il Pelato”. Gli altri due personaggi principali – Stefano De Angelis e Marco Sbardella – esistono per davvero e sono proprio come li ho descritti. Sono amici dei miei figli – cresciuti insieme a noi, può dirsi – e hanno all’incirca l’età che ho attribuito loro nel romanzo. È reale pure il soprannome di “Ridge” che ho dato a Stefano, anche se l’origine è diversa da quella che ho scritto. E Marco viene per davvero chiamato “Marcolino”. L’unica differenza rispetto al romanzo è che Ridge è un ingegnere gestionale e Marcolino è un montatore di programmi televisivi, anche se adesso si diverte a fare il barman. Anche Gianluca Ridolfi esiste per davvero. È un cugino di mia moglie, ma per me è come un fratello e anche lui è come l’ho descritto nel romanzo, età compresa. L’unica cosa che mi dispiace è che non ho potuto chiamarlo con il soprannome con cui tutti, da anni e anni, lo chiamiamo: Giangi. Ovviamente non è titolare di una agenzia investigativa ma dipendente di una famosa società di servizi informatici. In realtà, nel romanzo ci sono i nomi di molte tra le tante persone cui sono legato, a cui devo qualcosa. È stato un modo per ringraziarle, diciamo con un segno stabile, che rimanga nel tempo e che non siano solo parole che se ne vanno.

AB – Rosetta Saccà è un personaggio straordinario. Una signorina di novantaquattro anni e mezzo che batte di gran lunga certi ventenni di oggi…
DG – Il personaggio corrisponde per moltissimi tratti a quello di una mia zia che viveva a casa con noi, zia Rosetta; anche il cognome è lo stesso. Era nata nel 1906, non aveva conosciuto i genitori, morti nel terremoto di Messina del 1908, ed era stata allevata in una casa famiglia di Messina gestita da una donna russa che è stata una vera eroina, Sofia Idelson, di cui nessuno oggi quasi si ricorda più. Diciamo che in lei ho voluto disegnare una specie di angelo protettore, e anche il riscatto che viene dopo la sofferenza. Gran parte degli episodi che ho narrato a proposito di questo personaggio sono, purtroppo, veri. Ho voluto descrivere il “nido di vipere” che si annida in certe famiglie, nidi nei quali bambini, ragazzi innocenti diventano il capro espiatorio inconsapevole di odi, rancori, interessi economici, follie famigliari.

AB – La quarta di copertina recita (e io condivido) “Una storia dove i “cattivi” sono cattivi veri e dove i “buoni” lo sono a modo loro, e la superficialità pare essere la vera protagonista. Un finale dove la giustizia e la verità trionfano. Forse. Dipende da cosa si intende per giustizia e verità.”
Appunto, cosa si intende per giustizia e verità?
DG – Non lo so. Il senso ultimo del libro è proprio questo: non lo so.

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Diego Giordano è nato a Roma nel 1954. Vive a Roma con la moglie e due figli (un altro se n’è andato in America) e il loro cane. È un avvocato dello Stato e attualmente si occupa prevalentemente di diritto tributario e di diritto della privacy.  Si è occupato anche di pubblico impiego, di legislazione in materia di accesso, legislazione ambientale, espropriazioni e appalti. Ha avuto esperienze nel campo penale in processi contro la criminalità organizzata di stampo mafioso e per fatti di terrorismo. Anziché lavorare preferirebbe però dedicare più tempo a leggere e scrivere, ascoltare musica e trascorrere il tempo libero in un casale dalle cui finestre guarda il lago del Salto. È stato consulente di qualche Ministro. Nel 2003 ha pubblicato con Editori Riuniti “E io ti aspetto, ricordalo”. A 41 anni da quando li ha letti la prima volta, continua a rileggere i lirici greci e i poeti latini.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Mentre voi pensate allo Strega…

…accalcati e accaldati al Ninfeo di villa Giulia a conteggiare freneticamente un voto in più o in meno per assegnare il premio meno significativo dell’Italia contemporanea, a commentare se la vittoria fosse o meno giustificata, a sottolineare le evidenti sbavature lessicali di conduttori e scrittori sudati, Andrea Camilleri ha vinto il CWA International Dagger per il miglior romanzo straniero con The Potter’s Field (Il campo del vasaio).
No, ma voi continuate pure a guardare il vostro ombelico, non sia mai doveste perdervelo 🙂

E complimenti anche a Steve Mosby per il CWA Dagger in the Library.

Torno al mio letargo estivo 🙂

Concorsi, aggiornamenti, ebook

Fa talmente caldo che tocca limitarsi pure nella scrittura. Quindi per oggi solo qualche rapida segnalazione.

Concorsi gratuiti:
Concorso GialloBirra
– Racconti (massimo 10 cartelle) – Scadenza 24 agosto 2012 – Partecipazione gratuita

Esosi…:
Premio Gran Giallo Città di Cattolica – Racconti (massimo 20 cartelle) – Scadenza 25 luglio 2012 – Partecipazione 15,00 euro.

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Garfagnana in Giallo – Racconti (massimo 10 cartelle) – Scadenza 10 settembre 2012 – Partecipazione 20,00 euro

Variazione:
Giallo 24 – Aggiornamento date (8 luglio – 16 settembre)

Finalisti:
Del Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco (8^ edizione):

1. Per legge superiore di Giorgio Fontana (Sellerio) con 13 punti
2. Tu sei il male di Roberto Costantini (Marsilio) con 10 punti
3. La casa di ringhiera di Francesco Recami, (Sellerio) con 8 voti

Il vincitore sarà annunciato venerdì 5 ottobre 2012.

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Del Premio Romiti:
Malastagione di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini;
Milano Criminale di Paolo Roversi;
Per Mano Mia di Maurizio de Giovanni.
I tre autori saranno presenti a Viterbo alla 6^ edizione della manifestazione culturale Caffeina rispettivamente il 7, il 1° ed il 3 luglio 2012.

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Del Premio Tedeschi:

La redazione di Il Giallo Mondadori è lieta di comunicare i finalisti alla 33a edizione del Premio Tedeschi, il cui vincitore sarà pubblicato sul numero di ottobre della storica collana Mondadori dedicata al giallo e al thriller.
Ecco i finalisti in ordine alfabetico:

Bernardo Cicchetti
Il rifugio dell’orco

Gianni Fontana
Le parole non dormono mai

Carlo Parri
Le gallerie

Daniele Pisani
Sherlock Holmes e l’assassino di Whitechapel

Diego Pitea
Rebus per un delitto

Il Premio Tedeschi è stato istituito nel 1980 alla memoria di Alberto Tedeschi, storico direttore di Il Giallo Mondadori e grande esperto di questo genere letterario, deceduto nel 1979.

Da leggere:
Un ebook per l’Emilia Romagna (a cura di Nero Cafè)