Elementary (2012)

Potevo perdermelo? No. E quindi mi sono fiondata sulla prima puntata di Elementary, andato in onda sulla CBS il 27 settembre. Joan Watson è l’assistente prezzolata di Sherlock Holmes, ricchissimo rampollo inglese alle prese con la riabilitazione da alcol e droghe. Lei è Lucy Liu, bella, tonica e boho-chic. Lui è Jonny Lee Miller, tatuato, schizzato e bored, come insegna il britannico omonimo. Ha lasciato l’Inghilterra e adesso vive a New York – una NY straordinariamente somigliante a Londra -, dove ha deciso di continuare il suo lavoro di “consulente” con il capitano Gregson (Aidan Quinn) del NYPD, conosciuto in occasione dell’11 settembre.
Sherlock non indovina, osserva. E poi deduce. E ciò che non si può dedurre… lo apprende da Google. Non osserva alcuna procedura (una pugnalata per chi è fissato con le regole) ed è appassionato di apicoltura (in questo risponde esattamente al canone, che lo vuole in procinto di scrivere il libro “Practical Handbook of Bee Culture, with some Observations upon the Segregation of the Queen” una volta ritiratosi a vita privata).
Gregson non è inetto come Lestrade e Watson al femminile è più smart dell’omologo maschile; molta della spigolosità di Holmes è stata attenuata nella versione americana (più politically correct e meno incline a dar credito a un sociopath, per quanto higly-functioning possa essere) e ogni sospetto di omosessualità è stato eliminato.
Forse non all’altezza dello Sherlock britannico, che è decisamente più caustico e inaspettato e forse insuperabile, ma anche la versione americana del detective più geniale mai partorito da mente umana merita la visione.

Aggiornamento: dopo la seconda puntata, non sono più così sicura di volerlo seguire. Non ha nulla a che vedere con Sherlock Holmes, non ha il genio e la psicoticità dell’originale. Siamo lontani anni luce dall’originalità che contraddistingue lo Sherlock di BBC. La cosa peggiore è che è prevedibile. Insomma, rispetto ai precedenti questo è un pallido riflesso…

To RomICS with love

Consueto giro a Romics per saccheggiare gli stand. Ho comprato qualche novità e qualche oggetto vintage:

Il Lansdale sopra è in buona compagnia:

E poi c’è Playback:

Questo è più vecchio di me…:

Ratman invece è quasi nuovo, il prossimo sarà pronto per Lucca:

Infine, qualcosa di divertente e persino sexy!

E questo è un personaggio delle Centodieci Pillole di Magnus:

Romics è alla Nuova Fiera di Roma fino a domenica 30 settembre.

Le solite varie ed eventuali e un saluto speciale

Carlo Oliva (1943-2012)

Ricordo in rosso La blogger ricorda con affetto Carlo Oliva, uomo gentile e colto che gli amici milanesi saluteranno oggi pomeriggio per l’ultima volta.

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Le parole sono importanti Anche minima & moralia, il blog di minimum fax, esprime solidarietà all’editor di Ponte alle Grazie Vincenzo Ostuni, citato in giudizio da Gianrico Carofiglio per un commento molto poco lusinghiero su Il silenzio dell’onda («un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes»). Indipendentemente dall’esito del giudizio penso che la verità stia nel mezzo: si può (si deve!) stroncare un romanzo senza offendere la persona. Se Ostuni avesse pronunciato la stessa frase omettendo solo “da uno scribacchino mestierante”, nessuno avrebbe potuto contestargli niente.

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Decaloghi di scrittura Grazie a questo post è tornato alla ribalta un articolo del Guardian di quasi due anni anni fa in cui alcuni autori svelano il proprio decalogo di scrittura. Parte prima (Elmore Leonard, Roddy Doyle, Jonathan Franzen, Neil Gaiman, P D James…) e parte seconda (Joyce Carol Oates, Ian Rankin…).
Come tutti i decaloghi, vanno letti per essere dimenticati immediatamente dopo.

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Serie tv, che passione! Sono in arrivo decine di programmi dagli USA, tra nuove produzioni e nuove stagioni di vecchie serie. Come ho scritto a un’amica, se non trovo un fidanzato almeno so cosa fare nei prossimi sei mesi. Se trovo un fidanzato in ogni caso non voglio perdere Homeland 2, American Horror Story: Asylum, Person of Interest 2, Elementary e Boardwalk Empire 2. Per gli appassionati di Miss Marple segnalo – su Rai Movie ogni mercoledì alle 21.10 – la quarta e la quinta stagione della serie britannica dedicata alla cara vecchietta.

Avrei anche in programma Sons of anarchy, trent’anni di Doctor Who, The good wife e Wallander (versione svedese e versione britannica). Li riservo per la vecchiaia.

E voi, cosa state guardando?

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Medialibrary: lo conoscete? Che ne pensate?

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Il baratro Due parole, due, sulla profonda deriva sociale e politica che stiamo attraversando. Che schifo.

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La noia Si accettano consigli di lettura e cinema. Qualcosa di attuale e bello, per favore, anche non esclusivamente di genere purché sia bello. Altrimenti devo proseguire nel vintage spinto (al momento sto ripassando i film di Woody Allen, per dire).


Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre

Sono sotto assedio. Il gabinetto della mia casa è ubicato nel corridoio principale (c’è solo questo) ed è sorvegliato alla porta dalla mogliera e alla finestra grande che dà sulla terrazza, dalla figliola. Un principio di diarrea dopo la lettura di una monnezza mi ha fatto precipitare qui senza i miei preziosi libri. I cari parenti non mi vogliono far uscire per una specie di nemesi storica “O babbo, ora ci stai tutto il giorno!” grida la mia figliola con una voce esasperata che mi fa rabbrividire.

Non ho portato i libri ma fortunatamente mi sono ritrovato in tasca degli appunti sul giallo italiano, ovvero dei giudizi presi in qua e là su questa forma di espressione letteraria e su altro attinente al leggere e allo scrivere. Ve li mando per suscitare qualche commento o, comunque, qualche riflessione.

Parto dall’articolo di Nicola Villa “Il giallo italiano non esiste”. Mi pare che sia già stato oggetto di discussione nel precedente blog di Alessandra ma lo ripropongo insieme agli altri.

“Avrei voluto intitolare questo articolo “Chi ha ucciso il giallo italiano?” ma sarebbe stato troppo simile al commento “Chi ha ucciso la fantasia dei giallisti italiani?” di giò su aNobii. In realtà avrei voluto scrivere quello che lei ha scritto nella sua efficace e vera osservazione generale sullo stato (inesistente) del giallo italiano: “Un po’ sulla scia del giallo poliziesco all’italiana: più socio-psicologico che giallo vero e proprio. Alla fin fine questi libri sembrano tutti uguali. Cambia la città e la parlata; una volta c’è l’agente di polizia; un’altra il commissario o l’avvocato… ma dopo tutto le storie si assomigliano tutte e i personaggi rispondono quasi sempre al medesimo cliché. Insomma gli autori son diversi, ma sembra di stare dentro a un’unica gigantesca fiction televisiva che va da Napoli a Bari, da Milano alla Sicilia. L’imperativo è: 1.scrivere un libro con un protagonista “molto umano”, con le sue debolezze, ma fondamentalmente “giusto”. Non bello, non brutto, non acuto, non scemo. Un po’ triste, trasandato, sensibile, ma con un misto di cinismo-ironia-malinconia, e soprattutto completamente privo di qualsiasi moto di allegria. 2. Scrivere un libro infischiandosene assolutamente della trama e degli ingredienti che fanno di un giallo un buon giallo. Che importa se lo spunto è scialbo, se ci sono delle incoerenze nella storia, se non ci sono suspense ed enigmi da sciogliere. Qui c’è ben altro, c’è la problematica sociale a far da padrona, ci sono i risvolti psicologici… che barba!”.

Per Alberto Custerlina il noir è morto. “Se però vogliamo far finta che sia tra noi, allora direi che si dovrebbe cominciare a fare a meno di certi cliché talmente abusati da essere diventati delle macchiette. Mi riferisco ai vari commissari, ispettori e marescialli. Io capisco che la gente non è mai stufa di queste storie (tutte uguali, e quindi torniamo al discorso di prima), ma dico pure che uno dei compiti dello scrittore è di offrire alle persone dei percorsi di crescita e non favorire il loro immobilismo mentale”.

Carlo Oliva si è stufato di questa sovrapproduzione e ha invitato i giovani a scrivere poesie piuttosto che giallastri disumani (mi immagino la faccia dei poeti, quelli veri…).

Valerio Evangelisti non ce la fa più a reggere la caterva di topoi che ormai sono di casa e di bottega: investigatore privato e cinico, il poliziotto coraggioso, il serial killer eccetera, eccetera, eccetera. Quella che all’inizio poteva essere una sfida al nuovo e al diverso diventa acquiescenza e serena consolazione. Insomma una palla.

Vitaliano Trevisan in “Le inutili denunce dei nostri scrittori” in “La Repubblica” del 21 luglio 2009, scrive che la letteratura per ora resiste “A patto di non trasformarsi in uno di quei professionisti della realtà che infestano il globo e di cui l’Italia è ormai satura, che volteggiano leggeri sulle periferie diffuse in cerca di cadaveri. Il tempo di spolparli e di cagare la relativa narrazione, e via di nuovo in volo, in cerca di un terremoto, di una guerra, di un assassino, di una vittima, di una qualsiasi sfiga, purché di mercato”.

Anna Maria Ortese in “Da Moby Dick all’Orsa Bianca”, Adelphi 2011, “Tutti criticano, nessuno legge”. Oggi si vive per scrivere, mentre i grandi del passato scrivevano per vivere normalmente.

Luigi Bernardi “Non è vero che tutti hanno qualcosa da dire, delle storie da raccontare. Servono narratori a tempo pieno, non narratori della domenica. Qualcuno fra le centinaia di migliaia di persone che in Italia pretendono di scrivere dovrebbe fare un passo indietro e limitarsi a leggere. Ma noi italiani siamo così, ci piace il lavoro intellettuale perché non affatica il corpo e permette una serie infinita di lamenti, in un paese dove la sola identità nazionale è costituita dalla propensione al lamento”.

Massimo Carloni  “Che Garcia-Roza abbia voluto iniziare la sua carriera di scrittore di noir a sessant’anni dopo trent’anni di onorato servizio all’Università di Rio non può che farci piacere: assediati, in patria e all’estero, da “giovani” scrittori che non hanno neppure letto i classici del genere e hanno un’esperienza di vita a dir poco monotematica, fa piacere sentir filtrare da queste pagine un’antica e malinconica saggezza”.

Termino con una sentenza glaciale del noto traduttore Luca Conti “Il livello medio della produzione italiana recente fa accapponare la pelle”.

Ecco questo è quello che ho potuto spedirvi ed ora non ho tempo per le mie osservazioni che devo escogitare qualche trucco per uscire dal gabinetto.
A presto. Spero…

Fabio e Jonathan Lotti

Copper, un poliziotto nella NY del 1860

BBC America – mai saputo che esistesse BBC America, confesso, e in effetti Wikipedia conferma che Copper è la prima serie prodotta direttamente negli USA dalla rete britannica – dicevo, BBC America ha trasmesso i primi quattro episodi di una nuova serie TV. Il Copper – sbirro, in gergo – del titolo è Kevin Corcoran, poliziotto newyorchese a metà tra uno sceriffo e Grissom di CSI.
Corcoran, Corkie per gli amici, tornato a casa dalla guerra di secessione durante la quale ha salvato (forse – lo scopriremo dopo) il ricco Robert Morehouse, si è guadagnato un posto nel Sesto Distretto di Polizia di New York. Corcoran ha una visione della legge un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: segue i casi di delinquenza spicciola, frequenta un bordello, cerca con ogni mezzo la moglie, scomparsa mentre lui era in guerra. Intorno a lui la corruzione è prassi a ogni livello. La povertà dilaga. Razzismo e discriminazione sono legali.
Eppure Corkie, nella sua ignoranza, è a suo modo un antesignano: quando si imbatte in un crimine violento rifugge dalle soluzioni più “opportuniste” e cerca la verità insieme al dottor Freeman, medico di colore (oggi diremmo anatomopatologo), guadagnandosi per questo motivo le frecciatine ironiche degli altri poliziotti del Distretto.
Sono anni di forti tensioni. Corchoran è irlandese, i neri sono ancora segregati (troppo tempo dovrà passare prima che la situazione cambi), nel frattempo la città di New York si sta rapidamente sviluppando, scatenando l’avidità dei bianchi. Vivere o morire è questione di un momento, soprattutto per donne e bambini, allora come ora vittime quasi predestinate.

Se il buongiorno si vede dal mattino, Copper sarà l’ennesimo successo annunciato. Personaggi capaci di ogni nefandezza (ricordate Luther?), ricostruzione storica maniacale (ricordate Boardwalk Empire?), ritmo serrato e immancabili sfumature crime e rosa. Mi dicono somigli a Deadwood, altra serie di grande successo, ma in chiave urbana.
In attesa delle altre premières (la stagione televisiva americana entra nel vivo a fine settembre), le dieci puntate della prima stagione di Copper sono una buona compagnia per le serate autunnali.

Qua il sito ufficiale.

Niceville di Carsten Stroud: quando l’uomo con la pistola incontra il paranormale…

…l’uomo con la pistola è un uomo morto? Non necessariamente. In Niceville di Carsten Stroud (Longanesi, 2012 – da ieri nelle librerie) il detective Nick Kavanaugh  – reduce di guerra residente nella tranquilla cittadina di Niceville – deve indagare su un’assurda sparizione:

Alle 15.13.55 Rainey Teague c’è, è proprio lì.
Alle 15.13.56 il ragazzo scompare.
Non sguscia fuori dall’inquadratura, non si abbassa, non salta verso l’alto, non si allontana, non si trasforma in uno sbuffo di fumo, non viene strattonato via dalla mano di uno sconosciuto.
No, scompare di colpo, come se fosse stato soltanto un’immagine digitale e qualcuno avesse premuto il tasto CANCELLA.
Rainey Teague d’un tratto sparisce.
E non torna più.

Ma non c’è solo questo. Tutto, a Niceville, è permeato da una strana aura. Circa un anno dopo la sparizione di Rainey, un uomo trama la sua vendetta per un’ingiustizia che ritiene di aver subito, una donna scompare nel nulla e una sanguinosa rapina in banca metterà a dura prova la polizia di Niceville. È tutto molto “umano”, ma anche questi avvenimenti in qualche modo si incastrano nel quadro delle strane sparizioni per le quali Niceville detiene un record superiore alla media nazionale. All’ombra di Tallulah’s Wall, la rupe che sovrasta la città, sormontata dal cupo Crater Sink, un gorgo da cui nessuno è mai riemerso, le 4 famiglie di “fondatori” di Niceville – gli Haggard, i Cotton, i Teague e i Walker – si tramandano un terribile segreto di generazione in generazione…

L’autore, Carsten Stroud, si è gentilmente prestato a rispondere a qualche domanda in occasione dell’uscita del romanzo:

AB – Innanzitutto, ho letto che Niceville è il primo romanzo di una trilogia. Avevi già in mente che lo fosse quando hai iniziato a scrivere, o hai deciso in un momento successivo?
CS – Era già una mia intenzione, anche se l’arco della narrazione è cambiato molto rispetto alla mia previsione iniziale. Penso che sia una buona cosa quando i personaggi del tuo libro si liberano, in qualche modo, dalle tue aspettative e dai progetti che avevi per loro. In questo caso vanno assecondati, perché il risultato potrebbe essere sorprendente. È esattamente ciò che è accaduto con Niceville, e anche con il secondo libro (The Homecoming) che ho appena completato, e immagino che – se avrò fortuna e abbastanza calma da rendermene conto – succederà anche nel terzo, The Departure.

AB – Leggo nella tua biografia che hai lavorato nel campo della pubblica sicurezza e come giornalista investigativo, e hai vinto – insieme a tua moglie, la ricercatrice e scrittrice Linda Mair – diversi premi su riviste a tiratura nazionale prima di scrivere un best-seller sulle “forze armate” americane (polizia, esercito, sceriffi). Poi sono arrivati i libri di fiction, tra cui Cuba Strait, Black Water Transit, Cobraville, e Lizardskin, alcuni dei quali sono stati opzionati per diventare film. Su internet ho trovato due diversi siti web, carstenstroudbooks.com e nicevilleusa.com, come se tu volessi tenere separati i tuoi libri precedenti dall’attuale trilogia. Quando è arrivata la svolta?
CS – Il punto di svolta della mia carriera è arrivato durante un lungo viaggio nel Sud degli Stati Uniti. Io e Linda – mia moglie – abbiamo passato molti anni viaggiando insieme, sia per lavoro che per il piacere della compagnia reciproca, e a volte sembriamo una coppia di poliziotti che osserva e prende nota di tutte le stranezze in cui ci imbattiamo. Nel caso di Niceville, Linda aveva notato una serie di auto distrutte e messe in fila lungo la carreggiata dell’interstatale opposta alla nostra. Ma non c’era polizia sul posto. Ce ne siamo meravigliati e abbiamo elaborato una teoria per spiegare quale fosse la relazione fra quelle carcasse. Da questo è nata l’idea di una seria a proposito di un poliziotto specializzato in inseguimenti che vive in una piccola e strana città del Sud. Niceville è basata, per certi aspetti, su Savannah (Georgia) e Marietta (Georgia), ma è soprattutto di nostra invenzione. Ci rendevamo conto che Niceville sarebbe stato molto diverso da altri libri che avevamo scritto. Quindi abbiamo chiesto a nostra figlia Emily di disegnare e creare un sito a parte per la serie di Niceville. Il sito (www.nicevilleusa.com) è opera sua, e devo dire che è brillante. Emily è stata la prima ad accorgersi che dentro il nome Niceville si nasconde la parola Evil (il Male).

AB – Cosa succede quando un uomo d’azione, forte ed energico come Nick, un soldato e un combattente, si scontra con un’attività “sovrannaturale”?
CS – La reazione di Nick di fronte agli eventi paranormali che si sviluppano in Niceville è una lenta e riluttante accettazione che dietro l’apparente bellezza della cittadina possa celarsi qualcosa di inspiegabile e totalmente maligno. La sua reazione è probabilmente la stessa di ogni altra persona ragionevole. Quando mi è capitato di imbattermi in eventi che non sono stato in grado di spiegarmi razionalmente, la mia prima reazione è stata quella di non credere ai miei sensi, poi di non credere a ciò che stava accadendo e solo alla fine mi sono costretto a prenderli in considerazione realmente.

AB – OK, devo dirlo: Tony Bock, a dispetto di tutti i tuoi sforzi per mostrarlo come un uomo gretto e meschino, è un personaggio divertente. È talmente “piccino” e sciocco che non si può fare a meno di riderne. Che ne pensi?
CS – Ho incontrato tre uomini molto simili a Tony Bock e non mi piacevano per niente, ma questo è dovuto ai danni che avevano causato nella realtà. Nel caso di Tony Bock, il mio macabro senso dell’umorismo si è manifestato attraverso di lui. L’ho messo in una situazione in cui i suoi difetti caratteriali diventavano farsa. È stato divertente farlo, anche se forse in questo modo si è perso il potenziale negativo che questo personaggio avrebbe avuto. Ma sono un uomo che apprezza una sana risata e non perdo occasione di farlo. So che l’umorismo presente in Niceville colpisce molte persone perché sembra fuori luogo in un thriller/horror, ma nella mia vita mi sono trovato in situazioni molto brutte – scene di omicidi e scontri a fuoco – e quasi tutti i presenti avevano un senso dell’umorismo molto nero e tagliente. Era il modo in cui affrontavamo le difficoltà.

AB – Chi è il tuo personaggio preferito? A parte Nick, naturalmente (immagino che il protagonista sia un po’ come il figlio primogenito, per gli scrittori).
CS – Il mio personaggio preferito a dire il vero è Coker, subito dopo viene Charlie Danziger. Coker è un perfetto “cattivo” e un buon thriller non può fare a meno di un cattivo molto convincente. Credo di aver riservato a Coker le mie righe migliori, e questo significa che mi piace davvero.

AB – Nel tuo romanzo le donne sono personaggi forti, con una personalità ben definita, e questo non sempre si vede nei romanzi, mentre nella realtà è frequentemente vero. C’è lo zampino di tua moglie nel modo in cui tu “tratti” i tuoi personaggi femminili?
CS – Lascia che ti racconti una storia. Tanto tempo fa Linda – che non solo mi aiuta a dar forma alle idee, ma si occupa di fare ricerca e del primo editing del manoscritto – bene, Linda stava finendo la prima lettura di un libro chiamato Sniper’s Moon. Ha messo il manoscritto da parte e ha detto “Lo sai che tutte le donne in questo romanzo indossano la mia stessa lingerie?” e io ho risposto “Certo. Non pensi che sarei in grossi guai se descrivessi qualcosa di diverso?”. Linda è il mio modello per tutte le donne forti, sexy e pericolose che si trovano nei miei romanzi. Naturalmente la adoro, ma cerco di non farla arrabbiare. Una volta mi ha lanciato un ferro da stiro. L’unico motivo per cui sono ancora vivo è che la spina è rimasta collegata alla presa. Bionda con gli occhi verdi e incline alla vendetta e alle stravaganze. Sono fortunato ad averla. Lo dico a tutti miei amici maschi – che la adorano quanto me – “Nessuno di voi resisterebbe più di un minuto in una gabbia con questa grossa gatta. Solo io ho il coraggio”. Questa è Linda…

AB – Nella tua biografia racconti di aver svolto diversi lavori prima di diventare uno scrittore professionista. Hai mai avuto esperienza personale e diretta di situazioni rischiose?
CS – Sì, sono stato esposto a rischi – e non solo quando ho fatto infuriare Linda – ma poiché ero quasi sempre in compagnia di uomini molto più coraggiosi di me l’ho sempre scampata. Non che mi sia piaciuto essere bersaglio di uno sparo o trovarmi in un combattimento, ma sono contento di aver avuto queste esperienze. Avere esperienze di prima mano sulle armi e sui danni che producono aiuta a scrivere scene molto più convincenti nei libri. È utile anche sapere come funziona un arresto cardiaco e cosa si prova quando si ha davvero paura…

AB – Nick è un veterano di guerra. Mi sembra di capire che tu ti interessi di politica, in particolare degli aspetti riguardanti l’estero, la difesa e i temi internazionali. Secondo te, chi sarà il prossimo presidente Americano?
CS – La mia previsione, tastando il polso degli Americani, è Barack Obama. Non sono sicuro che sia che sia il migliore in assoluto, ma nessun altro lo sarebbe, dal mio punto di vista.

L’autore aggiunge, direttamente in italiano:

Grazie per questo! è stato divertente. Spero che ci incontreremo in Italia l’anno prossimo!

Ciao,
Carsten

Assaggio d’autore gratuito qua, per leggere un’anteprima:

Books To Die For: omaggio dei crime writers alla letteratura di genere di tutti i tempi

È uscita alla fine di agosto la monumentale, epica raccolta Books to Die for (Hodder and Stoughton, 2012), a cura di John Connolly e Declan Burke. Si tratta di un tomo ponderoso (oltre 700 pagine) ma imperdibile per gli appassionati del giallo, ricco di informazioni e di agevole consultazione.

A circa 120 autori di crime, viventi e pubblicati in tutto il mondo, è stato chiesto di segnalare il romanzo che li ha “segnati”, quello di cui parlerebbero al bar con un amico e che regalerebbero senza esitazione. Ciascuno di loro ha espresso una (e una sola) preferenza, motivandola.
Il risultato è una impressionante sequenza cronologica di altrettanti romanzi più o meno celebri, strettamente inerenti al canone, pubblicati tra il 1841 e il 2008 e accomunati dall’essere dei must-have-and-read. Si va dai racconti di Auguste Dupin (Edgar Allan Poe) all’ultimo romanzo di Mark Gimenez. Scopriamo così che alcuni scrittori contemporanei hanno gusti insospettabilmente classici, visto che vengono citati autori datati (ma evidentemente intramontabili) come Charles Dickens, Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Dashiel Hammett.

Tra i “mostri sacri” intervistati spiccano nomi notissimi, praticamente tutti: Michael Connelly, Jeffery Deaver, Lee Child, Deon Meyer, Jo Nesbo, Elmore Leonard, James Sallis, George Pelecanos, Dennis Lehane, Leonardo Padura, Jean-Cristophe Grangé, Kathy Reichs, Ian Rankin, Sophie Hannah, Val McDermid, Anne Perry, Sara Paretsky, Karin Slaughter, Carol O’Connell, Mark Billingham, David Peace, Minette Walters, Peter James, Joe Lansdale, Laura Lippman, John Banville, Liza Marklund… Alcuni fra questi sono a loro volta citati dai colleghi. La gran parte, noterete, sono di area anglosassone in senso lato (inclusi cioè il Canada e l’Australia), ma non mancano scandinavi, spagnoli, sudamericani, francesi e perfino cinesi (Qiu Xiaolong, who else?). L’elenco completo dei contributors lo trovate qua.

Gli autori citati, invece (ma non il libro prescelto!), li trovate qua. E alcuni, udite udite, non sono solo autori di crime. Basti pensare a Douglas Adams, noto per la mai troppo celebrata Guida galattica per gli autostoppisti. Che ci fa Douglas Adams in tale spettabile consesso? (Io lo sapevo già, ma io non faccio testo :)).
E che dire di J. M. Coetzee, Nobel per la letteratura nel 2003?

E gli italiani? Nessuno è stato citato. Sembra che il nostro Paese non abbia prodotto letteratura di genere degna di passare alla storia: eppure, che ne so, magari Il nome della rosa mi sarei aspettato di vederlo citato (e in effetti secondo il co-curatore John Connolly avrebbe dovuto essere inserito, insieme ad altri che, rimasti incolpevolmente fuori dall’elenco, sono menzionati on line come bonus materials).

Ma.

Un autore italiano è stato intervistato, insieme ai mostri sacri di cui sopra, e ha espresso una preferenza molto raffinata, seppure straniera. L’autore nostrano è Elisabetta Bucciarelli. La preferenza… non ve la dico, dovrete scoprirla da soli in Books to Die for.

Disponibile anche in ebook:

Se vi state chiedendo perché ci sono due copertine diverse, è dovuto al fatto che l’edizione già disponibile è quella inglese (qua sopra), mentre quella americana (foto in alto) uscirà ad ottobre 2012.

Il bosco degli orrori di John Rector

Questo è un post che potrei risparmiarmi, ma visto che
a) ho letto il romanzo e
b) non vorrei dare la sensazione di entusiasmarmi per tutto ciò che leggo,
ne parlerò brevemente.
Il bosco degli orrori
(Giunti, 2012) non ha nulla che non vada, ma è un libro che non consiglierei. Scritto con il chiaro obiettivo di una trasposizione cinematografica, è un thriller psicologico con venature horror. Un casino, insomma.
Il romanzo prende l’avvio dalla scoperta del cadavere di una giovane donna ai margini di un campo di granturco. Il campo appartiene a Dexter, alcolista con problemi mentali (tenuti sotto controllo grazie alle medicine che non sempre ricorda di prendere), appena lasciato dalla moglie Liz. Un déja vu, uno stereotipo di protagonista incasinato. Dexter non racconta a nessuno della scoperta del cadavere perché non solo ha un vuoto di memoria, ma teme di essere accusato di omicidio. Già da ragazzo, infatti, si era reso protagonista di un episodio violento.
Il cadavere appartiene alla giovane Jessica e non c’è modo di sapere in che modo sia morta: mentre in paese iniziano le ricerche per ritrovarla, Jessica sta là nel campo, assediata da insetti e roditori, ogni giorno più decomposta, e parla con Dexter. La cosa va avanti per qualche giorno, giorni nei quali Dexter perde definitivamente la bussola nonostante che la moglie e Greg, lo sceriffo, cerchino di riportarlo alla realtà.
Non c’è un’indagine vera e propria, solo la definitiva caduta verso il fondo di Dexter, tanto che alla fine, se non ci fosse una confessione rivelatrice, resteremmo con il dubbio su ciò che è realmente accaduto.

Per farla breve, Il bosco degli orrori è un romanzo senza infamia e senza lode, senza personaggi memorabili, senza originalità. Senza. Una di quelle cose che si leggono, a volte, ma che sono condannate all’oblìo senza rimedio.

Anche in ebook:

Quando l’autore si recensisce da solo…

Quella delle autorecensioni è una pratica diffusa e mai abbastanza deprecata. Normalmente io la associo all’autore esordiente che, sull’onda di un ingenuo entusiasmo, non appena si trova tra le mani il suo romanzo – sì, proprio quel romanzo che magari è riuscito a pubblicare, dopo decine di rifiuti, pagando “solo” le spese tipografiche o acquistandone “solo” quelle 5-6000 copie di cui farà gradito dono a parenti e amici – si dedica anima e corpo alla promozione. Promozione che consiste solitamente
– nell’invitare tutti i contatti su FaceBook alla lettura, con cadenza (quando va bene) quindicinale;
– nel recensirsi da soli su Amazon, IBS, addirittura Ebay;
– nell’intervenire in tutte le discussioni in rete (blog, social network, siti) vertenti su temi “hot”: interventi a gamba tesa nei quali, qualunque sia l’argomento in esame, il consiglio spassionato è sempre quello di leggere il romanzo dell’autore Tal dei Tali.
La prima attività normalmente viene fatta mettendoci la faccia; la seconda e la terza sono quelle che discriminano l’ingenuo entusiasta (che si espone con nome e cognome) da quello in malafede (che si firma con altro nome, salvo poi essere riconoscibilissimo per via dello stile).

Quella di cui sopra è prassi diffusissima, dicevo. La sorpresa – amara – è stata leggere che all’estero (ma sarà solo all’estero?) incorrono in queste cadute di stile anche autori celebri e blasonati. È il caso di R.J. Ellory che, riporta il Telegraph, dopo essere stato smascherato da un collega, si è dovuto scusare pubblicamente per avere non solo recensito i propri romanzi in termini entusiastici, ma anche denigrato quelli di altri scrittori, il tutto sotto falso nome. “Una pratica patetica”, viene definita dai colleghi.
La condanna arriva anche dalla Crime Writers’ Association che bolla la pratica del “sockpuppeting” come iniqua nei confronti di scrittori e lettori nonché contraria all’etica dell’Associazione.
La gravità della cosa è accentuata dal fatto che l’autore in questione ha venduto oltre un milione di copie dei suoi dieci romanzi, tradotti in diverse lingue (in Italia tre di questi sono usciti per Giano).
Se umanamente si possono comprendere i motivi di questo comportamento (spaziando dall’invidia all’insicurezza), professionalmente risultano del tutto ingiustificabili. Visto il danno all’immagine, poi, viene da chiedersi se uno scrittore che si comporta così non abbia una pesante vena di masochismo.
Quali che siano i motivi, ce ne vorrà di tempo prima che i lettori riacquistino fiducia nello scrittore. Fiducia conquistata a fatica, visto che un anno fa lo scrittore raccontava: Tra il 1987 e il 1993 ho scritto ventidue romanzi, tutti rifiutati più o meno con la stessa motivazione: ci dispiace, ma non possiamo pubblicare un autore inglese che scrive romanzi ambientati in America. Ho smesso per otto anni e ho ripreso all’indomani dell’11 settembre (dieci anni oggi, n.d.b.). E questa volta sono stato pubblicato. […] Quando ho ripreso a scrivere, mi sono approcciato alla scrittura con un’idea diversa, più diretta, più onesta. E soprattutto ora scrivo i libri che mi piacerebbe leggere, non i libri che piacerebbero agli altri. Se qualcuno mi chiedesse dei consigli direi: scrivi ciò che ti piacerebbe leggere e scrivi ciò che ti interessa. Perché se scrivi per le mode, le mode passano. E se scrivi per altri motivi – denaro, fama, desiderio di attenzione – stai scrivendo per motivi sbagliati.

(La foto in apertura è tratta da qua).

Update (via Steve Mosby): gli autori si mobilitano per denunciare il fenomeno e stigmatizzarlo.

Otto innocenti e un colpevole di J.J. Connington

Otto innocenti e un colpevole è un giallo classico, con soluzione complessa e arzigogolata, pubblicato per la prima volta in Italia da Polillo nella collana Bassotti dall’inconfondibile copertina rossa (che gli appassionati conoscono bene).

L’autore, J. J. Connington (pseudonimo di Alfred Walter Stewart), era uno scienziato e professore universitario che nel tempo libero si dilettava nella creazione di enigmi. Il romanzo è ambientato nella campagna inglese à la Christie, quando i ricchi vivevano di rendita e giocavano a bridge. La storia prende avvio da un biglietto della lotteria, legata a una corsa di cavalli, che viene acquistato da nove conoscenti. La somma in palio è elevata e per qualcuno dei partecipanti al Sindacato dei Nove risolverebbe molti problemi. Quando il biglietto viene estratto però le cose si complicano: la morte di uno dei Nove scatena un contenzioso legale e i giocatori rimanenti fanno un nuovo accordo in base al quale se il numero dei partecipanti dovesse dimunire la somma spettante a ciascuno di loro aumenterebbe…
E in effetti i partecipanti iniziano a diminuire in modo sospetto. Dovrà intervenire il capo della polizia per fermare la persona che sta cercando di prendere possesso della cospicua somma.

Lettura gradevolissima per gli appassionati del mystery anglosassone.