UmbriaLibri2012, ecco la sezione noir (Perugia, 9-11 novembre)

È online il programma di UmbriaLibri 2012. L’edizione di quest’anno è dedicata a Lo Stato … degli Italiani (i puntini possono essere riempiti a piacere, qua una lista delle parole suggerite. A me piace “precario”, ma anche “confusionale”).

Come accade già da qualche anno, ho il piacere di collaborare alla sezione noir di UmbriaLibri insieme a Pasquale Guerra e Silvia Rampini. Quest’anno potrete trovarci a Palazzo dei Priori (Sala della Vaccara). Ecco i nostri ospiti:

VENERDI 9 NOVEMBRE
h. 17.00
Introduce Ciro Becchetti
h. 17.30
Presentazione del libro
Giallo umbro di Pietro Del Re
La Lepre Edizioni
Intervengono Giovanni Dozzini e l’autore
h. 19.00
Presentazione del libro
La notte alle mie spalle di Giampaolo Simi
Edizioni e/o
Intervengono Silvia Rampini e l’autore

SABATO 10 NOVEMBRE
h. 17.30
Presentazione del libro
Mala suerte di Marilù Oliva
Elliot Edizioni
Intervengono Alessandra Buccheri e l’autrice
h. 19.00
Presentazione del libro
Sumino ‘o falco di Cosimo Rega
Robin Edizioni
Intervengono Fausto Cardella, Maria Stella Eisenberg, Pasquale Guerra e l’autore

A seguire consegna del premio Giovani lettori Memorial Gaia Di Manici Proietti per il miglior libro dell’anno a Elena Mearini

DOMENICA 11 NOVEMBRE
h. 10.00
Presentazione del libro
Il cameriere di Borges di Fabio Bussotti
Perdisa pop
Intervengono Rosalba Iannucci, Vanna Ugolini e l’autore
h. 11.30
Presentazione del libro
Il metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni
Mondadori
Intervengono Alessandra Buccheri, Pasquale Guerra e l’autore

Tutti gli ospiti di UmbriaLibri 2012.

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American Horror Story: Asylum (morboso)

E siccome Halloween è vicino e siamo perfettamente in tema, sappiate che è iniziata la seconda stagione di American Horror Story sulla rete americana Fox.
Grande attesa e molta curiosità per un seguito che in realtà ha pochi punti di contatto con la prima stagione, se non per la presenza di alcuni attori (tra cui Jessica Lange e Evan Peters) ma in ruoli completamente differenti rispetto all’anno scorso.

La prima puntata si apre con una coppia in luna di miele: sono giovani, innamorati e un po’ morbosi (ricordate questa parola: morbosi). In particolare la “lei” della coppia ha un’insana passione per l’horror e i due si divertono a far sesso nei luoghi più infestati d’America. L’ultima tappa del tour è Briarcliff, un ex sanatorio trasformato in ospedale per malati di mente criminali. Qui pare che fosse stato rinchiuso anche “Bloody Face”, un sanguinario serial killer. La coppia si addentra nei meandri del luogo abbandonato, scatta foto, espleta il sesso di rito e poi…

Flashback nel passato: siamo nel 1964 e Briarcliff è gestito da suor Jude (una strepitosa Jessica Lange), crudele ai limiti del morboso (ho già detto che la parola d’ordine di AHS Asylum è morboso?). Siamo in piena epoca di neri ghettizzati, omosessuali ghettizzati e pazienti psichiatrici torturati. A Briarcliff viene ricoverato anche Kit Walker (Evan Peters, già visto nella prima stagione), accusato di aver ucciso e scuoiato la moglie e altre due persone. Kit si dichiara innocente, ma viene ugualmente sottoposto al regime durissimo di suor Jude e del dottor Arthur Arden (James Cromwell), un medico autorizzato a compiere esperimenti (più sadici che scientifici, in una parola: morbosi) sui pazienti. La giornalista Lana Winters (Sarah Paulson) vuole scrivere un articolo sull’ospedale psichiatrico, ma si scontra con la comprensibile ostilità di suor Jude; decide quindi di introdursi nella struttura di nascosto, nottetempo, ma viene scoperta e internata.
Nella seconda puntata tutti diventano ancora più cattivi, se possibile. L’orrore risiede nella crudeltà senza scampo di tutti – tutti – i personaggi, nessuno escluso. Oltre che in scene splatter e… morbose.
Come nella miglior tradizione dell’horror, in AHS c’è sesso a go-go: molto erotica la cena di suor Jude con monsignor Timothy Howard (Joseph Fiennes), altre scene sono decisamente più esplicite (non manca la paziente ninfomane, interpretata da Chloë Sevigny, di cui ho già parlato qua).
So che molti rimpiangeranno la cameriera della prima serie, ma pazienza, non si può aver tutto…

Questo uno dei “promo” della seconda stagione (morboso!! l’ho già detto, vero?)

E questi sono i primi cinque minuti di American Horror Story: Asylum.

Al di là delle considerazioni ironiche, American Horror Story mi ha molto colpita.
Se vi piace l’horror AHS è perfetto perché declina l’orrore in tutte le sue forme, dallo splatter al medical, dagli alieni al possesso satanico, dai nazisti alla crudeltà umana, dal gotico al serial killer… Gioca con le ambientazioni, con i ritmi e con le paure che la mente umana partorisce. Flirta con il marcio che è dentro di noi. Mette in guardia dal mostro che vive “next door” sotto sembianze umane. Fa paura.
Insomma, piena approvazione anche per questa seconda stagione (strettamente riservata a un pubblico adulto). Buona visione…

Aggiornamento dopo la terza puntata: eccellente. Adesso ci sono anche gli zombie 🙂

“Di tutte le ricchezze” di Stefano Benni

Anche Stefano Benni (mi) è mancato per qualche anno. Contingenze, come per altri autori. Il riavvicinamento è avvenuto con Di tutte le ricchezze (Feltrinelli, 2012), ultima felice uscita dell’autore bolognese.

La trama – Martin, professore universitario in pensione, vive in un eremo isolato nei pressi di Borgo Cornio e si dedica quasi esclusivamente allo studio di Domenico Rispoli detto il Catena, il poeta e pittore morto suicida che è stato il suo cavallo di battaglia per tutta la carriera accademica. In realtà l’isolamento di Martin è piuttosto affollato, popolato da animali parlanti, vicini pittoreschi e occasionali visite di Remorus, ex collega viveur del professore. L’arrivo di Michelle e Aldo (rinominato il Torvo), coppia cittadina in cerca di ispirazione, crea un sussulto nel cuore di Martin, che si innamora di Michelle (lui, che ha amato tante donne e nessuna davvero). Un amore platonico per via della differenza di età, ma che risveglia la vena romantica e creativa del professore. L’incontro porterà delle conseguenze per tutti: ciò che è stato celato per lungo tempo dovrà essere rivelato: sentimenti, segreti, desideri.

Stefano Benni non ha perso il tocco magico del raccontastorie, la capacità di inventare parole e mondi anche quando descrive la realtà (d’altra parte è l’unico autore che riesce a rendermi piacevole la lettura della poesia, praticamente un miracolo). Di tutte le ricchezze è un (auto?)ritratto dell’intellettuale che si avvia malinconico verso la fine dell’esistenza. Con dignità, ironia e mantenendo il necessario distacco dalla volgarità e dalle meschinerie che non gli sono mai appartenute.

Contiene – Riflessioni sparse sull’editoria:

– I lettori sono sempre stati una minoranza, nei secoli dei secoli – sentenzio. – Ma una minoranza fertile, che sa contagiare e creare cultura. I suoi libri non andranno persi se sono belli, qualcuno li sta leggendo anche adesso.

…e sull’amore:

– Non possiamo sempre aspettare con pazienza. È come in amore. Ci innamoriamo di una persona e subito il nostro tempo accelera, l’abbiamo lasciata un momento fa e subito vorremmo rivederla, le ore lontano da lei sembrano lunghissime. Allora corriamo, scavalchiamo ostacoli e barriere, solo per raggiungerla un minuto prima. […]

…e sugli anni del tramonto:

Ascolti le voci nel muro professore? Sì, e parlo con gli animali.
E parlo col mio passato e con la mia parte peggiore. Non voglio ammettere che Michelle ha illuminato la mia solitudine. Ma quando una stanza viene illuminata, mostra anche quello che c’è di vecchio e di misero, e che non vogliamo più. Mi mancherà, come mi manca mio figlio, come spesso mi manca un amico con cui ridere o sfogarmi.
La mia solitudine è dignitosa, la affronto a testa alta, ma se la guardo in faccia mi deride, mi ferisce, fa ritornare tutte le solitudini del passato. È così: ogni solitudine contiene tutte le solitudini vissute.

E questo è dedicato a mio padre, professore universitario in pensione, che tratta il cane come se fosse la quarta figlia (la prima, in ordine di importanza):

IL DODECALOGO DEL BUON CANE

1. Ama il padrone tuo come te stesso.
2. Odora il padre, la madre e tutto il resto.
3. Caga sempre dove qualcuno può passare.
4. Se ti abbandonano non ti meritano.
5. La pulce è sempre dove non puoi grattarla: accettalo.
6. Non desiderare la ciotola d’altri, ma se capita…
7. Se uno è più piccolo di te ringhia, se è più grosso mettiti a pancia in su.
8. Ciò che per altri è puzza per te è curiosità.
9. Ulula, crederanno che stai dicendo qualcosa.
10. Se il padrone si siede a tavola, guardalo come se non mangiassi da un anno.
11. Quando fai le feste, la tua gioia sia proporzionale al tuo peso.
12. Il tuo padrone non è strano, è umano: accettalo.

Anche in ebook:

e in audiolibro:

Hit & Miss: un altro colpaccio della tv inglese (tra famiglia e identità sessuale)

Questi inglesi continuano a stupirmi: ultima, in ordine di apparizione, la mini-serie tv in sei puntate Hit & Miss andata in onda su Sky Atlantic.

Hit & Miss si svolge nella provincia rurale e ben poco sfarzosa di Manchester. Mia (l’attrice-scandalo Chloë Sevigny) è una killer prezzolata, lavora per un certo Eddie e vive in completo isolamento (il tipo di lavoro che fa non favorisce certo la vita sociale). Oltretutto Mia all’anagrafe si chiama Ryan e  – anche se l’aspetto esteriore è del tutto femminile – sta risparmiando per pagare l’intervento che completerà la trasformazione da uomo a donna.
Il problema è che una decina di anni prima, in un momento di crisi di identità, Mia/Ryan ha avuto una relazione con tale Wendy: è proprio da una lettera di Wendy, in fin di vita, che Mia apprende di avere un figlio. Quando va a conoscere Ryan junior Mia scopre che Wendy le ha affidato la tutela legale di altri tre ragazzini, figli di padri diversi. Mia si trova quindi a badare a due maschi e due femmine tra i 5 e i 16 anni che vivono – in condizioni di sostanziale abbandono psicologico – in una fattoria isolata. La sua presenza non sarà immediatamente accettata né dalla “famiglia”, né dalla comunità locale: Mia è tosta ed è un’estranea, due buoni motivi per emarginarla, e ai ragazzi non sfugge che la donna nasconde dei segreti. Per Mia sarà complicato conciliare il lavoro e la famiglia, ma ancora più complesso sarà far accettare la sua identità transgender a chi le sta accanto.

Con una trama così, era facile scadere nel ridicolo o peggio nel grottesco, e invece ecco il colpo di scena: Hit & Miss funziona. I temi scabrosi (famiglia fortemente disgregata e transgenderismo) sono trattati senza giri di parole, in maniera molto diretta e non edulcorata. Mia (vittima di abusi di ogni tipo) è violenta e spietata; i ragazzi sono crudeli, di quella crudeltà che solo l’infanzia problematica può avere; i vicini sono rozzi e ignoranti, e persino l’uomo di cui Mia si innamora ha difficoltà a comprenderne la doppia natura, mostrando un’insensibilità che non deve essere molto lontana dalla realtà.

L’unico appunto che posso muovere alla serie, che a buon diritto può essere definita noir, è che ha un finale molto aperto. Preludio a una seconda stagione? Lo spero, anche se non ho trovato notizie in merito. Hit & Miss rischia di essere un unfinished business, e questo sarebbe davvero un peccato.

The Rocky Horror Picture Show torna al cinema ad Halloween

Halloween è forse la festa che preferisco: perché non è accompagnata dall’alone di mestizia nostalgica che hanno il Natale e la fine dell’anno, o dai doveri celebrativi di altre festività, ma anche perché ha una forte impronta dark (e i frequentatori di lunga data sanno quanto il “nero” mi abbia contraddistinta per lungo tempo). Accolgo quindi con gioia il fatto che in molte sale italiane verrà riproposto (il 30 e 31 ottobre) The Rocky Horror Picture Show, il film-musical-culto datatissimo che raccoglie fan e adepti in ogni angolo del mondo.

Qua l’elenco delle sale in cui sarà proiettato (in continuo aggiornamento)

Questo significa avere una scusa per festeggiare e per mascherarsi a tema: è previsto, infatti, che si assista allo spettacolo con adeguato travestimento (volete mettere la soddisfazione, finalmente, di vedere uomini che indossano guepière e calze a rete?).

Raccomando la lettura delle “istruzioni per l’uso” predisposte dal Rocky Horror Picture Show Fan Club italiano e diffuse dalla Nexo, che illustrano la netiquette dei partecipanti e danno utili indicazioni su come fare “presenza attiva” durante la proiezione cinematografica.

E allora… Don’t dream it, be it!

Henning Mankell e Kurt Wallander

(Immagine tratta da Kurt Wallander Fans Blog)

Ho iniziato a vedere la serie tv Il commissario Wallander, non quella svedese ma quella british con Kenneth Branagh. La trovo un po’ lenta, come d’altra parte trovo piacevolmente lenti i romanzi di Henning Mankell da cui la serie è tratta, ma molto aderente allo spirito dei libri. Ho conosciuto gli scrittori scandinavi in tempi non sospetti, ben prima del boom di Stieg Larsson, proprio attraverso i romanzi di Mankell e del suo straordinario commissario. Wallander ha avuto un’evoluzione, da giovane poliziotto fino a commissario capo del distretto di Ystad, e a furor di popolo è tornato in L’uomo inquieto per raccontare gli anni della pensione. Come già fece Agatha Christie con Miss Marple, Mankell non fa morire Kurt Wallander ma lascia intuire che la sua storia è finita, almeno per quel che riguarda i lettori. Prima del L’uomo inquieto c’era stata la raccolta di racconti Piramide, in cui venivano svelati i retroscena mai esplicitati della vita privata di Wallander (ad esempio la fase precedente all’incontro con Mona, di cui si innamorerà e che sposerà). Già in Piramide compariva il sottotitolo I romanzi dell’inquietudine europea, ovvero dell’inquietudine del nostro tempo: “I delitti senza logica, le divisioni e tensioni nella società, il disgregamento dei valori su cui un tempo si fondava, e lo stesso Wallander con la sua vita privata così instabile riflettono il nostro tempo, con le sue paure e insicurezze, la violenza che lo attraversa, e lo smarrimento che tutto ciò crea. Una fotografia in cui milioni di lettori di tutto il mondo si sono riconosciuti”.

Proprio in quell’occasione ho avuto la straordinaria opportunità di intervistare Henning Mankell. Era il 2005 e Mankell era in Italia per presentare un altro libro, Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids, che tratta un tema molto caro all’autore. Un’intervista che ho il piacere di riproporre oggi perché ancora attualissima.

AB – Raccontami di te.
HM – Non parlo volentieri della mia infanzia. (La madre ha abbandonato la famiglia quando Mankell era molto piccolo, n.d.r.). Mi piace però ricordare la mia giovinezza. Ho vissuto a Parigi per qualche anno: mi sono trasferito lì quando avevo solo 15 anni. Non so cosa facevo. Ero molto giovane ma già sapevo di voler fare lo scrittore. A quel tempo chiunque pensasse di voler fare lo scrittore andava a Parigi. Così come un tempo chiunque volesse fare il pittore doveva andare a Roma: era una tradizione. Così andai a Parigi con duecento corone in tasca… Non so come sono sopravvissuto. Facevo i tipici lavori da immigrante, malpagati, ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Credo che la cosa più importante di quegli anni sia stata che ho imparato a prendermi cura di me stesso. È stata una buona scuola, essere da solo all’estero così giovane. Ho scritto il mio primo libro a 22 anni, nel 1970. Ho sempre scritto opere teatrali e ho anche lavorato come direttore di teatro. Tuttora trascorro buona parte dell’anno in Mozambico, dove dirigo il teatro di Maputo.

AB – Da dove viene l’idea di Kurt Wallander?
HM – Credo che uno dei più antiche tradizioni letterarie sia quella di usare lo “specchio” del crimine per parlare della società. Quando mi domandano da dove traggo ispirazione, normalmente rispondo che mi rifaccio all’antica tragedia greca: commedie scritte oltre duemila anni fa che parlano di crimine. Qual è la storia di Medea? È la storia di una donna che uccide per gelosia. Un altro esempio di crime literature è Shakespeare. Voglio dire che la crime fiction ha una tradizione letteraria molto antica, anche se qualcuno stupidamente ritiene che sia stata creata 150 anni fa da Edgar Allan Poe. È una tradizione risalente nel tempo, e io cerco di inserirmi in questo filone, usando la storia criminale per raccontare le contraddizioni. Perché il crimine nasce dalla contraddizione e la letteratura di genere serve a descrivere ciò che sta accadendo nella società.

AB – E cosa sta accadendo nella società?
HM – I cambiamenti in Europa – il blocco dell’Est che si è avvicinato ai paesi occidentali – hanno portato un nuovo tipo di criminalità. Anche questo è un mondo che si presta bene a essere rappresentato attraverso romanzi criminali.

AB – A parte le ovvietà, qual è la differenza principale tra Europa e Africa? Non parlo del clima, ma della gente, delle emozioni.
HM – Per molti anni ho cercato le differenze, ma l’unica cosa che ho trovato sono le somiglianze. Siamo davvero tutti uguali, sotto la pelle di diverso colore. Reagiamo esattamente allo stesso modo di fronte alle cose. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di visitare un piccolo e sperduto villaggio del Mozambico dove la gente non aveva mai visto la televisione. Abbiamo portato lì un televisore e abbiamo mostrato loro la videocassetta di un film di Charlot e la gente ha iniziato a ridere immediatamente. Non sapevano cosa fosse un film né chi fosse Charlie Chaplin, ma davanti alle immagini ebbero le stesse reazioni che abbiamo noi.
Le relazioni tra Africa e Europa oggi non sono buone: ciò che sta accadendo a Lampedusa oggi (gli sbarchi di clandestini e il problema dei campi di prima accoglienza, n.d.b.) ne è un esempio. Ma dobbiamo ricordare che la relazione tra i due continenti, in una prospettiva di lunghissimo periodo, è stata molto buona; è solo negli ultimi quattrocento anni che il colonialismo ha rovinato tutto.
Spero che in futuro torneremo alle buone relazioni che avevamo un tempo. E credo che sarebbe un’ottima cosa costruire un ponte tra Gibilterra e il nord Africa. Se, fra centocinquanta anni, potessi tornare indietro per trenta secondi e dare un’occhiata intorno, davvero vorrei vedere che le relazioni sono tornate buone. Dobbiamo ricordare che uno dei tre re Magi era un nero. Dobbiamo anche ricordare che la razza umana viene dall’Africa, che vuol dire che tutti noi abbiamo antenati di colore. Tendiamo un po’ troppo spesso a dimenticare queste cose.

AB – Piramide, che esce adesso con Marsilio, è l’ultimo romanzo di Kurt Wallander. Perché hai smesso di scrivere su Wallander?
HM – Era importante per me fermarmi in tempo. Non volevo correre il rischio di scrivere per routine. In realtà il protagonista è rimasto in famiglia, perché ora è sua figlia Linda. È stato molto divertente perché il primo libro con Linda ha venduto più di quelli con il padre, quindi pare che la gente abbia accolto bene il cambiamento.

AB РWallander spesso ha problemi con i giovani, a partire dal rapporto con la figlia, che ̬ molto freddo e problematico.
HM – Molti adulti hanno problemi a ricordarsi com’è essere giovani. Io cerco di essere sempre a contatto con i giovani, visito spesso le scuole, cerco di capire cosa pensano, cosa si aspettano dal mondo. Spesso scopro, ad esempio, che i giovani sono molto più interessati alla politica degli adulti.

AB – Wallander e Mankell: cos’hanno in comune?
HM – Tre cose: amano l’opera; hanno la stessa età; lavorano moltissimo. Per il resto, sono completamente diversi.

AB – È importante che i libri siano credibili?
HM – Sì.

AB – Come ti documenti?
HM – Faccio ricerca, se necessario. Ci sono due obiettivi del fare ricerca: il primo è quello di descrivere correttamente come sono le cose; e il secondo è sapere esattamente come sono le cose e poi cambiarle. Così la gente non può dire se qualcosa è accaduto o meno realmente; ciò che voglio che dicano, in realtà, è che una cosa potrebbe essere davvero accaduta. Quindi io faccio ricerca per essere preciso e per non esserlo.

AB – Che tipo di lettore sei?
HM – Leggo molto poco i gialli: solo Ian Rankin, John le Carrè… Di solito leggo i classici. Al momento sto rileggendo Elsa Morante: La storia, L’isola di Arturo

AB – Come ti rilassi?
HM – Leggo, sto con gli amici, cammino moltissimo…

AB – Come ti relazioni con le nuove tecnologie?
HM – Sono stato uno dei primi a usare il computer e adesso so anche mandare le mail… Mi trovo abbastanza bene, direi.

AB – Progetti per il futuro?
HM – Da poco ho terminato un nuovo lavoro teatrale che si chiama Lampedusa, a proposito di ciò che sta accadendo lì, nel centro di detenzione che sta esplodendo per la pressione gli immigrati. Sono stato a Lampedusa e ho constatato con i miei occhi questa tragedia silenziosa.
Inoltre sto preparando un nuovo libro. È basata sulla storia vera, accaduta in Europa circa centocinquanta anni fa, di un uomo accusato di aver falsificato un manoscritto. (Non sono riuscita a comprendere quale fosse il libro in questione, n.d.b.)

AB – C’è un messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?
HM РSempre. Ma ̬ diverso da libro a libro.

AB – C’è un filo conduttore nelle tue opere?
HM – È la solidarietà. L’idea è che la solidarietà fra le persone, prima ancora che tra i governi, possa salvare il mondo.

Henning Mankell è nato in Svezia nel 1948 e ha raggiunto il successo internazionale con la serie del commissario Wallander, dieci libri editi in Italia da Marsilio. Una serie tradotta in 35 lingue, che ha venduto più di 24 milioni di copie nel mondo e che ha un seguito ideale nelle vicende di Linda, la figlia di Wallander.
Mankell ha sposato in quarte nozze Eva, la figlia del regista Ingmar Bergman, e vive tra la Svezia e l’Africa, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, tra cui Comédia infantil (Marsilio 2001), Il figlio del vento (Marsilio 2002) e Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids (Marsilio 2005).

La camera azzurra di Georges Simenon

E doveva succedere anche questo: che l’autore classico (da me) più ignorato negli ultimi 40 anni si guadagnasse il diritto alla lettura. Iniziando però da uno stand-alone. Sto parlando di Georges Simenon, sul quale non mi dilungherò per non offendere la vostra competenza (sono sicura che lo conoscete meglio di me e in ogni caso consiglio il blog di Maurizio Testa Simenon-Simenon), soffermandomi invece su La camera azzurra (Adelphi, 2008), romanzo del 1963 in cui una relazione extraconiugale sfocia in una tragedia familiare.

Il ritmo è ossessivo, incalzante. Gli interrogatori di Tony Falcone, onesto lavoratore di origini italiane, davanti al giudice istruttore Diem sono intervallati dai ricordi dell’ultimo giorno trascorso nella camera azzurra, una camera d’albergo nella quale i due amanti – Tony e Andrée – si incontravano. La relazione subisce una battuta d’arresto nel mese di agosto, quando Nicolas Despierre, marito di Andrée, sembra aver scoperto la tresca. Tony si spaventa e si defila, dedicandosi a tempo pieno al lavoro e alla famiglia (la moglie Gisèle, rassegnata e remissiva, e la piccola Marianne). Andrée invece non si arrende e dà il via a una sciagurata sequenza di gesti, all’insegna di un folle “muoia Sansone con tutti i filistei”. Tony rimane spettatore passivo degli eventi e la conclusione non può che essere la peggiore – per tutti. Intorno ai protagonisti, un paese in cui tutti sanno e nessuno parla.

Non c’è giudizio nel racconto di Simenon (e come potrebbe esserci: lui d’altronde era notoriamente uno sciupafemmine), non c’è presa di posizione. C’è solo la descrizione del dramma, dell’ineluttabile, della sorte che si accanisce, di coincidenze implausibili che diventano indizi (e forse lo sono). La storia piccola di un amore folle, nato sui banchi di scuola e tetragono di fronte al tempo, agli eventi, alla vita. Rinunciabile per Tony, irrinunciabile per Andrée.

La lettura di La camera azzurra è vivamente sconsigliata a tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno avuto una relazione extraconiugale.

Disponibile anche in ebook:

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre

Vi ricordate il precedente appuntamento, quando ero stato bloccato al gabinetto dalla mogliera e dalla figlia? Ebbene mi sono finto svenuto, accasciato sulla tazza e sono stato liberato. L’amore, soprattutto quello filiale, ha vinto sulla voglia di stringermi adeguatamente il collo.

Ma veniamo a noi. Mi ha telefonato al cellulare il mio vecchio editore incavolato nero proprio nel bel mezzo di una ponzata. Gli avevo promesso di citare i miei gialletti da lui pubblicati ma non ne avevo fatto di niente. Anche al gabinetto ho la mia dignità. “Allora brutto stronzo…” ha esordito proprio nel momento ad hoc con la sua nota eleganza, ”Me ne frega assai della tua dignità…”. Non ve la faccio lunga. Ecco i miei tre gialletti e ci infilo pure una antologia curata dal sottoscritto, per non prendermi una frustata dall’altro editore:

Partita a scacchi con il morto, Prisma 2004.

Chi ha ucciso il campione del mondo?, Prisma 2005.

La diabolica setta di Caissa, Prisma 2006.

Antologia Giallo Scacchi – Racconti di sangue e di mistero di A.A.V.V. Ediscere 2008, curata da Mario Leoncini e dal sottoscritto

I primi sono tre gialletti che hanno come protagonista il commissario Marco Tanzini di Siena, fissato con i polizieschi, la giacchetta che deve portare anche quando fa un caldo boia e le cravatte che cura come tenere creature. Conosce gli scacchi e gli scacchisti del circolo senese e dunque il morto ammazzato ha sempre a che fare con il “nobil giuoco”. Tre gialletti leggeretti e spiritosetti che dovrebbero muovere le labbra al sorriso.

L’Antologia è il mio fiore all’occhiello. Una introduzione sul rapporto giallo scacchi nella letteratura poliziesca e poi racconti di penne mica da ridere come Marchesi, Luceri, Vesnaver, Fazzari, Pietroselli, Solito, Lupi e via discorrendo.

Salutati i miei gioiosi pargoletti (chiedo venia per l’autocitazione che ho cercato di restringere al minimo) vediamo un po’ quelli degli altri.

Sempre sul rapporto giallo-scacchi ecco Il maestro di scacchi di Massimo Salvatorelli, Piemme 2012. Si inizia dal 10 aprile 2005 e si finisce il 15 luglio. Numerosi flash back dal 22 marzo 1849 fino al 1902. Siamo a Roma ad un torneo del circolo di scacchi. Il narratore (gli eventi del presente in prima persona e quelli del passato in terza), l’avvocato Massimiliano (Max) Perri, sta giocando contro Chiara, una ragazzina “odiosa” di circa dodici anni, capelli viola, maglietta dark, scarponi, anelli e orecchini vari che lo fa fuori senza troppa fatica. Se la ritrova poi nel proprio studio a chiedere la riapertura del processo a suo padre Enrico Terrani, accusato di omicidio, ora in detenzione domiciliare e amico del padre dello stesso Massimiliano (Ferdinando) con il quale aveva in comune la passione per gli scacchi. Dunque occorre dimostrare la sua innocenza e scoprire chi ha ucciso Ferdinando, perché c’è pure questo dubbio (l’avvocato Perri al momento della sua morte era in America e seppe solo di un infarto mentre lavorava).

In parte storia vera, in parte inventata, uno squarcio di Risorgimento, passioni scacchistiche, personaggi storici famosi come il Generale e famosi scacchisti come Serafino Dubois, indagini, domande, riflessioni, dubbi e incertezze, atmosfere inquietanti fino all’epilogo. Procedendo nella lettura gli avvenimenti si gonfiano, perdono un po’ di linearità aiutati, però, da una scrittura agile, sicura e nello stesso tempo percorsa da humour leggero con spunto civettuolo su Holmes e Nero Wolfe. Coniugata l’indagine da giallo classico al presente e l’atmosfera da thriller soprattutto al passato. Un buon libro che poteva essere sfrondato a suo vantaggio di un discreto numero di pagine.

Continuo con i soliti, immarcescibili G.M. Intanto vi ripropongo il capolavoro La logica del delitto di G.K. Chesterton perché mi pare un peccato mortale non averlo letto.

Oltre alla risoluzione dei molteplici casi, vengono discussi diversi argomenti che mettono in contrasto l’aridità razionale e l’immaginazione, la fotografia e la pittura, la teologia e il materialismo, e poi spunti sul trattamento schifoso degli ebrei da parte dei tedeschi, gli scioperi, il marxismo ecc… Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.

Poi aggiungo Meglio erede che morto di Michael Innes, praticamente il tentativo di prendere il posto di un altro (un classico). Qui del fratello minore Arthur che cerca di farsi passare per Charles, assai ricco, morto per un incidente durante una navigazione su uno yatch. Riuscirà il nostro eroe a fregare tutti, in particolare l’ex ispettore di Scotland Yard, sir John Appleby? Trituramento psicologico e lotta titanica tra menti.

E ci infilo pure La montagna del diavolo di William Kent Krueger. La ricerca affannosa della moglie Jo, dispersa su un aereo durante una tormenta di neve, da parte del marito Cork O’Connor, ex sceriffo ed ora investigatore privato. Prima parte piuttosto lungagnosa (staggese), seconda trillante e ricca di brividi.

Proseguo con Toscana in giallo di A.A.V.V. (tra cui il nostro Vito) a cura di Giuseppe Previti, Fratelli Frilli 2012, una trenata di racconti nella mia terra natale.

Intanto trattasi di una antologia particolare. Le storie prendono spunto da fatti veri, da cronaca viva riferita dall’autore stesso alla fine di ogni racconto. Un’altra caratteristica è l’ampio ventaglio di situazioni temporali che si dispiegano davanti al lettore. E mi pare che si vada dal Medioevo ai giorni nostri.

Racconti inseriti in varie epoche, diversi stili, una bella antologia piuttosto equilibrata dal punto di vista della qualità (chiaro che qualche racconto si eleva sugli altri), una buona, sana lettura che ci riconcilia con questo tipo di narrazione sempre più in mano  a bischeracci della parola.

Hanno ammazzato la Marinin di Nadia Morbelli, Giunti 2012. Sono sincero, questo l’ho sfogliato in libreria e al decimo punto esclamativo mi sono arreso. Non che il punto esclamativo rappresenti una indicazione scientifica sul livello di una scrittura ma un avvertimento, sì. Va bene, è una mia idiosincrasia, troppi punti esclamativi non li sopporto, anche se venissero dalla penna di un premio Nobel.

Aggiustatevi bene sulla tazza per Gli autori dei primi 100 bassotti – Vita e opere, Polillo 2011.

Vite degne di essere conosciute, vite che hanno in comune un aspetto che le lega insieme: l’assassinio, seppure nella finzione. Tante vite, tante esperienze, di uomini e di donne coraggiose, i successi, gli insuccessi, le critiche osannanti e le stroncature, i consensi al momento e le tardive rivalutazioni. Scrittori a tempo pieno e scrittori per passatempo (ben remunerato, tra l’altro), soprattutto avvocati che il contatto con il torbido rende evidentemente più adatti a questo genere di esercizio. Scrittori rimasti nella memoria (cito soltanto la Sayers, Marsh, Carr, Wallace ecc..) e scrittori meno bravi, o meno fortunati, che tuttavia il loro bel contributo al romanzo poliziesco lo hanno dato, eccome.

Con gli indimenticabili personaggi: detective dilettanti e ispettori famosi, ex delinquenti divenuti esperti segugi, deduttivi, scientifici, psicologici, belli, colti e raffinati, aristocratici col monocolo, “popolani” focosi, individui brillanti o dall’aspetto falsamente pacioso, ora grandi come velieri, ora piccoli come fringuelli. Tutti tesi a scoprire il mistero della morte violenta con la loro astuzia ed il loro particolare metodo di indagine. E se il riflettore è puntato sull’assassino allora si segue le sue vicende come se si fosse con lui, si entra nei meandri tortuosi e perversi della sua mente. E insieme ai personaggi e ai marchingegni della struttura narrativa, spesso tesa a meravigliare e a sfidare il lettore (molti sono gli scrittori della Golden Age), lo stile particolare di ognuno che lo rende unico e irripetibile.

Passioni, sacrifici, lotte, gloria e la sfortuna più crudele e feroce.

Si legge come un romanzo.

Da manata galattica Il pittore che visse due volte di Chris Paling, Newton Compton 2012, “Un guazzabuglio di situazioni grottesche e incoerenti, personaggi scialbi, ingenui, dalla psicologia fluttuante ed uno straniamento che non strania per niente, un racconto che sta lì sospeso a mezz’aria come uno stoccafisso senza cadere per terra o innalzarsi per aria. Niente ironia, niente suspense. Un miscuglio stizzoso di pseudo generi: l’allucinato con il processuale, il gialletto trillante con l’azione ingarbugliata, il realismo puntigliosamente asfittico”.

Per chi desidera misurarsi con un linguaggio diverso dal solito ecco La legge di Fonzi di Omar Di Monopoli, ISBN 2010. Una scoperta davvero interessante. “Un linguaggio ricco, corposo, metaforico, talora pure arcaico e baroccheggiante, eppure allo stesso tempo libero e leggero, perché non fine a se stesso, perché non stupida ripetizione senza senso. Pronto con un tocco, con una battuta, con un accorpamento di suoni inaspettati a mettere in rilievo  un tratto particolare di un personaggio o uno sfondo corale del paese, pronto al guizzo ironico, ora bonario, ora tagliente, ora addirittura cattivo (fenomenale la figura ributtante di Skùppetta, lo sfasciacarrozze), e allo stesso tempo deciso a cambiare e a rinnovarsi, a operare nuove, continue, sorprese”. Per la vicenda “Siamo a Monte Svevo nella Puglia, un paesino di quattro bicocche, un tempo terra di conquista della Sacra Corona Unita, ora di delinquentelli di vario stampo e di una cricca di potentati del paese che fanno capo al sindaco. Sta per ritornare dalla gattabuia Nando Pentecoste, detto Manicomio, accusato (ingiustamente?) di omicidio che certamente la farà pagare a qualcuno e la sua non presenza aleggerà incombente ed inquietante per tutta la storia fino al suo esplosivo (alla lettera) arrivo”.

Al gabinetto filano via lisce come l’olio le riviste Sherlock Magazine e Thriller Magazine della Delosbooks. La prima è diretta con encomiabile passione e competenza da Luigi Pachì e tratta soprattutto del mystery (siamo al n° 26). La seconda, arrivata al numero trentuno, è diretta con altrettanta competenza da Franco Forte. Questa è dedicata ad altri generi come il fantasy, la fantascienza, la spy story ecc… Una rivista per lettori ma, direi, anche e soprattutto, per giovani scrittori che desiderano imparare l’arte dello scrivere (un ripasso, poi, fa sempre bene anche per quelli già affermati).

Tirata di sciacquone ed un saluto a tutti.

Fabio e Jonathan Lotti

Report Atipico della quinta edizione di Grado Giallo, 5-6-7 ottobre 2012.

Testo e foto di Maurizio Testa

Ore 16.30, un venerdì, caldo, un po’ umido. Lungomare di Grado, tensostruttura con vista sull’Adriatico. Oltre un centinaio di sedie, un palco. Il professor Guagnini dell’Università di Trieste, deus ex-machina della manifestazione. Giacca, camicia, pantaloni e scarpe nere, apre le danze. Parla lui, parla il sindaco. È l’apertura ufficiale del festival, di ogni festival.
Ma dopo neanche mezz’ora Guagnini spara le sue prime cartucce e il calibro non è di quelli piccoli. La prima scarica, soprattutto, fa diverse vittime. Giulio Leoni, Loriano Macchiavelli, Valerio Varesi. Tre colpi netti, tre tiri precisi che centrano il tema del Giallo e il romanzo storico. Da tre… posizioni di tiro, tre spari che colpiscono il pubblico.
Guagnini non perdona. Di colpo ci riporta alla realtà della cronaca. Ad imbracciare un’arma è Andrea Villani. Meglio, il suo Luciano Lutring il solista del mitra. Il rapinatore romantico e il suo cantore fanno diverse vittime in platea. Poi il KGB non avrebbe fatto meglio di Fabrizio Canciani (15 anni come inviato Rai in Russia), quanto ad instillare dubbi, sospetti, diffidenze… Infine l’arrivo del direttore del Giallo Mondadori, Segretissimo e Urania, il “temuto” Franco Forte stende tutti. Grande, massiccio e un po’ luciferino, sprigiona fumi sulfurei sul giallo, il nero e l’editoria. Miasmi letali che annientano la platea del venerdì pomeriggio, ormai già decimata. Ma Guagnini è sempre lì, con il suo sorriso beffardo e gentile che promette sfracelli per il giorno dopo.

Il sabato mattina continua un caldo innaturale per ottobre. Una Grado deserta, un cielo plumbeo, un’aria di sconcertante tranquillità. Nella tensostruttura vista mare è la volta dei morti viventi.  Arrivano echi di discorsi su Simenon, un treno in corsa folle tra la letteratura e il giallo che si è lasciato dietro centinaia e centinaia di titoli, storie  drammatiche, destini tragici, il tutto affumicato dalla pipa di Maigret. Poi Tabucchi. Ricordato per la sua sanguigna e surreale narrativa, ma anche, da Paolo Flores d’Arcais, per il suo impegno politico. Sono entrambi morti. Ma tutti e due ben vivi nella nostra mente e non solo.
Il professor Guagnini è sempre l’eminenza grigia che in questo sabato mattina ha quasi graziato il suo pubblico, pregustando la carneficina del pomeriggio. Comincia Tullio Avoledo che con i suoi noir ride e scherza con il pubblico, ma sono risate sataniche che introducono Massimo Carlotto che picchia duro con l’impegno sociale della sua letteratura. Il pubblico, accorso numeroso, rimane come tramortito dalla gragnuola di colpi. Massimo non guarda in faccia a nessuno e le canta chiare a tutti. Di male in peggio… il pomeriggio finisce con il “terribile” Costantini e il suo Tu sei il male, che fa scappare i superstiti di questo pomeriggio infernale. Chi si rifugia nelle premiazioni, al cinema Cristallo, ove un rabbonito Franco Forte consegna il Premio Tedeschi a Carlo Parri, per il romanzo Il metodo Cardosa e l’onnipresente Guagnini il Premio Grado Giallo ad Aldo Selleri per il racconto La pistola nello zaino. Altri assistono ad Amore Noir, tranquillizzante (ma non troppo) show di Loriano (Loriano chi? Ma Macchiavelli, che domande…!), Franco Insalaco e Roberto Menabò.  Ma quando a notte fonda si torna in albergo le lunghe ombre dell’oscura tensostruttura si allungano minacciose per le strade di Grado. La notte è calda, ma i brividi salgono su per la schiena.

E siamo a domenica. Il pubblico folto e numeroso del dì di festa viene subito raggelato dai delitti di casa loro. Crimini a Nord-est, raccontati da scrittori e autori del nord-est, storie terribili e vicine. Poi, come se non fosse bastato, segue Nero 13. Giallo a Nordest, altre nefandezze, tutte nei dintorni, tutte di vicini di casa che seminano panico e paura tra il pubblico. Guagnini gongola. Ha centrato il suo obiettivo. Ma alla fine, alla domenica pomeriggio, arrivano i nostri… Con Professione detective ci rassicurano i Carabinieri con il Colonello Riccardi e poi il comandante dei RIS di Messina, il Tenente Colonello Schiavone, un sospiro di sollievo… sapere come siamo protetti e come funzionano le eccellenze della pubblica sicurezza. Anche se i racconti del medico legale Clara Zuch e  del criminologo Balloni, soprattutto quando si parla di serial-killer, rimettono in circolo l’adrenalina e fanno partire nuovi brividi.
Cosa vi aspettavate? Questo è Grado Giallo… bellezze.

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Maurizio Testa è giornalista e scrittore. È stato il direttore responsabile de Il Falcone Maltese, la prima rivista italiana interamente dedicata al genere. Dopo due Dizionari Atipici del Giallo (2009 e 2010) gestisce la pagina FB Dizionario Atipico del Giallo on-line. Cura il blog Simenon-Simenon