La sconosciuta del lago di Nicola Verde

Qualche giorno fa, guardando Criminal Records (ricostruzione di crimini d’epoca narrata dall’inquietante Roberto Sbaratto), mi sono ricordata di aver letto un romanzo, quest’estate, di cui non ho scritto la recensione.
Ma poiché a distanza di qualche mese lo ricordo ancora, devo dedurne che qualcosa di positivo mi ha lasciato. Si tratta di La sconosciuta del lago (Hobby & Work, 2011) di Nicola Verde, un true crime che racconta la triste storia di Caterina Mazzarese. Il romanzo si apre con il ritrovamento, da parte di due giovani, del cadavere gravemente mutilato e decapitato di una giovane donna nei pressi di un lago. È l’estate del 1955 e sul caso indaga il terribile commissario Leopoldo Malerba (per una volta uno sbirro tutt’altro che accattivante), che ricostruisce non solo l’identità della donna, ma anche la squallida vicenda familiare da cui Caterina si era allontanata.
La vicenda – ispirata a un fatto realmente accaduto – è ricostruita attraverso le “voci” incrociate di chi conosceva la ragazza e della ragazza stessa (e questo è l’aspetto che appesantisce l’intreccio: è pur vero che ci sono voci diverse, ma tutte convengono i un’unica direzione e non apportano significative novità al caso).
L’aspetto rilevante invece è che se nella realtà il caso non ha mai trovato soluzione, nel romanzo Verde inventa un cattivo memorabile. Nel complesso non il miglior Verde, ma è pur sempre un lavoro onesto.

Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi

Nel titolo del post non ho ritenuto necessario specificare il nome dell’autore perché credo che anche i sassi ormai associno il commissario Ricciardi a Maurizio de Giovanni.
La fortunatissima serie del commissario triste, cilentano trapiantato a Napoli, con il dono (o la sventura?) di vedere i morti, è giunta al suo sesto episodio: dopo le quattro stagioni e il Natale (a cui si aggiungono i racconti su un caso giovanile), ecco la settimana santa di Ricciardi in Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (Mondadori, 2012), appena uscito in libreria.

21 marzo 1932, aria di primavera: ma non per il commissario Ricciardi, chiamato a indagare sull’omicidio della bellissima prostituta Vipera, nel più elegante e noto bordello di Napoli. Una vittima da poco, quasi che il “fare la vita” comporti di per sé il rischio di morte violenta. Eppure c’è qualcosa, nelle modalità dell’omicidio e nelle ultime parole della sfortunata ragazza (frustino, frustino, il mio frustino), che spinge Ricciardi a dedicarsi alle indagini con la consueta dedizione. Con lui il fedele brigadiere Maione e il dottor Modo, sempre più caustico nelle sue affermazioni contro il regime. Si muovono leggere sullo sfondo le due donne della sua vita: Livia, bellissima e rassegnata alla cocente sconfitta, ed Enrica, che invece lotta silenziosa per conquistare l’amore del commissario. Mentre la seconda apprende le arti magiche della conquista di un uomo passando per il suo stomaco, la prima sarà un inaspettato e valido appoggio nel momento del bisogno. Ancora una volta però interverrà il caso a scombinare i programmi di entrambe…

Di Maurizio de Giovanni parlo sempre troppo poco perché mi mancano le parole. Maurizio è il più eclatante caso editoriale italiano: emerso grazie a un concorso, in cinque anni ha avuto la carriera letteraria più folgorante che io ricordi. Un successo di cui i suoi editori hanno solo dovuto prendere atto, perché è stato decretato dai numerosissimi lettori. Autore prolifico, dichiara candidamente di impiegare tre settimane a scrivere un romanzo: le tre settimane di ferie canoniche, perché solo quelle ha (e se qualcuno dovesse storcere il naso, ricordo che Fred Vargas fa esattamente la stessa cosa). Autore generosissimo e pieno di idee, scrive, parla, presenzia, presenta e parla bene dei colleghi scrittori. Si spende a piene mani, senza filtri, e la sua fisicità dirompente conquista il pubblico durante le presentazioni. La marcata vena di pathos, che permea la sua scrittura, è temperata dall’umorismo e dal suo essere solido, rassicurante.

Si passa così da riflessioni tristissime…
Che cosa chiedi alla primavera, mentre ti sciogli in nuove speranze che non credevi di avere, mentre cominci a pensare che forse una vita felice possa esserti ancora riservata?
Chiedi alla primavera, e forse lei nella sua follia ti accontenterà.
Chiedile la morte. (p. 43)
…a considerazioni molto pratiche:
Gli uomini non lo sanno mai quello che vogliono, e sapete perché? Perché si pensano che il mondo finisce domani, e allora si occupano solo di quello che succede oggi. Siamo noi donne che vediamo chiaro come il sole quello che succederà, e ce ne dobbiamo fare carico. E un poco alla volta…
Enrica continuò:
– … un poco alla volta li dobbiamo portare a fare quello che vogliamo noi, facendogli credere che lo hanno deciso loro.
Rosa batté le mani, contenta. (p. 47)

(Foto di Cristina Greco)

In occasione dell’uscita di Vipera oltre alle mie parole ho – finalmente! – lasciato spazio a quelle di Maurizio de Giovanni.

AB – Cosa è cambiato dal primo Ricciardi a oggi?
MdG – In realtà non molto, Ricciardi è rimasto se stesso, lo abbiamo solo conosciuto meglio; quello che va cambiando è il mondo attorno a lui, col regime che va consolidandosi e diventando sempre più arrogante e consapevole del proprio potere e la città, povera e disperata, che cerca di sopravvivere tra euforia e entusiasmi ingiustificati. Il mondo dei personaggi, peraltro, va acquisendo profondità man mano che io stesso approfondisco la conoscenza di ognuno, soprattutto dei cosiddetti secondari che in realtà secondari non sono; Rosa, Modo, Livia in questo romanzo sono protagonisti assoluti e io ne sono molto contento perché voglio loro davvero bene.

AB – Sulla prostituzione, un’interessante riflessione (che forse vale anche oggi?):
Ricciardi considerò la questione.

– Quindi, per te il bordello è un luogo di emancipazione, è cosí? E a queste ragazze che ci  lavorano, non ci pensi? Ai loro sogni, alle loro speranze. Al fatto di dover assecondare chissà quali perversioni, anche violente.
Modo diventò serio.
– Le ragazze sono là per loro volontà. Nessuno le costringe, e credo che la libertà di scegliere quale vita fare sia anche un fatto di civiltà. E credimi, sono piú sicure là dentro, con un costante controllo medico, un minimo di servizio d’ordine e condizioni sanitarie decenti, che per strada. Ho visto molte volte buttare fuori a calci qualche ubriaco che si era preso qualche confidenza di troppo, e ho contribuito anch’io. Che credi, che io sia uno che si approfitta di povere ragazze indifese?

MdG – Sono due posizioni contrastanti che animavano, e animano ancora oggi, il dibattito sul mestiere più antico del mondo. Personalmente ritengo che troppo spesso l’esercizio della prostituzione non sia una libera scelta di chi lo fa ma una costrizione di persone, di condizioni economiche o di contesto sociale. Per il resto, penso che poter scegliere di fare quel lavoro in un ambiente protetto, sorvegliato, sanitariamente curato e anche fiscalmente corretto sarebbe un vantaggio anzitutto per le donne, rispetto alla strada governata da regole che si basano sulla violenza e la prevaricazione. Ma è una mia opinione.

AB – Ugualmente attuale è la riflessione sulla genesi del delitto (ricordo che Gianni Biondillo diede il titolo al suo primo romanzo “Per cosa si uccide” e la risposta era “Si uccide per odio, ma anche per amore”). In Vipera Ricciardi pensa:
Sempre se lo ripeteva che la genesi di ogni delitto risiede in due passioni primarie: la fame e l’amore. Essi si declinano, mescolandosi all’infinito, diventando l’una brama di potere, prevaricazione, invidia; e l’altro gelosia, solitudine, disperazione. E armano le mani, generando una confusa voglia di sangue e di giustizia che si spegne solo nella morte.
MdG
– Alla fame a all’amore possono ricondursi tutti i delitti cosiddetti passionali, secondo me. Ovviamente il potere, la religione e il fanatismo sono motori di delitti collettivi e delle guerre, ma quello è un altro discorso. Chiaramente col cambiare delle usanze e delle scale dei valori, di epoca in epoca, cambiano anche questi sentimenti, ma nella sostanza rimangono gli stessi e si degradano in quelle ossessioni che portano al delitto e più in generale alla violenza.

AB – Nei tuoi romanzi ci sono Napoli e le sue contraddizioni: miseria e nobiltà, fame e vetrine eleganti, duro lavoro e ozio. Come si può sopravvivere conciliando anime così profondamente contraddittorie?
MdG – Tutte le metropoli, per il solo fatto di ospitare una tale pluralità di soggetti e di aggregati sociali, sono contradditorie. Napoli lo è di più per la propria composizione urbanistica, compressa com’è in un’area limitata in rapporto alla popolazione; non si va da un centro a una periferia, ma ogni quartiere ha la propria zona nobile e il degrado, la parte borghese e quella proletaria, le enclave straniere e l’aristocrazia. Elementi che convivono senza mescolarsi, come l’acqua e l’olio; e che quando si incontrano provocano frizioni e scintille, difficili da vivere ma bellissime da raccontare.

AB – La pastiera di de Giovanni, una ricetta poeticamente descritta in Vipera. Una medicina, un balsamo per l’anima. Ma com’è de Giovanni a tavola?
MdG – Contrariamente a quanto suggerisce la mia massiccia corporatura, non sono uno che mangia molto. Mi piace la nostra cucina tradizionale, però: e sono convinto che la pastiera e il casatiello siano motivazioni sufficienti per fare un salto a Napoli, quando si avvicina la Pasqua. E forse, per sentirne almeno l’odore, si può anche leggere questo romanzo, non credi?

La risposta è sì, assolutamente. In attesa di un weekend primaverile a Napoli, non è difficile pronosticare che Vipera sarà sotto molti alberi di Natale, quest’anno. O anche sui vostri lettori ebook:

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre

Una ventata di aria nuova…

Come già scritto anche sul blog di “Soloscacchi” la lettura al gabinetto è molto più proficua della lettura in altri luoghi normali. Già lì allo sforzo di comprensione si aggiunge lo sforzo di ponzamento, dando vita ad una lucidità di interpretazione straordinaria. Talvolta mi è capitato di ricredermi su un libro letto da una parte e riletto al gabinetto. In meglio o in peggio, si capisce. Insomma qui sulla tazza, lontano da tutto e da tutti, raccolti in noi stessi, c’è un altro gusto, un altro sapore, e mi piacerebbe formare il club dei lettori al gabinetto per portare una ventata di aria nuova in questo nostro asfittico tran tran. E non si tratta solo del leggere. È risaputo che Lutero, sofferente di costipazione cronica, abbia scritto le sue 95 tesi proprio sulla tazza del water di casa sua (ritrovata nel 2004), e da una recente ricerca d’archivio si è scoperto che Leopardi buttò giù l’Infinito non sul famoso ed ermo colle, ma proprio sul meno famoso ma altrettanto ermo sedile ponzatorio, dal quale “sedendo e mirando” (e non era, dunque, dietro la siepe) tira fuori tutta quella popò di roba che va a finire in un dolce naufragar. Con grande soddisfazione del poeta e di noi lettori.

Parto con un certo rischio. Mi ci gioco i gioielli di famiglia sulla fortuna giallistica di Carlo Parri che con Il metodo Cardosa, (Il Giallo Mondadori 3068, 2012 – disponibile anche in ebook), ha dato vita ad una storia che avrà futuro. Terza sezione della Squadra Mobile di Roma. Qui è stato trasferito il vicequestore aggiunto Leonardo Cardosa che viene dalla Sicilia. Intanto un pensiero a Francesca Vanni, una collega con cui amoreggia e due parole con Caterina, la sua scrivania anni Trenta. Il 20 settembre altro spostamento, via dalle scartoffie “a cercare assassini” al commissariato Vescovio. Subito un morto ammazzato con un colpo di pistola alla nuca presso un’edicola di giornali. Trattasi di Edmondo Corcelli “forse il più importante costruttore di Roma”, fissato con l’occultismo. Assassino a volto scoperto come da ripresa di una telecamera di sorveglianza. Pubblico ministero Caterina Lamanna che in passato lo aveva indagato per corruzione confortandolo, tuttavia, con qualche salto sul letto che fa sempre bene. Tutto ruota intorno ad un libro antico del Cinquecento in cui è incollato un manoscritto, forse dell’anno Mille (lo vogliono in tanti, pure gli americani) copiato in latino criptato dal fratello minore di Giovan Battista della Porta, che svelerebbe i segreti del teletrasporto (se ho capito bene). Altro aspetto della vicenda quello relativo alla sorella che vive in Sicilia, fatta oggetto di minacce per la sua casa (non vuole venderla) che deve nascondere qualche segreto.

Furbetto (in senso positivo) il nostro Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura (citazioni a go-go, ma quella su Holmes poteva risparmiarcela), spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.

Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. Non è la prima volta che mi ci gioco i gioielli per un autore e con Maurizio De Giovanni già riuscii a salvarli (allora valevano di più).

Altri G.M. Trappola per cenerentola di Sébastien Aprisot. Clinica: ragazza in cura per il viso e le mani bruciate causa una fuga di gas nella sua casa, la ricostruzione, la memoria che vacilla (eufemismo, praticamente non si ricorda di niente). Si chiama Michèle, detta Mi e nell’incendio è morta l’amica del cuore Dominique, detta Do (giuro). Ma possibile che Janne Murneau, la governante che lavorava per la zia ricca (da lei odiata) e che ora la segue, non se ne sia accorta?

Racconto inquietante, enigmatico sull’interrogativo dell’identità, cambi veloci di prospettiva, come in un sogno, in un delirio. E il lettore ci rimane invischiato.

Un cadavere al giorno di  Charlotte Armstrong. Bessie Gibbon, vent’anni, morti il padre e la madre va a vivere dallo zio Charles, ricco una cifra, sposato con Lina. Casa “alta, stretta, scostante”, zio brutto, spaventoso e strano amante del gioco a tavola reale che sta svolgendo con Bertram, Hudson, Guy: il Ranocchio, il Vescovo e il Cicisbeo, lui è il Pirata (secondo Bessie). Le pedine sono a forma di ometti, uno dei quali, quello rosso dello zio, viene trovato sul cadavere di  Hudson ucciso nel suo studio a partita finita con una ferita di arma da fuoco. Ultima frase del morto “Non l’avevo visto”.

Ad indagare, oltre la polizia, l’ex insegnante MacDougal Duff, alto, snello, le mani affusolate, occhi nocciola, palpebre pesanti, stanco e un po’ triste. “Le azioni dell’uomo dipendono dalle sue emozioni” è il motto dell’investigatore per hobby, importante conoscerle per capire il significato di certe azioni. Classico mystery basato sugli orari, i travestimenti e… e, come già detto, le emozioni.

Per il pulp segnalo Savana padana di Matteo Righetto, TEA 2012. Tralascio il contenuto per motivi di spazio. Scrittura veloce, energica, personaggi grotteschi, ributtanti, ironia sferzante, qualche spunto in dialetto e qualche amara verità ridicolmente tragica che fa capolino nella baldoria infernale. Una sgangheratezza pulp sulle orme Maestro Victor Gischler. E non sarebbe stato male averla ancor più accentuata.

Per il post noir invece Strane cose domani (anche in ebook) di Raul Montanari, Baldini Castoldi Dalai 2012.
Pulizia di scrittura, rispetto per la parola, un’ombra di malinconia che scivola lungo tutto il racconto, qualche sprazzo di critica al mondo in disfacimento: guerre, integralismo islamico, economia in ginocchio, inflazione, povertà. Se c’è qualche passaggio in cui si perde un po’ di “atmosfera” è nelle scene di movimento, di scontro fisico diretto, di “esterno” che mi pare la parte meno riuscita (si fa per dire). Alla fine la pagina si libra nel cielo come una mongolfiera. Ma sì, saliamo in alto che di lassù tutto si ama

Duplice effetto Villa Tre Pini di Marco Polillo, Rizzoli 2012. La Villa è sempre stata uno dei punti focali della letteratura poliziesca, soprattutto del giallo classico, ovvero del mystery. Basti ricordare quella dei Dieci piccoli indiani dell’Agatha internazionale.

Qui, nella Villa Tre Pini sulle colline del lago Maggiore, invitati da Maria Carla, se ne riuniscono tredici (se non ho contato male) che porta pure sfiga. Tra questi troviamo Enea Zottìa, il vicecommissario della Questura di Milano, infelicemente sposato con Enza e legato ad una storia sentimentale con Serena, amica della padrona di casa, che abbiamo già trovato nei libri precedenti di Polillo. Timido, con la paura di essere inadeguato, “un certo impaccio nel parlare”, soprattutto di fronte ai rappresentanti dell’altro sesso. Capelli neri, occhi scuri, baffoni ispidi. Un vero uomo del Sud.

La situazione si evolve, gli invitati sembrano avere qualche passato rapporto fra loro e nascondere pure qualche segreto. Chiaro che arriva il morto, all’inizio dato per dipartito in modo naturale (di mezzo il diabete e l’insulina). Ma c’è qualcosa che non quadra per il nostro vicecommissario un po’ depresso dalla situazione matrimoniale (se ne accorge anche il gatto) e dal rapporto difficile con Serena, attratta da un giovanotto piuttosto misterioso e affascinante. La storia va avanti con i soliti intrecci e i dubbi di Enea, insieme a quelli degli altri personaggi (“dubito, ergo sum” sembra il motto del libro), e ancora a più di metà percorso il caso sembra proprio chiuso.

Misteri della scrittura e del mio disfacimento neuronale. Un libro che mi appare intrigante, ironico (vedere la figura bersagliata dello scrittore Ludovico Incerti, il cui cognome è tutto un programma), bene organizzato e nello stesso tempo corposamente palloso.

La felicità è un muscolo volontario di Rosa Mogliasco, Salani 2012 (anche in ebook).

Non la faccio lunga. Capitoletti brevi, i fili della storia che passano veloci da un personaggio all’altro e si intrecciano fra loro, qualche spunto sulla società, sui barboni, sui senza tetto, sulla difficoltà a trovare lavoro anche da laureati (via dall’Europa!), sulle differenze tra culture diverse, qualche lieve condizionamento delle sfumature con il vibratore come trofeo di vittoria, un po’ di presa in giro di certi “rivoluzionari”, ironia spruzzata per ogni dove, citazioni a go-go su libri, personaggi, cinema e pure un accenno agli scacchi che fanno sempre piacere ad un fissato come il sottoscritto.

E insomma un lavorino brillantino, coltino, citatino, un po’ ingarbugliatino. Discretino.

Mi ha fatto girare mille volte sulla tazza Flumen di Filippo Strumia, Elliot 2012, che il Signore lo abbia in gloria. Roma, agosto infernale, la città sembra sudare. I barboni, al servizio delle forze oscure del male, sono divisi in categorie: i rettili, gli aristocratici che prendono le decisioni più importanti; i barboni comuni, i cosiddetti mendicanti, tra i quali benzinai, ossia gli esecutori “uomini spregevoli” dediti al saccheggio e allo spionaggio, infine i nuovi arrivati prima dell’iniziazione. Questa è l’idea di Edmondo, pazzoide benzinaio, ex ricercatore universitario, primo sospettato della fine di Mario, anch’egli benzinaio, arso vivo, con sei lucertole intorno a cerchio, una tra i denti, le gambe “strette da una catena agganciata al palo dell’insegna pubblicitaria”, alto livello alcolico nel suo sangue, in cui si trova la sostanza Tujone che serve a preparare l’assenzio. Il primo di una lunga catena di delitti degli stessi lavoratori, con le stesse modalità

Praticamente uno sguardo al mondo dei barboni e dei diseredati, scavato attraverso le reazioni dei personaggi (amore e diffidenza , se non schifo). Personaggi sbiaditelli, senza presa nella memoria. Libro pazzoide, onirico che si perde in certe parti del reale ingenue e poco credibili nella loro attuazione (tutta quanta l’indagine mi pare in deficit). Una amalgama tra sogno e realtà che non ho trovato del tutto convincente. Ma forse l’autore voleva proprio questo, che il lettore si lasciasse andare anche lui all’illusione senza stare a guardare il pelo della logica.

30 giorni di buio (2007)

Domenica pomeriggio uggiosetta?
Questo horror vi terrà svegli. Tratto da un bellissimo fumetto di Steve Niles, il film ha ritmo serrato e effetti speciali notevoli. Isolati dal mondo in un lembo di terra d’Alaska su cui stanno per scendere 30 giorni di buio, uno sparuto gruppo di abitanti si trova a fronteggiare una minaccia imprevista: l’attacco di un branco di vampiri. (Niente a che vedere con a  Twilight Saga, naturalmente, anche se il regista David Slade tre anni dopo è scivolato su Eclipse). La protagonista femminile Melissa George è attualmente in tv con Hunted (di cui renderò conto prossimamente su questo schermo).
Ottima regia, angoscianti i contrasti tra bianco (neve), nero (buio) e rosso (sangue).

30 giorni di buio su Wikipedia. Non guardatelo se non volete conoscere il finale…

666 Park Avenue

Mentre American Horror Story – Asylum continua a darmi enormi soddisfazioni (alla fine della quinta puntata mi sono chiesta con raccapriccio quali altre idee perverse avranno partorito le menti degli sceneggiatori per arrivare alla fine della stagione), ho iniziato a guardare 666 Park Avenue, serie “diversamente horror”.

Nel senso che gli ingredienti dell’horror classico ci sono tutti (fantasmi, mostri, premonizioni, omicidi, il tutto in un palazzo gotico a cui sovrintende un mefistofelico Terry O’Quinn),  ma c’è anche un filone thriller (Gavin Doran è buono o cattivo? Che progetti ha per Henry Martin e Jane Van Veen, la giovane coppia di provinciali a cui è stato offerto un posto nello splendido palazzo?), il tutto avvolto da una patina glam che ricorda molto L’Avvocato del Diavolo. Donne bellissime, uomini affascinanti, party lussuosi, fiumi di dollari…

In ogni puntata c’è una storia autoconclusiva che riguarda uno degli inquilini del palazzo, mentre la vicenda che dà corpo alla serie si arricchisce di nuovi dettagli (come detto sopra, il mistero riguarda soprattutto la coppia naif Henry-Jane e l’impeccabile Gavin). Rimane ancora apertissimo l’interrogativo su “cosa”: cosa succederà?

Nel complesso 666 Park Avenue non fa paura, ma avvince. Consigliato a chi non ama lo splatter.

UmbriaLibri Noir – Lo stato… degli Italiani

Si è conclusa domenica la rassegna UmbriaLibri, di cui ho curato, insieme a Pasquale Guerra e Silvia Rampini, la parte “noir”. In realtà il termine è utilizzato in senso molto ampio come ampia e varia è stata la selezione di autori che hanno partecipato.
Quest’anno eravamo nella centralissima Sala della Vaccara di Palazzo dei Priori.
Vista l’alta qualità degli interventi la nostra speranza è che la costola noir di UmbriaLibri sia sempre più seguita, anche se è difficile catalizzare l’attenzione del pubblico quando nella sala accanto ci sono nomi di grande richiamo mediatico… ed è un peccato, perché i “nostri” scrittori sono stati bravissimi a intrattenerci ed emozionarci raccontando le loro storie.

A ogni autore è stato chiesto di dare un’interpretazione del filo conduttore della manifestazione che quest’anno – lo ricordiamo – era “Lo stato … degli Italiani”. Ecco le loro risposte e una carrellata di foto:

Pasquale Guerra (in piedi) e Ciro Becchetti introducono UmbriaLibri Noir

Pietro Del Re (Giallo Umbro, La Lepre Edizioni, 2012) con Giovanni Dozzini.
“Vogliamo essere ottimisti? Lo stato convalescente degli italiani”

Giampaolo Simi (La notte alle mie spalle, edizioni e/o, 2012) con Silvia Rampini.
“Lo stato confusionale degli italiani”

Marilù Oliva (Mala Suerte, Elliot 2012), io e Pasquale Guerra.
Marilù Oliva: “Lo stato assente degli Italiani”

Pasquale Guerra, Maria Stella Eisenberg e il procuratore Fausto Cardella presentano Sumino O’ Falco (l’autore è contumace poiché il magistrato di sorveglianza non ha concesso il permesso per partecipare: Cosimo Rega, infatti, sta scontando un “fine pena mai” a Rebibbia. Al suo romanzo autobiografico si ispira il film dei fratelli Taviani Cesare deve morire, candidato all’Oscar, in cui Rega interpreta sé stesso).

Elena Mearini (a destra) riceve per il secondo anno consecutivo il Premio Giovani Lettori intitolato alla memoria di Gaia Di Manici Proietti per Undicesimo comandamento (Perdisa, 2012)
Elena Mearini: “Lo stato “che non sa” degli Italiani”

Da sinistra Pasquale Guerra, Fabio Bussotti (Il cameriere di Borges, Perdisa 2012), Rosalba Iannucci e Vanna Ugolini.
Fabio Bussotti: “Lo stato latente degli Italiani”

Maurizio de Giovanni (Il metodo del coccodrillo, Mondadori 2012 e Gli altri fantasmi, Edizioni Spartaco 2012). (la foto è di Chiara M. – se ne troviamo una definita meglio la sostituisco, ma intanto ringrazio Chiara per averla inviata!)
Maurizio de Giovanni, al termine di un intervento meraviglioso: “Lo stato “che peggio di così non si può” degli Italiani”

Note di viaggio – L’ospitalità è stata fornita dal centralissimo hotel La Rosetta. La foto di apertura è un dettaglio della vetrina della pasticceria Sandri di Perugia, che ha “riprodotto” in materiali commestibili il manifesto di UmbriaLibri e le copertine di alcuni libri. Se andate a Perugia non perdetevi un pranzo o una cena da Peppone (lasciate fare a lui per il menù, vi proporrà il meglio): è un’esperienza indimenticabile.

 

James Ellroy (reloaded) – Conversazione californiana

Il 26 settembre 2008 James Ellroy riceve il Ross McDonald Award a Santa Barbara (California). (Sarà l’ultimo autore a esserne insignito visto che il Premio, assegnato fin dal 2002, non vedrà successive edizioni – n.d.b.). In quell’occasione Paolo Gardinali, che è anche host di questo blog, invia un report strepitoso insieme ad alcune foto (tra cui quella sopra). Potevo permettere che un conversazione con James Ellroy cadesse nell’oblio?
No, naturalmente. Rieccola, quindi.

Buonasera pervertiti, pedofili, pederasti e sniffatori di mutandine (1)… Sono James Ellroy: il re del romanzo noir americano!
Così si presenta al centro del palcoscenico, piantato a gambe larghe, a volte appoggiato allo scranno di plexiglas, a volte agitando le braccia in aria per descrivere con gesti appropriati le circonvoluzioni delle sue trame elefantiache.
Poi procede a garantire sesso a volontà e paradiso eterno agli acquirenti di svariate migliaia di copie dei suoi libri.
Poeta del crimine, teorista del complotto e profeta della corruzione, James Ellroy si lancia in digressioni iperboliche con il tono di un predicatore, colpisce lo spettatore alle spalle e lo soffoca di risate.
Alcuni nel pubblico sono esterrefatti: questo pomposo confabulatore è veramente l’autore di L.A. Confidential e Il Grande Nulla (tradotto in Italia da Carlo Oliva, che colgo l’occasione per ricordare con affetto, n.d.b.)? Ma la maggior parte avverte lo stesso ritmo sincopato e alieno della sua prosa, si lascia andare, avvincere, stupire.
Parla di Ross MacDonald, a cui ha dedicato Blood on the Moon (Le strade dell’innocenza): ispiratore e maestro, autore di Lew Archer, archetipo di quell’eroe solitario a cui Ellroy ha cercato di conferire passione. La geografia è destino, dice: Ross MacDonald, Kenneth Millar da genitori canadesi, s’è trasferito a Santa Barbara, la Santa Teresa dei suoi romanzi, per diventare uno dei più famosi autori di hard boiled. La madre di Ellroy, Geneva Hilliker, arriva dal Midwest a Los Angeles, dove viene assassinata nel ’58 in modo sanguinario. Il crimine è ancora irrisolto, ma parallelo al contemporaneo caso della Dalia Nera, ricostruito da Ellroy nel suo romanzo del 1987. L’assassinio della madre è l’evento svolta della sua vita, evento che lo condannerà al “crimine, al sesso patologico e al lavoro di Ross MacDonald“: il diventare il maestro contemporaneo della crime fiction.
Dopo l’omicidio della madre, James Ellroy completa l’apprendistato del crimine nelle strade: viene arrestato più di quaranta volte dal LAPD, passa il suo tempo ad entrare nelle case delle ragazze del vicinato per derubarle della biancheria intima. Nel 1969, racconta, per paura di finire in penitenziario, decide di farla finita. Invece di derubare le ragazze comincia a uscirci. E le cose strane che gli frullano per la testa comincia a scriverle, perché, spiega, “they were fucking good for crime fiction.”(2)
Quando risponde alle domande del pubblico, James Ellroy usa esattamente lo stesso tono sincopato del suo discorso introduttivo: non recita, è davvero così, almeno sul palcoscenico, c’è molto poco di preparato, la lingua rutilante sempre pronta a sparare a zero su chi lo ascolta, ogni frase un aforisma, una provocazione. Parla delle trasposizioni in film dei suoi libri, raramente soddisfacenti, ma sempre remunerative: “money is the gift that is never returned, size large fits all, and the color, green, is always flattering.“(3)
Si rifiuta di rispondere alle numerose domande sulla Dalia Nera: il problema, dice, non è l’assassino della Dalia Nera, che è sicuramente morto, oggi, e non è più una minaccia per le donne in sala. Il problema è perché gli uomini uccidono le donne in modo così orribile, qual è il male che li affligge. Descrivere e dissezionare questa malattia è l’opera, l’ossessione e la missione della sua vita.

Geniale, ossessivo e ossessionante sul palco, James Ellroy è incredibilmente gentile e disponibile di persona. Si ferma a fare quattro chiacchiere, mi dice che il prossimo romanzo, Blood’s a Rover, sarà edito in Italia da Mondadori, e mi chiede se conosco qualcuno che ci lavora. Lo rassicuro che avrà ottima distribuzione. (È stato pubblicato nel 2009 con il titolo Il sangue è randagio, n.d.b.).
Parliamo un po’ dell’ossessione italiana e francese per la letteratura americana, specie per quanto riguarda la crime fiction. Ne è ovviamente contento e concorda sull’intraducibilità della propria opera, che nelle lingue romanze lievita di un buon terzo di parole aggiunte. Racconta che in Svezia vende pochissime copie tradotte, e a un recente “book signing” la maggior parte dei lettori svedesi si presentava con copie in inglese dei suoi libri.
Alla fine della serata, prima del rito degli autografi, mi abbraccia e mi dice “It’s fucking hot in here don’t you find?“. Ma è il suo modo di scusarsi: il distinto padrone del palcoscenico è in un bagno di sudore per le luci e per la tensione.

In Santa Barbara, Paolo Gardinali, living the Blood Blitz of Demonic Obsession.

(1) in inglese “panty sniffers,” indi l’allitterazione
(2) erano fottutamente adatte ai romanzi noir
(3) il denaro è il regalo che non si restituisce mai, la taglia grande va sempre bene, e il colore, verde, va con tutto.

Alle radici del male di Roberto Costantini

In una sala letteralmente gremita della libreria Arion – all’interno del Palazzo delle Esposizioni di Roma – si è svolta la prima presentazione di Alle radici del male (Marsilio, 2012), secondo volume della trilogia iniziata con Tu sei il male. Con un’ottima padronanza dei temi e del ritmo (frutto senz’altro di un intero anno passato a presentare il primo romanzo) Giancarlo De Cataldo e Roberto Costantini hanno raccontato… ciò che si poteva raccontare del romanzo – che, lo ricordiamo, essendo un thriller necessita di una buona dose di reticenza.

Contesto storico – 1962: ritratto di famiglia borghese a Tripoli. 1967: quattro ragazzini – due italiani e due arabi – si legano con un patto di sangue: sono Nico, Michele detto Mike, Ahmed e Karim. Estate del 1969: Gheddafi prende il potere in Libia con l’aiuto degli Italiani.

Michele Balistreri“Un ragazzo diverso dagli altri italiani. Con quel senso dell’onore e della lealtà assolutamente inconsueti. Certo, era violento, pericoloso e testardo. Ma era anche generoso e aveva voluto suo figlio Ahmed come miglior amico quando avrebbe potuto scegliere chiunque a Tripoli”: ecco chi è il giovane Michele Balistreri, già conosciuto in Tu sei il male.
Un ragazzo antipatico e tutto d’un pezzo. Repellente alle zanzare e un po’ anche ai lettori (ero indecisa se scriverlo, poi lo stesso Roberto Costantini ha confermato che Michele Balistreri è volutamente antipatico e mi sono sentita sollevata da ogni responsabilità), figlio dell’imprenditore italiano più importante di Tripoli, Balistreri gode di una condizione privilegiata che lo mette al riparo dai piccoli soprusi. Ma la vita non gli risparmia i problemi: il conflitto con il padre; la morte della madre Italia; l’omicidio di Nadia, sorella di Ahmed e Karim; l’amore per l’americana Laura Hunt e la forte attrazione per la spregiudicata madre di lei, Marlene. E l’assassinio a cui assiste e di cui si rende complice, un segreto che lo legherà indissolubilmente agli amici. Michele, poi, ci mette del suo: la sensazione di essere il “figlio reietto”, di aver subito dei torti, lo rende un cane sciolto, ansioso di liberarsi dal vincolo filiale e di guadagnare da solo un agiato tenore di vita. Contrabbando di sigarette e valuta, sfruttamento della prostituzione, tradimento: il giovane Mike non si ferma davanti a nulla pur di arrivare ai soldi facili e alla verità. Non otterrà né l’una, né gli altri.

Davvero difficile riconoscere in questo Michele Balistreri, impetuoso e sportivo, lo stesso commissario Balistreri che, pacato e vinto, centellinava caffè e sigarette per controllare la gastrite. Si comprende invece la sua visione politica, mutuata dalla madre Italia, fascista nell’animo per risentimento contro coloro a cui imputa la morte del fratello. Tradire il Governo, tradire gli alleati: questa è la colpa degli Italiani. E in seguito sostenere un giovane colonnello che ha alle spalle una lobby potente e trasversale, e che caccerà ventimila italiani dalla Libia, un tale Gheddafi. E altre nefandezze varie.

Ma questa è “solo” la prima parte (quasi 500 pagine!!) di Alle radici del male.

Fast forward: nell’estate del 1982 uno svogliato Balistreri, reduce dal disastro del caso di Elisa Sordi (si veda Tu sei il male), indaga sull’omicidio dell’argentina Anita Messi. Nel frattempo deve sorvegliare Claudia Teodori, la figlia del suo capo a cui ha promesso di prendersi cura della ragazza. Anche quest’operazione è per Balistreri un’immane rottura di scatole. Eppure a poco a poco il commissario si “affeziona” alle due donne, la viva e la morta, e si appassiona al suo compito. Che, in modo imprevedibile, sarà collegato alle vicende di dodici anni prima…

In Alle radici del male (Marsilio, 2012) il tema centrale è la storia della Libia negli anni tra il 1960 e l’ascesa al potere di Gheddafi. A fronte di una parte romanzata, sebbene parzialmente suffragata da documenti incompleti, relativa al complotto e alla partecipazione italiana alla presa di potere di Gheddafi, ci sono fatti storicamente provati: l’Italia di allora, o meglio, chi la governava, ritenne che per gli Italiani fosse meglio far cacciare 20 mila connazionali dalla Libia perché 60 milioni potessero pagare meno la benzina.

Confesso di avere solo scarse notizie e vaghe reminiscenze di questa vicenda: sono troppo vecchia per aver avuto la possibilità di studiarla a scuola e troppo giovane per ricordarmene dalla cronaca dei tempi, e ho trovato questa parte iniziale estremamente istruttiva. Certo, c’è anche una trama di genere, tra il thriller e lo spionaggio, ma c’è soprattutto la formazione di Michele in Libia (e l’apertura di una finestra su un mondo che ignoravo).

«I padri hanno il dovere di occuparsi dei figli e il diritto di sbagliare nel farlo. I figli hanno il diritto di difendersi e il dovere di capirli, prima o poi.» (pag. 275)

I cattivi – In realtà nessuno è buono o cattivo di per sé, ma ognuno ritiene di far cose per l’Italia, indipendentemente da quale parte prevalga: il padre di Michele, che fa fortuna in Libia; Don Eugenio (nipote di De Gasperi, si dice); Giacomo Busi, per la cui figura Roberto Costantini si è ispirato a Petrolio di Pasolini. Su un altro piano stanno invece “Rossellini”, Dino Forte, Giangiacomo Zingaretti: personaggi ambigui, malvagi, vittime delle proprie inclinazioni e tendenti alla convenienza.

Nonostante le raccomandazioni di De Cataldo sul “non svelare troppo”, Costantini si lascia sfuggire che in Alle radici del male “C’è ancora una zona d’ombra: il libro si conclude in sé, c’è un assassino; poi ci sono dei colpevoli di ordine superiore che non vengono puniti”.

Da lettrice posso assicurare che Alle radici del male è un autentico “voltapagina”: le 702 pagine scorrono via freneticamente, un colpo di scena dietro l’altro, e ricostruiscono un puzzle che, piaccia o no, è molto verosimile.

Per il primo mese Alle radici del male è venduto al prezzo di lancio di 14 euro. Disponibile anche in ebook:

Premio GialloMensa

Dunque, dunque.

Iniziamo dal comunicato stampa:

La Redazione del Giallo Mondadori, in collaborazione con la giuria del premio GialloMensa, ha scelto di premiare il racconto

Come foglie nel vento di Antonella Mecenero

La premiazione avverrà il 3 novembre a La Spezia, durante il meeting del Mensa, alla presenza dell’editor dei Gialli Mondadori Franco Forte.

Il racconto vincitore sarà pubblicato sul Giallo Mondadori n. 3069 (I cospiratori di Bill Pronzini) in edicola all’inizio di novembre.

Il Mensa Italia e il Giallo Mondadori ringraziano tutti i partecipanti e si complimentano con la vincitrice.

La premiazione c’è stata. Mancava – assente giustificatissimo – Franco Forte, ma c’erano quasi un centinaio di soci Mensa a tifare per Antonella. Che con modestia ha affermato di aver scelto Caio Giulio Cesare come protagonista-detective del suo giallo storico perché Cesare era un uomo di indubbia intelligenza, e perché “l’autore ha il vantaggio di poter utilizzare personaggi che abbiano caratteristiche che l’autore stesso non ha”.
Non è vero che l’autore manchi del requisito citato: Antonella Mecenero mi è sembrata una splendida persona, di rara sensibilità e ottima preparazione, e questo è confermato dal fatto che oltre al premio GialloMensa di recente si è anche classificata per il trofeo RiLL e per GialloStresa.
Il suo racconto è stato premiato dopo una dura selezione tra gli oltre 60 lavori pervenuti e, oltre ad avere una perfetta caratterizzazione storica, si è distinto per l’uso accurato delle parole e per il buon ritmo.
Penso quindi che Antonella Mecenero non sia una meteora occasionale, ma un’autentica autrice nuova che si affaccia al panorama letterario italiano e a cui auguriamo una lunga carriera di successo.

In questo post Antonella presenta il racconto Come foglie nel vento. Mi raccomando, cercate subito in edicola il Giallo Mondadori 3069, novembre vola via in fretta…

Il blog di Antonella Mecenero.

Se il gialletto rosa si trasforma in un gialletto grigio (senza sfumature)

di Fabio Lotti

Dopo le disgrazie, o insieme ad esse, ecco apparire con l’avvento del gialletto rosa, gli incasinamenti e le pallosità sentimentali nel moderno romanzo poliziesco. Per carità il sentimento vero, la passione, l’amore, il sesso sono elementi essenziali dell’animo umano, ergo per le storie di vita vissuta e per quelle sulla carta. Anche nei cosiddetti gialli dove il fulcro predominante dovrebbe essere il morto ammazzato e la ricerca dell’assassino. Però si sa che spesso il movente di un delitto parte proprio dagli anfratti del cuore e delle pulsioni più in basso, per cui un po’ di intrighi visceraletti ci stanno bene. Un po’. Ma se si tratta di una lagna, di un sospiro, di un lamento continuo allora le cose cambiano e il gialletto rosa si trasforma in un deprimente gialletto grigio.

Classico il caso di uno, mettiamo pure che sia un commissario, che sta con la mogliera ma che non vuole più starci e non ha il coraggio di levarsi dalle palle da una vita di merda e mettiamo che si innamori di una più giovane (perché mai di una più vecchia?) la quale più giovane vuole un bene dell’anima al suddetto commissario – così dolce e quieto – sì però è pure attratta da uno altrettanto più giovane di lui – più birbetto e mascalzoncello – e allora sai i tremori i dubbi gli assilli i vaneggiamenti con la mogliera che anch’essa – piccinina santa – non sa a che santo votarsi appunto e cerca conforto con le amiche e pure il gatto si è fatto triste e malinconico con i baffi che gli cascano sotto il mento.
Se poi nell’ambaradan sentimentalesco ci infili anche una divorziata che da pulzella aveva fregato il ragazzo dell’amica del cuore diventato suo marito che l’ha lasciata e ora freme per uno che però da sempre amico innamorato della stessa amica del cuore di prima (ci siamo?) e allora giù sospiri pianti e alti guai e non c’è nemmeno una bella ruzzolata sul letto o uno stringer famelico di chiappe, ma appena accennato un bacetto piccolo così e va a finire che non si combina niente e quello va via da quella e da quell’altra e il commissario di prima si ritrova solo soletto con la mogliera che si è levata lei dalle palle e la morosa in preda a dubbi assillanti che ci vuole una pausa lunghina di riflessione e noi lettori a buttar giù dagli occhioni intristiti secchiate di lacrime e a gridare maledetto il mondo e maledetto il momento in cui si è letta questa storia.

Li mortacci!