Buon Natale Mr Yao, un racconto di Paolo Gardinali

Christmas-Bike(La foto sopra è tratta da qui)
La buona notizia è che siamo sopravvissuti alla profezia Maya. La cattiva notizia è che a questo punto non c’è scampo a “quel” periodo dell’anno, che ormai si avvicina inesorabilmente.
Vi ripropongo quindi la traduzione di un racconto “a tema” di Paolo Gardinali che qualcuno di voi ricorderà perché era già nel blog che non si può nominare (per la cronaca, adesso sia l’intera redazione che tutti i blog del network non esistono più, interamente assorbiti da un altro circuito – cancellati, in una parola).
Ringrazio Paolo per la disponibilità e per l’amicizia e gli rinnovo la mia stima, oltre che gli auguri di buone feste 🙂

Per gli anglofoni, il racconto in originale.
Per gli altri, buona lettura!

Buon Natale Mr Yao

Quando il monitor passò da bip-bip a waaaah, Mike ebbe la certezza che la sua carriera era praticamente finita. Con la sua breve esperienza da programmatore di software e il suo miserabile fallimento come sceneggiatore TV all’inizio del secolo, era piuttosto prevedibile che avrebbe finito con il prendersi cura degli anziani. Che altro c’era da fare, alla fine? La vita non è forse come un sushi roll – un capolavoro delicato e accuratamente cesellato da divorare in un unico, avido morso? O piuttosto come una bella cagata, che ponga fine a tutto, e il fetore generato nel processo come prova del successo della transazione?

Ma forse la vita è solo la ricerca infinita della metafora adatta… Così rifletteva Mike, cercando di sorridere alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno. I suoi soffici capelli grigi stavano diventando sempre più radi, le cicatrici del cancro alla pelle rimosso dal laser segnavano naso, mento e collo. Scuri solchi e valli nella luce incerta del primo mattino.

“Buon Natale”, disse alla sua immagine riflessa.

Controllò quale dei suoi stracci appesi sembrasse mettibile. Quindi rovistò cercando i calzini, frugando nella pila di abiti conservati nel piccolo ripostiglio che separava la porta del bagno dalla zona della stanza da letto, cucina e soggiorno. Tirò fuori una pila di abiti, tutti uniformi di colore grigio, e li gettò sul pavimento. In fondo al ripostiglio trovò ciò che stava cercando: una scatola di cartone deformata e polverosa, che forse un tempo aveva contenuto scarpe da tennis.

Infine appuntò il suo tesserino di riconoscimento sul bavero. “Michael G. Giuliano, infermiere” c’era scritto a lettere piccolissime. Anche se realmente non aveva importanza quanto piccole fossero le lettere, naturalmente, o cosa ci fosse scritto o anche se lo indossasse o meno. Tutti i documenti personali erano ormai resi obsoleti dai biochip identificativi. Tuttavia continuava a trovare l’oggetto “confortante”. Gli piaceva tenere in mano quel pezzo di metallo dorato senza valore, le lettere incise sotto i suoi polpastrelli, sentendone il calore sotto il suo tocco. Era come se il suo essere si mettesse in contatto con un ingranaggio immaginario che ancora si muoveva lentamente, un pezzo di puzzle che ancora non era stato raso al suolo, bruciato o irrimediabilmente perduto.

Più o meno alla stessa ora, trent’anni prima, Mike sarebbe stato sul punto di uscire da casa per inforcare la sua moto BMW e dirigersi verso il suo cubicolo nella zona industriale a nord della città. “Dove ci sono le cose cool” recitava lo slogan della sua azienda, con tanto di virgolette, l’incubatrice del prossimo clone di Google. Si sarebbe fermato sulla strada per prendere un “latte”, quindi si sarebbe riimmerso sulla 101, forse avrebbe fatto qualche chiamata mentre si destreggiava tra ingorghi del traffico. Mike si sarebbe goduto il gusto del liquido ricco e quasi bollente, il paradiso della caffeina e del grasso. Avrebbe smaltito la prima in poche ore di lavoro. Quanto al secondo, avrebbe preso nota mentalmente di bruciarlo quello stesso weekend, correndo in bicicletta con i suoi amici su e giù per le colline.

Mike chiuse gli occhi, focalizzando mentalmente sull’immagine del bicchiere di carta del “latte”, quindi bevve un sorso dalla tazza tiepida che reggeva in mano. Il suo più recente intruglio sperimentale consisteva in fagioli di soia tostati a cui aveva aggiunto latte in polvere vecchio di vent’anni, di cui aveva fortunosamente rinvenuto un’intera cassa in una cantina. Sapeva decisamente di merda.

Qualcuno bussò piano. Il nuovo tizio, Sandeep, si guardava nervosamente intorno.

“Pare che io non piaccia molto ai tuoi vicini”, disse, dopo che Mike gli ebbe socchiuso la porta.

“Buon Natale”, rispose Mike, sbadigliando, guardando la figura insolitamente rotonda e barbuta. Una lattina volò da non si sa dove e planò sferragliando ai piedi del suo visitatore. Sandeep fece una smorfia come se fosse stato colpito sulla testa.

“Non ti preoccupare, non ce l’hanno con te”, disse Mike, calciando la lattina fuori dal suo percorso, “sono della generazione X, no? Si sono fumati il cervello da tempo. Niente lavoro, niente HMO, niente di niente”.

Uscirono nella grigia luce di dicembre, e Mike chiuse la porta con un lucchetto. Passarono nello spazio che un tempo era occupato dal giardino della casa vittoriana. Videro dei volti, che sparirono rapidamente dietro infissi di finestre tenute insieme da scotch da imballaggio. Mike poteva sentire l’oceano, adesso, che batteva incessantemente contro la riva. Non era lontano, e si stava avvicinando anno dopo anno. I suoi occhi caddero sui resti di una scala in pietra e saltillo, e rapidamente confrontò le macerie con l’immagine senza tempo della strada così com’era la prima mattina, quando era uscito assonnato per prendere il giornale. Le palme fiancheggiavano la parata di case, bianche di stucco immacolato, con i tetti rossi.

“Non sembra un granché”, commentò Sandeep, seguendo lo sguardo di Mike.

“No, era molto meglio prima. La maggior parte delle costruzioni e degli alberi sono stati rasi al suolo tempo fa per riscaldarsi. E le case sono state abbattute dalle ondate delle tempeste invernali. Guarda casa mia. Tra un po’ sarà una proprietà con vista mare. Sfortunatamente, questo non ne fa crescere il valore di vendita”.

“È tua?”, si informò Sandeep.

“No, è in affitto. Ho perso la casa, nel 2009, come tutti. È solo una stanza merdosa, ma è molto meno cara di un’unità HMO. Non ho molta roba, comunque. Non più”.

“Allora cosa c’è nella scatola che trasporti?”, chiese Sandeep.

“Lo spirito del Natale”, sorrise Mike, ma l’altro lo guardava sempre più preoccupato.

Seguirono la nuova strada lungo l’oceano camminando verso sud. Il mattino era nuvoloso, come al solito. “May gray,” grigio maggio, si chiamava una volta la stagione delle nubi nel Sud California. Ma ormai durava tutto l’anno. Non che fosse necessariamente un male, visto che poche miglia più all’interno il sole bruciava e nuvole di polvere spazzavano la terra che un tempo era stata la Los Padres National Forest. Così Mike aveva sentito dire, comunque, nessuno realmente si spostava molto dalla città, ormai.

“Allora, da dove vieni, Sandeep?”.

“Da West Covina”.

“E com’è la vita, lì?”.

Sandeep rifletté sulla domanda per un momento. Si sentivano voci da sopra, dove la strada attraversava Mission Creek.

“Non va molto bene”, rispose Sandeep alla fine. “Non ci sono abbastanza risorse disponibili. Ogni notte guardavamo una colonna di fumo, una parte diversa della città ridotta in cenere. Ogni giorno mi chiedevo se avrei trovato la mia casa, al ritorno dal lavoro. Ho una famiglia, sai?”.

“Non dire cazzate”, rispose Mike, distratto, guardando verso dove sembrava esserci un problema.

“Sì, due bambini. Così ho detto a Mira, mia moglie, che avrei accettato la riduzione di stipendio e mi sarei spostato qua. Siamo arrivati col treno dei rifornimenti di ieri”.

“Ehi voi! Levate le mani da… quello!” urlò Mike ai ragazzini più avanti. Una mezza dozzina di loro stava circondando uno strano veicolo a pedali con tre ruote. Era stato assemblato con vecchi pezzi di bicicletta e legno, ma aveva un pannello solare flessibile che ne copriva il bagagliaio. Una donna stava appoggiata contro l’inferriata del ponte. Sulla trentina, scura, pelle bruciata dal sole, e piuttosto attraente, notò Mike.

Il più alto dei ragazzini, di circa undici anni, un cosetto magro e sporco vestito di blu e bianco, i colori dell’East Side, si girò per fronteggiare i nuovi arrivati. Uno dei suoi occhi era stato rimpiazzato da un incrementatore di sensi di poco valore, l’altro appariva grigio e spento. Le sue guance erano segnate da cicatrici di iniziazione, tipo branchie.

“Hai bisogno di aiuto, vecchio?”. Alcuni dei ragazzi risero, altri fissarono dritto Mike.

“Non possiamo semplicemente tirare dritto?”, bisbigliò Sandeep. Mike lo ignorò.

“Puoi aiutarmi levandoti dai piedi”, disse Mike, “o questo vecchio qua prenderà a calci i vostri culi secchi fino alla Centrale”.

Il ragazzo con le branchie sogghignò, sfidandolo. Gli altri smisero di fare ondeggiare il triciclo e si allinearono alle spalle del loro capo.

Mike si puntò un dito alla tempia, che si illuminò di blu per un attimo. “Tre-due-cinque qui, riferisco un problema, incrocio tra via Yanonali e Mission Creek”. Una risposta incomprensibile gracchiò attraverso le ossa del cranio di Mike.

Un ragazzino più piccolo tirò il capo per gli stracci: “È un HMO, capo!”. Il ragazzo alto scacciò la mano dell’altro ragazzo, sputando per terra in direzione di Mike. Quindi si girarono all’unisono e sparirono.

“Hai davvero chiamato la Centrale?”, disse la donna. Aveva una bella voce profonda e sembrava preoccupata.

“Nah”, rispose Mike, “ho solo scaricato le previsioni del tempo, e sembra che sarà nuvoloso per tutta la prossima settimana, più o meno come la precedente”. Sorrise, cercando di rassicurarla. “Non sarebbero mai intervenuti per una cosa del genere, comunque, ma ho immaginato che quei ragazzini fossero molto lontani dal loro territorio, cosa potevano saperne?”.

Sandeep si muoveva nervosamente, guardando nella direzione in cui erano scomparsi i ragazzini.

“Che è successo al tuo mezzo?”.

“Una ruota a terra”, disse la donna. “Stavo per ripararla quando mi hanno assaltata. Grazie, a proposito, non succede spesso”.

“E cosa trasporti, se posso chiedertelo?”.

“Regali”, rispose sorridendo e sollevando il pannello solare, “che altro potrebbe esserci oggi?”. Il vano bagagli era pieno di giocattoli di plastica, vecchie bambole, macchinine, astronavi. Erano tutte usate, naturalmente, probabilmente riesumate dalla discarica di Tajiguas che, come Mike aveva sentito dire, era diventata recentemente una fonte redditizia di manufatti riciclabili.

“Naturalmente, che altro potrebbe esserci?”, disse Mike, fissando il sorriso della donna.

“Forse dovresti unirti a noi, qualche volta”, suggerì lei.

“Dove?”.

“Beh, lassù, naturalmente”, rispose la donna, muovendo la testa in direzione delle montagne.

“Forse dovrei, e buon Natale” disse Mike, mentre Sandeep continuava ad agitarsi nervosamente sullo sfondo.

“Possiamo andare adesso?”, domandò Sandeep.

Mike sospirò e fece un cenno di saluto alla donna, che stava lentamente pedalando via.

“Qui è dove un tempo c’era il mercato”, disse Mike a Sandeep, facendo un gesto vago che ricomprendeva State Street. “Le aziende a conduzione familiare portavano il loro prodotti in città per venderli o barattarli con roba tecnologica”.

Mike non aveva più visto il mercato da… quanto tempo, ormai? Gruppi sparsi di turisti cinesi passeggiavano lentamente verso il lungomare, ognuno con le tonalità blu e grigie degli ombrelli che reggevano in mano. Attraversarono sotto gli occhi vigili degli uomini della Forza Centrale, che sfrecciavano su e giù per la strada sui veicoli giroscopici a due ruote. I ragazzini erano soliti chiamare i poliziotti Mr Yao, dal nome del protagonista dei cartoni animati che per abitudine salvava il mondo in sella al suo giro-scooter, ben riconoscibile per essere giallo con una stella rossa. Era successo tutto così in fretta. Il panico, il dollaro a picco dopo la crisi del credito. C’erano state sommosse, violenza nelle strade. Qualcuno doveva semplicemente imporsi e restaurare l’ordine, e fortunatamente la cooperazione internazionale poteva essere facilmente acquistata svendendo il patrimonio immobiliare che un tempo aveva molto valore.

Davanti alla diga alcune donne indicavano un punto indistinto nelle acque marroni e tempestose. Sandeep si girò a guardare.

“Dicono che quando c’è la bassa marea si possa vedere la statua dei delfini”, spiegò Mike.

“Davvero?”.

“Preferisco ricordare com’era. Durante i weekend estivi la città era invasa da turisti del sud, forestieri. Camminavano su e giù per la spiaggia, compravano brutti souvenir dai venditori locali. E gettavano monete nella fontana del delfino, quella che adesso è sommersa dalle acque, lì da qualche parte. Guardali, non gettano nemmeno uno jiao, adesso”.

“Beh, forse questo spiega perché loro ora hanno i soldi, e noi non più”.

“Sei un uomo saggio e divertente, Sandeep”.

Iniziarono a salire per la collina che portava a quella che un tempo era una zona residenziale esclusiva. Ancora al riparo dalle mareggiate, ville in stile toscano e falsi mattoni erano state circondate da muri grigi, sormontati da cocci di vetri rotti tenuti insieme da malta. Denti appuntiti come quelli degli squali che un tempo nuotavano dall’altra parte di Channel Island. Solo alcune delle case dei ricchi erano ancora in buone condizioni, alcune erano addirittura illuminate di notte. A volte si poteva sentire musica o voci amplificate sopra il basso borbottio dei generatori. Marciarono su per la collina per meno di quindici minuti, in silenzio, quindi girarono in un cul-de-sac che Mike ricordava originariamente costeggiato da alberi di eucalipto. Era una casa di medie dimensioni, le linee squadrate ricordavano più lo stile del sudovest che le ville toscane o delle colonie spagnole, un tempo popolari. Filo spinato e un alto cancello di metallo rendevano il perimetro inaccessibile. Dentro, il giardino era incolto e pieno dei rifiuti di generazioni precedenti di badanti.

“Non sembra un granché”, borbottò Sandeep.

“Beh, sì, forse, paragonata a quelle vicine. Ma è carina e confortevole, dentro, un gran posto per lavorare, davvero”.

“Allora cos’ha di così importante?”.

“Niente, in realtà. Solo una anziana signora come molte. Ma questa proprietà, vedi come sta sull’orlo della collina?”. Mike indicò i cespugli secchi sul retro della casa. “La casa è su una proprietà che si chiamava Agua Caliente, Sorgente Calda. C’era un hotel qui, alla fine dell’Ottocento. L’HMO vuole i diritti dell’acqua, è per questo che tengono d’occhio la donna”.

“Allora perché due badanti?”.

“Credo che vogliano fare le cose per bene, la proprietà della donna è già così piena di debiti nei confronti dell’HMO che nemmeno l’ipoteca sulla casa potrebbe ripagarli. Forse vogliono aumentare ancora il debito, in modo che un ipotetico erede non proverebbe nemmeno a portarli in tribunale. Così, paradossalmente, curiamo in modo eccellente una donna che loro preferirebbero vedere morta in fretta. Ma lei è una vera combattente, vivrà fino a duecento anni”, Mike strizzò l’occhio a Sandeep, “non c’è niente di cui preoccuparsi”.

Si fermarono al cancello d’ingresso. Un avatar venne fuori, l’ologramma di una donna, stavolta. Il perfetto mix codificato dei lineamenti di varie razze la rendeva incredibilmente bella, eppure insignificante. Mike poteva vedere il piccolo foro del sensore del proiettore che tracciava la posizione dei suoi occhi e emetteva fotogrammi ad alta frequenza per dare l’illusione del 3-D. Chiunque avesse guardato da un’altra angolazione, avrebbe visto solo fasci di luci colorate. Anche il suono era criptato, in qualche modo, direzionato in modo da poter essere udito solo dalla persona che si trovava immediatamente di fronte al proiettore. Sia Sandeep che Mike si sfiorarono le tempie leggermente, consentendo la scansione delle loro credenziali sul biochip.

Il cancello si aprì di scatto e loro entrarono, su per la corta scala che portava all’ingresso principale, Sandeep leggermente arretrato, poiché non aveva ancora la piena autorizzazione dell’HMO. Attraversarono una serie di stanze vuote e corridoi, i loro passi echeggiavano contro gli alti soffitti a volta. Altri rumori iniziarono a farsi sentire, vibrazioni e bip ritmici che venivano da quello che un tempo probabilmente era stato il soggiorno. Il centro dello spazio bianco, un tempo grandioso, era adesso occupato da un assemblaggio di attrezzature per il monitoraggio, pompe, flebo, massaggiatori elettrici e un imponente schieramento di batterie di ricambio. Un gatto schizzò via, l’ultimo di una generazione di Siamesi che erano soliti scomparire nel fiore degli anni, che Mike sospettava essere stati mangiati dagli squatters di un accampamento vicino. Non c’era altro arredamento nella stanza, fatta eccezione per un paio di vecchie panche di alluminio. Barattoli e confezioni di cibo infestavano gli angoli, dividendo lo spazio con una quantità di gomitoli di polvere.

Ed eccola lì, piccola nel suo letto, circondata da quelle attrezzature costose. Precisamente lì, nello stesso posto in cui era stata per esattamente ventuno anni e sette mesi di impeccabile lavoro di Mike. Tubi di plastica e fili sembravano entrare e uscire da ogni centimetro del suo corpo. Lì dormiva Gloria McInerney, 127 anni, probabilmente l’ultima dei baby boomers. L’infermiera di notte apparentemente era già andata via. Strano e molto irregolare, pensò Mike.

“Buongiorno, miss Gloria”, disse Mike come sempre, guardando direttamente il pannello di controllo. Ogni mattina entrava, faceva un rapido controllo delle funzioni vitali, poi andava a sedersi in bagno, godendosi il lusso dei servizi dentro casa. Ma questa mattina era speciale.

“Guardi cosa ho per lei”, cantò, aprendo la scatola per mostrarla a miss Gloria. I suoi occhi non si mossero. Mike posò la scatola sul ripiano delle attrezzature ed estrasse un lungo filo di lampadine colorate. Le sistemò rapidamente intorno al letto, quindi le accese insieme alle macchine vitali. Il monitor sfarfallò per un secondo, poi le luci si accesero, colori intermittenti che si riflettevano sulle pareti spoglie.

“Buon Natale, miss Gloria”.

“Non puoi più dirlo”, disse Sandeep.

“Cosa?”.

“Non guardi FluxTube?”.

“Non ci ho mai creduto”.

“Beh, lo sanno tutti, ormai. Abbiamo venduto i diritti del Natale. Non tutte le credenze religiose che sono collegate, ovviamente, solo i diritti ai festeggiamenti”.

“Gibbrwtzzzz… Bzzzzz. Sshtx”, protestò la vecchia signora.

“Cosa?”.

“bzfgheeeeee, scrtszzz”, aggiunse. E in quel momento la linea verde del monitor divenne piatta.

“Oh, porca puttana!”, imprecò Mike. Staccò rapidamente le luci di Natale, sollevò lo sportello trasparente e premette il grosso bottone rosso per far partire la procedura di emergenza. “Oh cazzo cazzo cazzo”.

Sandeep si guardava intorno senza sapere che fare: “Che facciamo? Che facciamo?”.

“Stai alla larga!”. Mike diede potenza al defibrillatore. “Vivi, porca puttana, vivi!”.

Il piccolo corpo fragile si inarcò in uno spasmo, come per inalare l’ultimo sorso d’aria, spendendo gli ultimi centesimi della sua incredibile voglia di vivere. Ma non visse. Linee piatte correvano parallele sui monitor appesi, solo tenui e sporadici bip rompevano il silenzio nella stanza.

Mike sapeva bene cosa questo significasse. Era finita, lui era fuori. Non aveva senso sperare in qualcosa: la casa, i pochi pezzi d’arredamento rimasti, anche la padella e le flebo erano di proprietà dell’HMO. Di nuovo in fila al deposito della stazione insieme a tutti gli altri. Di nuovo a fare i bisogni tra le macerie del lungomare.

Il comunicatore vecchio stile squillò. E squillò. Mike lo sollevò.

“Uhm… Pronto…”.

“Pronto, parla Xuan, impiegato HMO zero uno nove quattro barra BBAC”, il piccolo Cinese sullo schermo parlava in perfetto inglese. “Non stiamo ricevendo i segni vitali del cliente… McInerney. Per favore si identifichi e faccia rapporto sulle circostanze del suo… decesso”.

Mike si avvicinò allo schermo. “Mike Giuliano, infermiere nove-zero-david-sessantaquattro. Non c’è stato alcun… decesso, si tratta solo di un errore”.

“Un errore? Per favore chiarisca il termine. Abbiamo ricevuto un rapporto di linea piatta tipo 056A, quindi nient’altro”.

“È… è tutta colpa mia, le faccio le mie scuse, signore. Credo di aver sconnesso un sensore mentre stavo lavando miss Gloria, e per qualche motivo non sono riuscito a ripristinare la lettura del tracciato, dopo, quindi adesso sto riavviando la macchina”. Aveva perfettamente senso. Doveva averlo.

“Infermiere, le ricordo che nel nostro contratto è stabilito chiaramente che le interruzioni per più di…”.

“Conosco lo stramaledetto contratto… signore!”. Mike protestò, sentendosi veramente quasi offeso. “Conosco molto bene le condizioni, e le assicuro che avrei già rimesso tutto a posto adesso, se non fossi stato interrotto dalla sua chiamata. Tutto sarà ripristinato in meno di due minuti”.

“Richiamerò per verificare”.

“Lo faccia, signore”.

“Mr Giuliano…”, disse l’uomo prima che Mike riattaccasse, facendolo ripiombare in qualche buco nero del cyberspazio.

“Siamo fottuti”, si lamentò Mike, ripiombando sulla panca, le mani che strappavano i capelli.

Sandeep sembrava sul punto di piangere, il viso contratto in una smorfia, il labbro inferiore tremante. “Ci deve essere qualcosa che possiamo fare”, disse, quasi implorante.

Mike scosse la testa. Un minuto e quarantadue secondi alla fine del lavoro della sua vita. Un minuto e trentuno.

Un minuto e zero sette.

“Dov’è il maledetto gatto?”, chiese Mike.

“Sandeep, mi senti?”. Mike scuoteva Sandeep per le spalle.

“Non lo so, l’ho visto correre fuori, chi se ne frega del gatto, adesso”.

“Ascoltami, assicurati che il tuo comunicatore sia accesso e siediti al pannello di controllo, subito”. Sandeep tentò di protestare ma Mike stava forzando la porta scorrevole che dava sul vecchio posto di sicurezza, quindi scomparve attraverso la porta scorrevole del patio. La sua testa riapparve per un istante attraverso l’apertura.

“E intendo dire adesso!”, urlò Mike a Sandeep. Quindi sparì.

Quaranta secondi.

“Sandeep, stai copiando? Hai acceso il monitor a infrarossi?”.

“Sì, certo, ma non riesco a vedere molto al di fuori del perimetro della casa. Ascolta, non sono buono a fare questo, sono un infermiere, non un…”.

“Voglio la posizione del gatto. Ora”.

“Ok, ok, calmati adesso, fami vedere, vedo te e le macchine laggiù, ma nient’altro in casa. Aspetta, c’è un puntino verde nella zona del garage, potrebbe essere il gatto, credo, o qualche altro mostriciattolo”.

Mike stava già correndo attraverso la casa, nella direzione opposta rispetto a quella da cui era arrivato qualche minuto prima. Trentadue secondi rimasti, e Mike rientrò correndo dalla porta principale, sanguinando copiosamente dal naso. Nelle sue mani, su cui spiccava una rete di segni rosso sangue nuovi di zecca, si dibatteva una creatura simile a un diavolo della Tasmania peloso. Le zampe del gatto urtarono un vassoio e le attrezzature mediche caddero sul pavimento. Sandeep guardava, attonito.

“Sandeep, lo dirò solo una volta: togli i sensori dal corpo della vecchia”.

“Cosa?”.

“Stacca tutti gli elettrodi. Fallo adesso!”.

Diciassette secondi, Gloria McInerney, il suo corpo congelato nell’ultimo spasmo, occhi e bocca spalancati, giaceva contorta sul pavimento, nuda, magra e scura come le radici di un vecchio albero. Mike aveva assicurato il gatto al letto con una cinghia e aveva usato il nastro chirurgico per legare le zampe mortifere al corpo.

“Non funzionerà!”, urlò Sandeep.

“Avremo un battito cardiaco, merda, avremmo dovuto radere questo animale, un battito cardiaco e un tracciato cerebrale”, rispose Mike freneticamente piantando gli elettrodi sulla creatura miagolante. “Diremo loro che il sistema si sta riprendendo lentamente, o qualcosa del genere”.

“E poi cosa? Cosa faremo?”.

“Affronteremo il problema quando si presenterà. E ora che diavolo succede?”. Il vecchio monitor per il cuore bippava al ritmo di musica acid house.

“Quanto è veloce il battito cardiaco di un gatto?”, chiese Sandeep.

“Come faccio a saperlo? Ti sembro forse un veterinario?”, rispose Mike, il naso gonfio e arrossato.

Il comunicatore squillò. Mike puntò lo schermo verso l’entrata e corse intorno al letto per piazzarsi di fronte.

“Sì?”.

“Infermiere Giuliano, parla Xuan, HMO zero uno nove quattro barra BBAC. Stiamo ripetendo il controllo e verificando i valori fuori scala…”.

“Lo so, abbiamo un’emergenza”.

“Capisco”, disse l’operatore, con un tono che esprimeva chiaramente che non capiva assolutamente nulla.

“Tutti i tracciati sono sbagliati, signor Giuliano”.

“Beh, non sono un tecnico informatico. Sono un infermiere diplomato, giusto? Non è colpa mia se le vostre costose attrezzature non si stanno comportando bene. Vuole che dia uno schiaffo al monitor, per caso?”.

“Signor infermiere, per favore, segua la procedura e non danneggi le attrezzature”.

“Era solo un modo di dire. Cosa volete che faccia?”.

“Perché non riceviamo un feedback totale sui dati?”.

“Ascolti, miss Gloria sta avendo un attacco di cuore, nulla di particolarmente serio, e ancora non sono stato in grado di ripristinare integralmente il sistema”.

“Mr Giuliano, le devo notificare che…”.

Mike riattaccò. “Dobbiamo rallentarlo. E di molto. Sandeep, apri l’armadietto dei medicinali, presto”, disse Mike. “Qualcosa per rallentare il battito cardiaco, una dose minima di digitale, barbiturici, sonniferi, qualsiasi merda riesci a trovare”.

Mike continuava a tenere fermo il gatto, stando attento a non soffocarlo. La creatura mostrava i denti in un inutile sibilo. “Hai ancora uno spirito combattente. Ne faremo buon uso”.

“Che ne dici di questo?”. Con la mano libera Mike afferrò la scatola che Sandeep gli aveva lanciato attraverso il letto. “Mike, cerca di capire che questa cosa è completamente folle e probabilmente anche altamente illegale”.

“Che scelta abbiamo? Vuoi che oggi sia il tuo ultimo giorno di lavoro? Sì, questo potrebbe andare. Potrebbe avere qualche effetto allucinogeno, il povero gattino si farà solo un cattivo trip”. Aprì la scatola con i denti e tirò fuori una siringa monodose, gettando il resto sul letto un tempo occupato dalla proprietaria della casa.

“Sono stato appena trasferito, Mike, mi manderanno da qualche altra parte”.

“Beh, io non voglio andare da qualche altra parte, sono attaccato a questo posto con le unghie e con i denti, non me lo lascerò sfuggire adesso”.

Mike iniettò il mix lentamente, una goccia per volta, tenendo d’occhio il monitor e osservando il battito cardiaco del gatto che rallentava sullo schermo. Aprì gentilmente l’occhio sinistro del gatto con pollice e indice, controllando la dilatazione della pupilla.

“Roba buona ma abbastanza forte”, disse il gatto, schioccando le labbra, “e con un chiaro retrogusto di liquirizia”.

“Cosa?”, disse Mike.

“Ho una famiglia, Mike”, aggiunse il gatto. No, non poteva essere vero. Le ginocchia di Mike si fecero di gomma, e si accorse con una certa sorpresa che avrebbe potuto piegarle all’indietro. Sarebbe stato un esperimento interessante, ma mai tanto interessante quanto l’uomo che lo stava osservando, con un ago ancora in mano. L’intera stanza prese a sciogliersi, le voci nella sua testa rallentavano come un vecchio mangianastri con le batterie mezze scariche.

“Scusa Mike, ho dovuto farlo”. La voce dell’uomo sembrava un fagotto. Mike assentì a ritmo di musica, il movimento della sua testa scavava un fosso morbido sul pavimento. Pensò di affondare lì stesso, in quella morbidezza profonda. Si muovevano cose intorno a lui, un paio di enormi scarpe da tennis usurate attaccate a gambe grosse come tronchi, un corpo allungato con una testa incredibilmente piccola in cima. La testa somigliava a Sandeep, o forse a una mongolfiera meteo a otto miglia, nella stratosfera, sulla quale qualcuno aveva dipinto la faccia di Sandeep. Mike agitò una mano nella direzione del suo collega, la mano urtò contro il letto. C’erano valli e montagne su quel pavimento, mentre la sua mano si ritrovò a fare un giro di perlustrazione, dando la caccia ai gomitoli di polvere con un vecchio bisturi. Ci furono click e bip, quindi voci dall’alto.

“Mister Xuan, parla Sandeep Dutta, sì, sì, è stato reso inoffensivo…”.

I muri color crema della vecchia stanza da letto si ripiegarono su sé stessi, strofinandosi sensualmente l’uno contro l’altro. Il monitor miagolava ritmicamente, un ripetitivo, lento battito cardiaco felino. Mike era sul pavimento, raggomitolato in posizione fetale, speculare rispetto a miss Gloria, che poteva vedere sul pavimento dall’altra parte del letto, gli occhi ancora spalancati per la sorpresa, o forse per il disgusto di una trattamento così poco dignitoso.

“Saranno qui presto”, gracchiò lei, muovendo appena le labbra come se ruminasse.

“Sì, è tutto finito, è tutto finito”.

“Finché c’è vita c’è speranza”, ammonì lei, “e guardami, adesso, sono tutta pelle e ossa, non ne ho molta da dartene”.

“Questo è vero”.

“Alzati, idiota”, ordinò miss Gloria.

“Ho bisogno di caffè, prima”, si lamentò Mike, stropicciandosi gli occhi con la mano libera. Sentì che del caffè veniva versato nel suo orecchio, ed era buono, la sua testa si riempiva lentamente di liquido chiaro, freddo, salato ma buono. Mike si voltò e vide che la flebo gli stava sgocciolando sulla faccia. C’erano delle scarpe da tennis, adesso, dall’altra parte del letto. Un lenzuolo venne pietosamente steso su miss Gloria. Mike guardava la sua mano destra, la lama del bisturi che impugnava era arrugginita ma ancora affilata. C’erano oggetti sparsi sul pavimento, probabilmente la mensola che aveva capovolto durante la colluttazione con il gatto selvaggio. La stanza stava riacquistando un aspetto e un tocco solido, ma Mike era ancora sul pavimento. Respirò a fondo, sperò che qualunque fosse la droga che gli stava ancora scorrendo dentro lo avrebbe aiutato a sopportare il dolore.

Non fu così. Conficcò la lama nella sua tempia destra, disegnando una forma a L, come aveva visto fare sul tavolo operatorio. I contorni erano facili da visualizzare anche senza guardare. Li aveva sentiti sotto le sue dita per gli ultimi quindici anni o giù di lì. La lama toccò qualcosa di duro. Mike lasciò cadere il coltello sul pavimento, e sfiorò il piccolo quadrato di silicio che adesso fuoriusciva leggermente dalla sua carne. Sentì un rivolo di liquido caldo scendere giù per la tempia. Le viscere gli si contrassero, così si morse più forte, assaporando il suo sangue. Guardò il chip, aveva delle sporgenze, come dei tentacoli, ancora si muovevano, no, doveva essere la droga, decise, lasciandolo cadere nella tasca del suo camice.

“Aiutami ad alzarmi, Sandeep”, gemette, “forza amico, per favore”.

Sandeep girò intorno al letto. “Che cos’è tutto quel sangue?”.

“Ho battuto la testa cadendo. Mi sento male, amico, aiutami per favore”.

“Stanno arrivando, Mike, la cosa non dipende più da me, mi spiace”.

“Ho capito, lo so, sono stato un idiota, OK? Non ce l’ho con te, ma adesso aiutami ad arrivare al bagno. Non lasciarmi ad aspettare qua nel mio vomito. Indovina a chi toccherebbe pulire, dopo”.

Sandeep fece un passo indietro, poi scosse la testa e tese a Mike la mano. Mike si alzò, abbracciando rapidamente il suo collega. Camminarono attraverso la stanza, lentamente, Mike respirava a fondo quasi a ogni passo.

“Devo vomitare”, annunciò Mike, a tre passi dalla meta. “Non preoccuparti, credo di potercela fare da solo”.

Sandeep assentì, e Mike sparì nella stanza da bagno.

Il bagno di miss Gloria era un paradiso di porcellana e di acqua corrente, qualcosa di cui Mike non avrebbe mai più goduto. La sua mano accarezzò leggermente la curva color corallo del lavandino a forma di conchiglia. Quindi fece scorrere l’acqua e mise in scena la sua migliore interpretazione di un conato.

“Tutto OK lì dentro?”, chiese Sandeep.

“Sì, certo, ho solo bisogno di prendere un po’ d’aria per un minuto”, rispose Mike, lavandosi la ferita e premendo un asciugamani contro la testa, “quella roba era cattiva, amico, cos’era?”.

“Era…”.

Si udirono rumori dal portone di ingresso della casa. Mike si sporse verso la porta del bagno, chiudendola a chiave.

“Arrivano”, annunciò Sandeep.

Mike udì i suoi passi che si allontanavano dal bagno. Respirò a fondo, guardò verso la finestra del bagno. Tanto tempo prima aveva rimpiazzato un vetro rotto con del cartone.

“Mister Giuliano, lei è in arresto”, disse qualcuno.

“No, io sono mister Dutta, mister Giuliano è…”.

“Mister Giuliano, non cerchi di opporre resistenza all’arresto”.

“Voi non capite, io sono…”. Il resto della frase di Sandeep si perse in quello che sembrava un urlo senza fine, interrotto solo dal rumore delle convulsioni di un corpo sul pavimento.

“Sandeep, sei felice di vedermi o è solo il mio biochip nella tua tasca?”, mormorò Mike tra sé e sé.

Era ora di andare. Con attenzione, aiutandosi con le mattonelle lisce, salì sul bordo della vasca da bagno, spinse fuori il pannello di cartone e si contorse attraverso la finestra, cercando di girarsi per mettersi seduto sul davanzale. Mike ebbe un attimo di sbandamento, e si appoggiò piano contro il muro. Doveva mettere fuori prima un piede e poi l’altro, quindi scivolare lentamente nel cortile. Sei piedi, al massimo, ma nelle sue attuali condizioni sembrava un esercizio da atleta professionista, e lui aveva intenzione di pianificare ogni singolo movimento. Aveva un piede fuori quando la porta del bagno si aprì e il poliziotto cinese entrò, puntando immediatamente il suo taser mortale, nero e tozzo.

“Ehi tu!”, urlò. Mike si diede una spinta con le mani contro il muro esterno e cadde all’indietro su una montagna di vecchie scatole e attrezzi da giardinaggio. Si fece male, molto, ma il dolore lo risvegliò completamente. Mike vide brevemente l’occhio dell’agente che appariva dalla finestra, quindi lo sentì gridare qualcosa in cinese. Doveva muoversi, e muoversi in fretta. Si sarebbe preoccupato dopo del dolore e del sangue. Udì dei passi che attraversavano la casa e corse nella direzione opposta, senza pensare, muovendosi sulla base del puro istinto, scomparendo dietro l’edera troppo cresciuta per aprire la porta sul retro del garage. C’era già stato, meno di un’ora prima, mentre cercava di bloccare il gatto. Quando vide la vecchia bicicletta seppe per quale motivo i suoi piedi lo avevano portato fin lì.

Si era preso cura della vecchia bici da corsa per anni, aveva perfino gonfiato le ruote di tanto in tanto, ci si era seduto sopra durante le pause di lavoro, aveva fatto girare le ruote per sentire il familiare rumore metallico della catena. Gli ricordava sempre i vecchi tempi felici. Ma non aveva mai osato portarla fuori per fare un giro. Non che temesse di usare i beni, già dilapidati, del suo datore di lavoro. Era qualcosa di più profondo, aveva deciso, c’erano ricordi che era meglio tenere sigillati nel regno del tempo che fu, e che non sarebbe mai più tornato.

La voce degli agenti interruppe i suoi sogni a occhi aperti. Stavano cercando di aprire la porta principale del garage, probabilmente non si erano accorti dell’entrata laterale. Tirò giù la bici, con attenzione. Le ruote erano ancora a posto dall’ultima volta che ci aveva giocato. Sperò solo che non crollasse in un cumulo di ferraglia arrugginita sotto il suo peso. Montò in sella. La sella era usurata, o forse lo erano le sue natiche, ma non era poi così male. Quindi accese l’interruttore, e la porta del garage si aprì di fronte ai poliziotti stupiti. Più velocemente di quanto i loro occhi potessero abituarsi all’oscurità, pedalò fuori. Udì delle voci, quindi un fischio. Mike volò attraverso il cancello di sicurezza che gli agenti avevano lasciato spalancato, toccò l’asfalto. Era meraviglioso essere di nuovo in sella.

Con un ronzio familiare gli agenti accesero i loro giro-scooter a due ruote per dare inizio alla caccia, e le stelle sulle luci rosse divennero una scia gialla indistinta. Erano a circa duecento metri da lui, e Mike doveva essere certo di non seguire una traiettoria retta per non dar loro modo di colpirlo con un taser o, peggio ancora, un vero proiettile. Superò la prima svolta a destra, avvicinandosi alla fine del vialetto privato che portava fuori dalla tenuta di McInerney. Il vialetto incrociava a T la strada principale che saliva dal lungomare, quella dalla quale lui e Sandeep erano saliti prima. Aveva meno di un secondo per prendere una decisione – scendere verso la folla e forse verso altri agenti della Forza Centrale o girare verso le montagne e salire pedalando. Mike non frenò neanche, respirò a fondo quindi puntò verso le colline. Schiacciava sui pedali, sentiva la bici gemere sotto di lui, ma lentamente prese il ritmo. Ricordava bene i movimenti, andava su e giù per quelle colline trent’anni prima, per tenersi in forma. Allora i problemi erano l’eccesso di calorie piuttosto che l’ammontare di polvere di gesso nella razione quotidiana di tofu. La rete di strette, ripide stradine di collina era ancora stampata nella sua mente. Erano state costruite per una civiltà pre-meccanica, erano state invase dalle macchine per oltre un secolo, quindi nuovamente abbandonate al raro traffico pedonale. Mike cercò un compromesso con le buche nell’asfalto, aumentò il ritmo su una discesa da montagne russe, quindi riprese a pedalare. Sentiva di nuovo una sensazione di sbandamento, ma non era la droga stavolta, era qualcos’altro. Una sensazione bruciante sul fondo della laringe, un colpo al cuore, la sua testa che si ricongiungeva al concerto di tamburi giapponesi che suonava nel suo torace.

“Non abbandonarmi adesso”, sputò fuori, ansimando per respirare. Sentì il gemito prolungato dei giro-scooter. Stavano guadagnando terreno. Non poteva fermarsi adesso, non sarebbe mai riuscito a ripartire su una salita così ripida. Si costrinse a rilassare le spalle e a focalizzare sul ritmo, contando nella sua testa, uno, due, uno, due. Più piano, aveva coscientemente rallentato per portarsi a una velocità che poteva mantenere. Mike sperava che il suo corpo avesse memoria, o almeno che la sua testa ricordasse ancora come si fa a dare ordini.

Cancellò l’immagine degli agenti che gli stavano alle calcagna, quindi si concentrò su sensazioni vecchie ma familiari, sentendo che il suo corpo ricominciava a lavorare come doveva, sforzandosi di mantenere un respiro regolare, ignorando le gambe che bruciavano. Il volume dei gemiti dei motori elettrici si abbassò fino a divenire un basso ronzio. Le loro macchine avevano problemi più grossi dei suoi. Mike si concesse di guardare alla sua sinistra oltre la strada. Non aveva potuto godere di questa vista per lungo tempo. Le ciminiere delle raffinerie appena giù a sud, l’oceano grigio che erodeva incessantemente la riva. Lungo la diga, si faceva strada lentamente un treno di rifornimenti della HMO, che pompava nutrimento sintetico nelle vene della città morente. Perfino da quella distanza poteva vedere i caratteri Han e il lungo logo color blu pallido scritto lungo i vagoni: Huang Management Organization. Guardò verso la sommità della collina. Era ancora lontana.

Si chiese cosa ci fosse dall’altra parte. Aveva sentito di gente che viveva dall’altra parte, nella vallata cotta da sole, verso l’antica riserva, gente che coltivava il proprio cibo, e forse qualcosa in più. Hippy ed emarginati, gente senza HMO. Gente come lui.

Mantenne un ritmo sostenuto, si sentiva leggero, molto leggero adesso. Nessuno gli dava più la caccia. Dubitava che gli avrebbero mandato dietro un elicottero. Il carburante costava, e che importanza poteva avere lui adesso? Era definitivamente fuori dal sistema. Non c’erano più case o macerie di case, solo le sporadiche carcasse di vecchi veicoli arrugginiti abbandonate sul ciglio della strada. Proprio dietro una di queste Mike la vide. Era la donna che aveva visto giù in città, quella che aveva aiutato la stessa mattina. Era nascosta, il suo veicolo a tre ruote all’ombra della carcassa di un vecchio SUV. Come avesse fatto ad arrivare così in alto col suo pesante trabiccolo, Mike non riusciva a immaginarlo. Una ruota era ancora una volta fuori dal semiasse. Sollevò una mano, e Mike lesse sul suo viso che l’aveva riconosciuto, poi sorrise. Mike si fermò, mise un piede per terra. Lei era vicina, così vicina. I loro occhi danzarono insieme, le loro labbra quasi si sfiorarono. Quindi lei lo schiaffeggiò, ripetutamente.

Mike aprì gli occhi e vide uno degli agenti sopra di lui, ancora sentiva il bruciore sulla guancia. Il suo cuore ballava a un ritmo irregolare, forsennato. Era sdraiato sul lato della strada verso la montagna, la bici per terra, una ruota che ancora girava lentamente.

L’agente non sorrise, gli occhi impenetrabili dietro le lenti a specchio. Tirò fuori una cinepresa montata sull’elmetto, e un LED rosso segnalò che aveva avviato la ripresa e la trasmissione. Con tono piatto e meccanico, l’ufficiale iniziò a recitare una lista di codici e articoli, infrazioni e reati, dalla resistenza all’arresto all’aver provocato dolosamente un decesso, distruzione di proprietà, crudeltà verso gli animali. Mike ascoltava a metà, impegnato a respirare faticosamente. Quindi l’agente schiacciò un pulsante, e una strisciata di carta venne fuori da un’unità portatile.

“Prego, accetti la sua condanna”, disse l’agente, porgendo la strisciata a Mike. Elencava le accuse e la parola “morte” era scritta a chiare lettere in fondo.

“E se non fossi d’accordo?”, ansimò Mike.

L’agente scrollò le spalle e puntò il manganello nero verso la fronte di Mike, due piccoli elettrodi che premevano contro i suoi lobi temporali.

“Vuole registrare le sue ultime parole?”.

“Buon Natale”, disse Mike.

“Non può dirlo, a dire il vero”, disse l’agente aggrottando le sopracciglia.

“Stavo parlando con lei”, disse Mike, puntando il dito alle spalle dell’ufficiale.

“Fermo o sparo!”, urlò la donna, una pistola spaziale giocattolo nelle mani. L’agente si girò a guardare, solo un secondo. Mike ne approfittò, puntò il manganello nero verso l’agente, che reagì fino a quando quello non venne a contatto con la sua gamba.

Mike guardò il poliziotto. Respirava ancora, e Mike si accertò che le sue funzioni vitali fossero a posto. La donna lo afferrò per un braccio.

“Dobbiamo andare adesso!”, lo incitò, “noi possiamo aiutarti, possiamo nasconderti, ma dobbiamo andare!”.

Mike annuì. Si accovacciò per un momento a fianco dell’agente, e gli mise in mano a forza la sua tessera di riconoscimento.

“Buon Natale, Mr Yao”, disse, prima di allontanarsi insieme alla donna.

Libri sotto l’albero/Gli outsider, le agende (segnalazione)

Due fuoriclasse:

esercizi sulla madreLuigi R. Carrino, Esercizi sulla madre (Perdisa Pop)
Anche in ebook.
La sera del 27 febbraio 1976, la madre del piccolo Giuseppe esce per fare la spesa. Seduto sul gradino di casa, il bambino ne aspetta il ritorno per dieci terribili ore, fino a che si convince che la donna non tornerà mai più. Trent’anni dopo, Giuseppe è rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Attraverso precisi esercizi del ricordo che lo costringono a rivivere quella notte, qualcosa di atroce riaffiora nella sua memoria inceppata. Una processione di dieci madri, una per ogni ora di quell’attesa e ognuna accompagnata da un diavolo custode, sfila nella sua mente nel tentativo di ricostruire una verità indicibile.
Esercizio dopo esercizio, Carrino compone il suo puzzle narrativo più audace e destabilizzante, dominato da uno stile tanto inconsueto quanto ipnotico, in grado di scovare e rivelare il dolore nascosto nell’infanzia di ognuno.
Scarica e leggi un estratto gratuito.

BabooshkaLuigi Bernardi, Babooshka (Perdisa Pop)
Solo in ebook.
In un futuro già segnato da conflitti devastanti, una colossale esplosione vulcanica colpisce l’Italia. È il Vesuvio, che torna a mostrare il suo potere distruttivo dopo due millenni spazzando via parte di Napoli e della sua provincia. Costretti a misurarsi con bisogni primari come cibo e riparo, un uomo e una donna viaggiano in direzione del territorio ridotto in cenere. Con loro c’è Babooshka, una femmina di pastore maremmano, che il destino sembra aver unito ai due per difenderli dai pericoli non meno che dalla follia del mondo.
Dopo Maddalena e le apocalissi (Senzapatria, 2011), Bernardi continua a indagare uno dei temi letterari più importanti di questi anni, quello della catastrofe, della distruzione epocale che impone ai sopravvissuti di fare i conti con la loro natura, prima ancora che con le possibilità di una rinascita sociale.
Ben lontano dalla semplice fantascienza d’intrattenimento, il racconto disegna un futuro a un passo dal presente, tanto prossimo da mostrare senza retorica la fragilità e l’agonia del nostro tempo.

Per chi parla inglese

Books to Die for, a cura di John Connolly e Declan Burke.
Anche in ebook (più conveniente anche perché evita i costi di spedizione). Se ne era parlato qua e rimane insuperata nel genere.
In attesa del secondo volume, che presumibilmente uscirà l’anno prossimo.

Le agende

agenda murphy 2013L’agenda di Murphy 2013
Credevate che sullo sporco, sui rifiuti in genere e sul riciclo, grande problema della società contemporanea (uno tra i tanti) non si potesse ridere? Non avete fatto i conti con Murphy e le sue inesorabili leggi. Pulizia, ordine, riciclo. Meno male che c’è Murphy con le sue leggi!
Legge di Hamilton sui vetri sporchi: la macchiolina che stai grattando è dall’altra parte.
Corollario: se è dalla tua parte, non ci arrivi.
Legge di Skoff: i bambini non rovesciano mai niente sui pavimenti sporchi.
Legge di Walker sulla conduzione domestica: il bucato sporco è sempre più di quello pulito.
Legge di Imbesi sulla conservazione dello sporco: per pulire una cosa, bisogna sporcarne un’altra.
Estensione di Freeman: ma si può sporcare tutto senza pulire niente.

MoleskineMoleskine

Intramontabile, bellissima, ultrapratica (e nessuno mi paga per dirlo). E bella. Quella classica è nera. Per il 2013 due special edition: una dedicata al Piccolo Principe, piccola o grande, in blu o in giallo, una dedicata a Star Wars. Per i nerd, il notebook dedicato a The Hobbit in diversi formati.

Anche per i fissati della tecnologia, la Moleskine cartacea rimane comunque un oggetto di culto. Ma se proprio non sapete rinunciare al digitale, è stata creata Evernote, la Moleskine che permette di trasportare gli appunti cartacei sull’omonimo programma per smartphone e tablet.

Libri sotto l’albero/ I gialli scandinavi (segnalazione)

Due dei tre li ho già letti, ma non ho avuto il tempo di parlarne: aggiungo alla segnalazione brevissime note di raccomandazione.

Gretelise Holm, Bastarde (Lantana)
Le relazioni clandestine tra studentesse e professore sono sempre rischiose, ma questa volta le cose sono andate davvero male: Rebekka è stata ritrovata senza vita nel suo letto, e il professor Kamper deve raccontare che cosa ha fatto nel corso della notte precedente sia alla polizia sia a sua moglie. Sono davvero in pochi a crederlo innocente: tra questi la giornalista Karin Sommer, disposta a giocarsi anni di credibilità professionale per ribaltare la sentenza. La sua ricerca è tutta controcorrente, per di più in una Copenaghen sconvolta dagli episodi di violenza che una fantomatica Amazzone va compiendo di pari passo con le notizie di cronaca nera: per ogni violenza su una donna, un atto di violenza su un uomo, per ogni femminicidio, un uomo morto. Quello dell’Amazzone è un disegno programmatico, probabilmente condiviso da altre donne che odiano gli uomini: così potrebbe intitolarsi questa crime story al femminile, ambientata in una città che dietro i ritrovi alla moda e gli scorci da cartolina nasconde mille ombre e inquietudini.
Premiata dalla Danish Academy for Crime Fiction.
(Segnalo qualche pecca nella traduzione, per il resto è ottimo: riflessioni sparse e abbondanti sulla violenza delle donne, la violenza sulle donne, la giustizia in generale).

Åsa Larsson, Sacrificio a Moloch (Marsilio)
Anche in ebook.
A Lainio, piccolo centro nell’estremo nord della Svezia, viene abbattuto un orso: nel suo stomaco i cacciatori trovano un pollice umano. Passano pochi mesi, e in una casa ai margini del centro abitato una donna viene brutalmente uccisa con un forcone. Al contrario della polizia, Rebecka Martinsson non crede al delitto di gelosia e decide di indagare: una serie di morti archiviate come accidentali ha colpito negli anni la famiglia della vittima, e tutto sembra avere inizio in un passato ormai lontano.
Era il 1914, e Kiruna con le sue miniere di minerali si preparava a vendere preziose materie prime ai paesi coinvolti nella Guerra imminente.
L’Accademia del Poliziesco Svedese ha assegnato a Sacrificio a Moloch il Premio per il miglior giallo dell’anno 2012. Trattasi del più importante riconoscimento per i libri di genere in Svezia.
La motivazione della giuria:
“Un’opera che dimostra un raffinato talento al racconto e grande sensibilità di scrittura, con un’ambientazione estremamente realistica e vivida”.
Åsa Larsson ha già ricevuto il Premio dell’Accademia Svedese del Poliziesco nel 2003 per Tempesta solare e nel 2004 per Il sangue versato.

Jón Hallur Stefánsson, Il piromane (Atmosphere Libri)
La tranquillità di un piccolo villaggio islandese è minacciata da una serie di incendi dolosi. Per indagare sui fatti è chiamato dalla capitale il commissario Valdimar Eggertson, che passa in rassegna le poche famiglie che abitano il paese, essenzialmente tre: quella del capitano di polizia, del produttore di legname e del parroco, tutte unite da vincoli di parentela. Quanto più il commissario scopre tanto più la situazione diventa confusa: una rete opaca di voci e bugie intrappola questo ambiguo nido situato nella parte orientale dell’Islanda, dove il buio occupa la maggior parte della giornata e la cosa più chiara e luminosa sono gli edifici incendiati perché quasi nessuno a Seyðisfjörður è innocente e al di sopra di ogni sospetto.
(Romanzo islandese tetro. In un paese sepolto dalla neve si aggira un misterioso piromane: nonostante le poche anime che lo abitano, le indagini sono rese difficili dai molteplici moventi possibili e dai segreti ben nascosti. Piacevolmente lento, di quella lentezza ovattata e pragmatica che i gialli scandinavi ci hanno insegnato ad apprezzare)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre

fabioenipoteQuesta volta inizio dai classici. Lo so, portare i classici al gabinetto non è un bel gesto nei loro confronti, ma lì sulla tazza la concentrazione è fenomenale. E poi i classici non hanno quella puzza sotto il naso (viene a fagiolo) che molti ci vogliono far credere. Sono persone superiori che si adattano in qualunque luogo. E insomma io mi sono portato sotto braccio il Cesare della guerra gallica e il Marziale degli epigrammi, per ridestare i miei spiriti bellicosi e buttar giù due risate. Come immaginavo non hanno fatto storie (È sempre Erodoto che le fa, mi ha suggerito Marziale e passatemela, via). Arrivato al punto in cui i Germani, bestie feroci alte due metri e mezzo che mangiano pure i bambini e di cui non si può sostenere nemmeno la vista, stanno per attaccare l’esercito romano piagnucolante come un neonato in fasce, ecco che Cesare tira fuori un discorso da accapponare la pelle. Che lui, se nessuno l’avesse seguito, avrebbe combattuto con la sola decima legione e gli altri a giocare a briscola (mi permetto qualche libertà nella interpretazione). “Maremma maiala, che coraggio!” ho esclamato istintivamente saltando sulla tazza, e certo lo avrei seguito nell’immaginario se la mogliera, transitante nei pressi, non mi avesse riportato alla realtà con un “Smettila di dire parolacce!” (ne passassi una liscia).

Riportato, dunque, alla realtà ho aperto Marziale e ho cominciato a sghignazzare con lui su una serie di personaggi che avevano tutte le caratteristiche per essere presi in giro: il beone Satiliano che sguazza nel vino, Basso che caca in un vaso d’oro, Fescennia che puzza come una fogna, Cinna pettegolo da tagliarli la lingua, Nevolo un pochettino diverso, Catulla che te la tira pure in faccia mentre quella stronza di Gallia se la tiene stretta e manco gliela fa vedere al nostro Marziale. Stavo ridacchiando di queste ed altre battutacce quando è passata nei paraggi la mia figliola “O babbo che hai da ridere da solo, mi sembri matto!”  (ne passassi una liscia).

Allora mi sono buttato sui miei cari G.M., poco prezzo e alta qualità e vai a trovare una roba così al giorno d’oggi. Intanto beccatevi La fiamma e la morte di John Dickson Carr. Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). Non la faccio lunga. Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

Aggiungo I cospiratori di Bill Pronzini. Febbraio 2009. Qualcuno ce l’ha con gli Henderson. Fatta a pezzi con martello e con l’acido la tomba di Lloyd Henderson, morto cinque anni prima, alla periferia di Los Alegres, il figlio aggredito nel garage, devastato uno dei suoi cantieri. Viene chiesto aiuto alla agenzia investigativa di Bill, collega Jake Runyon e Tamara segretaria tuttofare disinibita con storia sessuale con Lucas. Parallelamente si sviluppa l’indagine su alcuni libri pregiati (gialli e hardboyled) di un collezionista (Gregory Pollexfen) spariti dalla sua biblioteca, praticamente inaccessibile, coperti da assicurazione (valgono mezzo milione di dollari). Compito di risolvere il mistero affidato sempre all’agenzia di Bill dall’assicurazione di Barney Rivera, il Pungiglione, un “bastardo grassottello con il viso di un cherubino, il cuore di un pitbull e un senso dell’umorismo che confinava nel sadico”, biascicatore imperterrito di mentine. Un bel miscuglio di pensiero e  azione (per dirla alla Mazzini), di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.

Termino con Charlie Chan e la donna inesistente di Earl Derr Biggers. Difficile risolvere un caso al presente. Impossibile risolverne tre di cui due al passato. Per tutti, ma non per il sergente cinese Charlie Chan della polizia di Honolulu che si trova a San Francisco e sta per avere un figlio. Il primo? No, l’undicesimo e credetemi sulla parola.

Bill Rankin, giornalista del “Globe”, fa incontrare Frederic Bruce, già capo del Dipartimento Criminale di Scotland Yard, con Charlie Chan avendo scoperto che essi hanno in comune la stessa idea sulla fortuna nelle indagini (praticamente l’elemento più importante). Durante l’incontro Frederic racconta con un certo dispiacere il caso di omicidio non risolto e quello di una ragazza svanita nel nulla. Poco dopo viene ucciso con un colpo di pistola. Ai piedi un paio di pantofole di velluto come quelle indossate dalla prima vittima.

Un puzzle complicato con il passato ed il presente che si intersecano fra loro e un rapporto sentimentale che nasce tra dubbi, depistaggi e deduzioni. Scrittura gradevole, ironica, intessuta di aforismi vari del Nostro tra cui “La tigre si mostra condiscendente verso la mosca”, “Può l’elefante criticare la farfalla?” che colpirono favorevolmente il lettore americano dell’epoca e ci scapparono pure diversi film di successo. Alla fine lo troviamo sul parapetto della nave con il “suo viso grassoccio” che “splendeva di gioia”. Buon viaggio e arrivederci a presto, Charlie Chan!

È uscito, e sto per svenire, La strana morte dell’ammiraglio dei famosi membri del Detection Club (Christie, Sayers, Chesterton ecc… – Anche in ebook), Giunti 2012. Dodici scrittori e ventiquattro mani a tirar fuori una storia l’uno dietro l’altro, senza che nessuno sappia che cosa ha in testa colui che lo precede. Il finale tocca ad Anthony Berkeley (quello dei cioccolatini avvelenati, per intenderci) che cerca di far quadrare il tutto. E che il compito non fosse per niente facile lo dimostra la dichiarazione di David Hume, “finalista” di un altro parto sfornato dagli stessi membri (in realtà questa volta dimezzati) “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza”. Nel prossimo incontro vi dirò pure la trama. Ora beccatelo a scatola chiusa.

Don Winslow, Don Winslow, Don Winslow. È tutto un parlare di questo formidabile autore. Ho letto Le belve e I re del mondo. Non dico che siano brutti per fare il ganzino controcorrente ma nemmeno una cosa stratosferica. Buoni libri con il difettuccio di un virtuosismo petulante che diventa, nella sua ripetitività, quasi un manierismo da far sbiadire l’evoluzione storica e quella individuale, i desideri, i sentimenti e le passioni fluttuanti nel tessuto narrativo corposamente sfilacciato. Ma poi ci fanno un film sopra, viene fuori una barca di quattrini e allora sprecato è solo il mio petulante giudizio.

Dopo Corona e Pupo ecco anche Enrico Ruggeri con Non si può morire la notte di Natale, Baldini Castoldi Dalai 2012 (anche in ebook). Non si può morire se non si legge. Altrimenti…Va bene, era una battuta. L’ho letto sdraiato (non si sa mai) e mi sono ricreso, come si dice storpiando volutamente il verbo. Una indagine particolare di un morto non ancora morto (è paralizzato e non può parlare) che cerca di capire chi ha tentato di ucciderlo, mentre gli altri pensano ad un tentato suicidio. Scrittura semplice ma non banale. L’”indagine” resta ai margini (anche perché la soluzione è leggerina), in primo piano uno spaccato di vita, la storia di una vita con i suoi “terribili” rapporti con gli altri, vista dal di dentro. Una malinconica tristezza che scivola lungo tutto il libro. Niente di eccezionale ma potevo leggerlo anche in piedi.

E a proposito di morti insoddisfatti celebre Il morto che non riposa di Guy Cullingford (pseudonimo di Constance Lindsay Taylor), Polillo 2003, nel quale chi indaga sull’omicidio di turno è infatti il morto stesso! Trattasi dello scrittore Gilbert Worth ritenuto suicida e dunque caso archiviato. Archiviato per gli altri ma non certo per lui. Egli sa bene che non si è sparato alla testa ed inizia così un’indagine del tutto particolare che lo vede spiare attentamente i parenti in cerca della verità (mai fidarsi dei parenti…). Trovato pure in Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010, nella persona stecchita di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento e che ora penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). E ancora, seppure con le fattezze femminili ecco la giovane Wilma, in Finché sarà passata la tua ira di Asa Larsson, Marsilio 2010. È morta ammazzata ma non si dà pace e volteggia di qua e di là come uno spirito inquieto, raccontando la sua fine e quella del compagno Simon.

Non perdetevi Sherlock Holmes in Italia di A.A.V.V., a cura di Luigi Pachì, Odissea Mystery 2012, perché vi strozzo. C’è di tutto e di più in questa pregevole antologia. In primis i personaggi visti attraverso i caratteri fisici e la loro personalità: Holmes che fuma la pipa, suona il violino, è preso dai suoi esperimenti chimici, si fa fare iniezioni di morfina e cocaina, ha le sue paturnie, ora sicuro e presuntuoso, ora “ferito, stanco e preoccupato” tanto da far esclamare al meravigliato dottor Watson “Di fronte avevo un uomo, semplicemente un uomo!” e ci si immagina la stima che ha per lui. Disordinato da morire per cui per cui nessuna donna accetterebbe di vivere in quelle condizioni, il solito contrasto che suscita simpatia con Watson, troppo superficiale, tutto preso su ciò che si mostra più evidente mentre “trascura i dettagli apparentemente nascosti” (ma il pacifico dottore sta proprio bene con il suo whisky, il suo cognac e il pasticcio di manzo della signora Hudson), e pure il contrasto con l’ispettore Lestrade per il quale il caso è spesso risolto quando non è risolto per niente. Qualche volta lo troviamo perfino pacifico apicultore nel Sussex meridionale.

Poi c’è l’inesauribile varietà delle situazioni ma non sto certo a farvela lunga. E insomma storie avvincenti, deduzione, trucchi, ironia ma anche azione, sveltezza di corpo e di mano (non si sta sempre in poltrona). Una lettura gradevole, di cellule grigie ed energia, un puro intrattenimento dell’intelligenza. E, a fine lettura, viene pure la voglia, ogni tanto, di ritornare a spiluccare in qua e là.

Sugli apocrifi non siamo dietro a nessuno.

Per finire un ringraziamento a tutti i lettori che hanno contribuito al successo dei miei due libri sulla falsariga delle sfumature (siamo a centomila copie): Il batacchio infernale, Edizioni Sottoachitocca 2012, e Il randello dell’avvocato, Edizioni Checidòchecidòchecidò 2012. Sto anche approntando Il nespolo assassino per le Edizioni Mammamiaquant’ègrosso! che dovrebbe uscire il prossimo anno.
Grazie, grazie di cuore!

Fabio e Jonathan Lotti

Libri sotto l’albero/La narrativa (segnalazione)

La Narrativa (ma sempre con un occhio al “genere”)

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze (Feltrinelli)
Recensito qua. Anche in ebook.
Martin è un maturo professore e poeta che si è ritirato a vivere ai margini di un bosco: è una nuova stagione della vita, vissuta con consapevolezza e arricchita dai ricordi e dalle conversazioni che Martin intrattiene con il cane Ombra e con molti altri animali bizzarri e filosofi. In questa solitudine coltiva la sua passione di studioso per la poesia giocosa e per il Catena, un misterioso poeta locale morto in manicomio. Questa tranquillità, che nasconde però strani segreti, è turbata dall’arrivo di una coppia che viene a vivere in un casale vicino: un mercante d’arte in fuga dalla città e Michelle, la sua bellissima e biondissima compagna. L’apparizione di Michelle, simile a una donna conosciuta da Martin nel passato, gonfia di vento, pensieri e speranze i giorni del buon vecchio professore. Il ritmo del cuore e il ritmo della vita prendono una velocità imprevista. Una velocità che una sera, a una festa di paese, innesca il vortice di un fantastico giro di valzer.
Leggende, sogni, canzoni, versi di un poeta che la tradizione vuole folle e suicida, telefonate attese, contattisti rock, cinghiali assassini, visite di colleghi inopportuni, comiche sorprese, goffi corteggiamenti e inattese tentazioni – tutto riempie di nuova linfa una stagione che si credeva conclusa, e che si riapre sul futuro come un’alba.
Martin e tutti quelli che lo circondano sembrano chiusi in un bozzolo di misteri: si tratta di attendere la farfalla che ne uscirà.

Bruno Morchio, Il profumo delle bugie (Garzanti)
Recensito qua. Anche in ebook.
La famiglia D’Aste è una delle più in vista della città: una ricchezza antica, continuamente accresciuta grazie all’attività immobiliare e a solide relazioni con i poteri forti del luogo, a cominciare dai politici.
Su tutti, nell’ampia villa con vista sul mare dove risiedono i D’Aste, domina il vecchio patriarca, il nonno Edoardo. Egli ha deciso di puntare tutto sul venticinquenne nipote Francesco: sarà il volto nuovo della famiglia, e a lui viene affidato il risanamento di un’area industriale dismessa.
Intanto crescono le tensioni fra Edoardo e i figli: il padre di Francesco, medico insicuro e nevrotico, e la sorella appena tornata da un lungo soggiorno in India. Sono proprio le donne, in casa D’Aste, ad avere un ruolo centrale negli equilibri e nelle faide familiari: la moglie di Edoardo, anziana e malata; sua nuora Rosita, che non essendo «nata bene» resta per sempre un corpo estraneo al clan; e soprattutto Dolores, la fidanzata di Francesco, con la sua leggerezza e la forza seduttiva della sua giovinezza e della sua sensualità. Sarà lei a scardinare l’ipocrisia che ha sempre regolato i rapporti familiari e a far divampare contrasti soffocati troppo a lungo, nell’arco di poche settimane – raccontate attraverso il punto di vista dei tre uomini della dinastia – che conducono a un Natale decisivo per la vita di tutti.

Giampaolo Simi, La notte alle mie spalle (edizioni e/o)
Recensito qua. Anche in ebook.
Furio Guerri ha un buon lavoro, una bella casa, una moglie stupenda, una figlia dolcissima. Ma a Furio Guerri non basta. Ha fame, e vuole prendersi tutto, perché Furio Guerri non è come gli altri: lui è un mostro. Dentro è come un fiume sporco: torbido e lento in superficie, vorticante e fangoso al fondo; incosciente delle propria pericolosità, cerca di convincersi che sta solo facendo il bene della sua famiglia quando invece non fa altro che assecondare le sue pulsioni sadiche e manipolatorie. Adora stringere il guinzaglio, solo per avere il potere di esercitare la propria forza, con voluttà. A questo si somma la frustrazione e la pressione sociale della provincia, la coscienza della superiorità della propria tempra, la sete di potere. Ma è un gran lavoratore, Furio Guerri, un marito e un padre perfetto, uno con le idee chiare, uno che sa ispirare fiducia. Eppure due volte alla settimana sta lì, su una panchina, a guardare di nascosto le ragazzine di una scuola superiore, tessendo con pazienza la sua tela intorno a lei, la ragazzina difficile che nessuno in classe sopporta più. Perché se vuole una cosa Furio Guerri se la prende. Una storia spietata, che conduce il lettore nei meandri più oscuri della mente del mostro, narrata con devastante lucidità.

 

Il profumo delle bugie di Bruno Morchio

Una famiglia come poche, i D’Aste: hanno in mano la città, anzi si può dire che l’abbiano costruita loro. Vivono in una grande villa: tre generazioni che convivono fianco a fianco, non senza difficoltà. L’esuberante, preponderante patriarca Edoardo, il figlio Meo, il giovane Francesco, appena laureato e destinato a seguire le orme del nonno (il DNA dell’imprenditoria edilizia infatti ha saltato una generazione, perché Meo si è dedicato alla carriera di medico, attività che svolge con dedizione nell’incomprensione di tutti). E poi le donne, mogli, figlie e sorelle, mai integrate fino in fondo.
Il detonatore lo accende la bellissima Dolores, fidanzata e promessa sposa di Francesco, intelligente ma di estrazione sociale medio-bassa, affascinante ma (forse) non fedele… Sarà lei a scoperchiare il vaso di Pandora fino al deflagrante finale, che avrà il culmine durante il tempestoso (e temuto!) pranzo di Natale.

Ho letto con piacere (come dimostra la foto sotto) Il profumo delle bugie: il ritmo serrato, i dialoghi scoppiettanti, la sottile tensione tra dramma e commedia degli equivoci non mi hanno fatto sentire la mancanza di Bacci Pagano.

A Bruno Morchio, che seguo fin dagli esordi, ho fatto qualche domanda.

AB – Come mai ha deciso di abbandonare (temporaneamente) Bacci Pagano?
BM – Volevo capire se ero capace di scrivere qualcosa di buono, come diceva Totò, “a prescindere”. A prescindere dai due grandi protagonisti dei miei romanzi: Bacci Pagano e Genova. Nel romanzo Genova c’è, ma non è mai nominata (anche se i genovesi, e non solo loro, la riconosceranno benissimo, sia per i luoghi che per i riferimenti al porto, ai camalli e per una frase dialettale storpiata da un calabrese); l’assenza di Bacci e l’adozione della terza persona (con ciascun capitolo focalizzato sul punto di vista di uno dei tre maschi della famiglia D’Aste) è una sorta di vendetta: non hai idea quante volte succede che qualcuno mi presenti a una terza persona e quello non batte ciglio, ma appena apprende che sono l’autore di Bacci Pagano lo sguardo si illumina e sboccia un sorriso che levati… Vorrei però ribadire un concetto: almeno in Italia, io non credo al mainstream (non vedo in giro né Franzen né Roth né Coetzee): in Italia si scrive per generi e il noir fra tutti è forse il più “alto”. Non ho mai pensato di uscire dal “genere” per misurarmi con la Letteratura. Ho solo cambiato genere, passando dal noir alla commedia grottesco-borghese.

AB – Da quale dei personaggi ha preso forma, in origine, Il profumo delle bugie?
BM – Non direi da un personaggio particolare, piuttosto dalla famiglia intesa come istituzione, unità economica e crogiolo di relazioni segnate dai rapporti di potere e dagli affetti. La famiglia borghese, in questo caso. L’ispirazione alla cronaca recente è solo un timido spunto, perché in fondo il romanzo racconta una vicenda in cui tutti gli ingredienti che caratterizzano il privato borghese e le vicissitudini di una classe che ha scelto la finanza e il (mal)affare sono sgranati come in una litania: spregiudicatezza, tronfia vanità, ipocrisia, lusso e ambizioni culturali elitarie. Senza giudizi, talvolta perfino con simpatia, ma senza veli di finto pudore. Del resto, l’assunto freudiano che il desiderio rappresenta una minaccia all’ordine sociale mi sembra esemplificato con inequivoca chiarezza. Secondo alcuni il personaggio-chiave è Meo, il figlio del patriarca, medico nevrotico e represso, che sembra il solo a vedere la verità senza essere creduto; per altri è Dolores, l’oggetto oscuro del desiderio, il granello di sabbia che fa inceppare l’ingranaggio; qualcuno ha trovato esilarante il vitalismo di Edoardo. Sicuramente il controcanto delle donne (specie Ines, la figlia Lena e Dolores) rivela maggiore lucidità e consapevolezza di quelle degli uomini, che in questo libro non fanno una bella figura.

AB – Il tema del libro (corruzione e decadenza di una famiglia “in vista”) avrebbe potuto essere trattato con diversi registri, dall’ironico al drammatico. Tu li hai toccati tutti, con una certa predilezione, mi sembra, per il farsesco e il “coup de théâtre”. È stata una decisione ponderata oppure trama e scrittura hanno preso il sopravvento in corso d’opera? Sei soddisfatto del risultato?
BM – Ironia e grottesco sono i registri prevalenti della scrittura, per scelta. Credo che della borghesia italiana non si possa che parlare sul registro comico, per i guasti profondi che ha arrecato al paese e per la cronica vocazione a chiamarsi sempre fuori da ogni responsabilità, neanche fosse il proletariato la classe che dirige il paese. Anche la cosiddetta antipolitica rappresenta una mistificazione che elude il nodo di fondo: la classe dirigente, quella che detiene i mezzi di produzione, delocalizza, precarizza il lavoro, non investe in innovazione ma specula in finanza,  resta la borghesia. Quanto al romanzo, sì, sono soddisfatto, credo che sia un’opera abbastanza originale nell’attuale panorama della letteratura italiana e spero che qualcuno se ne accorga.

AB – Io l’ho gradito moltissimo e noto, incidentalmente, che nel passare dal genere al mainstream non hai perso la mano nel “colpo di scena”, che a mio avviso rimane comunque un elemento indispensabile per tenere alta la tensione narrativa (e la voglia del lettore di “andare avanti”).
BM – Sono d’accordo (salvo sul mainstream, di cui ho detto come la penso). Il colpo di teatro in questo “interno di famiglia” è fondamentale sul piano strutturale e plasma la forma narrativa del romanzo. Qualcuno suggerisce di farci una pièce teatrale e non è detto che non succederà.

Bruno Morchio
Il profumo delle bugie
Garzanti, 2012
Anche in ebook

Libri sotto l’albero/ Le antologie (segnalazione)

AA. VV., Delitti impossibili (Polillo)
È impossibile! Quante volte, leggendo i mystery dell’età d’oro del giallo, ci siamo imbattuti in questa espressione riferita a un delitto commesso in una circostanza particolarmente strana. Ma cos’è l’impossibile? Ovvio, ciò che la mente umana non può concepire, accettare come vero. E quindi, nel caso delle modalità di un omicidio, qualcosa che la ragione tende a escludere. L’assassinio commesso in una stanza chiusa a chiave dall’interno, per esempio, o, come in alcuni dei racconti contenuti in questa raccolta, quello perpetrato ai danni di una persona che si trova da sola in fondo al mare o in una funivia sospesa nel cielo. E che dire quando la vittima viene colpita esattamente al cuore in un luogo totalmente buio, dove non ci sono oggetti di fortuna quali torce, accendini o fiammiferi per fare luce? E come spiegare le orme in un campo di neve che svaniscono nel nulla, o il prezioso testamento che scompare in una stanza da dove nessuno può averlo portato via e che è stata setacciata palmo a palmo dalla polizia? E ancora… Ma non serve proseguire: è impossibile! Come chiunque esclamerà leggendo i nove racconti scritti da altrettanti autori negli anni che vanno dal 1929 al 1954, quando il delitto non era mai banale.
Gli autori
e i racconti contenuti nell’antologia:
– Fredric Brown, Il macellaio sghignazzante (1948, The Laughing Butcher)
– John Dickson Carr, Il gentiluomo di Parigi (1950, The Gentleman from Paris)
– Joseph Commings, Sotto il mare (1953, Bones for Davy Jones)
– Marten Cumberland, Il diario della morte (1929, The Diary of Death)
– Peter Godfrey, Delitto in funivia (1979, The Flung-Back Lid)
– Ellery Queen, Nella casa delle tenebre (1935, The Adventure of the House of Darkness)
– Craig Rice, Gli spezzasti il cuore (1950, His Heart Could Break)
– Forrest Rosaire, La boccia avvelenata (1939, The Poisoned Bowl)
– Hake Talbot, Al di là (1940, The Other Side)

AA. VV., Capodanno in giallo (Sellerio)
Disponibile anche in ebook.
I racconti di questa raccolta hanno per protagonisti alcuni degli investigatori più popolari dei «gialli» Sellerio, e precisamente: Salvo Montalbano da Vigàta, il commissario di Andrea Camilleri; il pensionato Amedeo Consonni, il dilettante del crimine che agisce nella Casa di Ringhiera immaginata da Francesco Recami; Rocco Schiavone, poliziotto tormentato dei noir di Antonio Manzini (un nuovo romanzo uscirà presto per i nostri tipi); Kati Hirschel, libraia turco-tedesca che ne combina di tutti i colori qui e là per la fascinosa Istanbul, venuta dalla penna della scrittrice turca Esmahan Aykol; l’elettrotecnico Enzo Baiamonte che risolve delitti di quartiere nella Palermo di Gian Mauro Costa; Massimo il Barrista del BarLume, investigatore dalla linguaccia pronta del toscano (e si vede) Marco Malvaldi. Eroi che in questo volume animano con le loro storie una specie di officina di scrittura. L’editore, in continuità con un analogo progetto dell’anno scorso (Un Natale in giallo, Sellerio 2011), ha chiesto agli autori di scrivere un racconto a soggetto. Soggetto: un Capodanno dell’investigatore. La sfida, o la scommessa è quella di provare la personalità delle loro creature: quanto sono capaci, per così dire, di una vita autonoma in cui la realtà della loro esistenza non sia solo lo sfondo delle imprese criminologiche. Viceversa, in questi racconti, una giornata tipica – per quanto, come il Capodanno rivelatrice sul piano psicologico, anzi proprio per questo – diventa l’interesse primario della narrazione mentre un delitto accade e un’inchiesta si sviluppa.
Gli autori: Esmahan Aykol, Andrea Camilleri, Gian Mauro Costa, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami.

AA. VV., Giallo Panettone (Mondadori)
Disponibile anche in ebook.
Nove storie gialle. Nove storie che ruotano attorno a un alimento, un ingrediente, una ricetta segreta.
Gli autori dei racconti raccolti in questo volume ci conducono attraverso tutte le emozioni legate al cibo, all’arte di prepararlo, alla gioia di condividerlo, e al tempo stesso affondano con maestria la lama della narrazione in quella piccola crepa, in quello slittamento sinistro che spesso si accompagna al piacere dei sensi.
Dagli Appennini dove si macella il maiale in brumose giornate invernali fino al lontano Sudamerica dove le piantagioni di caffè nascondono un segreto, da una lucente cipolla di Tropea a un calice di vino fruttato, ogni momento di questo banchetto letterario riserva ai commensali una sorpresa inquietante.
In tutti e nove questi racconti la tensione si condensa in un momento dell’anno molto speciale: il Natale, che con il suo carico di attese, desideri, sentimenti forti finisce spesso per spingere anche le persone più insospettabili a uscire dai binari della normalità.
Pagine deliziosamente feroci, che trovano il loro suggello nelle parole di Wodehouse citate da Luca Crovi nella sua introduzione: attenzione, perché “il Natale ci azzannerà presto alla gola”.
Gli autori: Marcello Simoni, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Valeria Corciolani, Alfredo Colitto, Sandro Toni, Gianfranco Nerozzi, Angela Capobianchi, Marcello Fois, Alessandro Defilippi.

 

Natale in Noir – Ve la ricordate?

Era il 2010 quando Paolo Gardinali ebbe l’idea di chiamare a raccolta alcuni autori per un esperimento letterario natalizio. È stato un esperimento divertente, forse uno tra i primi tentati, e il risultato era – ed è tuttora, a mio avviso – molto buono.
Purtroppo si teneva sotto l’egida del vecchio blog, quindi tutti i collegamenti sono ormai scomparsi (o puntano a pagine sbagliate).
Ma siccome le forze del Male non possono avere la meglio… lo ripropongo con le opportune modifiche:

Natale in Noir è un’antologia digitale curata da Alessandra Buccheri e Paolo Gardinali, che hanno selezionato dieci racconti di altrettanti autori, più o meno famosi.

Gli autori e relativi titoli dei racconti selezionati sono:

Vito Bollettino, A Natale u presepio sarà ‘na bomba
Sandrone Dazieri, Lavoro di Natale
Paolo Franchini, I gioielli di porpora
Romano De Marco, Regalo di Natale
Sam Stoner, Suicidio e resurrezione
Angelo Marenzana, Per colpa di Babbo Natale
Ida Ferrari, Attila per caso
Gianfranco Ferrari, Il colpo
Marco Vichi, L’appuntamento
Frank Gordon, Fermata Facoltativa

L’antologia è disponibile nei seguenti formati:

ePub

Mobi (Kindle)

Sony/LRF

Palm/PDB

Oppure potete leggerla sul vostro schermo via SCRIBD:
Natale in Noir

Se il digitale vi è un po’ ostico e preferite il caro vecchio formato cartaceo, Natale in Noir è disponibile anche su Amazon e per il Print on Demand su Lulu: qua. In entrambi i casi il costo è un costo di produzione (nessun ricavato per gli autori o curatori).
Dallo stesso link potete scaricare gratuitamente il file PDF.

A tutti i partecipanti: grazie ancora di cuore. È stato bello lavorare con voi. Ed è bello che a distanza di due anni si possa ancora proporre un lavoro che resterà disponibile in eterno… o almeno fino a quando esisterà internet 🙂

Ai lettori: gli autori, io e Paolo abbiamo lavorato gratis e gratuito è il risultato digitale (quello cartaceo è a mera copertura dei costi, nessun guadagno è andato agli autori); quando l’antologia è uscita avevamo chiesto di fare una donazione a Emergency, ma non abbiamo mai saputo quanto è stato raccolto… Quindi fate come volete 🙂