Il profumo delle bugie di Bruno Morchio

Una famiglia come poche, i D’Aste: hanno in mano la città, anzi si può dire che l’abbiano costruita loro. Vivono in una grande villa: tre generazioni che convivono fianco a fianco, non senza difficoltà. L’esuberante, preponderante patriarca Edoardo, il figlio Meo, il giovane Francesco, appena laureato e destinato a seguire le orme del nonno (il DNA dell’imprenditoria edilizia infatti ha saltato una generazione, perché Meo si è dedicato alla carriera di medico, attività che svolge con dedizione nell’incomprensione di tutti). E poi le donne, mogli, figlie e sorelle, mai integrate fino in fondo.
Il detonatore lo accende la bellissima Dolores, fidanzata e promessa sposa di Francesco, intelligente ma di estrazione sociale medio-bassa, affascinante ma (forse) non fedele… Sarà lei a scoperchiare il vaso di Pandora fino al deflagrante finale, che avrà il culmine durante il tempestoso (e temuto!) pranzo di Natale.

Ho letto con piacere (come dimostra la foto sotto) Il profumo delle bugie: il ritmo serrato, i dialoghi scoppiettanti, la sottile tensione tra dramma e commedia degli equivoci non mi hanno fatto sentire la mancanza di Bacci Pagano.

A Bruno Morchio, che seguo fin dagli esordi, ho fatto qualche domanda.

AB – Come mai ha deciso di abbandonare (temporaneamente) Bacci Pagano?
BM – Volevo capire se ero capace di scrivere qualcosa di buono, come diceva Totò, “a prescindere”. A prescindere dai due grandi protagonisti dei miei romanzi: Bacci Pagano e Genova. Nel romanzo Genova c’è, ma non è mai nominata (anche se i genovesi, e non solo loro, la riconosceranno benissimo, sia per i luoghi che per i riferimenti al porto, ai camalli e per una frase dialettale storpiata da un calabrese); l’assenza di Bacci e l’adozione della terza persona (con ciascun capitolo focalizzato sul punto di vista di uno dei tre maschi della famiglia D’Aste) è una sorta di vendetta: non hai idea quante volte succede che qualcuno mi presenti a una terza persona e quello non batte ciglio, ma appena apprende che sono l’autore di Bacci Pagano lo sguardo si illumina e sboccia un sorriso che levati… Vorrei però ribadire un concetto: almeno in Italia, io non credo al mainstream (non vedo in giro né Franzen né Roth né Coetzee): in Italia si scrive per generi e il noir fra tutti è forse il più “alto”. Non ho mai pensato di uscire dal “genere” per misurarmi con la Letteratura. Ho solo cambiato genere, passando dal noir alla commedia grottesco-borghese.

AB – Da quale dei personaggi ha preso forma, in origine, Il profumo delle bugie?
BM – Non direi da un personaggio particolare, piuttosto dalla famiglia intesa come istituzione, unità economica e crogiolo di relazioni segnate dai rapporti di potere e dagli affetti. La famiglia borghese, in questo caso. L’ispirazione alla cronaca recente è solo un timido spunto, perché in fondo il romanzo racconta una vicenda in cui tutti gli ingredienti che caratterizzano il privato borghese e le vicissitudini di una classe che ha scelto la finanza e il (mal)affare sono sgranati come in una litania: spregiudicatezza, tronfia vanità, ipocrisia, lusso e ambizioni culturali elitarie. Senza giudizi, talvolta perfino con simpatia, ma senza veli di finto pudore. Del resto, l’assunto freudiano che il desiderio rappresenta una minaccia all’ordine sociale mi sembra esemplificato con inequivoca chiarezza. Secondo alcuni il personaggio-chiave è Meo, il figlio del patriarca, medico nevrotico e represso, che sembra il solo a vedere la verità senza essere creduto; per altri è Dolores, l’oggetto oscuro del desiderio, il granello di sabbia che fa inceppare l’ingranaggio; qualcuno ha trovato esilarante il vitalismo di Edoardo. Sicuramente il controcanto delle donne (specie Ines, la figlia Lena e Dolores) rivela maggiore lucidità e consapevolezza di quelle degli uomini, che in questo libro non fanno una bella figura.

AB – Il tema del libro (corruzione e decadenza di una famiglia “in vista”) avrebbe potuto essere trattato con diversi registri, dall’ironico al drammatico. Tu li hai toccati tutti, con una certa predilezione, mi sembra, per il farsesco e il “coup de théâtre”. È stata una decisione ponderata oppure trama e scrittura hanno preso il sopravvento in corso d’opera? Sei soddisfatto del risultato?
BM – Ironia e grottesco sono i registri prevalenti della scrittura, per scelta. Credo che della borghesia italiana non si possa che parlare sul registro comico, per i guasti profondi che ha arrecato al paese e per la cronica vocazione a chiamarsi sempre fuori da ogni responsabilità, neanche fosse il proletariato la classe che dirige il paese. Anche la cosiddetta antipolitica rappresenta una mistificazione che elude il nodo di fondo: la classe dirigente, quella che detiene i mezzi di produzione, delocalizza, precarizza il lavoro, non investe in innovazione ma specula in finanza,  resta la borghesia. Quanto al romanzo, sì, sono soddisfatto, credo che sia un’opera abbastanza originale nell’attuale panorama della letteratura italiana e spero che qualcuno se ne accorga.

AB – Io l’ho gradito moltissimo e noto, incidentalmente, che nel passare dal genere al mainstream non hai perso la mano nel “colpo di scena”, che a mio avviso rimane comunque un elemento indispensabile per tenere alta la tensione narrativa (e la voglia del lettore di “andare avanti”).
BM – Sono d’accordo (salvo sul mainstream, di cui ho detto come la penso). Il colpo di teatro in questo “interno di famiglia” è fondamentale sul piano strutturale e plasma la forma narrativa del romanzo. Qualcuno suggerisce di farci una pièce teatrale e non è detto che non succederà.

Bruno Morchio
Il profumo delle bugie
Garzanti, 2012
Anche in ebook

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