Wilbur Smith: anteprima mondiale in Italia

Vendetta di sangueWilbur Smith, unanimemente riconosciuto come il maestro mondiale dell’avventura, prolifico e longevo autore di best seller (oltre 120 milioni di copie vendute nel mondo) è in Italia per promuovere in anteprima mondiale il nuovo romanzo.
Vendetta di sangue
(Vicious Circle), Longanesi 2013, disponibile anche in ebook, sarà in libreria dal 31 gennaio e l’autore sarà a Roma

·        domani, Mercoledì 30 gennaio
Libreria Ibs.it, via Nazionale 254, ore 18.30, firma copie

·        Giovedì 31 gennaio
Libreria Borri Books, Stazione Termini, ore 12.00, firma copie e posa delle mani

·        Giovedì 31 gennaio
Anteprima Festival Libri Come, Auditorium Parco della Musica – Sala delle risonanze, ore 21.00

·        Sabato 2 febbraio
Libreria Nuova Europa, I Granai, via M. Rigamonti 100, ore 12.00, aperitivo con l’autore

Questo il booktrailer:

E questa la trama del libro:

Hector Cross non è un eroe: è soltanto un uomo. Ma quando un uomo come Hector Cross perde tutto quello che ha, il suo dolore e la sua furia possono essere devastanti. Una mano assassina ha spezzato la vita di Hazel Bannock, la donna che amava e che stava per dargli una figlia. La neonata è sopravvissuta e ora Hector è solo, con una bambina da crescere, e un’indomabile sete di vendetta e di giustizia. È il momento di riunire la squadra di un tempo, i membri della Cross Bow Security. È il momento di tornare nella terra del nemico, che sia il deserto dell’Africa nordorientale o la City di Londra. È il momento di combattere la Bestia, il gruppo di terroristi che Hector credeva di aver sconfitto e che, invece, pare aver rialzato la coda velenosa come uno scorpione. Ma bastano pochi passi nella follia e nella violenza perché Cross capisca che il nemico ha molte facce. Volti nascosti in torbidi segreti di famiglia, che Hazel non ha mai avuto il coraggio di confessargli. Volti che adesso tornano dal passato per colpire, affamati di potere e di denaro, ebbri di violenza e di perversioni, assetati di sangue.

La luna di carta di Andrea Camilleri al Teatro Stabile del Giallo

locandinalunadicartaÈ in scena l’adattamento teatrale del romanzo di Andrea Camilleri La luna di carta (Sellerio, 2005) al Teatro Stabile del Giallo di Roma. Regia di Maria Luisa Bigai e scenografia che ruota sul gioco di ombre dietro pannelli di carta di riso. Si tratta di una prova complessa per gli attori storici dello Stabile, impegnati a caratterizzare personaggi la cui figura è già solidamente radicata nel nostro immaginario grazie alla trasposizione televisiva.
Nino D’Agata è un Salvo Montalbano triste, a cui si è piantato in testa il pensiero della morte. Meglio indagare su un omicidio, per quanto scomodo possa essere. Il cadavere è quello di Angelo Pardo, informatore scientifico. Un cadavere rinvenuto nella dépendance dell’appartamento dell’uomo, in posa oscena, il volto parzialmente asportato da un colpo di rivoltella. Le indagini si indirizzano subito verso la turbolenta vita sentimentale del morto. Donne, tantissime donne: una sorella conturbante e gelosa (Anna Masullo), un’amante bellissima e scapestrata (Linda Manganelli), una ex delusa (Maria Teresa Pintus), un grave peccato giovanile… Ognuna di queste donne aveva un motivo per uccidere Angelo durante l’amplesso – se poi amplesso c’è stato.
Indaga il bravissimo Fazio (Andrea Ruggieri), mentre Catarella (Giovanni Rizzuti) mette a frutto insospettate abilità informatiche, ma è Salvo Montalbano che deve tirare le fila del tutto. E Montalbano, sedotto, rischia di perdere di vista la realtà…

La magia del palcoscenico, quella che si rinnova ogni sera allo spegnersi delle luci in sala, coinvolge lo spettatore e vale ben più del prezzo del biglietto.
Lo spettacolo è introdotto dall’inconfondibile voce del maestro Camilleri che invita gli spettatori a spegnere “cellulari e sigarette”.

In scena al Teatro Stabile del Giallo fino al 10 marzo

Via al Sesto Miglio, 78
00189 Roma, Italia.
Per Info e Prenotazioni:
+39 06 33262799
stabile.giallo@gmail.com

Il sito dell’editore Sellerio riporta: «Tra due donne forti e insidiose deve industriarsi il commissario Montalbano: una estroversa, e di franca sensualità; l’altra segreta, e di morbosi ardori, capace di tutto intraprendere e di tutto nascondere. Si sgambettano a vicenda, le due donne, su scivolosi precedenti: che sono esche e trappole per il commissario («Quann’era picciliddro, una volta sò patre, per babbiarlo, gli aveva contato che la luna ‘ncelu era fatta di carta. E lui, che aviva sempre fiducia in quello che il patre gli diciva, ci aviva criduto. E ora, maturo, sperto, omo di ciriveddro e d’intuito, aviva nuovamente criduto come un picciriddro a dù fìmmine…, che gli avivano contato che la luna era fatta di carta»). La verità non procura rimedio. Se non è vittoria è purtroppo vendetta. Rovinosa e tragica. Secca e asciutta, nell’orrore: «la tragedia, quann’è recitata davanti alle pirsone, assume pose e parla alto, ma quando è profondamente vera parla a voce vascia e ha gesti umili. Già, l’umiltà della tragedia». Il commissario interloquisce con l’incipiente vecchiaia. Ricalibra le sue negligenze. Escogita ripari alla ruggine degli anni. Impara a convivere con l’ossessione della morte (un orologio biologico che batte l’ora grave) e dà udienza a passi ciechi che conducono al mistero di una casa «morta» (alla Faulkner): nella quale, attorno a un cadavere oscenamente atteggiato, si impaludano e covano le acque putride di passioni irritabili e scenografiche; insieme al fondiglio di un’oscenità politica, che lascia emergere cadaveri eccellenti e prospere viziosità. La trama è torbida, in questo romanzo che la palude stigia (facsimile della morte civile) fa solidarizzare con una politica governativa drogata di ordinaria anormalità».
Salvatore Silvano Nigro

Oxford Murders – Teorema di un delitto

The Oxford MurdersMediaset Premium lo sta passando in questo periodo (Giovedì 24 alle 21.15 su Premium Energy, per la precisione), quindi se avete occasione consiglio vivamente di vedere Oxford Murders – Teorema di un delitto. Il film è tratto dal romanzo La serie di Oxford (edito da Mondadori, pubblicato anche nel Giallo Mondadori nr. 2892, gennaio 2006) di Guillermo Martinez, un giallo di alta classe che mescola una trama impeccabile a curiose nozioni di matematica, filosofia e magia.

Il libro inizia con l’omicidio di un’anziana signora, accompagnato da un inquietante biglietto sul quale compare un simbolo matematico, il primo di una serie. Un serial killer si aggira nella tranquilla cittadina di Oxford: potrebbe trattarsi di qualcuno che, pur di dimostrare la propria superiorità intellettuale, non esita a uccidere sfidando i brillanti matematici del luogo a risolvere il caso. Sono “crimini impercettibili”, quelli che vengono commessi, crimini che potrebbero quasi essere scambiati per decessi naturali se non fossero accompagnati da quei biglietti… Come nella migliore tradizione gialla, la verità è al tempo stesso rigorosamente logica e accuratamente celata, proprio come la lettera rubata di Edgar A. Poe.

Devo ammettere che un romanzo giallo acquista molti punti, nella scala delle mie preferenze, se oltre a mettere alla prova le mie capacità deduttive riesce anche a stimolare la curiosità di saperne di più su argomenti che sono stati accantonati dopo gli anni della scuola. Sono andata quindi a rispolverare nozioni come il teorema di Fermat, il paradosso di Wittgenstein sulle regole finite e addirittura un racconto di Dino Buzzati, Sette piani.

E, sorpresa sorpresa, il film mi è piaciuto altrettanto. È vivace, ricco di citazioni, ambientato nella splendida atmosfera dei college inglesi di Oxford.

La trama è un capolavoro di eleganza, ma è la stessa del libro, inutile ripeterla.
Se non avete letto il libro di Guillermo Martinez, il finale vi colpirà per la sottigliezza. Se lo avete letto, vedrete con quale vigore e nitidezza prendono vita sullo schermo i due contrapposti caratteri dello studente Martin e del professor Arthur Seldom.

Ottimo giallo con grandi spunti di riflessione circa la Vita, l’Universo e Tutto Quanto.

Qualche curiosità in più su Wikipedia.

Oxford Murders – Teorema di un delitto
Regia di Álex De la Iglesia
Con Elijah Wood, John Hurt, Leonor Watling, Julie Cox, Anna Massey
Titolo originale The Oxford Murders
Durata 110 min.
Spagna, Francia 2008

Le nomination degli Edgar Award 2013

the edgarsItaliani a bocca asciutta: nessun finalista per la narrativa di genere negli Edgar Awards 2013, ma segnalo con piacere che Books to Die for, a cui ha collaborato la “nostra” Elisabetta Bucciarelli, è in lizza per la categoria Best Critical/Biographical.
Tutti a fare il tifo, mi raccomando!

Per il resto, poco da segnalare se non l’arduo confronto sulle serie tv, dove troviamo in gara gli episodi:
“Pilot” – Longmire, Teleplay by Hunt Baldwin & John Coveny (A&E/Warner Horizon Television)
“Child Predator” – elemeNtarY, Teleplay by Peter Blake (CBS Productions)
“Slaughterhouse” – Justified, Teleplay by Fred Golan (Sony Pictures Television/FX Productions)
“A Scandal in Belgravia” – Sherlock, Teleplay by Steven Moffat (BBC/Masterpiece)
“New Car Smell” – Homeland, Teleplay by Meredith Stiehm (Showtime/Fox21)
(Inutile dire che lo scontro è tra gli ultimi due, con una spiccata preferenza da parte mia per il penultimo).

I vincitori saranno resi noti il 2 maggio durante la tradizionale cena annuale dei Mystery Writers of America presso il Grand Hyatt Hotel di New York.

Segnalazioni dalla rete (e un saluto dal TARDIS)

Francobolli Doctor WhoLa visione del Doctor Who sta assorbendo tutto il mio tempo libero, o quasi (per fortuna ci sono in giro solo sette stagioni, dal 2005 in poi, altrimenti sarei sparita per sempre…). A parte i francobolli commemorativi che vedete sopra, per festeggiare degnamente i cinquant’anni del Dottore sono stati cooptati i più famosi autori britannici: ogni mese uscirà un racconto in ebook e a novembre i racconti saranno pubblicati in una speciale edizione cartacea. Si inizia il 23 gennaio con Eoin Colfer.
Maggiori informazioni sulla pagina FaceBook del Doctor Who.
Insomma, mancavo solo io, e la cosa iniziava a essere fonte di serio imbarazzo. Torno al TARDIS e vi lascio le segnalazioni più interessanti degli ultimi giorni, con la promessa di approfondire presto.

Frankenweenie – Lungamente annunciato e posticipato, sta per uscire nelle sale italiane Frankenweenie, l’ultima fatica di Tim Burton. Il film è tratto da un corto girato nel 1994 dallo stesso Burton che è stato reso disponibile online in versione integrale:

Radiodramma – Dal sito delle Fonderie Mercury è possibile scaricare il radiodramma L’etica del parcheggio abusivo di Elisabetta Bucciarelli, registrato al Teatro dell’Elfo di Milano il 12 gennaio. L’opera fa parte di un progetto che ha già visto la partecipazione di altri autori (tra cui Carlo Lucarelli e Sandrone Dazieri) e che punta sull’ascolto e sulla narrazione orale in teatro. Per chi non ha mai conosciuto la drammaturgia radiofonica, è un’esperienza da provare.

Libri/1 – Si chiamerà Inferno e uscirà il 14 maggio 2013. Sarà ambientato a Firenze e minaccia di essere il prossimo best seller americano che inonderà le librerie in estate o a Natale: è il nuovo romanzo di Dan Brown con il solito protagonista, il professor Langdon. L’Huffington Post, nel dare la notizia, ha ritenuto necessario precisare che il titolo richiama l’opera di Dante Alighieri. Siete contenti, sì?

Libri/2 – Di tutt’altro tenore, invece, la scrittura di Alicia Gimènez-Bartlett, che ambienta il suo ultimo romanzo Gli onori di casa in Italia, per la precisione a Roma. Questo, invece, ci fa piacere.

Libri/3 – È stato ritrovato – e sarà ripubblicato – un saggio di Agatha Christie sulla letteratura poliziesca. La Christie cita i membri del Detection Club (di cui Fabio Lotti ha parlato qua) e le loro “creature” e dichiara di essere mortalmente annoiata dal “suo” Poirot. Il saggio era stato commissionato dal governo inglese per diffondere lo stile di vita occidentale nell’ex Unione Sovietica.

Per i maniaci del dettaglio (come me) – Finalmente qualcuno si occupa seriamente dell’annoso problema delle imprecisioni nei romanzi gialli. È la WAS, Washington Academy of Science. Ne parla Stefano Bartezzaghi in Libri, il fact-checker per la fiction un bollino per i gialli senza errori.

Carlo Fruttero, a un anno dalla scomparsa

Carlo Fruttero[Oggi è il primo anniversario della scomparsa di Carlo Fruttero. Questo pezzo, che io considero uno tra i miei migliori, è per ricordarlo. Photocredits: Panorama]

Il Maestro Carlo Fruttero non si sposta volentieri, ma è merito e vanto degli organizzatori del Festival A qualcuno piace giallo essere riusciti a portarlo di fronte a una platea colta e appassionata. La sua presenza a Brescia è un evento nell’evento. Sabato pomeriggio il teatro Sancarlino è gremito. Alle sette di sera il Maestro sale sul palco ed è un vero peccato che le sue apparizioni siano così rare, perché riesce a strappare risate e applausi a scena aperta, da commediante consumato.

Carlo Fruttero ritira il Premio Carriera Gialla, molto di più di una semplice targa: è il riconoscimento e il ringraziamento per una vita dedicata alla letteratura, non solo di genere. Fruttero commenta i cambiamenti che la città di Brescia ha subito dalla sua ultima visita, un ventennio fa, e la paragona ironicamente a Chicago, affermando che a Torino non si è riusciti a fare altrettanto.

L’excursus sulla lunga carriera ne tocca i punti principali: l’incontro a Parigi con Lucentini, la richiesta di Montanelli (allora direttore de Il Giornale) di scrivere un romanzo di appendice, le lunghe discussioni su come strutturarlo: «Il pasticciaccio di Gadda, ad esempio, a me piaceva, a Lucentini proprio no» confessa lo scrittore. E infatti si ispirarono ai romanzieri inglesi. Il risultato fu quello di pubblicare, nel lontano 1972, La donna della domenica, l’opera che segnò la nascita del genere in Italia (e del duo Fruttero-Lucentini). Nonostante la prima accoglienza della critica avesse liquidato il romanzo con una certa superficialità, il successo di pubblico fu immediato e gli stessi detrattori, negli anni successivi, dovettero ricredersi. Soprattutto quando, otto anni dopo, «Umberto Eco dimostrò come si potesse scrivere un giallo e, al tempo stesso, fare letteratura».

Il premio conferito dalla città di Brescia chiude un cerchio virtuale, ideale: viene ricordato infatti che La donna della domenica fu portato sul grande schermo da Luigi Comencini, regista bresciano (nativo di Salò).

Già in quel primo romanzo era presente un elemento che ricorre con forza anche nell’ultimo Donne informate sui fatti: quella Torino borghese, piena di chiaroscuri, i cui abitanti si svelano attraverso porte socchiuse e frasi rivelatrici. E non solo.

Donne informate sui fatti, che ha segnato il ritorno del Maestro sugli scaffali delle librerie dopo oltre quattro anni dalla morte di Lucentini, è un giallo di fattura eccellente (ça va sans dire). Al centro della storia, ovviamente, c’è un omicidio. La morte di Milena, rumena, forse prostituta, forse redenta, è lo spunto per dar voce a otto donne molto diverse tra loro: la bidella, la barista, la carabiniera, la figlia, la migliore amica, la giornalista, la volontaria e la vecchia contessa. Ognuna parla con toni e registri differenti, ognuna conosce una parte della verità e la rivela inconsapevolmente. Ognuna confessa, involontariamente, le proprie miserie e debolezze, vanità e fragilità. «Le donne di cui si parla nel libro sono le donne che piacciono a me. La vecchia contessa, poi, è proprio il mio autoritratto» ammette Fruttero, e chi ha letto il libro non può fare a meno di sorridere.

Interrogato sui suoi futuri progetti, il Maestro rivela che Mondadori gli ha proposto da tempo un Meridiano che raccolga le opere della premiata ditta Fruttero e Lucentini, ma che lui li sta ostacolando perché quel tomo dall’aspetto “enorme e lugubre, pesante come una lapide” gli sembra di pessimo auspicio. Si entusiasma invece al pensiero della riedizione di un vecchio racconto, scritto anni fa senza Lucentini. Si tratta di Ti trovo un po’ pallida, una storia di fantasmi (che la scrittrice Patrizia Pesaresi dichiara essere “deliziosa”) che verrà ripubblicata da Mondadori con l’aggiunta di una prefazione, «una sorta di backstage su come nasce il romanzo che conterrà anche rivelazioni su un personaggio famoso». Di più, ovviamente, il giallista non dice.

Almeno in pubblico. Intervistato in privato, Carlo Fruttero mostra la classe e la lucidità che ha avuto sul palco, ma anche i segni di una certa stanchezza malinconica. Ho avuto il piacere di rivolgergli qualche domanda.

AB – Inizierò con una domanda a dir poco classica: si ritiene uno scrittore di genere o uno scrittore tout court?
CF – I generi non esistono. Ci pensi: a suo tempo Manzoni cedette alla moda del romanzo storico e scrisse I promessi sposi. Ma nessuno si sogna ora di dire che si tratta di letteratura “di genere”. Ci sono solo libri belli o libri brutti, non mi stancherò mai di ripeterlo.

AB – Una persona colta come lei, che ha letto per tutta la vita, che libri ha sul comodino?
CF – Attualmente leggo tutto ciò che mi mandano le case editrici. Adesso sto leggendo Imperium di Robert Harris (autore di Fatherland e Archangel), e lo apprezzo molto perché è ben documentato, è un libro pieno di dati e di notizie. Leggo finalmente i racconti di Cassola, e li trovo tristissimi. Leggo Simenon, ma non Maigret: sto leggendo Il piccolo libraio di Archangelsk e lo trovo meraviglioso, con quelle sue descrizioni… Simenon è l’ultimo grande realista. Ho letto un romanzo di Carofiglio e l’ho trovato interessante, gradevole. Ogni tanto leggo una tragedia di Eschilo. Faccio zapping, insomma. Vado dall’alto al basso.

AB – Mi sembra di capire che anche lei fa parte di coloro che ritengono che ci sia una distinzione tra letteratura “alta” e letteratura “bassa”.
CF – No, niente affatto: dico piuttosto che ci sono libri che ti impegnano di più e altri che leggi con minor fatica. La stessa cosa che accade per i film o gli spettacoli teatrali. Io non disapprovo chi guarda Beautiful; lo capisco. La disapprovazione che circonda gli spettacoli facili è una sciocchezza. È un intrattenimento leggero, che non richiede impegno. L’importante è sapere che c’è anche altro, che si può scegliere. Al limite, che si può spegnere la televisione e leggere un libro.

AB – Come nasce Donne informate sui fatti?
CF – Lo spunto iniziale, quello della “vendetta galante”, l’avevo in mente da tanto tempo. Però non riuscivo a ideare una storia nella quale questo spunto si inserisse in modo naturale. Vede, nella Torino degli inizi del ‘900 era plausibile che un ricco industriale sposasse una ballerina – era uno scandalo, certo, ma non era infrequente. Al giorno d’oggi, e nella Torino attuale, non è verosimile che un ricco industriale sposi una prostituta. Poi però sono arrivate le badanti, e i giornali si sono nuovamente riempiti di storie in cui il ricco borghese sposa la badante extracomunitaria. Tenga presente che gli extracomunitari hanno portato un notevole rimescolìo nella tessuto urbano, non solo sul piano criminale, ma anche nell’ambito sociale. E così la mia idea iniziale è tornata a essere verosimile. Il banchiere che sposa la babysitter dei nipoti era un’idea perfettamente realistica. E da lì sono andato avanti.

AB – Se Lucentini avesse scritto questo libro con lei, cosa ci sarebbe stato di diverso?
CF – Beh, tante cose. Ad esempio nel libro c’è Milena, la morta, che è una giovane rumena. Se Lucentini fosse stato vivo, avrebbe studiato il rumeno per capire esattamente che tipo di errori fanno i rumeni che parlano l’italiano. E poi avrebbe scritto tre pagine e mezzo perfette, ineccepibili. Io non l’ho fatto. La ragazza rumena del libro è morta, dunque semplicemente non parla.

AB – Però ha scritto delle perfette simulazioni del linguaggio degli SMS: la barista manda al suo fidanzato dei messaggini che sembrano davvero scritti da una adolescente.
CF – In questo mi ha aiutato mia figlia. È stata lei a dirmi come i ragazzi di oggi comunicano tra loro. Io non sono esperto di nuove tecnologie. Anche con i computer non è che abbia un gran rapporto, io uso ancora la penna, si figuri…

AB – Nel libro compare anche una figura molto nuova, quella della carabiniera.
CF – Sì, mi sono molto documentato per essere certo che fosse realistica. Le carabiniere oggi esistono, ma ancora non si occupano di investigativa. Però mi sono informato con amici che lavorano nell’ambiente e mi hanno assicurato che a breve anche le carabiniere saranno inserite nelle strutture che si occupano di indagini.

AB – Come mai l’ha voluta, allora, anche se precorre i tempi?
CF – Perché non volevo usare dei cliché. Non volevo assolutamente ricorrere a parole come “commissario”, “DNA”, “sei sospeso dal servizio” e giù pistola e distintivo… Sono molto attento a questi dettagli. Vede, ormai si può dire che tutto è già stato scritto e che la difficoltà maggiore, oggi, è quella di evitare di essere ripetitivi. Quindi quando leggo un libro o guardo un film controllo sempre in che modo l’autore o lo sceneggiatore sono riusciti a ingentilire i cliché, come li hanno evitati, quali strategie o acrobazie hanno sperimentato. E, ovviamente, quando scrivo sto attento a evitare le banalità.

AB – Lei aveva detto che avrebbe smesso di scrivere. Invece ci ha regalato un nuovo libro. Cosa l’ha spinta ad andare avanti?
CF – Per raccontare ci vuole passione. La figura del narratore è molto risalente – pensi ad Omero, il primo narratore della storia. La passione è un dono, un istinto. Vedi qualcosa, un dettaglio, ti resta in mente un’immagine che hai voglia di raccontare. Poi la passione magari ce l’hanno in molti, ma non tutti sono capaci… Però io sentivo, e sento ancora, quella passione.

Il nome di Carlo Fruttero, nato a Torino nel 1926, è stato per decenni indissolubilmente legato a quello di Franco Lucentini. I due si conoscono a Parigi nel 1953 e finiscono per lavorare entrambi, come redattori, presso la prestigiosa casa editrice Einaudi. Insieme curano due volumi di fantascienza: Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza (1959) e Il secondo libro della fantascienza (1960). I rapporti con Mondadori iniziano proprio con la direzione della rivista di fantascienza Urania, che cureranno fino al 1986. Nel frattempo, però, iniziano a scrivere assieme un giallo che diventerà una pietra miliare, La donna della domenica (1972). A questo seguiranno, fra gli altri, Il palio delle contrade morte, A che punto è la notte (con lo stesso protagonista de La donna della domenica, il commissario Santamaria), Enigma in luogo di mare. Il sodalizio si interrompe solo a seguito del suicidio di Franco Lucentini, nel 2002. Fruttero, dopo aver dichiarato di non voler più pubblicare, torna sugli scaffali quattro anni dopo con Donne informate sui fatti (Mondadori, 2006).

Brescia – 24 e 25 marzo 2007

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio

fabioenipoteQuesta volta mi sono portato al gabinetto una brancata di filosofi, di menti scintillanti e pezzi grossi dell’elucubrazione cerebrale, per ritemprare il mio animo avido di sapere. Sono partito dall’Apologia di Socrate del nostro Platone che termina con la frase memorabile
Ma ora è ormai tempo di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada ad una sorte migliore, nessuno lo sa, tranne la divinità (miezzeca!) e poi ho cercato di salire sulle spalle di altri giganti del pensiero che quasi mi girava la testa e cascavo di sotto (mi sono aggrappato ai pantaloni). Al termine dell’impresa ecco una mitragliata di domande di carattere generale mischiate ad altre tratte dalla mia esperienza personale. Ve ne butto giù qualcuna, così all’impronta.
Perché si nasce? Perché si muore? Ma, soprattutto, perché qualcuno vive? Siamo tutti uguali? Non è, per caso, che qualcuno è più uguale degli altri? Che cosa è la paura? Esiste? E se esiste perché ha preso le sembianze di La Russa? Riuscirà Bersani a catturare il tacchino sul tetto o cadrà dalla scala? E riuscirà Fiorito a rubare la brandina della sua cella? Siamo uomini o caporali? E se non siamo uomini si può sperare di essere almeno tenenti? Panta rei, sicuri che tutto scorra e che si riesca ad uscire dalla merda in cui siamo cascati? Cogito, ergo sum, e allora quanti di noi summono? Ce la farà quel bischero di Achille a raggiungere quella fottutissima tartaruga? Continuerò a ricevere la pensione? Sarà ancora capace Berlusconi di mandare tutto il paese a puttane e la sua ex moglie ad andare avanti con soli centomila euro al giorno? Se ad Archimede si fosse dato un punto di appoggio avrebbe sollevato il mondo o ce lo avrebbe piantato nel di dietro? Che fine ha fatto la Carrà? E Pippo Baudo? Perché la principessa sta sempre sul pisello e non si sposta di un centimetro? Non è che ci si trova bene? Esiste la felicità? Possiamo essere felici anche con l’ombrello di Altan che si fa largo tra le nostre chiappe? Se io non so e neppure credo di sapere che cazzo so? Quanto ruberanno ancora i nostri politici? Tagliargli le mani è troppo o troppo poco?…
Sono interrogativi che mi agitano e mi tormentano più che questo letto, lasciandomi dubbioso, perplesso e spossato. In crisi, insomma, lì penzoloni sul water come una cacca di piccione sul bordo di una grondaia. E la situazione non è per niente gradevole, credetemi. Ma devo avere nei cromosomi qualcosa che riconduce al mio cognome. Lotti uguale lotta, dunque vado avanti lascio alle spalle i barbuti filosofi, do un calcio in culo a qualsiasi incertezza, prendo i miei libri, mi piazzo sul water e via libera alla lettura! (anche perché in fondo avrete una sorpresa).
Parto con La strana morte dell’ammiraglio dei famosi membri del Detection Club (Christie, Sayers, Chesterton ecc…), Giunti 2012 (anche in ebook), che avevo lasciato in sospeso nel precedente incontro gabinettistico.
Che cosa sia stato il “Detection Club” (siamo negli anni Trenta) ce lo spiega in maniera semplice e chiara Dorothy L. Sayers nella introduzione “È un’associazione inglese di scrittori polizieschi che si incontrano più che altro per cenare insieme e parlare in continuazione di lavoro… Per entrare a far parte del Club bisogna avere scritto dei veri polizieschi (non romanzi di avventura o “thriller”), venire segnalati da due o più soci, essere votati dal Club e infine prestare giuramento”. Seguono delle regole da rispettare nell’attuazione delle storie.
Insomma questi soci un po’ fanno sul serio e un po’ si divertono. Come in questo caso. Uno inizia la storia e gli altri giù a continuarla senza sapere che cosa abbia in mente il suo predecessore. Sono ben dodici tra cui la nostra Agatha Christie che attira sempre l’attenzione dei lettori di ogni luogo e tempo (vedere copertina con suo nome e cognome in caratteri stratosferici).
Prologo di Chesterton: tre immagini nelle volute di fumo dell’oppio, “tre momenti della progressiva rovina di un uomo”. O arrangiatevi. Siamo a Lingham. Neddy Ware, ex sottufficiale della Royal Navy, vede arrivare sul fiume la barca del vicario. Dentro c’è l’ammiraglio Penistone colpito al cuore con uno strumento a lama sottile. Indossa un cappotto, ha un giornale in tasca e nella barca vengono trovati il cappello del vicario e una chiave. La gomena risulta tagliata.
Non ve la faccio lunga. Un tourbillon di supposizioni, di “incasinamenti” magistrali e io mi immagino il povero Berkeley (deve scrivere l’ultimo capitolo) che suda come se fosse davanti ad un altoforno aperto per rimettere tutti i tasselli al loro posto. Al termine del libro altre soluzioni di nove (mi pare) degli autori a dimostrazione della loro incredibile capacità creativa.
Conclusa la lettura occhi sbarrati, mani tremanti e un “Li mortacci!” (misto di imprecazione-ammirazione) che viene su rigoglioso e spontaneo.

Proseguo imperterrito con i miei favolosi G.M. Vedi Tutto quel rosso di Cristiana Astori.
Susanna Marino, studentessa al collegio Merini (pure portinaia per pagarsi la retta) in cura dallo psichiatra Donati per narcolessia (prende pillole di Ritalin), è salvata da Clara Pardi “bionda, precisa, secchiona” mentre sta per buttarsi nel vuoto. Suo progetto la tesi “sullo spazio nelle location dei film argentiani e sulle dinamiche della paura che suscitano nello spettatore…” per il prof. Rosselli (che pure lui qualche problema ce l’ha). Clara viene uccisa con una mannaia come in “Profondo rosso” e così altri omicidi seguono le modalità di quel film famosissimo con la famosissima canzone corroborata dal pupazzo meccanico.
Il punto essenziale è che sembra esistere da qualche parte una copia lavoro di “Profondo rosso” che contiene alcune scene in più eliminate poi nel montaggio e ricercata dall’assassino. Inoltre c’è il diario di Clara scoperto da Susanna che improvvisamente sparisce e la stessa Susanna costretta a fuggire perché ritenuta l’autrice del delitto.
Non aggiungo altri particolari per non scoprire troppo la trama. Prosa ricca, fresca, pulsante, incertezze, paure, visioni, allucinazioni, quasi tutti i personaggi presentano qualche aspetto “strano”, ambiguo e misterioso che produce un’alternanza di sospetti. Accanto all’ansia, all’angoscia e al martellamento ossessivo della canzone di morte non manca il movimento, la fuga, la corsa spericolata in macchina. Un viaggio dall’interno all’esterno e viceversa che tiene in continua tensione il lettore.

Continuo con Veleni letali di John Dickson Carr, Hillary Waugh, Anthony Berkeley, a cura di Mauro Boncompagni.
Quando c’è di mezzo Mauro Boncompagni piatto ricco mi ci ficco. Qui, per motivi di spazio, non posso farla tanto lunga. Due romanzi ed un racconto magistrali e fidatevi del vecchio Lotti sterminatore di libri. Semmai un consiglio: occhio al latte, alle cipolle con panna e alle medicine. Che ci si può trovare arsenico, idrobromuro di iosciamina e stricnina. Tanto per gradire…

Proseguo imperterrito con Natale al Mysterious Bookshop di A.A.V.V., a cura di Otto Penzler.
Una chicca. Una formidabile chicca di 17 maestri della suspense come indica il sottotitolo. Qualche nome? Eccoli: Westlake, Block, McBain, Perry, Cook, Higgins Clark e tanto vi basti che anche gli altri mica scherzano.
Storie che ruotano attorno al Misterious Bookshop di New York il cui proprietario (che diventa pure un personaggio) è il nostro Penzler. Anche qui stringo parecchio. Abbiamo spesso furti, scherzi, burle, sorprese ma anche morti ammazzati alla vigilia di Natale con la neve che scende giù a larghi fiocchi, una sparatoria proprio sopra alla famosa libreria che coinvolge perfino Cosa Nostra e racconti toccanti come quello di Thomas H. Cook in cui Veronica Cross, che lavora al Mysterious, si ritrova all’improvviso in stretta sintonia con il dolore del cliente Harry Bentham. Personaggio, dicevo, pure il nostro Otto Penzler, di età imprecisata ma superiore ai cinquanta, aria elegante, nemico del fumo e amante del police procedural, che appare, talvolta, “con il suo bel vestito e la barba brizzolata”, pronto a qualsiasi consiglio sui libri rari da acquistare.
Racconti deliziosi, colti, sensibili, avvolti spesso con un sottile velo di ironia, di sorriso e qualche punta di malinconica commozione. Insomma una bella festa dell’intelligenza e dell’arte dello scrivere.

Su Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e su Verso l’ora zero di Agatha Christie non aggiungo altro bastando e avanzando il nome degli autori.

Reso famoso da La variante di Lunenburg, Paolo Maurensig si presenta questa volta con un libretto di nemmeno novanta pagine, L’ultima traversa, Barbera 2012, che mette ancora al centro gli scacchi.
Uno scrittore, presumo lo stesso Mauresig, colpito da un racconto di una anziana proprietaria di un albergo non lontano da Bolzano, nato dalla richiesta di consultare un vecchio manuale di scacchi custodito in una vetrina della sala di lettura, trascrive la sua storia.
Una specie di novella con morale incorporata scritta in stile semplice e pulito. Scacchi belli, sì, anche utili (in questo caso per distogliere l’attenzione dal peccato), però non ci si può affidare completamente a loro trascurando gli altri aspetti importanti della vita. Come l’amore, per esempio. E non c’è da dargli torto (lo dice uno che è fissato con il “nobile giuoco”).

Vipera di Maurizio De Giovanni, Einaudi Stile Libero Big 2012 (anche in ebook).
Napoli 1932, una settimana a Pasqua. Arriva la primavera. Al Paradiso, “il casino più famoso della città, quello per i ricchi” viene uccisa Cennamo Maria Rosaria, ovvero Vipera, ragazza bellissima conosciuta da tutti. Proprietaria dell’esercizio Yvonne, a trovarla viva per ultimo Coppola Giuseppe di lei innamorato fin da ragazzo, e a trovarla morta Vincenzo Ventrone, commerciante di arredi sacri con tendenze sadomasochiste, uno dei tanti “affezionati” clienti. Morta soffocata con un cuscino sul quale ci sono dei capelli biondi (e pure sulla spazzola), il cadavere “scomposto in mezzo alle lenzuola sgualcite”, una delle gambe penzolante nel vuoto, le braccia aperte. Le parole “sentite” dal commissario Ricciardi (che ha, come sappiamo da precedenti letture, questo “dono”) Frustino, frustino. Il mio frustino.
Non riporto integralmente quello già scritto altrove. Un bel libro corale dove hanno un loro peso anche i personaggi comprimari, qualche spunto sulla violenza fascista, uno sguardo più umano sul mondo e la vita delle prostitute, i tratti realistici di una città complessa come Napoli. Accanto alla storia delittuosa si svolge il sofferto rapporto sentimentale del commissario con Enrica, la giovane dirimpettaia, e Livia, amica della figlia del Duce, due figure diverse di donna entrambe attratte da questo uomo affascinante e tenebroso. Un romanzo intenso, commovente, basato soprattutto sui “perché”, e nello stesso tempo in certe parti ripetitivo (soprattutto per chi ha letto gli altri libri) ed esasperato quando De Giovanni batte ripetutamente su certe parole e certi sentimenti (si rischia il lezioso), anche se ad un livello stilistico di tutto rispetto. Sempre ottimo con qualche piccola incrinatura dovuta all’allungarsi della storia.
Ed ecco la sorpresa!
Ho fatto a due amici bomboloni la seguente domanda Quale è il libro, recente o passato, che ti ha fatto saltare sulla tazza del water?
La prima risposta è quella di Patrizia Debicke van der Noot (per me solo la Debicche), scrittrice esperta soprattutto (ma non solo) di romanzi storici, tra cui mi permetto di segnalare, anche se lei non vuole: La gemma del cardinale, Corbaccio 2008; L’oro dei Medici, TEA 2009 e L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010.
“Le mie prime letture al gabinetto risalgono all’adolescenza quando ogni anno passavo parte delle vacanze in campagna, da mia nonna. A pianterreno, oltre lo studio, si apriva la porticina del gabinetto, chiamato fastosamente bagno degli ospiti, che esibiva, oltre a un minuscolo lavandino a forma di conchiglia, una monumentale tazza con seggetta di legno e “due” dico, ben due librerie traboccanti di volumi di ogni razza e dimensione. L’ideale per i bisogni fisici e mentali e io, figlia e nipote unica, presi il vizio di rintanarmi là. Il bagno degli ospiti si fece anche sala di lettura e L’histoire de ma vie di Giacomo Casanova, oltre ad aprirmi gli occhi su certe cose della vita, m’insegnò meglio il francese.
Tutto cambia, il mio gabinetto attuale è diverso, asettico, meno sfizioso, ma tant’è. I vizi sono vizi, quelli che contano non si perdono mai e a dicembre il pepato è da gustare: Il profumo delle bugie di Bruno Morchio, più commedia teatrale che romanzo, mi ha tenuto buona compagnia… sulla tazza.
Tragicomico e disinibito dramma familiare, dissacrante ma intelligente parodia di un’altolocata famiglia ligure (potenza finanziaria alla terza generazione), con per scenario una villa, una superba villa con giardino che guarda il mare.
Commedia dicevo con un perfetto primo attore, Edoardo, lo squalo, il bugiardo dissoluto, il satrapo, patriarca della ricchissima famiglia D’Aste, un passato da spedizionieri internazionali e oggi le mani in pasta dappertutto, una prima donna, interpretata da Ines, moglie in fin di vita ma ancora egoista indomita e nerbo della casa e, nel ruolo di comprimari, il figlio maggiore Meo, nevrotico medico per ripicca, la nuora Rosita, con il pallino della letterata, la figlia Lena, ormai stagionatella figlia dei fiori in India e lesbica per scelta, il nipote ventiquattrenne Francesco, dottore in economia senza i piedi per terra e la di lui fidanzata Dolores, il personaggio più vero e allo stesso tempo più falso, ma anche sincero, dissacrante e chiarificatore…
Una famiglia con il fascino indiscreto della borghesia come li giudica senza peli sulla lingua la bionda Dolores. L’impossibile normalità di una famiglia anormale, governata dal quasi ottantenne Edoardo che, con la distratta complicità di tutti gli altri, interpreta la parte del cattivo. Il primo attore sicuro di essere spalleggiato dalla moglie che invece, prima di spirare, in un perfido duetto dal sapore operistico, lo beffa e punisce senza misericordia con un testamento. Una tegola sulla testa che contribuirà a sfaldare il castello di profumate bugie tollerate e fors’anche volute che indoravano la stirpe. Ma con la Findaste, nuova società del suo gruppo, il patriarca ha fatto un passo di troppo, e papà Natale è in arrivo con la nemesi nella sua gerla”.

Ed ecco cosa mi ha mandato Omar Di Monopoli, scrittore noto soprattutto per Uomini e cani, ISBN 2008 (ebook), Ferro e fuoco, ISBN 2009 (ebook) e La legge di Fonzi, ISBN 2010 (ebook). La sua scelta è caduta su Luce d’Agosto, di William Faulkner. “«Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi, ma dall’età classica». Così William Faulkner spiegò il titolo del suo settimo romanzo, Luce d’Agosto, uscito nel 1932 e subito acclamato come uno dei suoi capolavori. Ed è tra i riverberi spietati di quella implacabile luce del Sud che si consumano le vicende di una composita schiera di personaggi, ognuno a suo modo memorabile: una ragazza incinta (in inglese il «light» del titolo originale richiama anche il verbo «nascere»), armata solo di «una riserva di paziente e tenace lealtà», che si avventura dall’Alabama al Mississippi alla ricerca del padre di suo figlio (McCarthy riprenderà un personaggio simile in Il Buio fuori); un nomade solitario dallo strano nome natalizio, Joe Christmas, «con un’inclinazione arrogante e malevola sul viso immobile», un animo tormentato che l’isteria razziale sudista getta nell’abisso del dubbio circa l’origine del proprio sangue; un reverendo presbiteriano ripudiato dalla propria Chiesa per l’antico scandalo della moglie adultera e suicida; e, circondata da «negri» fantasmatici, la consueta sequela di sceriffi, taglialegna, predicatori, donne dal volto di pietra, dannati alla ricerca d’una chimerica catarsi e via così in un magmatico, meraviglioso pullulare di figure che più faulkneriane non si può. Un mito!”.

Un grazie agli amici gabinettistici e arrivederci alla prossima!
Fabio e Jonathan Lotti

Arrow – Il vigilante

CW-Arrow-DC-Entertainment-Green-Arrow-no-costume-e1350527674739Per il momento c’è la pausa festiva, ma la serie tv Arrow riprende la seconda settimana di gennaio sul canale The CW (che sta per “CBS and The Warner Bros”). La serie è ispirata all’omonimo fumetto della DC e racconta la storia di Oliver Queen, tornato a casa dopo aver passato cinque anni da naufrago su un’isola sperduta, unico sopravvissuto all’incidente in cui hanno perso la vita il padre Robert e la compagna di Oliver (beh, non esattamente la compagna, ma vedrete). Oliver-Arrow ha una missione, assegnatagli dal padre: ripulire la città in cui vive dalla corruzione dilagante. Così Oliver (mascherato con un improbabile cappuccio verde che dovrebbe renderlo irriconoscibile) non se la prende con i piccoli delinquenti ma con squali dell’alta finanza e faccendieri miliardari. Il problema è che lo stesso Oliver fa parte di una di queste facoltose famiglie che regnano su Starling City e qualcuno a lui molto vicino potrebbe essere invischiato nella lotta per la spartizione del potere che sta distruggendo la città.

Intreccio piuttosto vicino al fumetto, gradevole se piace il genere “supereroe mascherato”.

BookRX ti dice quali libri leggere (se parli inglese)

book RXBookRX è un’applicazione sviluppata dalla Northwestern University e basata su un principio molto semplice: vi chiede di inserire il vostro nome utente su Twitter, analizza le parole, gli hashtag e le persone che seguite e ne “deduce” le preferenze librarie; quindi le associa con i titoli che, sulla base del suo database, meglio si accoppiano con “parole/hashtag/persone” più frequentemente riscontrate.

Come potete vedere dall’esempio sopra, con me non era poi così difficile azzeccare. Certo che se dovesse prendere piede si profilano scenari inquietanti di marketing virale…

A voi come funziona?

La canzone del bambino scomparso di Giovanni Pannacci

la canzone del bambino scomparsoLetto l’anno scorso in poche ore, La canzone del bambino scomparso (Giulio Perrrone Editore) di Giovanni Pannacci si colloca a metà tra un romanzo di formazione e un noir. La corposa parte iniziale si svolge in estate, l’estate del 1974, nel borgo laziale di Olivella. Qua vivono Vincenzo e Boris, undicenne con spiccate tendenze omosessuali il primo, giovane bullo di paese il secondo. Diversissimi tra loro, i due stringono un legame particolare cementato dall’arrivo di Susanna, figlia di una ragazza madre che ha lasciato Olivella anni prima per trasferirsi a Milano. Susanna ha tredici anni e una marcia in più, è indipendente, ha le idee chiare. Vincenzo la prende a modello, Boris ne è attratto, ricambiato. Ma alla fine dell’estate, subito prima della partenza di Susanna, succede qualcosa che cambierà per sempre le loro vite. Prima la morte del maestro di Vincenzo, con modalità che ricordano l’omicidio Pasolini; poi qualcosa che li tocca molto più da vicino.
Dieci anni dopo Susanna torna in paese e svela a Boris una parte della verità, ma non tutta. Boris dovrà attendere un altro decennio per rimettere a posto il mosaico e chiudere i conti col passato.

Dietro la micro-storia di Vincenzo, Boris e Susanna c’è l’evoluzione della società nei vent’anni che hanno portato al dominio incontrastato di Berlusconi nei media e in politica. Susanna è pienamente integrata nel sistema, Boris assiste da una posizione periferica. Tra TV Sorrisi e Canzoni d’antan e dischi di Suzi Quatro, normalità e glamour, Susanna diventa il prototipo della velina di oggi e Boris del medio-man nazionale. E Vincenzo? Emarginato già dalla famiglia, che ne osteggia la “diversità”, ha un destino segnato. O forse no: alla fine è proprio Vincenzo il personaggio che in qualche modo riesce a sottrarsi al meccanismo perverso che invece stritola gli altri due condannandoli all’infelicità.

La canzone del bambino scomparso è una lettura gradevole e veloce. È facile che molti della mia generazione si ritrovino nelle atmosfere e persino nelle emozioni (quante aspettative disattese, da quella “Milano da bere” che sembrava così affascinante…). L’amarezza è stemperata dal finale (tutto sommato) positivo.