Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio

fabioenipoteQuesta volta mi sono portato al gabinetto una brancata di filosofi, di menti scintillanti e pezzi grossi dell’elucubrazione cerebrale, per ritemprare il mio animo avido di sapere. Sono partito dall’Apologia di Socrate del nostro Platone che termina con la frase memorabile
Ma ora è ormai tempo di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada ad una sorte migliore, nessuno lo sa, tranne la divinità (miezzeca!) e poi ho cercato di salire sulle spalle di altri giganti del pensiero che quasi mi girava la testa e cascavo di sotto (mi sono aggrappato ai pantaloni). Al termine dell’impresa ecco una mitragliata di domande di carattere generale mischiate ad altre tratte dalla mia esperienza personale. Ve ne butto giù qualcuna, così all’impronta.
Perché si nasce? Perché si muore? Ma, soprattutto, perché qualcuno vive? Siamo tutti uguali? Non è, per caso, che qualcuno è più uguale degli altri? Che cosa è la paura? Esiste? E se esiste perché ha preso le sembianze di La Russa? Riuscirà Bersani a catturare il tacchino sul tetto o cadrà dalla scala? E riuscirà Fiorito a rubare la brandina della sua cella? Siamo uomini o caporali? E se non siamo uomini si può sperare di essere almeno tenenti? Panta rei, sicuri che tutto scorra e che si riesca ad uscire dalla merda in cui siamo cascati? Cogito, ergo sum, e allora quanti di noi summono? Ce la farà quel bischero di Achille a raggiungere quella fottutissima tartaruga? Continuerò a ricevere la pensione? Sarà ancora capace Berlusconi di mandare tutto il paese a puttane e la sua ex moglie ad andare avanti con soli centomila euro al giorno? Se ad Archimede si fosse dato un punto di appoggio avrebbe sollevato il mondo o ce lo avrebbe piantato nel di dietro? Che fine ha fatto la Carrà? E Pippo Baudo? Perché la principessa sta sempre sul pisello e non si sposta di un centimetro? Non è che ci si trova bene? Esiste la felicità? Possiamo essere felici anche con l’ombrello di Altan che si fa largo tra le nostre chiappe? Se io non so e neppure credo di sapere che cazzo so? Quanto ruberanno ancora i nostri politici? Tagliargli le mani è troppo o troppo poco?…
Sono interrogativi che mi agitano e mi tormentano più che questo letto, lasciandomi dubbioso, perplesso e spossato. In crisi, insomma, lì penzoloni sul water come una cacca di piccione sul bordo di una grondaia. E la situazione non è per niente gradevole, credetemi. Ma devo avere nei cromosomi qualcosa che riconduce al mio cognome. Lotti uguale lotta, dunque vado avanti lascio alle spalle i barbuti filosofi, do un calcio in culo a qualsiasi incertezza, prendo i miei libri, mi piazzo sul water e via libera alla lettura! (anche perché in fondo avrete una sorpresa).
Parto con La strana morte dell’ammiraglio dei famosi membri del Detection Club (Christie, Sayers, Chesterton ecc…), Giunti 2012 (anche in ebook), che avevo lasciato in sospeso nel precedente incontro gabinettistico.
Che cosa sia stato il “Detection Club” (siamo negli anni Trenta) ce lo spiega in maniera semplice e chiara Dorothy L. Sayers nella introduzione “È un’associazione inglese di scrittori polizieschi che si incontrano più che altro per cenare insieme e parlare in continuazione di lavoro… Per entrare a far parte del Club bisogna avere scritto dei veri polizieschi (non romanzi di avventura o “thriller”), venire segnalati da due o più soci, essere votati dal Club e infine prestare giuramento”. Seguono delle regole da rispettare nell’attuazione delle storie.
Insomma questi soci un po’ fanno sul serio e un po’ si divertono. Come in questo caso. Uno inizia la storia e gli altri giù a continuarla senza sapere che cosa abbia in mente il suo predecessore. Sono ben dodici tra cui la nostra Agatha Christie che attira sempre l’attenzione dei lettori di ogni luogo e tempo (vedere copertina con suo nome e cognome in caratteri stratosferici).
Prologo di Chesterton: tre immagini nelle volute di fumo dell’oppio, “tre momenti della progressiva rovina di un uomo”. O arrangiatevi. Siamo a Lingham. Neddy Ware, ex sottufficiale della Royal Navy, vede arrivare sul fiume la barca del vicario. Dentro c’è l’ammiraglio Penistone colpito al cuore con uno strumento a lama sottile. Indossa un cappotto, ha un giornale in tasca e nella barca vengono trovati il cappello del vicario e una chiave. La gomena risulta tagliata.
Non ve la faccio lunga. Un tourbillon di supposizioni, di “incasinamenti” magistrali e io mi immagino il povero Berkeley (deve scrivere l’ultimo capitolo) che suda come se fosse davanti ad un altoforno aperto per rimettere tutti i tasselli al loro posto. Al termine del libro altre soluzioni di nove (mi pare) degli autori a dimostrazione della loro incredibile capacità creativa.
Conclusa la lettura occhi sbarrati, mani tremanti e un “Li mortacci!” (misto di imprecazione-ammirazione) che viene su rigoglioso e spontaneo.

Proseguo imperterrito con i miei favolosi G.M. Vedi Tutto quel rosso di Cristiana Astori.
Susanna Marino, studentessa al collegio Merini (pure portinaia per pagarsi la retta) in cura dallo psichiatra Donati per narcolessia (prende pillole di Ritalin), è salvata da Clara Pardi “bionda, precisa, secchiona” mentre sta per buttarsi nel vuoto. Suo progetto la tesi “sullo spazio nelle location dei film argentiani e sulle dinamiche della paura che suscitano nello spettatore…” per il prof. Rosselli (che pure lui qualche problema ce l’ha). Clara viene uccisa con una mannaia come in “Profondo rosso” e così altri omicidi seguono le modalità di quel film famosissimo con la famosissima canzone corroborata dal pupazzo meccanico.
Il punto essenziale è che sembra esistere da qualche parte una copia lavoro di “Profondo rosso” che contiene alcune scene in più eliminate poi nel montaggio e ricercata dall’assassino. Inoltre c’è il diario di Clara scoperto da Susanna che improvvisamente sparisce e la stessa Susanna costretta a fuggire perché ritenuta l’autrice del delitto.
Non aggiungo altri particolari per non scoprire troppo la trama. Prosa ricca, fresca, pulsante, incertezze, paure, visioni, allucinazioni, quasi tutti i personaggi presentano qualche aspetto “strano”, ambiguo e misterioso che produce un’alternanza di sospetti. Accanto all’ansia, all’angoscia e al martellamento ossessivo della canzone di morte non manca il movimento, la fuga, la corsa spericolata in macchina. Un viaggio dall’interno all’esterno e viceversa che tiene in continua tensione il lettore.

Continuo con Veleni letali di John Dickson Carr, Hillary Waugh, Anthony Berkeley, a cura di Mauro Boncompagni.
Quando c’è di mezzo Mauro Boncompagni piatto ricco mi ci ficco. Qui, per motivi di spazio, non posso farla tanto lunga. Due romanzi ed un racconto magistrali e fidatevi del vecchio Lotti sterminatore di libri. Semmai un consiglio: occhio al latte, alle cipolle con panna e alle medicine. Che ci si può trovare arsenico, idrobromuro di iosciamina e stricnina. Tanto per gradire…

Proseguo imperterrito con Natale al Mysterious Bookshop di A.A.V.V., a cura di Otto Penzler.
Una chicca. Una formidabile chicca di 17 maestri della suspense come indica il sottotitolo. Qualche nome? Eccoli: Westlake, Block, McBain, Perry, Cook, Higgins Clark e tanto vi basti che anche gli altri mica scherzano.
Storie che ruotano attorno al Misterious Bookshop di New York il cui proprietario (che diventa pure un personaggio) è il nostro Penzler. Anche qui stringo parecchio. Abbiamo spesso furti, scherzi, burle, sorprese ma anche morti ammazzati alla vigilia di Natale con la neve che scende giù a larghi fiocchi, una sparatoria proprio sopra alla famosa libreria che coinvolge perfino Cosa Nostra e racconti toccanti come quello di Thomas H. Cook in cui Veronica Cross, che lavora al Mysterious, si ritrova all’improvviso in stretta sintonia con il dolore del cliente Harry Bentham. Personaggio, dicevo, pure il nostro Otto Penzler, di età imprecisata ma superiore ai cinquanta, aria elegante, nemico del fumo e amante del police procedural, che appare, talvolta, “con il suo bel vestito e la barba brizzolata”, pronto a qualsiasi consiglio sui libri rari da acquistare.
Racconti deliziosi, colti, sensibili, avvolti spesso con un sottile velo di ironia, di sorriso e qualche punta di malinconica commozione. Insomma una bella festa dell’intelligenza e dell’arte dello scrivere.

Su Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e su Verso l’ora zero di Agatha Christie non aggiungo altro bastando e avanzando il nome degli autori.

Reso famoso da La variante di Lunenburg, Paolo Maurensig si presenta questa volta con un libretto di nemmeno novanta pagine, L’ultima traversa, Barbera 2012, che mette ancora al centro gli scacchi.
Uno scrittore, presumo lo stesso Mauresig, colpito da un racconto di una anziana proprietaria di un albergo non lontano da Bolzano, nato dalla richiesta di consultare un vecchio manuale di scacchi custodito in una vetrina della sala di lettura, trascrive la sua storia.
Una specie di novella con morale incorporata scritta in stile semplice e pulito. Scacchi belli, sì, anche utili (in questo caso per distogliere l’attenzione dal peccato), però non ci si può affidare completamente a loro trascurando gli altri aspetti importanti della vita. Come l’amore, per esempio. E non c’è da dargli torto (lo dice uno che è fissato con il “nobile giuoco”).

Vipera di Maurizio De Giovanni, Einaudi Stile Libero Big 2012 (anche in ebook).
Napoli 1932, una settimana a Pasqua. Arriva la primavera. Al Paradiso, “il casino più famoso della città, quello per i ricchi” viene uccisa Cennamo Maria Rosaria, ovvero Vipera, ragazza bellissima conosciuta da tutti. Proprietaria dell’esercizio Yvonne, a trovarla viva per ultimo Coppola Giuseppe di lei innamorato fin da ragazzo, e a trovarla morta Vincenzo Ventrone, commerciante di arredi sacri con tendenze sadomasochiste, uno dei tanti “affezionati” clienti. Morta soffocata con un cuscino sul quale ci sono dei capelli biondi (e pure sulla spazzola), il cadavere “scomposto in mezzo alle lenzuola sgualcite”, una delle gambe penzolante nel vuoto, le braccia aperte. Le parole “sentite” dal commissario Ricciardi (che ha, come sappiamo da precedenti letture, questo “dono”) Frustino, frustino. Il mio frustino.
Non riporto integralmente quello già scritto altrove. Un bel libro corale dove hanno un loro peso anche i personaggi comprimari, qualche spunto sulla violenza fascista, uno sguardo più umano sul mondo e la vita delle prostitute, i tratti realistici di una città complessa come Napoli. Accanto alla storia delittuosa si svolge il sofferto rapporto sentimentale del commissario con Enrica, la giovane dirimpettaia, e Livia, amica della figlia del Duce, due figure diverse di donna entrambe attratte da questo uomo affascinante e tenebroso. Un romanzo intenso, commovente, basato soprattutto sui “perché”, e nello stesso tempo in certe parti ripetitivo (soprattutto per chi ha letto gli altri libri) ed esasperato quando De Giovanni batte ripetutamente su certe parole e certi sentimenti (si rischia il lezioso), anche se ad un livello stilistico di tutto rispetto. Sempre ottimo con qualche piccola incrinatura dovuta all’allungarsi della storia.
Ed ecco la sorpresa!
Ho fatto a due amici bomboloni la seguente domanda Quale è il libro, recente o passato, che ti ha fatto saltare sulla tazza del water?
La prima risposta è quella di Patrizia Debicke van der Noot (per me solo la Debicche), scrittrice esperta soprattutto (ma non solo) di romanzi storici, tra cui mi permetto di segnalare, anche se lei non vuole: La gemma del cardinale, Corbaccio 2008; L’oro dei Medici, TEA 2009 e L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010.
“Le mie prime letture al gabinetto risalgono all’adolescenza quando ogni anno passavo parte delle vacanze in campagna, da mia nonna. A pianterreno, oltre lo studio, si apriva la porticina del gabinetto, chiamato fastosamente bagno degli ospiti, che esibiva, oltre a un minuscolo lavandino a forma di conchiglia, una monumentale tazza con seggetta di legno e “due” dico, ben due librerie traboccanti di volumi di ogni razza e dimensione. L’ideale per i bisogni fisici e mentali e io, figlia e nipote unica, presi il vizio di rintanarmi là. Il bagno degli ospiti si fece anche sala di lettura e L’histoire de ma vie di Giacomo Casanova, oltre ad aprirmi gli occhi su certe cose della vita, m’insegnò meglio il francese.
Tutto cambia, il mio gabinetto attuale è diverso, asettico, meno sfizioso, ma tant’è. I vizi sono vizi, quelli che contano non si perdono mai e a dicembre il pepato è da gustare: Il profumo delle bugie di Bruno Morchio, più commedia teatrale che romanzo, mi ha tenuto buona compagnia… sulla tazza.
Tragicomico e disinibito dramma familiare, dissacrante ma intelligente parodia di un’altolocata famiglia ligure (potenza finanziaria alla terza generazione), con per scenario una villa, una superba villa con giardino che guarda il mare.
Commedia dicevo con un perfetto primo attore, Edoardo, lo squalo, il bugiardo dissoluto, il satrapo, patriarca della ricchissima famiglia D’Aste, un passato da spedizionieri internazionali e oggi le mani in pasta dappertutto, una prima donna, interpretata da Ines, moglie in fin di vita ma ancora egoista indomita e nerbo della casa e, nel ruolo di comprimari, il figlio maggiore Meo, nevrotico medico per ripicca, la nuora Rosita, con il pallino della letterata, la figlia Lena, ormai stagionatella figlia dei fiori in India e lesbica per scelta, il nipote ventiquattrenne Francesco, dottore in economia senza i piedi per terra e la di lui fidanzata Dolores, il personaggio più vero e allo stesso tempo più falso, ma anche sincero, dissacrante e chiarificatore…
Una famiglia con il fascino indiscreto della borghesia come li giudica senza peli sulla lingua la bionda Dolores. L’impossibile normalità di una famiglia anormale, governata dal quasi ottantenne Edoardo che, con la distratta complicità di tutti gli altri, interpreta la parte del cattivo. Il primo attore sicuro di essere spalleggiato dalla moglie che invece, prima di spirare, in un perfido duetto dal sapore operistico, lo beffa e punisce senza misericordia con un testamento. Una tegola sulla testa che contribuirà a sfaldare il castello di profumate bugie tollerate e fors’anche volute che indoravano la stirpe. Ma con la Findaste, nuova società del suo gruppo, il patriarca ha fatto un passo di troppo, e papà Natale è in arrivo con la nemesi nella sua gerla”.

Ed ecco cosa mi ha mandato Omar Di Monopoli, scrittore noto soprattutto per Uomini e cani, ISBN 2008 (ebook), Ferro e fuoco, ISBN 2009 (ebook) e La legge di Fonzi, ISBN 2010 (ebook). La sua scelta è caduta su Luce d’Agosto, di William Faulkner. “«Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi, ma dall’età classica». Così William Faulkner spiegò il titolo del suo settimo romanzo, Luce d’Agosto, uscito nel 1932 e subito acclamato come uno dei suoi capolavori. Ed è tra i riverberi spietati di quella implacabile luce del Sud che si consumano le vicende di una composita schiera di personaggi, ognuno a suo modo memorabile: una ragazza incinta (in inglese il «light» del titolo originale richiama anche il verbo «nascere»), armata solo di «una riserva di paziente e tenace lealtà», che si avventura dall’Alabama al Mississippi alla ricerca del padre di suo figlio (McCarthy riprenderà un personaggio simile in Il Buio fuori); un nomade solitario dallo strano nome natalizio, Joe Christmas, «con un’inclinazione arrogante e malevola sul viso immobile», un animo tormentato che l’isteria razziale sudista getta nell’abisso del dubbio circa l’origine del proprio sangue; un reverendo presbiteriano ripudiato dalla propria Chiesa per l’antico scandalo della moglie adultera e suicida; e, circondata da «negri» fantasmatici, la consueta sequela di sceriffi, taglialegna, predicatori, donne dal volto di pietra, dannati alla ricerca d’una chimerica catarsi e via così in un magmatico, meraviglioso pullulare di figure che più faulkneriane non si può. Un mito!”.

Un grazie agli amici gabinettistici e arrivederci alla prossima!
Fabio e Jonathan Lotti

19 thoughts on “Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio

  1. caro Fabio, non posso esimermi dal commentare a caldo, anche se mi riservo più approfondite riflessioni: bellissimi pezzi entrambi quelli dei contributi esterni, in particolare per quanto riguarda Faulkner. Personalmente ho amato moltissimo Luce d’Agosto ma per me il vero Faulkner è incarnato da L’urlo ed il furore ( peraltro credo di averlo già detto in passato in uno dei primi post ) o da Go down, Moses che riprende personaggi ed atmosfere dell’altro romanzo.
    Per quanto riguarda le domande filosofiche da te poste: è sorprendente come ne condivido moltissime (sicuro che non ci siamo già conosciuti da qualche parte?). Personalmente sto adottando una strategia di distacco e, se vuoi, di controfilosofia, rileggendo le Filastrocche in cielo e in terra di Rodari. Ti dirò, parafrasando indegnamente il Bardo: nella sua semplice e sofisticata essenza, ci sono più cose lì che nella filosofia. Magari non ti danno tutte le risposte (ma un bel pò sì) ma alleviano, ti assicuro che alleviano. Provare per credere!

  2. La Debicche e Omar sono proprio forti e sono contento che ti siano piaciuti. Prima o poi mi garberebbe (toscano) inserire nella rubrica un tuo intervento, così come quello di Vito, Ugo e di altri che volessero collaborare a questi incontri gabinettistici. Per stare un po’ insieme sulle tazze a farci compagnia… 🙂

    • Wow, che onore!!! aderisco con entusiasmo!! Ale ha le mie mail per un contatto diretto così da non appesantire questi post o, altrimenti, mi metto in contatto con lei che mi dà le tue, come preferisci.Grazie!

  3. Bellissimo articolo, grande Fabio!!!! A me sono sempre piaciuti i filosofi e grazie a te ne ho riscoperto alcuni principi che non ricordavo!!!! Il mio preferito è Cogito, ergo sum. Anch’io condivido tutte le domande che hai posto. Grazie

  4. Cara Rosanna
    manda l’intervento gabinettistico sul libro o libri che ti hanno fatto saltare sulla tazza ad Ale (possono essere anche in senso negativo). Lunghezza tipo quella do Omar Di Monopoli. E grazie per la collaborazione.

  5. Fabio, ti leggo solo ora. Scusa, sai ero al gabinetto 😉
    Come sai sulla tavoletta mi s’informicolano le cosce, ma simbolicamente ho aderito al tuo invito.
    “una voce di notte” di Camilleri. Lettura gradevole, perché Camilleri è come i cuochi d’esperienza che rendono passabile anche il lesso, ma leso rimane, niente a che vedere con le grandi pietanze di una volta. Avevo sospeso Montalbano dopo la “pista di sabbia”, ma dopo questo non penso di ricascarci.
    Mi sono rifatto la bocca con due commedie di Eduardo: “Sabato Domenica e Lunedì”, della quale ho avuto anche il piacere di vedere il film poche sere fa, e “Il sindaco di Rione Sanità”, la mia preferita.
    Il dolce, per chiudere in bellezza, me l’ha offerto internet gratuitamente. Ho trovato per caso il Cappello del Prete di Emilio De Marchi, un vero antesignano del noir italiano, una vera chicca.

    • caro vito, che versione hai visto di Sabato, domenica e lunedì? cioè, hai visto l’originale di Eduardo oppure puta caso Ranieri ha rifatto anche questa commedia? nel secondo caso, è come il Camilleri ammosciato, anzi di peggio, tradito perché l’operazione di “traduzione” di Ranieri merita i paccheri, nella migliore delle ipotesi ma, in realtà, addà murì acciso!!!

      • Ciao, Rosanna,
        era quello della Wertmuller, con Luca De Filippo e Sophia Loren e un curioso De Crescenzo. A me è piaciuto parecchio, anche se Eduardo era Eduardo e non ne nascerà un altro.

  6. Grazie Vito! Il Camilleri, dunque, sembra un po’ accasciato, ma insomma va pure compreso data la mole di produzione. Su “Il Cappello del Prete” sono perfettamente d’accordo.

    • bèh, è una vera agorà!!! comunque, per rispondere alla domanda originale di Vito e per allargare il coro, sì sono napoletana ma con origini lucane per cui, con un pò di buona volontà e l’ospitalità palermitana di Alessandra, ricostruendo l’esistente possiamo pure “uscire a parenti” come si dice dalle parti mie … Fabio, va bene che sei tosco, ma se ci mettiamo a scavare un pò esce fuori qualche linea di parentela/affinità pure con te, anche perchè ho antiche amicizie in quel di Val di Chiana!!:-D

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