Coast to coast: la migliore letteratura americana in edicola con IlSole24Ore

coast to coastSegnalo un’interessante iniziativa:
a partire dal 6 marzo Il Sole24Ore uscirà in edicola ogni mercoledì con la collana letteraria “Coast to coast”, 20 romanzi della migliore letteratura americana degli ultimi cinquant’anni; inaugura l’opera lo scrittore Paul Auster con Trilogia di New York, in edicola proprio mercoledì 6 marzo.

Il piano dell’opera.

La collana si presenta come una panoramica sui maggiori esponenti del Genere e sui romanzi più significativi, con particolare attenzione al periodo che va dagli anni Novanta ad oggi. Noir, fantascientifici, racconti di vita: diverse le tematiche abbracciate da questi autori, famosi e da scoprire, che hanno avuto il merito di trasportare il lettore nel grande sogno americano ma hanno contribuito anche a smontare l’idilliaca immagine della società americana moderna, mettendone in luce le tante contraddizioni.
Una lettura critica ed introspettiva della realtà in cui viviamo, che comincerà mercoledì 6 marzo con il capolavoro del 1985 di Paul Auster Trilogia di New York.

La collana presenta inoltre autori come Raymond Carver, Richard Yates con il suo capolavoro Revolutionary Road, divenuto un film con Leonardo di Caprio e Kate Winslett; l’autore de La sottile linea scura, Joe Lansdale; Brett Easton Ellis; il premio Pulitzer 2011 Jennifer Egan con Il tempo è un bastardo, e molti altri.

Questi i primi 10 romanzi:

06 marzo Paul Auster Trilogia di New York

13 marzo Philip Roth Pastorale americana

20 marzo Raymond Carver America oggi

27 marzo Richard Yates Revolutionary Road

03 aprile Joe R. Lansdale La sottile linea scura

10 aprile Jennifer Egan Il tempo è un bastardo

17 aprile Josh Bazell A tuo rischio e pericolo

24 aprile Flannery O’Connor Il cielo è dei violenti

01 maggio Lidya Davis Creature nel giardino

08 maggio Don Dellillo Rumore bianco

I volumi, rilegati con copertine particolarmente curate anche dal punto di vista grafico, saranno in edicola ogni mercoledì a € 9,90 oltre al prezzo del quotidiano Il Sole24Ore

Altre informazioni sono disponibili alla pagina Facebook del Sole24Ore, dedicata alle iniziative collaterali del quotidiano.

La miglior vendetta è…

Smith e la vostra miglior vendettaNonostante qualche piccolo incidente diplomatico all’avvio, il nuovo thriller di Wilbur Smith Vendetta di sangue è primo in classifica vendite, confermando così l’ampio seguito che l’autore riscuote nel nostro Paese. L’editore Longanesi ha quindi pensato a un’iniziativa per coinvolgere i lettori:

Sulle nostre pagine facebook ‘Longanesi’ e ‘Wilbur Smith’ è già presente l’immagine ispirata al libro che vedete sopra: vorremmo raccogliere tutte le vostre migliori vendette e costruire un album speciale, da sfogliare e condividere su facebook e sui nostri social.

È semplicissimo: qual è la vostra miglior vendetta?

Una nefandezza fatta a un/a ex? Uno scherzo riuscito particolarmente bene?

Scrivetelo nei commenti a questo post sulle nostre pagine facebook e penseremo noi a inserire la vostra frase direttamente sull’immagine e a creare l’album!

Il sito italiano di Wilbur Smith

Il link alla pagina del Libraio dedicata al libro

Intervista a Lawrence Block (reloaded) in occasione dell’uscita di “Hit Me”

Lawrence BlockÈ di qualche giorno fa la notizia che Lawrence Block è tornato a pubblicare dopo aver annunciato, due anni fa, che non avrebbe più scritto romanzi.
Con Hit Me (disponibile anche in ebook) torna Keller the Killer, già protagonista di altri quattro romanzi. (Off topic: non smetterò mai di chiedermi perché su Amazon lo stesso libro, appena uscito in inglese, si trovi con due copertine diverse, due editori diversi e due prezzi diversi…)
In Italia Block è stato solo parzialmente pubblicato da almeno tre diversi editori (Mondadori, Fanucci e recentemente Sellerio): magari prima o poi qualcuno completerà organicamente l’opera…
Nel frattempo, quale miglior occasione per riproporre un’intervista storica? Eccola, dunque.

Lawrence Block è uno scrittore incredibilmente prolifico. Nato nel 1938 a Buffalo, New York, ha girato tutto il mondo ma è sempre tornato nella città che ama di più, New York. L’investigatore alcolista Matthew Scudder, la spia Evan Tanner, il libraio ladro Bernie Rhodenbarr, Keller il killer professionista, l’avvocato Martin Herengraf, Chip Harrison, sono i protagonisti di altrettante serie di romanzi che Block ha scritto nell’arco di oltre quarant’anni.

AB – Lawrence, quanti libri hai scritto?
LB – Non sono sicuro, credo circa settanta, con il mio nome, e altri sotto pseudonimo.

AB – Che libri erano, quelli sotto pseudonimo?
LB – Non vale la pena parlarne… fanno parte del passato. Non erano granché buoni.

AB – Hai fatto altri lavori, prima di scrivere?
LB – No. Ho iniziato a scrivere quando ero a scuola e non ho mai smesso.

AB – Quando è stato pubblicato il tuo primo libro?
LB – Nel 1961. Era un romanzo giallo, ma non aveva un protagonista seriale. Si chiamava Mona, all’inizio, ma è stato ripubblicato con il titolo di Grifter’s Game.

AB – Chi è il preferito tra i tuoi personaggi?
LB – Non credo ce ne sia uno che preferisco. Li trovo tutti ugualmente interessanti, altrimenti non scriverei su di loro.

AB – Chi è quello che ti somiglia di più?
LB – Questa è una domanda difficile, e forse non sono la persona più adatta a rispondere. Un mio amico, lo scrittore Peter Straub, quando ha letto i miei libri su Keller, ha detto che Keller il killer mi somiglia più di altri personaggi.

AB – Trovi difficile saltare da un personaggio all’altro, da un romanzo all’altro?
LB – No, non è affatto difficile. Quando creo un personaggio, sono automaticamente nei suoi panni.

AB – Parliamo del libro appena (era il 2005, n.d.b.) uscito in Italia, Le colpe dei padri (Fanucci). È stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1975 ed è il primo della serie di Scudder.
LB – Esatto. E il libro che uscirà negli Stati Uniti il mese prossimo, intitolato All the flowers are dying, è il sedicesimo della serie.

AB – Come si è evoluto il personaggio di Scudder in questi trent’anni?
LB – È cambiato considerevolmente. Scudder vive “in tempo reale”. Nel primo libro ha più di trent’anni, adesso ne ha circa sessantasei, sessantasette. In uno dei libri della serie Scudder smette di bere (L’Ottavo Passo, Sellerio 2011, n.d.b.), che per lui è un grande cambiamento. Rimane un investigatore privato, non torna in polizia. Per un periodo ha anche una licenza ufficiale da investigatore, ma non dura a lungo.

AB – Scudder è uno dei personaggi più dark da te creati. Come nasce?
LB – È difficile per me parlarne in questi termini, perché io narro non “del” personaggio ma “il” personaggio. Di solito non penso molto a come sia il personaggio, ma gli permetto di maturare attraverso le pagine del racconto. Se mi chiedi che tipo di persona è Scudder, tutto ciò che posso dirti è “Leggi i suoi romanzi!”

AB – Cosa ti fa paura?
LB – Dopo lo tsunami (che ha devastato il nordest asiatico il 26 dicembre 2004, n.d.b.), ho fatto una riflessione. La settimana prima forse solo cinque persone, fra le oltre duecentomila che sono morte, avevano paura dello tsunami. Tutti gli altri avevano sicuramente delle preoccupazioni, ma di altro genere. E le loro preoccupazioni erano assolutamente prive di senso, se viste alla luce di quanto è accaduto. Così ho deciso che non vale la pena preoccuparsi di nulla. Perché magari ciò che ti uccide è qualcosa a cui tu non avevi nemmeno pensato, prima che accadesse.

AB – Puoi raccontarmi un aneddoto su qualcosa di strano che ti è capitato nella tua carriera di scrittore?
LB – Beh, immagino ce ne siano moltissimi, ma non me ne viene in mente nessuno. Sai, forse la gente dovrebbe sapere che la vita di uno scrittore non è poi così interessante. Tutto ciò che uno scrittore fa è restare seduto da solo in una stanza, passando tutto il suo tempo a immaginare di avere una relazione con personaggi che esistono solo nella sua fantasia. Non è molto interessante.

AB – Che libri ti piacciono?
LB – Al momento sto leggendo To the last man di Jeff Shaara, che è un romanzo sulla Prima Guerra Mondiale – non il tipo di cosa che scriverei io, senza dubbio, ma mi piace moltissimo.

AB – Ci sono degli autori che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?
LB – È difficile dirlo. Ho letto moltissimo, da ragazzo, e suppongo che tutto ciò che ho letto mi abbia influenzato, in un modo o nell’altro. I musicisti di jazz parlano di influenza nel loro modo di fare musica, perché quando inizi a fare il musicista ti eserciti a suonare come qualcuno più famoso di te, per imitarne lo stile. Invece, se sei uno scrittore, tendi a cercare un tuo stile, evitando di essere troppo simile a qualcun altro. Ma se proprio dovessi citarne uno, direi che John O’Hara è uno scrittore che ho molto ammirato e che probabilmente mi ha influenzato.

AB – Hai anche curato delle antologie di racconti: che tipo di lavoro hai fatto?
LB – A volte ho solo messo il mio nome in copertina e scritto l’introduzione, a volte ho curato personalmente la selezione dei racconti, quindi un lavoro molto vario. Non credo che ne farò altre nel futuro, però, perché è un lavoro amministrativo ed editoriale, non molto creativo.

AB – E hai scritto delle sceneggiature per il cinema.
LB – Sì, e penso che ne farò ancora. Ho scritto la sceneggiatura tratta dal libro Hit Man per un film che si chiama Keller, che spero sia girato quest’anno, se la produzione riesce a trovare i finanziamenti. Ho in programma una sceneggiatura su un soggetto originale per un film diretto dal regista di Hong Kong Wong Kar Wai. E di recente ho lavorato su una serie televisiva di nove episodi che negli Stati Uniti stanno trasmettendo adesso: si chiama Tilt e parla di crimini ambientati nel mondo del poker, a Las Vegas. (Qui la lista dei lavori su grande e piccolo schermo aggiornata, ed è un lungo elenco, n.d.b.)

AB – So che sei un giramondo. Quanti paesi hai visitato fino a ora?
LB – All’incirca 130, credo.

AB – Il tuo preferito?
LB – Non ne ho uno che preferisco. Al momento, ovviamente, è l’Italia. (ride, per la prima volta durante l’intervista)

AB – Quando viaggi scrivi?
LB – A volte, ma molto raramente. Una volta, ad esempio, io e mia moglie siamo andati in crociera nell’Oceano Indiano, per cinque settimane, e io la mattina mi alzavo presto, andavo in biblioteca e scrivevo. Avevo del lavoro da fare e, con una vacanza così lunga, potevo anche dedicare una parte del tempo alla scrittura.

AB – Lavori meglio quando hai una scadenza imminente?
LB – No, di solito fisso le mie scadenze in anticipo rispetto a quelle dell’editore, in modo da non essere eccessivamente sotto pressione.

AB – Qual è stata la miglior recensione che hai avuto?
LB – Non saprei, ne ho avute diverse, nel corso degli anni. Una cosa che si impara, con il tempo, è quella di non prestare troppa attenzione alle recensioni, perché rischi di attribuire troppo significato a quelle buone, o al contrario a dare troppo peso a quelle cattive. E ho anche imparato che le recensioni non hanno poi effetti significativi sulla tua carriera di scrittore, o sulle vendite di un libro. Non cambiano in meglio o in peggio il tuo lavoro.

AB – Cosa hai in programma?
LB – La sceneggiatura di cui ho parlato e il terzo libro della serie di Keller, che probabilmente si chiamerà Hit Parade e uscirà negli Stati Uniti nella primavera del 2006 (In effetti poi è andata così, n.d.b.).

AB – Quali saranno le tue prossime uscite in Italia?
LB – Credo il libro successivo della serie di Scudder, Time to murder and create, o quello dopo, Eight million ways to die.

AB – Quello da cui è stato tratto il film omonimo (Otto milioni di modi per morire)?
LB – Sì. Non un film memorabile, a dire il vero.

AB – Non l’ho visto. Ma ho visto Burglar (Affittasi ladra), quello in cui Whoopi Goldberg impersona Bernie Rhodenbarr… non era male.
LB – Sì… non esattamente la mia idea di Bernie, a dire il vero… se si tralascia il fatto che Bernie è un uomo e non una donna, non è male.

AB – Grazie mille, è stata una chiacchierata molto interessante.
LB – Grazie a te.

(questa intervista è stata pubblicata sul numero 3 del Falcone Maltese)

Questo è il blog di Larry Block. Date un occhiata, è divertente!

Aggiornamento: in un’intervista sul DailyNews Block dice che Hit Me potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

[Mi scuso con i lettori di lunga data per il prolungato silenzio e i reload, ma per ora va così, abbiate pazienza :)]

House of Cards: dietro le quinte del marcio della politica

House of CardsNon ho visto molto in giro sull’argomento quindi spero di far cosa gradita e innovativa dicendovi che House of Cards (le prime due puntate, almeno) promette di essere una serie tv grandiosa.
Diciamo subito, intanto, che la serie viene trasmessa in streaming dal canale Netflix, e questa è una novità assoluta (dispiace che non sia ancora disponibile da noi ma confidiamo nello sviluppo della tecnologia); peraltro le prime 13 puntate sono state rese immediatamente disponibili, creando un certo dibattito a proposito di “spettatori compulsivi” (binge viewers) e di nuove modalità di fruizione delle produzioni televisive.
Diciamo anche che si tratta di un remake, perché l’originale (disponibile su Amazon in cofanetto trilogia che include le due stagioni successive) è targato Gran Bretagna 1990 ed è basato sull’omonima trilogia di Michael Dobbs, politico e scrittore britannico.
house of cards netflixPremesso questo, la storia. Washington D.C., 2013: Frank Underwood (uno straordinario Kevin Spacey) è un congressman navigato, profondo conoscitore delle dinamiche del potere. Il nuovo presidente americano Walker è appena stato eletto e Frank è convinto di aver appoggiato l’uomo giusto: ci rivela subito (sì, spesso si rivolge in camera direttamente allo spettatore, come in teatro) di essere in procinto di diventare Segretario di Stato. Spaventosa quindi è la sua delusione quando l’incarico viene dato a un antagonista, mentre a Frank viene chiesto di continuare a “vigilare” sul Congresso. Frank inghiotte, apparentemente, il boccone amaro, ma inizia a preparare una vendetta feroce contro tutto e tutti. [Come mi è stato fatto giustamente notare, è un gravissimo errore mettersi contro Kaiser Soze…].
Lo appoggia, più o meno consapevolmente, la giovanissima Zoe Barnes (Kate Mara), giornalista del Washington Herald in cerca dello scoop da Pulitzer. Zoe pubblica le notizie che Frank le fa pervenire in via riservatissima, notizie poi riprese dai maggiori canali di informazione americani con gran clamore. Notizie che – vere o false che siano, poco importa – possono distruggere una carriera.
Ma Zoe non è l’unico canale usato per perpetrare la vendetta. La manipolazione è pane quotidiano per Frank, che conosce vizi e segreti di tutti. E vizi e segreti possono essere usati per distruggere una persona ma anche per ricattarla. Per esempio Paul Russo (Corey Stoll), senatore della Pennsylvania con molti scheletri nell’armadio, si dimostrerà un valido alleato, sebbene obtorto collo.
Oltre a uno staff di fedelissimi, la vendetta di Frank Underwood è supportata (silenziosamente ma efficacemente) dalla gelida moglie Claire (Robin Wright), una donna d’acciaio che condivide con lui aspirazioni e boccate di sigaretta (e si sa che nei film americani solo i cattivi fumano).
La serie consta di due stagioni da 13 episodi l’una ed è iniziata il 1 febbraio. L’anteprima mostrata ai critici ha catturato consensi pressoché unanimi (9/10 su IMDB, per dirne una).
Forse perché siamo in campagna elettorale, questa serie tv arriva provvidenziale a ricordarci che il complottismo è vivo e lotta insieme a noi. Niente è come sembra, mai. Il potere è sporco, sempre, tanto più sporco quanto meno evidente.
Detto questo, se vi capita, guardatelo. È letteralmente esplosivo.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio

fabioenipoteOgni tanto qui sulla tazza mi vengono le paturnie, una specie di magone che mi assale all’improvviso. Al centro il mio paese natio ove del viver mio… insomma dove ho lasciato la mia giovinezza. Arrivano i ricordi. A ondate. Spesso all’improvviso, senza accorgermene. Non so se capita anche a qualcuno di voi. Ora belli, ora brutti. Mi ci sono abituato e mi fanno compagnia.
In primo piano quelli dei miei amici. Mi sorprendono a gruppi, a frotte, come uno stormo di uccelli. Visi, voci, gesti, espressioni tipiche particolari con i loro nomi e soprannomi. Ricordo con un pizzico di nostalgia le battaglie di mattaione, quella specie di poltiglia azzurrognola che si trovava e si trova tutt’ora nel torrente Staggia, e che diventava l’arma principale con la quale si affrontavano le varie bande di noi ragazzi. Tutti nudi, anche a marzo, quando l’acqua tagliava le gambe, la pelle diventava bluastra e le palle raggrinzite come prugne secche gridavano al cielo il loro dolore. E poi le partite di calcio dalla mattina alla sera sudati fradici, pieni di lividi e con le scarpe rotte, quelle di tutti i giorni perché non ci si poteva permettere di avere scarpe da giocatore. E a casa erano sgridate e ceffoni perché le scarpe costavano e un paio dovevano durare una caterva di anni solate e risuolate dal calzolaio. E le spedizioni a caccia di susine, pesche, ciliegie e cocomeri con i contadini che ci saltavano dietro inviperiti e se tanto tanto riuscivano a prenderci ci “risuolavano” ben bene come le scarpe. E le scazzottate che nascevano per un nonnulla, per il semplice pretesto di far vedere chi era il più forte. E le risate di quando si raccontavano le barzellette fino a tarda notte, specialmente d’estate lungo la “spianata” che portava fuori dal paese. E che risate! Ridevamo di niente, di una battuta, di un gesto, di uno spernacchio. Altro che droga… E i primi brividi, i primi sguardi sfuggenti, i primi tremori alle gambe nell’incrociare le giovin fanciulle della nostra età che, sculettando, venivano su impettite e fornite di tutto come Dio comanda. Allora in questi momenti mi becco qualche poeta sentimentalone e malinconicone (Leopardone e Pascolone sono lì che mi aspettano a braccia aperte) e giù a sospirar con loro avviluppati come fratelli siamesi.
Ma la cosa non dura molto. Due o tre frignate mentali, tirata di sciacquone e poi via verso i grandi della storia da incrollabile appassionato (leggete pure fissato). Il primo amore sono state le biografie. Le vite dei grandi uomini. Insomma Le vite parallele di Plutarcone (oggi sono fissato con “one”). E tra le vite parallele quelle drammatiche. Quelle eroiche. Quelle sul filo della morte. Vita e morte il binomio che mi ha sempre colpito, fin da quando spalancavo gli occhi di ammirazione al gesto di Pietro Micca o a quello di Enrico Toti che scaglia la gruccia contro il nemico, non avendo altro da tirargli addosso, o alla risposta fulminea di quel generale francese napoleonico che, alla richiesta di resa da parte degli inglesi, gli urlò in faccia la parola ignobile (oggi farebbe ridere) diventata nobile almeno in quel caso. E soprattutto la storia antica. Quella dei greci e dei romani, tanto per intenderci. E dei loro storici mischiati, così, a caso: Erodoto, Senofonte, Polibio, Livio, Tacito, Sallustio ecc… E in particolar modo gli intrighi, i tradimenti, le astuzie, i tranelli, le passioni, l’attimo prima della battaglia, gli schieramenti degli eserciti, i 300 delle Termopili, la marcia dei diecimila, quando incombe la paura e il terrore. Annibale, Scipione, Cesare, Alessandro Magno ma anche i capitani di ventura che scorrazzarono e devastarono il nostro paese nei secoli del Medioevo e Rinascimento come Braccio da Montone, lo Sforza, Giovanni delle Bande Nere, Cesare Borgia e altri ancora con le loro scie di sangue e di morte…

Ma ho già sbrodolato anche troppo di me stesso (un viziaccio dei vecchietti quello del bla bla bla) e dunque veniamo alle letture. Sempre in primo piano i fantomatici G.M.: Giallo 24 Il mistero è in onda di AA.VV, Un bidone di guai di Donald E. Westlake, Una data per morire di Mignon G. Eberhart, La scelta di Murdoch di Maureen Jennings.

Giallo 24 – Il mistero è in onda di AA.VV., Mondadori 2013.
Questo libro è il frutto che il Giallo Mondadori ha realizzato insieme a Radio 24. Agli ascoltatori è stato chiesto un racconto con allegata una brevissima versione. Un po’ per dimostrare, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, che lo scrittore italico non ha niente da invidiare a quello straniero. Ed eccoci qua.
Varietà ricca e polposa di situazioni, di spazio e tempo, stili più brillanti, stili più “posati”, personaggi credibili con pochi tocchi, il groviglio che sta dentro di noi, il passato che ritorna, l’apparenza che inganna, il cambio improvviso di prospettiva, ironia che scivola in qua e là, atmosfere di suspense, momenti di pathos, qualche inevitabile ripetizione di schema che in una antologia è del tutto naturale. Ma anche spunti nuovi e interessanti. Un bel lavoro.
Un bidone di guai di Donald E. Westlake, Mondadori 2013.
Quando uno nasce broccolo, insomma fesso, non c’è niente da fare. Diverrà l’oggetto preferito di tutti gli imbroglioni di questo mondo. Bidonate su bidonate. D’altra parte anche il suo aspetto fisico tende un po’ al bischero. Lo dice lui stesso: “E così a trentun anni, ma dimostrandone cinquanta, sono un semirecluso e uno scapolo incallito, afflitto da tutti i disturbi dovuti alla mia professione sedentaria. Spalle rotonde, occhiali rotondi, stomaco rotondo e fronte rotonda”. Però questo Fred Fitcht è pure un tantinello fortunato se si becca una eredità di 370.000 (trecentosettantamila) dollari da uno zio, Matt, mai conosciuto. Che, poi, lo zio Matt “Ricevuta” sia stato ucciso e che lui stesso sia in grave pericolo fa parte del gioco della vita. Non si può avere tutto (bidonate comprese).
Il libro è un variopinto scenario di risate, partendo dall’imbranato personaggio e continuando con altri strambi come Wilkins, l’inquilino del secondo piano che ha scritto un resoconto delle campagne di Giulio Cesare con l’aggiunta dell’aviazione. Titolo “Veni, Vidi, Vici grazie alla potenza aerea” da pubblicare, è ovvio, con il finanziamento del nostro Fred. A seguire situazioni e battute da gag irresistibili (qualcuna un po’ fiacca ci sta). Donald E. Westlake è un Maestro del genere e questo libro non va perso. Come? No, non è una bidonata…
Su Una data per morire di Mignon G. Eberhart non la faccio lunga per problemi di spazio. Nove racconti incredibili, piccoli capolavori di suspense delineati con una scrittura magistrale. Al centro la tensione, il buio, la paura, il dubbio illuminato da un particolare importante che riaffiora alla mente.
Stesso dicasi per La scelta di Murdoch di Maureen Jennings. Siamo a Toronto nel 1895. La tecnica del tempo è approssimativa (ancora non sono sfruttate nemmeno le impronte digitali) ma la mente dell’investigatore William Murdoch lucida al punto giusto. Una ragazza morta congelata, tra l’altro pure incinta e satura d’oppio. Legato a lei un bel mucchietto di persone di ogni grado sociale che hanno qualcosa da nascondere. Ma Murdoch alza il velo…

Passo, quindi, a La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012…
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui il procuratore della contea di Los Angeles chiede di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup, che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per l’omicidio di una ragazzina, Melissa Landy. Melissa era stata strangolata (senza segni di aggressione e violenza) e il corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora Jessup è in procinto di essere liberato, causa il recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito indossato dalla morta e poi dalla di lei sorella, Sarah.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga, sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza scampo fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Continuo con Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen, Marsilio 2012…
Un caso ormai sepolto del 1987 arriva inaspettato sulla scrivania di Carl Mørk della polizia, sezione Q, di Copenaghen. Le vittime sono due fratelli, maschio e femmina, picchiati selvaggiamente. Possibili indiziati un gruppo di allievi che frequentavano il loro collegio, tutti figli di papà colpiti dal film “Arancia meccanica” e dalle imprese disgraziate dei loro personaggi. Dopo nove anni confessa l’omicidio il più povero della banda che in seguito si ritrova pieno di quattrini (perché?).
La banda dei ricconi, gente malata e perversa che gode delle sofferenze altrui, è pure fissata con la caccia. Una caccia particolare che denota un allucinato status mentale, se il primo animale ad essere ucciso è uno struzzo (nelle loro gabbie altri animali esotici pronti al sacrificio). Indaga Carl, trentacinque anni, lasciato dalla moglie e in analisi dalla psicologa Mona Ibsen di cui è innamorato (scontato). Sia la polizia che i delinquenti paperoni sono alla ricerca di Kimmie, la donna del gruppo, che vive ormai da barbona (potrebbe custodire un segreto scottante), quasi sempre ubriaca e a sua volta alla ricerca dei cacciatori per ucciderli. Ostacolato nelle indagini da ordini superiori (i disgraziati maledetti hanno agganci anche in alto) Carl continua imperterrito a seguire l’inchiesta fino alla risoluzione del caso.
La storia è un continuo variare da un personaggio all’altro e di passaggi temporali dal presente al passato e viceversa. Mentre quello di Carl rimane abbastanza vago e poco impresso nella (mia) memoria, colpisce, invece, Kimmie per la sua brutale concretezza (problemi familiari, violenza, bambino perduto), un miscuglio di animalesco e di tenera commozione che vaga in un mondo di poveri emarginati. Ben delineata la banda delinquenziale dei cacciatori presa in blocco e fotografata uno per uno, il lavoro di squadra della polizia con una indagine davvero minuziosa che passa al setaccio ogni più piccolo dettaglio. Finale movimentato in cui si ritrovano faccia a faccia i vari protagonisti della storia. Sarò pure fissato ma cinquanta pagine in meno avrebbero reso più convincente un lavoro che rimane, comunque, nel complesso piuttosto buono.

C’è pure Paolo Roversi e L’ira funesta, Rizzoli 2013.
Avevo lasciato Paolo Roversi a Milano alle prese con il giornalista free lance Radeschi con il suo vespone giallo e il Buk Labrador “dagli occhi liquidi” e me lo ritrovo ora in un paesino della Bassa a tirar su un nuovo personaggio, anzi, nuovi personaggi. Intanto il paesino è Piccola Russia governato da incalliti comunisti e composto da una Polisportiva (la Poli), la caserma dei carabinieri, l’ex cooperativa ora in disuso, la farmacia, il negozio di alimentari, un’osteria. Intorno “le fattorie, le porcilaie e i luoghini dell’aperta campagna”. A vigilare su tutto il maestoso Po.
Qui abitano le classiche figure di paese che non si sono mosse di un passo insieme a quelle che ritornano dopo tanti anni dall’America o dalla Germania con le loro straordinarie esperienze e i loro mitici ricordi. Qui abitano soggetti strampalati come il Gaggina, “un ragazzone di centotrenta chili, alto come un trattore” che va fuori di testa e mette in subbuglio il paese. E qui abita pure Omar Valdes, il comandante della stazione dei carabinieri (quattro in tutto) “carattere ruvido e di poche parole” con la passione spudorata per la pesca, specie del pesce siluro (vedi Il male quotidiano di Massimo Gardella, Guanda 2012), un mostro baffuto pesante anche più di cento chili. Finito lì, il Valdes, “per colpa di faccende vecchie e sepolte”, lui di Cagliari dove vivono l’anziana madre e la sorella. A questi si aggiunga una giornalista che fa le cose sul serio riguardo agli sbarchi e alla vita degli emigranti che arrivano su Lampedusa e come ricompensa viene spedita anche lei nella Bassa (mai dire la verità). Chiaro che nasce qualcosa di friccicarello con il nostro maresciallo che un po’ di situazioni ormoniche fanno sempre bene.
Quando il giallo arriva con l’assassinio di Giuanìn Penna (quello ritornato dall’America), sbudellato da una spada, l’imputato principale sarà il Gaggina che minaccia tutti con una katana da samurai e si è asserragliato in casa con due ostaggi (il giornalista e il regista di paese) e la nonna pluriottantenne prodiga dispensatrice, a suo tempo, di delizie amorose. Ma c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda e allora si deve ricercare nel passato. È lì la chiave di volta per scoprire il movente di un delitto inatteso.
Questo noir un po’ serio, un po’ leggero, un po’ ironico, un po’ grottesco, un po’ pulp, un po’ sociale, si inserisce tra i prodotti genuini di quella banda di mascalzoni (vedi anche “Sugarpulp”) che hanno preso di mira la Bassa con le loro storie strampalate che divertono e a volte (non sempre) fanno riflettere più dei mallopponi seriosamente impegnati. La trama giallistica è fragiletta e risaputa (pure certi personaggi sono gli stessi da una vita) ma quello che conta è il tratteggiare un universo di paese fatto di rapporti consolidati dal tempo, di frizzi, lazzi, battute, prese per il culo, storie eclatanti rimaste nella memoria comune e che riemergono con l’evolversi della vicenda. E insomma il libro va letto con quello spirito goliardico con il quale è stato scritto. Altrimenti cambiate canale.

Ed ecco ancora un superlativo apporto ponzatorio della nostra poliedrica Debicche (Patrizia Debicke) che abbiamo presentato nell’incontro precedente.
“Mi sono letta, sempre al gabinetto, il crudele Alphabetum, la confraternita del saio nero, di Massimo Pietroselli, ambientato a Roma nel XVI secolo, romanzo storico con tinte variegate da fantascienza.
Anno Domini 1599. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, scienziato, alchimista, cultore e mecenate delle arti (cito Arcimboldo), era un indefesso collezionista di bizzarrie ma anche matto da legare, afflitto da sangue bacato, prima plagiato e poi schifato dalla fanatica religiosità di Filippo II che l’aveva allevato in Spagna.
Rodolfo II dicevo, collezionava bizzarrie e a Leonia, una sensitiva tattile (confesso che con quello che leggo in merito crepo d’invidia perché non ho illuminanti contatti con le menti altrui) sua emissaria ed esperta d’arte, spalleggiata da un vigoroso eunuco turco tuttofare, viene proposta una primizia trafugata dal palazzo di Francesco Cenci, dopo la vergognosa strage della sua famiglia a opera del pontificato. La primizia è un teschio umano mostruoso. Leonia lo tocca e percepisce (Dio che rabbia, mi fa sentire sordomuta e complessata) che apparteneva al misterioso, ma geniale Maestro del Monogramma, il pittore deforme che aveva eseguito per il famoso Gilles de Rais, meglio ricordato come Barbablù che non come valoroso combattente a fianco di Giovanna d’Arco, un libro perverso, l’Alphabetum di Erode con 23 incisione di torture e orrende morti di bambini. Contemporaneamente le estasi di una monaca romana rivelano la prossima terribile venuta di un Nuovo Giubileo blasfemo. L’Anno Santo è alla porte e l’Inquisizione, guidata dagli abissi demenziali della peggiore controriforma è dietro l’angolo, pronta a colpire e condannare gli eretici. Sulla scia delle aberrazioni del Maestro, una cieca vendetta farà strage d’innocenti, grandi e piccini.”

Ricevo pure un contributo, seppure breve, di Nino D’Attis che ricordo autore di Montezuma airbag your pardon, Marsilio 2006 e Mostri per le masse, Marsilio 2008. “In bagno leggo solitamente riviste di musica, oppure filosofia. L’ultima volta mi sono chiuso con Patafisica e arte del vedere di Jean Baudrillard (edito in Italia da Giunti), che a pagina 89 contiene una riflessione a mio avviso consona all’uomo seduto sul water: “Gli oggetti sono tali che, al loro interno, vengono cambiati dalla loro propria scomparsa. È in questo senso che ci ingannano e che determinano illusione”. Potrei aggiungere che l’idea di trovarmi in bagno senza niente da leggere mi terrorizza. Sono capace di attaccarmi alle etichette di cosmetici e detersivi, ai bugiardini di qualche medicinale… qualsiasi cosa!”.

Grazie a tutti.
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti
P.S. Il 27 gennaio è nata Jessica!

(P.S. della blogger: Augurissimi Fabio!!)

S is for Sue – Intervista a Sue Grafton (reloaded)

SueGrafton[Continua la fase un po’ letargica, invernale, da serie tv divorate e vecchi film riguardati senza troppa riflessione. Nel frattempo recupero post a cui sono affezionata].

Ringrazio Paolo Gardinali per questo pezzo su Sue Grafton, direttamente da Santa Barbara, California (wow!).
A due passi dall’Oceano Pacifico l’universo del reale e dell’immaginario coincidono per una sera. Siamo nella funk zone, a pochi isolati dall’immaginario microappartamento di Kinsey Millhone. È un area che i lettori dell’alfabeto del crimine di Sue Grafton conoscono molto bene, il quartiere degli artisti e artigiani che ancora sopravvivono nella ricchissima Santa Barbara, la perla del Pacifico.  Nell’universo parallelo di Sue Grafton Santa Barbara diviene Santa Teresa, dove gli anni Ottanta continuano ormai da venti romanzi, e cellulari, internet, boom e sboom immobiliari sono di là da venire. La città dorme sonni tranquilli, periferia ricca della turbolenta Los Angeles, cotta dal sole, carezzata dalle nebbie mattutine e soprattutto vegliata dalla dinamica detective protagonista.

Nel cuore della funk zone un edificio coperto di edera nasconde una delle enoteche migliori della città, la Santa Barbara Winery, dove Sue Grafton è stata ben ricevuta tra bottiglie di Sangiovese e crostini al prosciutto e brie.
Originaria del Kentucky, dove risiede part time, Sue è in grado di coniugare una disponibilità casual tutta californiana con tutto il calore della parlata del sud.
Sue è la vera regina del giallo USA, più volte nella best seller list del New York Times. Agitando un bicchiere di vino bianco Sue mi racconta che in Italia ce l’ha portata il suo editore, Mondavi. “Non è per caso Mondadori?” suggerisco, lei ride, conferma che Mondavi è piuttosto quello che preferisce bere.

È proprio Mondadori che l’ha portata in Italia qualche anno fa per un tour. Sue ricorda e si dichiara disponibile a tornare alla prima occasione.
Kinsey invece non ha piani immediati di scappatelle all’estero, dopo la visita in Messico di J is for Judgement.
Kinsey è una “small town girl”, si muove in un mondo scolpito alla perfezione, ben noto a noi residenti del sud California. Il suo fascino è proprio nella dimensione delle sue avventure, l’universo circoscritto, i limiti della vita quotidiana. Kinsey non viene facilmente  coinvolta in intrighi internazionali. Proprio per questo Sue ha spesso abbandonato trame di largo respiro che sarebbero sembrate fuori posto: K is for Killer per esempio doveva essere originariamente “K is for Kidnapping” (rapimento), che negli Stati Uniti è crimine federale quindi difficilmente oggetto d’investigazione da parte di un detective privato.

Sue Grafton(photocredits) Niente Italia quindi in programma come futura ambientazione, “A meno che non si trovi un boyfriend” mi dice, ammiccando. E perche no? Potrebbe essere un gran finale della saga. Tradotti in ventisei lingue (e piratati in Cina per anni, come ama raccontare), i romanzi della Grafton sono editi in Italia nei Gialli Mondadori e più recentemente da Salani/Tea (che però si è fermato a R come Rancore, risalente addirittura al 2006 e non disponibile su Amazon). Negli Stati Uniti siamo già a venti, l’ultimo è T is for Trespass. Ne rimangono sei, tra l’altro le lettere più difficili, compito che al ritmo attuale si concluderà quando l’autrice avrà ottant’anni. Al momento ha scritto e riscritto i primi due capitoli di “U”, ancora privo di titolo*.

Nonostante la verve di Sue, quindici anni d’esperienza a Hollywood e l’originalità dei titoli, emergere sulla scena del giallo USA è stato tutt’altro che facile. “A come Alibi” è l’ottavo dei romanzi della Grafton, e solo il secondo ad essere pubblicato. Sue racconta che all’epoca era invischiata in un drammatico divorzio e passava la notte a fantasticare su come uccidere l’ex marito. Invece di mettere in atto tali piani criminosi, ha pensato bene di farsi pagare per trascriverli. Il resto, come si dice, è storia.

Sue Grafton ha ricevuto il Barnaby & Mary Conrad Award alla trentaseiesima Santa Barbara Writers Conference.

Testo e foto d’apertura di Paolo Gardinali
Santa Barbara (CA), 27 giugno 2008
[God bless Gmail]

* (aggiornamento) Pubblicato nel 2009 come U is for Undertow; adesso è fuori in paperback V for Vengeance (V per Vendetta) del 2012.