Concorsi, due segnalazioni per chi scrive

GLNN-MONDADORI premio lett IMMAGINE OKL’associazione culturale Pa.Gi.Ne., organizzatrice del Festival letterario GialloLuna NeroNotte che in questo 2013 si appresta a festeggiare l’11a edizione, e Il Giallo Mondadori, la più importante e nota collana dedicata al genere, hanno istituito un  nuovo Premio Letterario per il miglior racconto inedito giallo, thriller o noir.

Come termine ultimo per presentare i propri racconti inediti è stata fissata la data del 31 luglio 2013. Il racconto vincitore sarà premiato durante l’11ª edizione di GialloLuna NeroNotte, che si terrà a Ravenna dal 22 al 29 settembre 2013, alla presenza del direttore editoriale delle collane per l’edicola Mondadori; lo scrittore Franco Forte, e sarà poi pubblicato su uno dei volumi in edicola nel febbraio 2014 della collana Il Giallo Mondadori.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale:
Premio GialloLuna Mondadori,
c/o associazione culturale Pa.Gi.Ne.,
via Corezolo 47,
48121 Ravenna.
Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it.

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori” in edicola. Per ogni racconto partecipante occorre inserire nella busta un tagliando in originale.

La pregiuria, composta da Federica Angelini (giornalista e traduttrice), Ouidad Bakkali (assessore alla cultura del Comune di Ravenna), Antonella Beccaria (giornalista e scrittrice), Alberto Cassani (coordinatore progetto Ravenna 2019 – Città capitale europea della cultura), Paolo Valenti (assessore alla cultura della Provincia di Ravenna), esaminerà i racconti in concorso e ne selezionerà cinque.

La giuria finale, composta da Nevio Galeati (presidente associazione Pa.Gi.Ne. e direttore artistico del festival GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) e Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori e presidente della giuria), stabilirà il vincitore assoluto.

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio ai seguenti recapiti: gialloluna@racine.ra.it, tel. 335.6485088

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murder partyIl Premio Remo Chiosso 2013 per il miglior murder party quest’anno sarà assegnato nel corso della più importante manifestazione ludica italiana, “Lucca Comics & Games”. Grazie a questa collaborazione sarà possibile sottoporre le opere finaliste al giudizio del pubblico che avrà la possibilità di giocarle e valutarle. Partecipa anche tu inviando il murder party che hai nel cassetto! Qui il bando completo.

La partecipazione al Premio è gratuita e aperta a tutti, esclusi membri di giuria e organizzatori.
Il Premio Remo Chiosso 2013 verrà assegnato al miglior Murder Party ricevuto entro i termini stabiliti dal regolamento. Le opere devono essere scritte in lingua italiana e devono essere inviate in formato digitale all’indirizzo di posta elettronica premiochiosso@murderparty.it

Nell’email di partecipazione al premio, devono essere allegati:

il file contenente l’opera. Saranno accettati SOLO i file inviati nei formati digitali .doc; .rft; .odt. Il file dell’opera non dovrà contenere indicazioni del nome dell’autore.

In altro file dovranno essere chiaramente indicati: titolo dell’opera, nome e cognome dell’autore, telefono e indirizzo email, nonché la seguente dichiarazione: “Contestualmente all’invio della mia opera [inserire nome dell’opera], [inserire nome e cognome dell’autore] dichiara che il testo è inedito, di esserne l’autore, di non averne ceduto a terzi i diritti di distribuzione o altri diritti legati al copyright e di poterne disporre in piena e assoluta libertà. L’autore autorizza inoltre la Murderparty, titolare del Premio Chiosso e limitatamente agli scopi del concorso in oggetto, al trattamento dei propri dati personali, ai sensi del D.L.196/2003 e successive modifiche e integrazioni. Autorizzo inoltre la Murderparty a inserire l’opera nella collana “Il Taccuino della Murderparty” .

Le opere devono essere spedite via email entro il 30 giugno 2013 e non saranno restituite per nessun motivo.

“Fratello buono, fratello cattivo” di Matti Rönkä

Matti RonkaMatti Rönkä, autore di L’uomo con la faccia da assassino, esce in Italia con Fratello buono, fratello cattivo (entrambi pubblicati da Iperborea). Il romanzo sarà presentato a Libri come a Roma il 16 e il 17 marzo (evento su facebook e sul sito dell’editore).

La trama. Vuosaari. Un giovane manutentore rinviene sotto un cumulo di neve il cadavere di un ragazzo, senza segni apparenti di morte violenta ma con in tasca l’occorrente per drogarsi. Il ragazzo è un “rimpatriato dell’est”, un ingriano, il quarto morto per overdose nel giro di poco tempo. L’ispettore Korhonen (con la fissazione delle citazioni bibliche) incarica il russo Viktor Kärppä, diventato un (quasi) rispettabile uomo d’affari, di indagare sul Trimetilfentanil, una droga letale che sta mietendo vittime russe in Finlandia.
Nel frattempo anche il fratello maggiore di Viktor, Aleksej detto Aljoša, si è trasferito in Finlandia. I due sono quasi estranei (Quando se n’era andato di casa per studiare al politecnico io ero ancora un bambino. E dopo che anch’io avevo cominciato gli studi superiori ci eravamo incontrati qualche rara volta a Leningrado o a Mosca. Non sapendo che dirci, parlavamo solo di cose pratiche.), ma essendo entrambi in terra straniera non possono che riavvicinarsi. L’arrivo di Aleksej in concomitanza con il misterioso traffico di droga di cui non si conoscono i canali desta più di un sospetto… Tanto che Viktor deve tornare in Russia per risolvere l’intricata matassa che rischia di mettere a repentaglio anche le sue nuove attività imprenditoriali.

Viktor Kärppä, già incontrato in L’uomo con la faccia da assassino, è un personaggio in bilico sul confine che separa la legalità dal crimine: Nell’esercito sovietico l’autocontrollo veniva testato accuratamente prima di assegnare una recluta ai corpi speciali. Misuravano la resistenza allo stress, fisico e psichico, ai narcotici e all’alcol. Io ero rimasto a lungo in piedi e impassibile, senza dare segni di cedimento. “Un uomo con la faccia da assassino”, avevano detto i membri della commissione, e lo avevano anche riportato sul mio dossier nei termini della psicologia militare. Nell’ultima pagina dell’incartamento, alla voce «altre osservazioni», avevano scritto: «capacità di uccidere» e un punto interrogativo. E poi: «ubbidienza a ordini estremi», un punto esclamativo e molti punti interrogativi. Non me lo avevano detto, ma non ce n’era nemmeno bisogno, ero consapevole delle mie debolezze.
Coltiva una serie di nostalgie (per Marja, la fidanzata lontana; per Sortavala, la terra che ha lasciato; per la vita che non ha avuto). Non ha molti amici ma lega con gli altri in quel modo strano che hanno gli scandinavi di scambiarsi cortesie senza smancerie. È un personaggio a cui ci si affeziona “a propria insaputa”, irrisolto e navigato insieme. Ritrovarlo è stato un piacere.

In occasione dell’uscita del primo romanzo avevo intervistato Matti Rönkä. Ecco cosa ci eravamo detti:

AB – Caro Matti, di te in Italia si conoscono solo le poche righe di biografia che accompagnano i tuoi libri: sei finlandese, hai studiato Scienze Politiche a Helsinki, sei un giornalista e lavori per la televisione, hai vinto il Krimi Preis tedesco con il romanzo L’uomo con la faccia da assassino. La prima domada quindi è obbligata: come e perché hai deciso di scrivere un giallo?
MR – Circa dieci anni fa – intorno ai 40 anni – ho fatto un bilancio della mia vita. Avevo studiato e lavorato duramente, avevo una carriera di successo, tre figli e una moto… E molti progetti in mente. Ma tutto questo non mi dava l’appagamento che avevo sperato. Così ho preso un anno sabbatico e sono andato negli Stati Uniti per imparare a fare i documentari: lì ho capito che non avrei mai fatto un film, ma mi sono ripromesso di scrivere un romanzo… e l’ho fatto. E siccome non sapevo bene come strutturare una storia che stesse in piedi da sola, ho usato il genere come strumento per costruire la struttura portante.

AB – L’uomo con la faccia da assassino inizia con la scomparsa di una giovane donna, che è anche la sorella di un piccolo malavitoso locale. Il detective privato incaricato di ritrovarla, Viktor Kärppä, inizia a indagare in un contesto molto particolare, fatto di personaggi con molti scheletri nell’armadio. Alcuni hanno un passato nell’esercito dell’ex Unione Sovietica o sono a vario titolo implicati nella microcriminalità – e così lo stesso Kärppä. A cosa ti sei ispirato per descrivere questo scenario?
MR – Quando ho deciso di scrivere un romanzo si era in pieno dibattito a proposito di immigrazione e razzismo. L’ex Unione Sovietica (e la Russia) hanno sempre avuto al loro interno molte minoranze; ad esempio i Finnici che vivono vicino a San Pietroburgo e in Carelia hanno passato diversi brutti periodi nell’arco dei secoli. Quando l’Unione Sovietica è arrivata al collasso, ai gruppi etnici di origine finlandese fu data la possibilità di rientrare in Finlandia. E questo ha portato a noi (finlandesi, n.d.b.) sia le persone che i problemi correlati.
Quindi, volevo trattare di problematiche attuali, e volevo un eroe che fosse un po’ diverso. Sapevo di avere nozioni approfondite sulla storia recente, sulla Carelia, sull’Unione Sovietica… E mi sono reso conto che un eroe del genere, un outsider, poteva fare osservazioni sulla società finlandese con un punto di vista diverso da quello che avrebbe avuto un poliziotto o un’altra figura istituzionale.

AB – Si dice che ogni scrittore mette qualcosa di se stesso nei suoi personaggi. Cosa c’è di te nei tuoi personaggi?
MR – Uno scrittore non può che avere i pensieri e le emozioni suoi propri… Ma questo non significa che io scriva di me. Naturalmente ho scritto a proposito di situazioni che un uomo affronta quando cresce e invecchia (nel romanzo che è uscito adesso in Finlandia, il sesto della serie, un Viktor 42enne indossa il suo primo paio di occhiali da lettura…). Allo stesso modo, il rapporto di Viktor con la madre e con il fratello sono molto simili ai miei rapporti reali.

AB – È cambiato qualcosa da quando hai pubblicato L’uomo con la faccia da assassino? Sei diventato più famoso? Che tipo di feedback hai dai tuoi lettori?
MR – I primi tre libri hanno avuto ottime recensioni, ma non hanno venduto molto. Poi però ho vinto il Glass Key, un premio scandinavo riservato ai migliori autori di crime, e sono stato finalista in Germania… e tutto è cambiato. Da quel momento in poi sono sempre stato  nella top 10 o top 15 in Finlandia. Sembra che la gente ami realmente Viktor! E i diritti sono stati venduti in 15 Stati esteri. È incredibile.

AB – Che tipo di lettore sei?
MR – Non bado al genere, cerco storie che mi catturino. Leggo molto, di tutto.

AB – Cosa pensi dello straordinario successo dei gialli scandinavi negli ultimi anni? Come te lo spieghi?
MR – Beh, c’è una lunga e solida tradizione di realismo nella crime fiction in Scandinavia e in generale nel nord Europa. Sembra che l’argomento riscuota maggior interesse nei Paesi che hanno solidi valori di democrazia, sistemi di welfare e attribuiscono un ruolo dominante alla società e allo Stato (non so se queste definizioni si adattino all’Italia…) (questa notazione è inquietante, n.d.b.). Personalmente non credo di essere nel solco della tradizione, ho cercato di fare più un mix, qualcosa che si rifacesse alle caratteristiche del noir americano, alla Raymond Chandler.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo

fabioenipoteQuesta volta vado a braccio con i pensieri che mi sgorgano spontanei qui sulla tazza. Ho un blocchetto in mano, prendo appunti e poi me li infiocchetto al computer. Non chiedetemi come faccio a stare in equilibrio perché non vi rispondo.

Amore fraterno. È arrivata una bella nipotina. Si chiama Jessica e succhia il latte come un’idrovora. Mentre la tengo in collo dico a Jonathan “E ora cosa faccio?”- “Buttala in aria, nonno”.
Parto dal paese che affonda nella merda ed essere al gabinetto è già un bel punto di osservazione. Non so se ce la faremo ad uscirne e guardo con infinita speranza a questi miei due pargoletti. Forse quando saranno grandi…

Passeggiando in internet tra blog più o meno culturali. Letteratura bassa, letteratura alta, il romanzo rosa e il romanzo rosa spento, il romance, le sfumature di ogni tipo e di ogni colore (sembra di essere dal barbiere), si legge per imparare, si legge per divertirsi e qui e là e sotto e sopra. O mamma mia bella, leggete e scrivete come vi pare e non fatevi tante seghe mentali.
Tutti addosso a Umberto Eco che paragonò Cassola a Liala, dando così un senso dispregiativo a entrambi. Io non ce l’ho con Liala. Ma nemmeno con Umberto Eco.

“Di mamma ce n’è una sola”, si diceva una volta. Di mamma ce n’è più d’una ribatte Loredana Lipperini nel suo ultimo libro pubblicato da Feltrinelli. Vedete un po’ voi (nel senso leggetelo e fatevi un’idea).

Vanno di moda i racconti. Una marea, un esercito di racconti stanno invadendo le librerie. Vecchi, nuovi, nuovissimi, di tutte le razze, di tutte le specie. Belli e brutti, lunghi e corti. È la rivincita dell’Antologia, del gruppo sull’individuo. Una trenata di scrittori e pseudo scrittori tutti insieme pigiati come sardine sul tram. E se il libro va male la colpa è sempre di quello accanto che, tra l’altro, non si è lavato le ascelle e puzza come un topo di fogna.

Tagliente come una lama, da leggersi tutto d’un fiato, non vi farà dormire ecc… Se trovate questi commenti (e li trovate) ad un libro non leggetelo. Tra l’altro se mi devo tagliare, finire il malloppo in un attimo e passare le notti in bianco chi me lo fa fare di spendere dei soldi?

Scrittori ribelli sul web. Quelli dell’Art Li o giù di lì. Contro l’editoria tradizionale. Spazio ad una letteratura innovativa che non rientri nei soliti schemi e nei soliti generi. Si va contro tutto e si spacca tutto. Poi arriveranno altri scrittori ribelli che spaccheranno tutto quello che hanno costruito i precedenti scrittori ribelli. Io sono sempre più pervicacemente convinto dell’anno sabbatico. Calci in culo, mazzolate nelle palle e tutti (compreso il sottoscritto) a lavorare nei campi. Vedresti come salirebbe il pil!

Copertine di spalle. Voglio dire copertine con persone, donne, uomini, bambine e bambini, visti di spalle. Mentre scendono le scale o vanno lungo una strada isolata che di solito porta ad un bosco. Un trucchetto per creare mistero e paura, ancora prima di leggere la storia, che nella maggior parte dei casi fa solo cascare le braccia (a dire la verità avevo in mente un altro tipo di caduta).
Sulle copertine, poi, dove ci sono volti e occhi sgranati di bambini non dico nulla perché mi pare diventata una moda un pochettino vigliacca (l’ho detto).

Indagano tutti. Nella letteratura poliziesca. Non c’è classe sociale o tipo di lavoro che non ne siano investiti. Tra poco, per trovare qualcosa di diverso, toccherà pure alla mia suocera con l’alzheimer.

Con Patricia Cornwell ritornano le ossa. Ultimo titolo Letto di ossa. Altri sparsi in qua e là: Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver, La città delle ossa di Michael Connelly, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney, Carne e ossa di Kathy Reichs, Le ossa del diavolo sempre della stessa, Ossa nel deserto di Sergio Gonzáles, Scritto nelle ossa di Jefferson Bass, L’angelo delle ossa di John Connolly e perfino Le ossa di Dio di Leonardo Gori ecc… [Mi permetto di aggiungere L’osso di Dio di Cristina Zagaria, n.d.b.]

E allora un grido mi sorge spontaneo dal cuore Dateci la ciccia!

I G.M. sono sempre in primo piano. Pochi sghei, ottimi prodotti. Una mano santa in questi chiari di luna. Già avevo letto (con qualche distinguo, ad essere sincero) Doppia indagine di Marzia Musneci, Mondadori 2011, per cui non ho avuto alcun problema a beccarmi anche questo Lune di sangue, Mondadori 2013,  della stessa autrice.

Un morto trafitto da molte coltellate, nudo, le mani mozze, trovato in una grotta dove si svolgono notturni riti di magia da parte di sette più o meno sataniche. Questo l’aspetto più importante. L’altro punto è che l’investigatore Matteo Montesi deve ritrovare il ritratto di una donna bellissima di valore affettivo per Arianna Caldoni (dice lei) a cui è stato rubato. Le due cose sembrano staccate fra loro, senonché pare che in qualche modo la nostra Arianna sia coinvolta in certe faccende degli adepti del Bosco Sacro che frequentano le famose grotte.

Ad aiutare Matteo nelle ricerche le due “spalle”, Massimo Calamandrei e Luca Persichetti (Yorich), sua compagna di vita Cristiana Perla, agente di polizia con la quale mantiene una relazione senza coabitare che per lei convivenza e matrimonio sono tomba dell’amore (però vuole un figlio), amico fraterno Edoardo, micione casalingo che prodiga coccole e consolazione.

Indaga il commissario Felice Santarelli (un litro di caffè al giorno), amico di Massimo con il quale si trova talvolta in contrasto. Il tutto si complica con l’assassinio di un’altra vittima che presenta le stesse modalità (nuda con le mani mozzate) e il tentativo fallito di far fuori un giornalista impiccione.

Storia abbastanza complessa, bene organizzata. Di mezzo pure una banda di malfattori, il clan Carrera (estorsione, droga, prostituzione), che crea scompiglio nella vicenda e qualcuno che vuole uscire, invece, dal giro del malaffare. Al centro il nostro “eroe” con il suo lavoro (anche traduttore), la sua storia sentimentale, le sue passeggiate, i momenti di crisi con sensazione di cappa pesante e accerchiamento e momenti di ripresa. Finale movimentato.

Scrittura lenta o veloce (frasette puntute) secondo la necessità intrisa di humour e ironia inserita in giusta dose. Un sentito omaggio alla forza delle donne “Le donne ce la fanno sempre”. E di fronte a quello che sta accadendo oggi (ma anche ieri) a loro danno mi sento di condividere in pieno.

Sì, ce la faranno. Anzi, ce la faremo.

Non la tiro per le lunghe su Il bandito invisibile di Edgar Wallace. Storia  incasinata il giusto (e infatti non la presento nemmeno) secondo lo stile di Wallace, ricca di colpi di scena, di movimento, di personaggi che appaiono e scompaiono all’improvviso. Scrittura veloce che non lascia spazio agli approfondimenti (personaggi scarnificati), buttata giù di getto, senza troppa cura, senza una rielaborazione, come se fosse da riprendere e sistemare in un successivo momento (ma per lui andava bene così e anche ai suoi innumerevoli lettori).

Un libro che non mi sconfinfera un granché anche se ne capisco l’importanza nella evoluzione storica del romanzo poliziesco. Ma voi leggetelo lo stesso che i neuroni rimasti sono ormai in caduta libera.

Bello In un vicolo cieco di Anne Perry con il suo inseparabile Thomas Pitt (quando non c’è William Monk) dei Servizi di Sicurezza. Siamo a Londra alla fine dell’Ottocento. Un attentato dinamitardo da parte degli anarchici e ci rimane stecchito il capo del gruppo ucciso, però, non dall’esplosione ma da una mano misteriosa. Racconto svolto con la solita maestria stilistica capace di creare personaggi che rimangono impressi nella memoria (oltre all’atmosfera del tempo). Straordinari quelli femminili.

Passo a La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.

Biscuter a Carvalho “Lei, capo, manca di modernità”. Unico mezzo tecnico presente nell’ufficio il telefono. Immobilismo. Bisogna stare al passo coi tempi. Occorre almeno un fax per la ditta “Carvalho & Biscuter, detective associati” (intanto ci si tira su con “spaghetti alla genovese e blanquette d’agnello al curry”).

Subito la magia del fax con la richiesta di un consulto. Sparita una ragazza che avrebbe potuto essere l’Emanuelle argentina (chi non ricorda Sylvia Kristel?). Bisogna cercarla. Trovata morta come barbona assassinata da una serie di pugnalate, l’ultima al cuore. Nome Barbara Helga Singer, Palita “per i suoi colleghi di miserie”. Una ragazza che sognava di diventare una star, sfruttata e rimasta incinta. Indagine della polizia, di Carvalho e Biscuter. Nel mondo del teatro, fra i barboni che hanno la merda come corazza “sul corpo e sull’anima”.

Altri morti ammazzati, un po’ di sesso (Biscuter montato da una Pepita sbracata) anche per Carvalho dimentico di come sia fatta una donna, la buona cucina che ritorna ogni tanto (vedi l’agnello in salsa di capperi), la fissazione di bruciare i libri che non insegnano a vivere ma solo a mascherarci.

Ma chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca, il passato? O si tratta di uno spunto individuale? Una brutta vicenda che scopre una società  ipocrita, fatta di compromessi, raggiri e violenza (di mezzo pure un corpo operativo speciale) delineata con un sorriso ironico leggero (soprattutto se si parla del “moderno” Biscuter, ex ladro di macchine costose) e spesso malinconico, con un buon finale da colpo di teatro.

Montalbán è Montalbán.

Un libro da tenere sul comodino. Parlo di Noir – Istruzioni per l’uso di Luca Crovi, Garzanti 2013. Un impasto di storie, aneddoti, spunti di vario tipo su grandi autori di noir con le loro confessioni dirette, i loro metodi di lavoro, le loro idiosincrasie. Una lettura colta e gradevole nello stesso tempo espressa in uno stile affabulatorio che ti spinge ad andare avanti in maniera istintiva.

Vi consiglio, sempre dello stesso autore, Tutti i colori del giallo, Marsilio 2002, poi i tre volumi di C’era una volta il giallo di Gianfranco Orsi e Lia Volpatti, alacran edizioni 2005/06/07. Accanto metteteci il Dizionario atipico del giallo 2009 e 2010 di Maurizio Testa (c’è anche la nostra Buccherina!) delle edizioni Cooper e per finire il Dizionoir a cura di Mauro Smocovich, Delosbooks 2006 (ce ne sarebbero tanti altri ma dopo un po’ ci si spalla).

Altro libro da leggere Il caso sbagliato, Einaudi Stile Libero 2008 (anche in ebook), di James Crumley. Lo cito per citare pure il blog di Omar Di Monopoli e qui la rece del sottoscritto. Fateci una capatina che ce n’è di roba buona.

Ecco cosa ci manda la nostra inossidabile Patrizia Debicke (Debicche)

“Stavolta mi sono portata in bagno, e ho fatto bene, Cosa combini commissario Hunkeler? di Hansjörg Schneider, scrittore e drammaturgo svizzero.

Il suo personaggio, Peter Hunkeler, commissario in servizio alla  polizia criminale di Basilea, presenta  alcuni tratti autobiografici del suo autore, è nato in Aarau come lui, vive a Basilea nel Ring quartier e frequenta gli stessi locali di Schneider. Weiter teilen sie auch ihre linksliberale Gesinnung und einen ausgeprägten Hang zum genauen Beobachten und Beschreiben. E come lui è  antinconformista, liberale e osservatore.

Con l’aiuto di  un commissario agli antipodi dei  moderni e quasi semidei tecnologicizzati eroi, che da un bel po’ invadono gli schermi televisivi e le librerie, Schneider mi ha coinvolta in una storia che sembra  scritta con la stessa macchina da scrivere che usava Simenon. Ma Peter Hunkeler, un ultracinquantenne flemmatico e disincantato, è molto diverso dal pantofolaio Maigret. Gli piace far tardi sbevazzando nei localacci del quartiere, battuti dalla stessa teppa che prima o dopo dovrà spedire in galera. Tollera a fatica  il confronto giornaliero con la spocchiosa incompetenza di superiori, colleghi e sottoposti, che viene dell’ottusità sociale della maggioranza silenziosa del suo paese, più che della stupidità individuale, e vive con un certo disagio il suo dovere, sempre a cavallo tra la voglia di mandare tutto al diavolo e l’impulso incontenibile invece ad andare avanti per scoprire il colpevole, fregandosene di lacci, laccioli e regole. Altrettanto il bravo commissario ha due certezze. La sua donna: Hedwig, una maestra d’asilo aperta, scopaiola, solare, comprensiva e sempre pronta a ridimensionare tutto con una battuta. E il suo paese, la Svizzera, con le sue abitudini millenarie, la sua posizione geografica (Basilea confina con l’Alsazia, la Francia), i suoi paesaggi, la sua natura spesso incontaminata e la sua cucina. Sulla trama non dico nulla. Prendetelo e portatelo al gabinetto!”.

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Aggiungo, infine, il bel contributo della lettrice Rosanna Margiotta. “Ho imparato a leggere a cinque anni. All’epoca, e per molti anni successivi, i miei genitori mi mandavano a trascorrere le vacanze dai nonni nel profondo Sud, con mia somma gioia perché questo significava campagna e libertà sfrenata. La campagna significava anche un bagno senza acqua corrente, un bagno pienamente ottocentesco, con il catino, la brocca ed il secchio ed un mucchio di vecchissime copie della Domenica del Corriere, quelle con le splendide copertine disegnate dal Beltrame, dove ho imparato cosa fosse “un’opulenta circassa” e come ottenere una postura del didietro apprezzabile come quella delle circasse originali, chi era il ras Menelik e dove fosse Giarabub. Da allora non ho più smesso, né di leggere né di essere una cultrice delle letture del gabinetto.
Come libro da sobbalzo sulla tazza propongo un John Fante d’annata, scoperta per me recente, e in particolare  A ovest di Roma che è stato il primo che ho letto. Forse meno noto di altri, da Chiedi alla polvere a quelli incentrati sulla saga dei Bandini. Del libro raccomando il primo racconto in cui Fante ha descritto con umanità, umorismo e coraggio la realtà umana, così umana di un uomo ormai ben più che maturo, con quattro figli che rappresentano l’espressione del fallimento delle sue aspirazioni, in piena parabola finale anche professionale, solo nell’impossibile aspirazione verso un’Italia vista come origine, lontana e romantica, incapace di partire ma anche di restare nella casa che detesta come luogo fisico e dove ormai anche la moglie, l’unico fedele appoggio, dubita della sua sanità mentale e del suo equilibrio. E tutto questo sfacelo è descritto con grazia, umorismo e risoluta onestà, lasciando il lettore che magari per età si sente o è prossimo alla stessa fase della vita dell’autore con un sorriso altrettanto malinconico e con un senso di umoristica rassegnazione – oltre ad essere conquistato dalla maestria dei dialoghi e dalla capacità di gestire e rappresentare il nodo aggrovigliato delle dinamiche familiari”.

Con i proventi dei miei libri sulla falsariga delle famose sfumature Il batacchio infernale, Edizioni Sottoachitocca 2012, Il randello dell’avvocato, Edizioni Checidòchecidòchecidò 2012 e Il nespolo assassino, Edizioni Mammamiaquant’ègrosso! 2013, ho acquistato una villa al mare per organizzare dei bunga bunga al bacio (di nascosto alla mogliera). Solo che ad un certo punto, quando mi ritrovo solo con una pupazzola dalle forme rotonde, non mi ricordo cosa fare. Comunque, nell’attesa che riacquisti la memoria, ho già buttato giù il canovaccio (quando scrivo, invece, guarda un po’, mi ricordo di tutto) de La farfallina birichina per le Edizioni Miposodappertuttosenzafapagàuncentesimo e spero ancora nella benevolenza dei lettori.

Grazie, grazie di cuore.

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

 

Trilogia di New York di Paul Auster

Trilogia di New YorkI.
Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, averbbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.
In quanto a Quinn, non serve dilungarsi su di lui. Chi fosse, da dove venisse e cosa facesse non ha molta importanza. Sappiamo, per esempio, che aveva trentacinque anni. Sappiamo che un tempo era stato sposato, che era stato padre, e che ora la moglie e il figlio erano morti. Sappiamo che scriveva dei libri. Per essere esatti, scriveva romanzi gialli. Questi romanzi li firmava con il nome di William Wilson e li produceva al ritmo di circa uno all’anno; il che gli garantiva abbastanza denaro per vivere modestamente in un piccolo appartamento di New York. Dato che a un romanzo non dedicava mai più di cinque o sei mesi, per il resto dell’anno era libero di fare quello che voleva. Leggeva molti libri, visitava le gallerie d’art e ei musei, andava al cinema. In estate guardava il baseball alla televisione; d’inverno andava all’opera: ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città – mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe.
(Trilogia di New York – Città di vetro – Paul Auster)

Se vi è piaciuto questo incipit, ricordo che con il Sole24Ore trovate in edicola la prima uscita della collana “Coast to coast”: il capolavoro di Paul Auster Trilogia di New York, composto da Città di vetro (City of Glass), Fantasmi (Ghosts) e La stanza chiusa (The Locked Room). Tre detective stories molto particolari, ambientate a New York e scritte tra il 1985 e il 1987, che resero Auster un autore di culto. “Sono tre detective-stories in cui lo scrittore crea una sua New York strana e surreale, in cui tutto può accadere e in cui tutti noi potremmo perderci” (fonte: Wikipedia).

L’etica del parcheggio abusivo di Elisabetta Bucciarelli

etica del parcheggio abusivoChe poi uno pensa “parcheggiatore” e subito fa l’equazione “ignorante”. Niente di più sbagliato. A Milano, vicino alla vecchia quercia che sta per essere abbattuta per lasciare spazio a un parcheggio sotterraneo, c’è il Mario, parcheggiatore abusivo che sovrintende alle linee blu. Sovrintende, perché per parcheggiare non basta pagare il gratta-e-sosta: bisogna meritarsela. Mario sottopone gli automobilisti a test verbali di un certo spessore: a che serve avere la macchina nuova fiammante se non si sa cos’è un palindromo?
Le richieste di Mario – come scopre l’Ispettore giunto sul posto a seguito di una chiamata – snervano il Bancario che ogni mattina deve raggiungere l’ufficio con il macchinone-benefit, lasciano impassibile la Bellezza Ordinaria (con la Smart d’ordinanza), stuzzicano la fantasia e le voglie di Olga, costumista teatrale con la passione del cibo, aprono una competizione all’ultimo verso (meglio, all’ultimo mesostico) con il SUVman tracheotomizzato.

In questa favola urbana, delicata e ricca di metafore (per usare un termine che piacerebbe al Mario, che usava le parole con una cura speciale), Elisabetta Bucciarelli torna al teatro in modalità uditiva e racconta il paradosso di una società sempre più ricca e sempre meno colta. Una fiaba che ruota intorno alle parole e all’importanza di saperle usare, partendo dalla semplice conoscenza del significato e arrivando al modo in cui le parole stesse condizionano la descrizione del mondo e di conseguenza le nostre esistenze. Sei Mondo o Nascondino, azzardi o stai nel tuo cantuccio, o sei between? “Dimmi come parli e ti dirò chi sei”.

L’etica del parcheggio abusivo nasce come audiodramma nell’ambito del progetto curato da Fonderia Mercury. La prima teatrale è stata il 11 gennaio a Milano (Teatro Elfo Puccini). Adesso Feltrinelli ha pubblicato l’ebook e a fine marzo è prevista l’uscita in brossura.

locandina etica parcheggio abusivo

Educazione Siberiana (2012)

educazione siberianaUn uomo non può possedere più di ciò che il suo cuore può amare

C’è un piccolo cinema, a Roma, che permette la visione in lingua originale con sottotitoli dei film appena usciti: è così che ho visto Educazione siberiana, magistrale realizzazione di Gabriele Salvatores sul soggetto dell’omonimo romanzo di Nicolai Lilin.

È la storia di Kolyma, giovane siberiano che cresce nel ghetto di River Bank, in Transnistria. Il padre è morto, la famiglia è composta dalla madre e dal nonno Kuzya (il solito strepitoso John Malkovich) dal quale Kolyma apprende il codice etico e morale della sua gente. Pur vivendo in prevalenza di piccoli reati, i siberiani si definiscono “criminali onesti”: rifiutano la droga, la violenza e lo stupro. Le rapine e l’omicidio sono ammessi, ma solo nei confronti dei ricchi o degli oppressori. Il denaro non può entrare in casa. Ma, soprattutto, i siberiani raccontano e preservano la storia di ciascun individuo attraverso i tatuaggi. Il giovane Kolyma, già bravo a disegnare, apprenderà da Ink il modo per trasfondere in simboli il vissuto degli altri. Kolyma cresce con tre amici: sono un quartetto affiatato, si proteggono a vicenda e uno di loro, Gagarin, si sacrificherà durante una rapina, facendosi arrestare per permettere agli altri di scappare. Quando torna a River Bank Gagarin non è più lo stesso: ha dimenticato il codice d’onore e ha conosciuto in carcere i membri di Seme Nero, un’organizzazione criminale violenta e priva di scrupoli. Le strade dei ragazzi divergono inesorabilmente anche a causa dell’arrivo di Xenia, una giovane bellissima ma ritardata di cui Kolima si innamora ma che è costretto a tenere a distanza (Xenia infatti è considerata a gift from God, un dono di Dio: una creatura debole, da proteggere a ogni costo).

Educazione siberiana, il film (molto diverso dal romanzo), è una produzione di ampio respiro. Paragonato a C’era una volta in America, racconta un mondo di passaggio, marginale, destinato a scomparire perché sopraffatto dalla Storia. Racconta di povertà, di sogni, della difficoltà di mantenere un’identità e di non cedere ai guadagni facili in un mondo che offre molto poco. Kolyma e Gagarin (due attori dai nomi impronunciabili) sono esordienti, ma sotto la direzione di Salvatores hanno dato vita a personaggi intensissimi. Nicolai Lilin, che nel romanzo ha usato anche elementi autobiografici, ha fornito la consulenza per i tatuaggi (affascinanti) e per le armi (di cui Salvatores ammette di non sapere nulla).
Segnalo la scena della giostra e le belle musiche di Mauro Pagani. Da vedere.

educazione siberiana locandinaEducazione siberiana
Italia, 2012
Regia di Gabriele Salvatores
Soggetto di Nicolai Lilin
Sceneggiatur  di Gabriele Salvatores, Stefano Rulli, Sandro Petraglia
Con John Malkovich, Peter Stormare, Eleanor Tomlinson, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius