La roccia nel cuore di Antonella Mecenero

La roccia nel cuoreLa roccia nel cuore (Interlinea, 2013) è un giallo ambientato nella zona del lago d’Orta. La storia prende avvio dal suicidio di Luigi, giovane e promettente ciclista, benvoluto da tutti. La famiglia, i compagni di classe e di squadra sono increduli e addolorati ma accettano la versione fornita dagli investigatori; l’unico che si pone dei dubbi è Gabriele – che poi, a lui nemmeno stava troppo simpatico, Luigi, tanto popolare anche con le ragazze, ma la sua mente razionale non riesce ad accettare una fine così inaspettata.
Il funerale viene officiato da don Marco Siracide, quarantenne oriundo di Pella ma vissuto lontano per anni, tra Università e studi teologici. Marco ha accettato di rientrare a coprire il posto rimasto improvvisamente vacante per il repentino allontanamento forzato di don Alfio, rimosso dall’incarico di parroco perché in odore di pedofilia.
Il ritorno di Marco a Pella non è indolore: nutre dei dubbi profondi, non ha mai fatto davvero il prete ma solo lo studioso e a Pella ha lasciato una giovane donna di cui si era invaghito per seguire la sua vocazione. Marco quindi prende il suo posto nella parrocchia e a scuola, dove insegna religione nella classe di Gabriele e del fu Luigi.
Cosa poteva significare veramente dire messa a una dozzina di vecchiette che forse non si erano neppure rese conto della partenza di Alfio e del suo arrivo? O parlare a classi di adolescenti ai quali non riusciva a dare una risposta per la morte del loro amico. Non sui motivi e sulla dinamica della morte, ma sul perché. Il perché della morte. Non era a quello che serviva un prete? (p. 112)
A complicare le cose, il furto di una reliquia di san Giulio da una cappella in mezzo al lago: il santo “se n’è andato”, pare. All’inizio i carabinieri, nella figura del burbero maresciallo Remigio Salvi, pensano a una ragazzata: tra i sospettati ci sono anche Gabriele e il suo amico del cuore Michele, esperto di svasse e “cotto” di Marta. Ma don Marco è di diverso avviso e inizia un’indagine parallela e ad ampio respiro. E poi… e poi succedono tante altre cose, di cui naturalmente non si può dire troppo.

Capita (sempre più raramente, ma capita ancora) di avere la fortuna di intercettare un talento in erba prima che diventi famoso. È stato solo un caso se la strada di Antonella Mecenero si è incrociata con la mia durante una delle sue prime prove. Nel frattempo la giovane professoressa non è rimasta con le mani in mano e adesso non solo è finalista al premio Tedeschi 2013 con un giallo storico, ma ha pubblicato questo romanzo, La roccia nel cuore. L’ho letto con piacere, perché Antonella racconta ciò che conosce (che è buona regola di chi scrive) e conosce bene ciò che racconta.
La roccia nel cuore è ambientato nella zona in cui Mecenero vive e lavora. Ci sono dentro i ragazzi (studenti del liceo, nel pieno dell’età dei dubbi e delle esplosioni ormonali), i paesaggi e le leggende del lago d’Orta, l’attenzione verso la realtà. C’è Marco che corre, corre, per riflettere e per chiarirsi le idee, come per anni ha corso Antonella, allenandosi da agonista. C’è il gatto Oro, il più pigro e indolente dei gatti, che nella realtà esiste tale e quale alle spassose descrizioni del romanzo. C’è molta storia e molta passione.
Devo dire, per onestà, che forse il romanzo pecca di un eccessivo buonismo di fondo, ma altrettanto onestamente devo fare i complimenti ad Antonella Mecenero per questo bel traguardo. La roccia nel cuore è un libro scorrevole e godibilissimo, soprattutto per chi frequenta le zone descritte, e si vede che Antonella sta cercando il punto di arrivo, la sintesi dei suoi molteplici interessi, che vanno dalla storia a Sherlock Holmes, dalla conoscenza del territorio allo sport, dalla fede ai ragazzi che segue a scuola.
A ulteriore merito dell’autrice aggiungo che non ha ceduto alla facile tentazione di parlare di temi “alla moda” come il femminicidio o il classico serial killer, ma ha raccontato una storia agganciata a fatti di cronaca.
Infine, ancora ad avvalorare la tesi del talento “in progress”, Antonella Mecenero non ha cercato scorciatoie ma sta facendo un’onesta, faticosa (e, le auguro, rapida) gavetta: partecipando a concorsi per racconti e romanzi e facendosi notare solo grazie alla sua capacità. È una strada difficile, nessuno lo nega, ma è l’unica che garantisce la selezione qualitativa. A lei, che ha scelto il percorso in salita e sta macinando tappe e obiettivi, va tutta la mia stima e la mia approvazione.

Il blog di Antonella Mecenero.
L’intervista a “Gabriele”
Un’intervista ad Antonella Mecenero realizzata da Ambretta Sampietro.

Battaglie sulla scacchiera di Fabio Lotti

ScacchiPresento ai lettori del blog intorno all’angolo una parte dell’inizio del mio gialletto “Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e Crimine”, Prisma 2005, per capire se in qualche modo sono riuscito a creare una certa atmosfera. Ricordo che la seconda parte, riguardante il rapporto scacchi-crimine, è stata scritta magistralmente da Mario Leoncini.

Quando il giocatore di scacchi più forte del mondo entrò nella splendida sala del CRAL del Monte dei Paschi di Siena fu sommerso da un applauso incontenibile. Anche l’ex commissario Marco Tanzini, da poco in pensione, non poté fare a meno di battere le mani con l’entusiasmo di un bambino di fronte a quel giovanottone alto e ben piantato dallo sguardo di fuoco che faceva faville sulla scacchiera. Il suo interesse per gli scacchi era nato da poco, per un fatto terribile accaduto proprio in quella sede, ma le gesta di Eugeny Khaliuscin erano troppo eclatanti per non scuotere un tipo tranquillo come lui. Che ora, seduto in seconda fila insieme al gruppo dei notabili di Siena, poteva ammirarlo in tutta comodità, mentre Presidente del circolo, sindaco, funzionario di banca e lo staff, che si era adoperato non senza fatica per la sua presenza al primo Torneo Internazionale “Città del Palio”, si sarebbero avvicendati al microfono piazzato nel bel mezzo di un lungo tavolo ricoperto di panno verde  in cima alla sala. Sì, perché riuscire ad accaparrarsi la presenza di Khaliuscin ad un torneo era un’impresa assai disperata. I Cervelloni entusiasmano, ma costano. Ed hanno le loro fisse, le loro manie. E così c’era voluto l’intervento dei pezzi grossi di un gruppo di banche capeggiate dal Monte dei Paschi e quello di un gruppo di esperti in relazioni pubbliche per convincerlo a venire, dimostrando ancora una volta che Siena era una città di illustri tradizioni, di sport e di cultura. Lo sforzo si era rivelato notevole, perché insieme a lui erano stati invitati altri giganti dello scacchismo mondiale, già disposti lungo il tavolo, a fare da corolla al nostro campione. E anche loro costavano. Un po’ meno, ma costavano. C’erano Krivillic, Galepov, Shitiov, la Grande Maestra Denver, l’indiano Anineda e tre altri ancora dal nobile pedigree scacchistico che si sarebbero dati battaglia il giorno seguente, il lunedì, dopo la presentazione proprio in quella sala. La quale sala scoppiava di appassionati e curiosi giunti da tutte le parti del mondo. Giornalisti, direttori di riviste e di pubblicazioni scacchistiche tra i quali spiccavano l’estroso Adolivio Capece, il dinamico Yuri Garret, il signorile Roberto Messa, l’amabilmente ironico Charles Azzopardi e l’irresistibile Valerio Luciani.

“Cari amici, gentile ed appassionato pubblico…” iniziò con orgoglio ed un pizzico di pomposità il Presidente della sezione scacchi “…Oggi è un giorno importante, direi una data storica per la nostra città…” Una raffica di lampi al magnesio sembrò stordirlo facendogli perdere per un attimo il filo del discorso. Meglio così. Per Marco Tanzini, abituato istintivamente all’osservazione, era meglio osservare l’eletta prole di Caissa piuttosto che ascoltare i convenevoli rituali, sia per una curiosità frutto del mestiere, sia perché voleva scoprire quali fossero le caratteristiche fisico-somatiche di tanti unti del Signore. Partì dunque da sinistra verso destra con l’idea di saltare, per il momento, l’asso russo che sedeva al centro, volendoselo godere in fondo con la calma necessaria. Qui era seduto lo svedese Larsen, un ragazzetto dai lineamenti del volto ancora adolescenziali con un incarnato così liscio e pallido da riflettere sul pubblico la luce che era proiettata verso di lui. Una presenza diafana, un alone misterioso. Poteva avere diciassette o diciotto anni, ma ne dimostrava ancora meno perché al suo fianco troneggiava il bulgaro Galepov, un omone baffuto e corpulento dall’occhio grifagno che metteva ancor più in risalto la delicatezza del giovane. Aveva una testa massiccia incassata direttamente sul petto senza l’ausilio del collo e due mani robuste da spaccatore di pietre che mai avresti pensato potessero disegnare eleganti circonvoluzioni sulla scacchiera. Andando avanti si distingueva per il suo aspetto di perfetto gentleman il francese Carvier, un signore con gli occhiali scuri dalla giacca blu di taglio impeccabile, camicia bianchissima sulla quale risaltava una cravatta di un rosso cupo particolare, contornata da piccoli simboli scacchistici dorati che sembravano essere, a quella distanza, Torri e Cavalli.

L’ex commissario pulì con delicatezza i suoi occhiali e sporse un poco la testa in avanti per meglio ammirarla, dato che aveva una certa debolezza per le cravatte. Sua madre lo aveva costretto sin da ragazzo ad indossare la giacca in qualsiasi momento ed occasione (anche nel deserto se ce ne fosse stato bisogno) insieme alla camicia, naturalmente, e lui aveva cercato un compenso, per così dire, alla sua “schiavitù” trovandolo nella scelta di questi tipici ornamenti maschili. Ne aveva circa duecento, ed alcune anche di un certo valore. Quella del signore distinto gli piacque perché si mise ad osservarla con un certo interesse, quando fu scosso da un lungo applauso. Il Presidente, felicemente irrorato dal sudore, terminò l’apologo, dette la parola al sindaco e si sedette con un sorriso che scoprì trentadue denti altrettanto felici di mettere in mostra il loro naturale candore. “Gentile pubblico, non nascondo la mia trepidazione e la mia soddisfazione, che è poi quella di tutta la città di Siena che mi onoro di rappresentare, di fronte ad un evento che il Presidente ha giustamente definito storico…”.

Un’altra pappardella. Marco Tanzini spostò lo sguardo ancora verso destra. Romina Denver, l’unica donna invitata a partecipare al torneo, occupava la poltrona seguente con delicata eleganza. Capelli biondi, volto dall’ovale regolare, occhi chiari, dolce e accattivante sorriso. Il tutto incorniciato in un vaporoso vestito azzurro-tenero. Una madonna da fare invidia a quelle dipinte dal grande Raffaello. Veniva poi il russo Krivillic, uno degli avversari più titolati per la vittoria finale, dall’aspetto bonario che si trasformava, dicevano, in un killer spietato quando si trovava davanti alla scacchiera. A suo fianco il Presidente del circolo ormai caduto in estasi mistica dopo l’ispirato intervento, poi c’era il sindaco che stava concionando, il grande Khaliuscin sul quale non volle al momento soffermarsi, quindi un distinto signore brizzolato elegantissimo che doveva essere un funzionario del Monte dei Paschi di Siena. Continuando verso destra il suo sguardo mise a fuoco l’arbitro internazionale tedesco Karl Lutz calvo come una palla da biliardo e dal contegno irreprensibilmente statuario, poi l’inglese Shitiov, un biondino lentigginoso con gli occhiali. Sembrava il fratello maggiore di Harry Potter e aveva stampato sul volto una smorfia indecifrabile. L’indiano Anineda terminava la corolla dei campioni. Poteva  ben costituire il rappresentante della bellezza tipica del suo paese. Alto, aitante, in perfetta forma fisica, lineamenti regolari come se fossero stati disegnati, pelle brunita che risaltava su una camicia giallo senape. Solo la cravatta, di un arancione un po’ troppo vistoso, causò una fitta allo stomaco e una smorfia di disapprovazione sulle labbra di Marco Tanzini. Il quale, dopo avere fatto il “giro” che si era proposto, senza aver notato nulla di particolare che potesse essergli di aiuto nell’individuare le caratteristiche somatiche di un genio degli scacchi, ritornò ad osservare il grande Eugeny Khaliuscin.

E qui si trovò di fronte a qualcosa di diverso. E anche di inaspettato. Nulla di preciso, a dire la verità, ma per lui abbastanza eloquente. Era, per esempio, meno bello dell’indiano Anineda, eppure il suo portamento, il suo modo di guardare, di muovere la testa, di incrociare le braccia avevano il tocco del carisma. Un po’ come era successo ai grandi condottieri che avevano percorso la Storia e attirato moltitudini di giovani pronti a sacrificare la vita per la loro gloria. Molto spesso non erano belli, né alti, né abbronzati. Eppure esercitavano un fascino incredibile sugli altri. Un mistero, che neanche il più ingegnoso dei detective avrebbe potuto risolvere. Khaliuscin attirava fortemente, prepotentemente. Questo, Marco Tanzini lo percepiva, lo sentiva. Era come se fosse seduto su uno scranno più alto, distaccato dai comuni mortali. Però…però…c’era qualcosa di strano che trapelava dalla sua persona che non sfuggì all’occhio acuto del nostro osservatore. Aveva un tic lieve, quasi impercettibile sulla parte sinistra delle labbra, un movimento repentino verso l’alto e uno stringere ritmico delle lunghe dita che denotavano un certo nervosismo. Quando si alzò a parlare, dopo l’intervento del funzionario di banca, ringraziando le autorità e il pubblico presente, l’ex commissario ebbe come un rafforzamento alle sue impressioni. La voce forte e sicura confermò il suo carisma, ma il ritmo affrettato delle parole e lo sguardo che vagava per la sala come in cerca di qualcuno gli fece intendere che Khaliuscin non era tranquillo. […]

(L’immagine del post è tratta dal blog di Susan Polgar).

Richard Matheson (1926-2013): He was Legend

richard mathesonIl 23 giugno si è spento Richard Matheson. Mi piace ricordarlo con una recensione di qualche anno fa.
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Conoscevo Richard Matheson solo per Io sono leggenda. Scopro invece dalla biografia che la sua produzione è vastissima e include racconti e romanzi gialli, di fantascienza, horror, fantasy e western. Questo solo per quanto riguarda la parte letteraria, perché se si passa alle collaborazioni con cinema e televisione la lista diventa infinita.

Bene, con queste premesse mi sono accostata a Ricatto mortale con una certa curiosità, pensando che un autore abituato a frequentare molti generi non riuscisse a – o non volesse – scrivere un noir-interamente-noir.

Mi sbagliavo. Ricatto mortale (Someone is bleeding, il titolo originale) è un noir eccezionale. Datato, certo: la prima stesura è del 1953, rivisto poi dallo stesso autore nel 1981. Ma è l’esatta incarnazione del noir: una storia torbida, confusa, scabrosa.
Non c’è un investigatore: c’è invece un tale David Newton, giovane scrittore di poco successo e io narrante della storia. David incontra Peggy sulla spiaggia di Los Angeles ed è amore a prima vista. Incredibilmente, quella donna dal viso d’angelo sembra ricambiarlo. someone is bleedingI due iniziano a frequentarsi, ma David realizza, dolorosamente, che la vita di Peggy è costellata di uomini e di segreti. Peggy è divorziata – così almeno afferma lei – e vive presso una coppia in una stanza a pensione, oggetto delle sgradite attenzioni del padrone di casa. La donna, poi, frequenta anche il suo avvocato, Jim Vaughan, un compagno di università di David. Jim è diventato un uomo di successo, è sposato ma è irrimediabilmente invaghito di Peggy. E così via. David è sempre più confuso, lacerato fra il sentimento che prova per Peggy e l’ambiguità che percepisce nella donna, soprattutto quando avviene il primo omicidio, quello del padrone di casa di Peggy. Chiunque può averlo commesso, anche la stessa Peggy… o David, o Jim, o chiunque altro.

La storia va avanti molto rapidamente – il libro è breve, si legge in un fiato – tra fiumi di whisky, belle donne, stanze in affitto e splendide ville sulle colline di Los Angeles. La trama si complica al punto che per il secondo omicidio lo stesso David viene arrestato, e poi rilasciato.

Quando sembra che tutti i nodi siano stati sciolti, arriva il magistrale colpo di scena finale. Inaspettato? Forse. Ma lascia ugualmente increduli.

Non posso dire di più senza svelare troppo. Leggetelo, lo consiglio senza alcuna riserva. Non ve ne pentirete.

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La notizia sul Guardian.

Letti di notte, il 21 giugno (comunicato stampa)

letti di notteRicevo e volentieri divulgo:

La notte bianca del libro nasce in Italia e si estende alle capitali europee

Più che un festival “simultaneo” che coinvolge il mondo del libro lungo tutto lo stivale, Letti di notte è quasi un fenomeno di costume che quest’anno si diffonde oltre confine…  Amsterdam, Bruxelles, Canton Ticino, Londra e Parigi.
All’insegna di creatività e condivisione, almeno 10mila persone accenderanno la notte di inizio estate nelle librerie e nelle biblioteche.
Nata nel 2012 da un’idea di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, editori Marcos y Marcos, e di Patrizio Zurru, libraio di Piazza Repubblica Libri, quest’anno con la regia dell’associazione Letteratura rinnovabile, Letti di notte è una vera festa del libro collettiva, condivisa e organizzata insieme a 40 editori, più di 190 librerie, 20 biblioteche, tantissimi autori e artisti, per far scoprire la forza delle vere case del libro: librerie e biblioteche.
Il 21 giugno l’estate comincia in libreria con eventi, concorsi, letture e giochi creativi per tutti i gusti.
Volete un assaggio?
Nelle librerie sorprenderete tra gli scaffali in veste di Librai per una notte autori, sindaci (Cagliari, Ascoli Piceno, Pisa e Gela) o volti noti come Gino & Michele; troverete spazi dedicati a Mercatini di notte dove si potranno scambiare libri e oggetti, corsi lampo di magia, tornei di parole magnetiche, momenti dedicati a letture bendate con tanto di mascherine per godersi la letteratura a occhi chiusi, postazioni Fix your bike (a Milano e Firenze) per dare un nuovo volto alla propria bici, potrete seguire i percorsi suggeriti da pedalate notturne (segnalate con #bicidinotte) e per i più piccoli laboratori per bambini, cacce al tesoro, favole per la notte e tanto altro dal tramonto all’alba!
Protagonista assoluta della grande notte del libro sarà la “voce” della letteratura con tanti bei momenti di letture ad alta voce, per citare alcuni protagonisti: Paolo Nori, Alba Rohrwacher, Sergio Rubini che legge Tabucchi e Laura Curino i discorsi di Adriano Olivetti; e protagonisti anche i traduttori che daranno voce agli autori stranieri.
Il calendario con tutti gli eventi, i luoghi e i protagonisti di Letti di notte continua sul sito: www.letteraturarinnovabile.com
Da scoprire gli oggetti e le sorprese di Letti di notte:
nelle librerie e nelle biblioteche si troveranno i blocNotte offerti da Fabriano, un port-folio di cartoline con le Facce di notte (foto e caricature dei volti più celebri che animano Letti di notte) e speciali buste – Gli introvabili – contenenti libri rari e attrezzi introvabili del mestiere, portachiavi lampadina, e altro che non sveliamo…
In questi giorni sta circolando nei cinema d’essai delle principali città italiane un trailer dedicato a Letti di notte da Flavio Caruso, potete vederlo sempre su www.letteraturarinnovabile.com.
Letti di notte è la Festa del libro che coinvolge quaranta editori, più di centonovanta librerieventi biblioteche e aperta a tutti gli editori italiani.
Scoprite tutti “quelli” di Letti di notte su www.letteraturarinnovabile.com
Con il Patrocinio dell’Associazione Italiana Editori, dell’Associazione Librai Italiani, dell’Associazione Italiana Biblioteche.
Si ringraziano gli sponsor tecnici: Fabriano, Arti Grafiche Bianca & Volta, legatoria Liccione, Fastbook, Tiger, Gruppo Ticino Libri;
i Media che ci sostengono: Fahrenheit – Radio3 Rai, Il Giornale della Libreria, Radio onda d’urto, Primaradio;
i web partner di Letti di notte: Finzioni magazine, Ghigliottina, La bottega di Hamlin, Rassegna dei libri.
Un ringraziamento particolare va inoltre a Aeda, Associazione italiana audiolibri, Flavio Caruso, regista del trailer di Letti di notte, Casagrande editore, Liberos, Rossignoli, TagMi, Scuola grafica Arte & Messaggio, Smemoranda, Slow Cinema e Microcinema.
Buona notte bianca a tutti!
Marcos y Marcos, Piazza Repubblica Libri,
Letteratura rinnovabile e tutti quelli di Letti di notte

Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto

20130523_190827Mi capita raramente di essere al posto giusto nel momento giusto, ma per mero caso (rectius: grazie all’invito di Luca Poldelmengo) mi sono ritrovata nella-a-me-sconosciuta Biblioteca Angelica di Roma il giorno in cui Alessandro Perissinotto presentava Le colpe dei padri (Piemme) introdotto dal giornalista Paolo Conti e dallo storico e politico Miguel Gotor. Ora, se mi è permessa una notazione di colore, mi sembra che l’importanza del romanzo, il fatto stesso che l’autore fosse candidato al premio Strega (in quel momento era ancora tra i dodici preselezionati, non sapevamo che sarebbe arrivato primo della cinquina anche se un vago sentore c’era già), abbia in qualche modo influenzato la scelta del luogo della presentazione. Una biblioteca antica, in pieno centro storico, con un parterre di invitati decisamente selezionati (dei quali, sempre se mi è concesso, io, Poldelmengo e signora abbassavamo la media d’età di almeno un terzo), dà proprio l’idea di “letteratura alta”. Niente da obiettare, anzi, apprezzo l’impegno che l’editore ha speso nell’organizzare le cose al meglio; la considerazione riguarda un po’ il meccanismo dello Strega, il fatto che quando un romanzo entra nell’ingranaggio sale automaticamente di livello e in qualche modo si discosta dal pubblico “ampio” per rivolgersi a una nicchia selezionata. Almeno in questa fase. Se poi – come ci si augura – l’esito sarà fausto, allora si percorre la strada inversa, la massima visibilità finalizzata alla massima diffusione.

Le colpe dei padri (che non ho ancora letto, culpa esclusivamente mea) copre un arco temporale che va dagli anni Settanta (terrorismo, lotte operaie, autunno caldo, fino al sequestro Moro…) ai giorni nostri. La Torino operaia di allora è diventata una capitale internazionale. I due mondi si incrociano in un gioco di contrappassi di identità tra il figlio di un operaio e il figlio di una famiglia dell’altissima borghesia. I temi portanti del libro sono quindi la questione storico-politica degli anni di piombo e il tema della doppia identità.
L’intervento di Gotor rimarca che “la vita è la differenza tra ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere”. C’è un décalage: sogni–> ambizioni–> frustrazioni.
Il protagonista, Guido Marchisio, cade progressivamente in una sorta di ossessione. Ha una bella vita, una bella famiglia, un bel lavoro, ma ha anche una predisposizione alla nevrosi dovuta a un “buco nero” della sua infanzia: è stato adottato dopo un incidente stradale in cui hanno perso la vita entrambi i genitori e di quel periodo della sua vita lui non conserva memoria. Il 26 ottobre 2011 – un giorno qualunque, per molti di noi – la sua vita subisce una sterzata improvvisa: possibile che lui abbia un gemello? Da quel momento in poi Guido affonda in una spirale perversa. Alla sua vicenda personale si intreccia quella della sua azienda, divenuta bersaglio in quanto simbolo della crisi. Guido si arma per proteggersi da “attentati” che in realtà sono una parodia di attentati reali ma altrettanto assurdi. Non c’è mai un vero rischio, eppure lui si percepisce perennemente in pericolo.
Le colpe dei padri non è un romanzo di denuncia ma incarna lo “spirito del tempo”: la rinuncia, più che la lotta, la sfiducia nella politica e nell’ideologia. Perissinotto ha la capacità di connettere crisi economica, sociale e storico politica, ma sono pre-testi per innescare lo scavo esistenziale e psicologico dei personaggi che mette in scena. Le colpe dei padri è anche un romanzo sul conflitto generazionale.

Alessandro Perissinotto replica di non sapere se il suo libro sia politico o meno.
La politica – «C’è un narratore. Quel narratore sono io, è la prima volta in quindici anni che mi lascio andare a uno spazio biografico. Ma nessuno dei personaggi ha la mia idea politica. Negli anni Settanta tutto era “impegno”. Anche le frasi sulla politica sono “scontate”.»
I personaggi – «L’unico personaggio privo di spessore è il capo di Marchisio, Marani. Amo costruire personaggi che racchiudano in sé sia il bene che il male, per renderli credibili. Marani invece è il cattivo dei film perché non rappresenta UNA persona, ma IL sistema.
Marchisio, che a 46 anni abbandona la moglie e inizia una relazione con una stagista, guadagnandosi così la stima e l’approvazione dei suoi capi, è espressione di un meccanismo economico. Marchisio è il prototipo del personaggio che detestiamo e il protagonista della realtà che celebriamo.»
La metafora – «È un’operazione che mi è sfuggita. Non ho cercato di usare metafore negli altri romanzi, mentre questo è zeppo di metafore. L’amnesia di Guido è un espediente narrativo, ma è anche metafora di un’amnesia che collettivamente abbiamo costruito intorno agli anni Settanta. Archiviati come “anni di piombo”, in realtà sono stati anche anni fecondi in cui abbiamo conquistato molti diritti. Che ora stiamo perdendo: diritto alla salute, alla partecipazione, a essere istruiti.»
Il tempo – «Ho fatto una scelta: il tempo è circolare e non lineare. Arrivato a cinquanta anni, mi sembra che i ricordi inizino ad avere un valore.»
Ma mentre Perissinotto racconta i suoi ricordi (lui, di famiglia di estrazione operaia, studente di un istituto tecnico, che andava con la scuola a visitare gli stabilimenti della FIAT, il pullman che passava davanti agli occhi degli operai, il potenziale sbocco lavorativo ambìto e temuto, la determinazione che lo porta lontanissimo da lì, addirittura a insegnare all’Università e a concorrere per il premio Strega), la mia allergia all’acaro della polvere prende il sopravvento. Sono costretta a uscire per non disturbare l’uditorio con imbarazzanti starnuti. Da quel che ho sentito, però, mi sembra che Le colpe dei padri sia all’altezza del percorso che sta compiendo. Sicuramente lo è l’autore, al quale va un enorme in bocca al lupo per la serata finale al Ninfeo di villa Giulia.

Dritto al cuore di Elisabetta Bucciarelli

dritto al cuoreEsce oggi Dritto al cuore (edizioni e/o, anche in ebook), il nuovo romanzo di Elisabetta Bucciarelli. Dopo quasi tre anni torna l’ispettore Maria Dolores Vergani, ma non in veste di indagatrice. Vergani è in vacanza tra le amate montagne valdostane – pausa di riflessione, più che vacanza – e si interroga su quale debba essere il suo futuro lavorativo. Ha mantenuto i contatti con Milano e con l’ispettore Achille Maria Funi, che sente quasi quotidianamente attraverso Skype e da cui riceve aggiornamenti più o meno necessari. Ma Vergani sembra essere più interessata all’ambiente che la circonda.
Anche tra le tranquille montagne valdostane si nasconde il crimine, che stavolta assume le sembianze di un cadavere depezzato e rinvenuto dai locali. Una donna presumibilmente di colore che nessuno ha visto prima – e nei posti piccoli, si sa, una presenza così anomala non sarebbe dovuta passare sotto silenzio. Non tocca a Vergani indagare, ma al tenente dei carabinieri Michi Belga, mentre Vergani supervisiona e riflette. Su sé stessa, innanzitutto, e su chi la circonda.
Ma non c’è solo il cadavere. Siamo all’inizio dell’estate e l’ultimo villaggio Walser si ripopola di turisti e villeggianti; succedono altre cose, tante, slegate tra loro. Ci sono crimini contro l’ambiente, contro gli animali, contro le persone. Crimini più o meno riconoscibili e riconosciuti, come i crimini del cuore. Ci sono tre adolescenti – Pietro, Ariel e Rafael – che stanno vivendo l’estate della loro vita. C’è anche una donna scomparsa tredici anni prima. E questa è “solo” la parte gialla.

Come in ogni romanzo di Elisabetta Bucciarelli, forse progressivamente sempre di più, ci sono decine di riflessioni che si affastellano nella mente al termine della lettura. Proverò a riordinarle.

La Montagna – Devo premettere che non sono un’amante della montagna, l’ho praticata troppo poco per avere con essa un legame affettivo. Sono un tipo da mare (anche per questo c’è una spiegazione: «Abitiamo i luoghi che abbiamo dentro. In effetti, c’è molto caos in giro e il sale cura bene le ferite»). Quindi ho approcciato con un certo sospetto le prime pagine: l’ambiente, gli animali, i riti, persino gli uomini, così taciturni e dediti ad attività a me estranee, mi sembravano alieni. Alla fine del romanzo sento invece di avere un legame speciale con questi luoghi descritti in modo minuzioso, magici, forieri di pace e di cambiamento. Una prospettiva completamente rovesciata, insomma.

Adolescenza – Già in Corpi di scarto Elisabetta Bucciarelli aveva esplorato i legami affettivi che si creano fra adolescenti e che a volte arrivano a surrogare quelli con la famiglia di origine. Pietro è figlio – ribelle – di genitori separati, Ariel è cresciuta con il nonno Zefiro e lo zio Cianna, Rafael è il prodotto un po’ grezzo di un padre macellaio. I tre esplorano l’ambiente in lungo e in largo, è Ariel che introduce il cittadino Pietro alla conoscenza dei misteri della montagna: Pietro era consapevole di possedere un pensiero omologato, gli serviva per stare nel gruppo, per avere le sue amicizie, quelle che gli garantivano di non restare solo e di costruirsi un ascendente sul mondo. Ma in quel bosco le sue ordinarie certezze non servivano poi a tanto. Stava camminando con una femmina che pareva più un maschio, che l’aveva visto filarsela per la paura e lo trattava come se fosse una delle sue vacche, trascinandoselo dietro come si farebbe con un fratello minore.
Adesso aveva fatto anche la figura dello scemo, ripetendo considerazioni desuete persino per una pastora di un villaggio a duemila metri. Ma non era importante, quello non era certo il suo ambiente, poteva permettersi di fare e dire qualsiasi cosa.
Era solo e non aveva testimoni. Tornò alla carica.

Sono quasi adulti in un’età di confine, alle prese con problemi e dubbi, distanti dal mondo degli adulti che spesso ne ignorano bisogni e segreti.

La Voce – Qualcosa di analogo c’era già al centro della discarica di Corpi di scarto, ma qui La Casa, e La Voce che la abita, assumono un ruolo ancora più determinante. C’è un’affascinante contraddizione nel rilevare che alla scrittura rigorosa, alle descrizioni puntigliose, alle vicende che si dipanano nel rispetto dei nessi di causa ed effetto, si affianca una sorta di Imponderabile, una presenza misteriosa che sembra introdurre, nel razionalismo praticato da Vergani (e, oserei dire, dall’autrice) un elemento di casualità. O forse, più che di casualità si dovrebbe parlare di “ciò che non conosciamo”, ciò che sfugge al nostro controllo, anche il più rigido. Un elemento misterioso ammantato però di valenza positiva.

La malattiaIn un mondo in cui la memoria sembra avere un’importanza fondamentale, Cianna era l’esatta dimostrazione del contrario. L’uomo deve dimenticare per poter sopravvivere, ha necessità di rimuovere, di cancellare per poter continuare il suo cammino. In altre parole, laddove ci si ostina a pescare nella storia privata e pubblica, il morbo di Alzheimer agisce da antidoto, invalidando i centri preposti al recupero delle informazioni. In un mondo evidentemente “malato” ma di una malattia difficilmente identificabile, Cianna, che “si ammalò per dimenticare un amore non corrisposto”, è l’unico la cui malattia ha un nome e una riconoscibilità.

La morte – È un evento naturale, certo. Ma è anche altro. Si muore troppo noi donne, in troppi modi diversi. Di malattia, incurabile, non necessitata, eppure im possibile da evitare. Si muore di dolore, di paura e di noia. Si muore di sogni svaniti e di speranze evanescenti, di troppa dedizione e di parole aride. Di violenza e di rabbia. Si muore dimenticate o dimenticandosi che c’è sempre qualcuno che resta.

L’ispettore Maria Dolores Vergani e l’amore – Ho già detto che Vergani sta riflettendo sull’opportunità di cambiare lavoro. Ma non solo. Ci sono ancora dei vuoti esistenziali che devono essere colmati: Lui si prese un po’ gioco di lei: «Signora Vergani. Sei sposata? Non lo sapevo».
«No» rispose secca lei, ma l’alternativa era ancora peggio, che l’appellativo signora fosse per via dell’età, quella zona innominata tra quando si è signorine e single e quando non si è mogli né madri e nemmeno del tutto anziane o vecchie. Mancava il nome, quello esatto sarebbe stato adulta, ma Adulta Vergani sembrava un patronimico. C’era un vuoto verbale che coincideva con uno stato esistenziale frequente e ancora considerato anomalo dai conformisti, se ne rese conto in quel momento più che mai.
Ci sono delle cose lasciate in sospeso, sfilacciature emotive: mentre provava a togliersi dall’impaccio del silenzio sentì affiorare, senza possibilità di reprimerla, la sgradevole sensazione di essere fuori dai giochi. Scegliere una solitudine consapevole era un conto, sentirsi esclusa un altro.
E delle stonature, che Vergani nota soprattutto nel rapporto dell’amico Achille Funi con Nina, l’anatomopatologa con cui il neoispettore intrattiene una relazione (e che a Vergani proprio non va giù). E delle mancanze evidenti, riscontrabili più o meno in tutti i personaggi.
Posso dire però (posso?) che ci sono grandi cambiamenti in vista. Cambiamenti che Vergani razionalizza quando parla di lavoro (Per il momento la Vergani aveva declinato l’invito, non aveva smanie da professoressa, ma fu contenta di vedere che si potevano aprire orizzonti nuovi anche senza cercarli ostinatamente, solo mettendo in campo apertura e volontà di cambiare), ma che riguarderanno anche la sua vita.

E ci sono una giornalista simpatica, Annette, che prende temporaneamente il posto della storica amica Inga (anche lei in vacanza) e la libraia, e un nuovo medico, Marco Giaguari, che Vergani ha già incontrato “a sua insaputa”, come si usa dire. E poi Zefiro e Oleandro e gli altri abitanti della valle, il pastore romeno, l’imprenditore, il maestro di sci… Se c’è una cosa che mi piace e ancora mi stupisce in Elisabetta Bucciarelli è il tocco che ha nel delineare, nello scolpire un personaggio in due battute, per restituircelo nitidamente, carattere e aspetto fisico insieme. La stessa abilità che le riconosco nel creare situazioni ed emozioni “fittizie” nelle quali è possibile riconoscersi e l’acume nel risolverle a suo modo.

Segnalo, a pagina 48, un parcheggiatore abusivo di cui Funi deve occuparsi (e che i lettori abituali di Bucciarelli riconosceranno immediatamente), e una misteriosa serie di rapine in banca per le quali Funi e Vergani alla fine sembrano provare quasi simpatia.

Anche se sembra che io abbia detto tantissimo, è ancora niente rispetto al contenuto del romanzo. Dritto al cuore ha la densità del deuterio e lo stesso potenziale esplosivo. Un’architettura complessa, un puzzle da tremila pezzi che si ricompone rapidamente nel finale, dopo che le tessere sono state pazientemente assemblate in base ad affinità di colore nelle sfumature e a impercettibili similitudini nei margini che devono incastrarsi. È uno straordinario equilibrismo tra bravura e intrattenimento: chi cerca il giallo troverà tanti crimini e tanti colpevoli, chi cerca l’ambientazione troverà la passione per la montagna, chi cerca emozioni e personaggi complessi non resterà deluso.
Dritto al cuore è un romanzo luminoso, d’amore ma in senso lato. Attraverso gli occhi attenti e silenziosi di Maria Dolores Vergani si dispiega un mondo bellissimo che, pur con le sue inevitabili storture, lascia ampio margine alla speranza. Perché prima o poi il destino ci ripaga di tutti i conti sbagliati che ci ha presentato.

Dritto al cuore sarà presentato a Milano il 13 giugno, a Stresa il 16 giugno, a Roma il 20 giugno. Maggiori dettagli sul sito dell’editore.

(E Bruce Springsteen? Eh beh, c’entra anche lui 🙂 )

Elisabetta Bucciarelli Story – 4 – Corpi di scarto (2011)

corpi di scartoÈ appena uscito (era il 2011, n.d.b.) Corpi di scarto, contributo di Elisabetta Bucciarelli alla lotta alle ecomafie promossa da Legambiente ed Edizioni Ambiente. Un romanzo che fa riflettere sul concetto di rifiuto e sui pericoli collegati allo smaltimento criminale delle sostanze tossiche.

Siamo nella più grande discarica della Città. Al centro di tutto e vicino a tutto. Piena di ogni cosa e in continuo mutamento.

E non siamo nemmeno tanto lontani dalla realtà. L’emergenza rifiuti, che si palesa nelle strade di molte città italiane, trascende il problema, contingente, delle pile di sacchi neri che si accumulano vicino a cassonetti strapieni. Riguarda la possibilità di riciclare, l’opportunità di stoccare e smaltire rifiuti tossici e non, l’incuria con cui la questione è stata affrontata sul piano politico, fino ad assumere dimensioni ingestibili.

La discarica al centro di tutto brulica di miasmi e di emarginati, scarti sociali, rifiuti umani. Una comunità i cui componenti hanno creato solidi legami che surrogano l’assenza di una famiglia. Se non stupisce che tra gli abitanti della discarica ci siano barboni alcolizzati, extracomunitari e cani randagi, colpisce invece la presenza di due giovani studenti, Iac e Lira Funesta. Anche loro, in qualche modo, “scartati”. Siamo abituati a credere che chi vive in una discarica si trovi in una condizione di estrema marginalità, ma non è così.

La discarica è una metafora, ma ancor più forse è una sineddoche. Noi crediamo che i rifiuti, una volta espulsi dalle nostre case, fuoriescano anche dalla nostra vita e non vediamo che viviamo tutti in una enorme discarica a cielo aperto. Non solo perché siamo circondati da sostanze tossiche, respiriamo veleni, mangiamo chissà cosa, ma perché i nostri stessi pensieri sono avvelenati dal pregiudizio, dall’ignoranza, dalla superficialità.

Il tema dei rifiuti è al centro di Corpi di scarto. Ma se l’autrice è Elisabetta Bucciarelli non può mancare la riflessione più intima e spietata sull’umanità dolente: siamo tutti il rifiuto di qualcuno. Quest’affermazione lapidaria (lanciata nel libro dalla voce fuori campo della Profetessa) genera una riflessione positiva: essere scarto, rifiuto, produce l’opportunità di una “seconda vita”. Diversa, più autentica. Ciò che per qualcuno è un rifiuto, per qualcun altro è un tesoro prezioso.

Ancora, torna il tema della ossessiva ricerca della perfezione fisica, territorio d’elezione dell’eminente chirurgo plastico Mito, che darà il suo modesto contributo allo sviluppo della storia.

Fuori dalla logica del rifiuto e degli scarti si pone Lorenzo, pompiere intervenuto a spegnere un incendio alla discarica e poi coinvolto dalle vicende dei suoi abitanti. Lorenzo non giudica ma interviene per aiutare. La sua è una presenza sana, solidale.

Al di là del tema del libro, attualissimo e importante, rilevo che, pur mantenendo una scrittura densa e mirata a far riflettere, per la prima volta Elisabetta Bucciarelli apre a un argomento di ampio respiro con l’obiettivo di far parte di un progetto collettivo, quello promosso da Legambiente (di più qua). È un’evoluzione personale e professionale che rientra in un percorso non occasionale, ma fortemente pensato, partecipato e condiviso.

Molti i temi da approfondire e mi riprometto di parlarne a breve anche qua a Roma (cosa che abbiamo fatto, il 16 aprile 2011, n.d.r.) con l’autrice. Ma ne consiglio in ogni caso la lettura: quando il noir impone la riflessione siamo davanti a un libro con potenzialità dirompenti.

Ricordo che parte delle royalties ricavate dalla vendita dei libri della collana VerdeNero sono devolute ai progetti SalvaItalia di Edizioni Ambiente.

 

Elisabetta Bucciarelli Story – 3 – Ti voglio credere (2010)

ti voglio credereCi sono uomini che se ci ripensi ti monta un’incazzatura cosmica. Le fini incomprensibili. Le azioni irrazionali. Le loro assenze e il loro sottrarsi. Solo questo ti torna in mente di loro. Altri ti infastidiscono, solo per il fatto di aver messo la tua lingua nella loro bocca. O aver accettato la loro nella tua. Altri ancora senti che potevi risparmiarteli.
Non hai fatto niente di male, in fondo, per meritarti certi residui di umanità. Poi ci sono quelli pericolosi.
Solo a pensarli ti salta un battito cardiaco, ti ritrovi in apnea, senti che un virus sta cercando di cancellarti il file della sofferenza. Quello che ti ha mantenuta in vita, che ti ha permesso di allontanarti e proteggerti, di fartene una ragione, anche una sola tra mille possibili. La boa di salvataggio. D’un tratto quel file non riesci a recuperarlo più. Si spegne da sola la lampadina di allarme rosso, si allontana il pericolo, anzi sparisce, raccontandoti che potresti farcela, adesso che stai meglio, che sei più forte, sì potresti davvero farcela a riconquistarli e a farti amare come si deve, magari anche a fidanzarti e a trascorrere una vita insieme. Se questo vale per le donne, pare non sia affatto dissimile per gli uomini. Facciamo un atto di fede.

Ti voglio credere (Kowalski – Colorado Noir) segna l’attesissimo ritorno di Maria Dolores Vergani. Questa volta l’ispettore è alle prese con un’indagine tutta personale, quella sulla propria innocenza. L’avevamo lasciata assassina, giustiziera privata di una brutale violenza non denunciata. Ma non basta questa giustificazione per autoassolversi. Così la Vergani rifiuta di assecondare un facile difesa legittima perché non ricorda, davvero non ricorda, come sono andate le cose.
Mentre l’ispettore rimugina sul passato, nell’isolamento affollato degli arresti domiciliari, il lavoro dei suoi colleghi procede. Corsari è alle prese con un dentista che impianta protesi a bassissimo costo dopo aver estratto denti sani. Funi indaga sullo strano caso delle croci piantate nel giardino di un appartamento della Milano bene. La Vergani collabora da lontano, presa dalla sua indagine nelle pieghe della memoria.

Matura Doris Vergani e matura la scrittura di Elisabetta Bucciarelli. Si fa più rotonda, più prosa. Entra nei personaggi, narra con piacere, scava nelle psicologie. Rimane ferma la costante dell’uso esatto e affilato delle parole e della coerenza delle riflessioni. Lettura intensa, ricca, emozionante. Rara per affinità e interesse.

È un piacere sentire direttamente la “voce”dell’autrice, a cui lascio spazio.

AB – Elisabetta, Ti voglio credere segna una svolta e una maturazione nella vita di Doris Vergani. L’ispettore si trova sospesa nel limbo degli arresti domiciliari. Le è inibita l’azione, in compenso ha il tempo di affrontare e sciogliere i nodi irrisolti del passato. Ci sono conti da chiudere e nuovi orizzonti da aprire. Dunque Doris Vergani è, a tutti gli effetti, personaggio seriale. Quali ambizioni coltivi nei suoi confronti?
EB – Maria Dolores Vergani è il personaggio che ho scelto per guardare il mondo. Scomodo ma normale. In un’età difficile, perchè di confine. Dove sei ancora giovane ma intravedi altro. Hai in potenza ancora tutto, ma stai maturando la consapevolezza di avere già un passato significativo. Fai i conti con la tua parziale visione del mondo. Ma sai che puoi ancora ripartire. Se solo lo desideri. Se ti capitasse mai l’occasione.
Lei, la mia ispettrice, è un seriale in evoluzione. Con le cicatrici che si vedono, il linguaggio che cambia e matura, le opportunità che passano, si perdono, oppure vengono raccolte. Pensa e riflette immersa in una realtà. Non fugge, affronta. Non sempre è simpatica e guerriera, a volte è fragile e insopportabile. Capisco che possa essere anche fastidiosa. Perché non è compiacente con le donne, pur amandole. Lo è ancora meno con gli uomini. Non tollera la mancanza di eleganza esistenziale. Le loro menzogne, la loro arroganza e la violenza gratuita, fisica e verbale.
Non è una donna “sbagliata”. Perché non c’è niente di sbagliato nel confrontarsi con la propria storia. Privata e collettiva. E nemmeno con la normalità. Doris Vergani non ha figli né mariti. Niente è all’altezza delle aspettative, spesso anche del “minimo sindacale”… e su questo si sta interrogando. Prova e fallisce. In attesa di giungere, forse, a qualche compromesso o a scelte radicali. Chissà.
Non si attacca alla bottiglia e nemmeno si chiude in se stessa. Non è un’ottimista imbecille né una depressa cronica. Guarda avanti. Tra alti e bassi. Come una donna normale, che non ha ambizioni da virago, supereroe, intellettuale d’assalto o velina. Per questo la sua epica quotidiana potrebbe essere facilmente quella di molte di noi. Alle prese con la propria battaglia, combattute tra le fantasie e i desideri da una parte, i bisogni e il piano di realtà dall’altra.

AB – Nel romanzo viene affrontato il tema dell’anoressia, controllo totale del corpo per controllare il mondo circostante. Ma c’è anche il caso del dentista che approfitta della sua professione per frodare i pazienti. È un atto d’accusa nei confronti di medici privi di scrupoli che sfruttano il disorientamento dei malati e delle loro famiglie per lucrare economicamente (e non solo). Quanta indignazione suscita la situazione di un medico (idealmente baluardo di un bene prezioso come la salute) che abusa della fiducia di chi gli si affida?
EB
– Ho raccontato il corpo a partire dalla sua assenza. Assenza ingombrante (le tre ragazze di Ti voglio credere), presenza ingombrante (Olga di Femmina de Luxe). Se recuperiamo il corpo come elemento centrale, non corpo esibito, ma corpo che racconta, con i suoi segni, estetici o meno, allora dobbiamo ridare una dignità ai “falegnami del corpo” e  agli “aggiustatori” dell’anima. Ma se la meritano questa dignità?
Menzogna e verità, al centro di questo libro, toccano anche il tema delle garanzie collettive. A quante cose crediamo perché riteniamo che ci sia a monte una collettività che garantisce? È davvero ben riposta la nostra fiducia? Sembrerebbe di no, ora rimane da chiarire come possiamo difenderci in modo efficace. Prendendoci, a partire dalla famiglia, la nostra parte di responsabilità.

AB – Mentre l’ispettore Vergani riflette, l’ispettore Corsari perde la testa. Vittima di una follia amorosa, sceglie la strada di una predicibile rovina. Per cosa viene “punito”?
EB
– Mi piace pensare che esista sempre, a qualsiasi età, la possibilità di perdere la testa. Ma la punizione arriva quando la perdiamo per “un luogo comune”. La storia di Lolita, le infinite storie di Lolita, avrebbe/ro già dovuto insegnare qualcosa.

AB – Anche Achille Maria Funi cresce, professionalmente e sentimentalmente, non senza sensi di colpa nei confronti del suo mentore. C’è una forma di pudore e di delicatezza da parte dell’allievo che, nel momento in cui raggiunge il maestro, teme di ferirne la suscettibilità. È così anche nella vita?
EB
– L’allievo venera in qualche modo il Maestro. Gli è grato e lo ama. Qualcuno ha detto che deve ucciderlo per riuscire a compiere la sua strada fino in fondo. Ci sono molti modi per uccidere, Achille Funi sta cercando una via senza dolore, vedremo se ci riuscirà oppure no. Nella vita si fa una gran fatica per essere riconosciuti. E forse, il mentore, non esiste più. In compenso esiste lo sponsor, che gioca decisamente un ruolo diverso, pur chiedendo gratitudine eterna.

AB – “Undicesimo: non dire mai la verità. La verità non esiste”. Il tema centrale di Ti voglio credere è la verità. La ricerca della verità, il percorso per arrivare alla verità. La verità da cui gli altri ci proteggono. Il bisogno di verità. Il diritto di mentire. A quali conclusioni sei arrivata al termine di queste riflessioni?
EB
– Ho visto molte persone soffrire perché  non sapevano la verità. Altrettante esattamente per la situazione contraria. Scrivendo questo libro mi è parso di afferrare un concetto di verità relativa soddisfacente e di perderne le tracce subito dopo.
Vorrei sapere sempre la verità, ma poi faccio anch’io fatica a dirla in ogni situazione. Distinguo la verità, le omissioni, il senso di giustizia, la giustizia, la legge degli uomini e quella di Dio. Rimango rapita da un autentico stupore di fronte agli atti di fede. Al credere incondizionato. Come vedi non sono conclusioni, sono considerazioni. La Vergani dirà che vuole essere libera di mentire, ma per farlo vuole conoscere la verità. Una contraddizione che avrà necessità di un sacrificio simbolico per essere pacificata. Vorrei poter rispondere che la verità non esiste, ma è vero esattamente il contrario. Esiste eccome.

AB – “Chi cerca ciò che non deve, spesso finisce per trovare ciò che non vuole. E che non c’entra, soprattutto”. È esattamente ciò che succede alla Vergani. È esattamente ciò che succede nella vita. Procediamo per ipotesi e tentativi. Poi qualcuno cerca solo gli elementi a conforto delle ipotesi formulate, qualcun altro è aperto alla ricerca della verità, qualunque essa sia. Tu da che parte stai?
EB
– Cerchiamo di far quadrare il cerchio. E in modo quasi maniacale ci adoperiamo perché le nostre tesi vengano suffragate dalle prove reali. Ci piacciono i gialli e i noir e i polizieschi perché tutto torna. Invece nella vita non torna quasi mai niente. Rimangono molte cose sospese, aperte, inevase. La vita è proprio un continuo atto di fede. Che domani sia ancora un giorno da vivere, che l’amore sia per sempre, che l’amicizia non si perda, che il lavoro rimanga… si può fare fatica e costruire, ma mai e poi mai, essere certi di niente. Nel bene e nel male, la ricerca personale di ogni esistenza dovrebbe essere aperta all’imprevisto. E invece, mi accorgo io stessa, che spesso si procede per tesi. Sicurezze presunte, perché frutto di convinzioni rigide e poco fruttuose. Mi chiedi da che parte sto, e istintivamente ti rispondo che sto dalla parte della trasparenza, della ricerca della verità appunto, perché ho la presunzione di riuscire a sostenerla. Sono forte, mi dico. Poi ripenso ad alcuni episodi di vita vissuta, mia e degli altri, e devo dirti che in molti casi, la verità ha sortito effetti devastanti. Quindi non tutte le verità sono per tutti, per tutte le stagioni della vita, per tutte le strutture di personalità. Guarda la Vergani. Forse se non avesse saputo di essere una figlia adottiva all’età di 18 anni, avrebbe fatto altre scelte. Se lo avesse saputo subito sarebbe una donna diversa. Non possiamo esserne certi, solo immaginarlo.

AB – L’insopportabile bambino (nipote della vicina di casa) appassionato di Gormiti. Parliamone. Possibile che le giovanissime generazioni siano solo questo?
EB
– Mi serviva un bimbo insopportabile come metafora del fastidio che si prova di fronte alla menzogna. Il lettore lo vive aggressivo e irrequieto, spavaldo e presuntuoso. Fino a che la situazione viene ribaltata proprio da una bugia. Ingenua. Detta da un adulto però, per sedare il bambino. Quando la bugia fa il suo ingresso ci rendiamo conto che è così facile e istintivo mentire. E che talvolta pare persino giustificato. Sappiamo confonderci facilmente, costruiamo le basi mentendo istintivamente e ci lamentiamo di essere l’oggetto delle menzogne altrui. E poi, fingendo di credere o adattandoci a farlo, diventiamo complici.

AB – “Ogni uomo uccide le cose che ama” (questa non è tua, ma di Oscar Wilde), o almeno ci prova. Doris Vergani sembra essere bersaglio ideale per strali amorosi violenti. Ci sarà un po’ di fortuna anche per lei, prima o poi?
EB
– Siamo dei segugi dell’infelicità. Appena ci appare qualcosa di bello e buono istintivamente lo mettiamo in discussione. D’altra parte qualcuno ci ha mentito all’origine. Non siamo onnipotenti, moriremo. Il problema è quando eccediamo in questa inclinazione distruttiva. Allora diventa una patologia. E la paura ha il sopravvento. La paura è un sentimento vero e proprio, invalidante, negativo, legato a doppio filo con il Male. A volte è l’unica possibilità che abbiamo per sentirci vitali. Vergani ha paura ma non si abbandona a questo. Paura di perdere le cose che ha, di spaventarsi, di illudersi. Qualcuno mi ha detto “bisogna aver paura di chi ha paura”. Niente di più vero. La mia ispettrice, però, è fortunata, perché è profondamente sana e apprezzata. Anche se è una persona normale (forse proprio per questo), riesce ad avere il suo meritato consenso. Mi auguro per lei che sappia cogliere le nuove opportunità in arrivo. Che sappia ammorbidirsi, che non cerchi sempre un modo antagonista di porsi. A costo, magari, di ridimensionare i traguardi.

AB – Hai scelto di far sentire, finalmente, la voce di Vergani, che per la prima volta in Ti voglio credere parla (anche) in prima persona. Come è arrivata questa svolta?
EB
– In modo naturale. La struttura dei miei libri cambia sempre e questa volta anche i toni narrativi si alternano. Ho voluto far conoscere al lettore come parla davvero Maria Dolores Vergani. Aprendo ai suoi non detti, al flusso di coscienza, alle riflessioni che negli altri libri non potevano trovare spazio. L’ho costretta in una situazione difficile, nell’unità teatrale di tempo-spazio-luogo, chiusa in casa e nemmeno tra le sue cose. Le ho chiesto di interrogarsi e ho creato delle contraddizioni, in modo che potesse uscire anche la parte umana e incerta, disposta a cambiare e a ripartire. L’indagine è qui propriamente interiore e si riflette anche fuori, non il contrario, come è stato negli altri miei lavori.

AB – I tuoi personaggi vivono nelle pagine quasi come nella realtà. Sono permeati di sano realismo. Si interrogano sulla vita, certo, ma da un punto di vista privilegiato: “nella vita succede che il confronto con gli altri ti porti a maturare la consapevolezza di un livello medio assai basso e quindi, poco se mi giudico – molto se mi confronto, come avrebbe detto la Vergani”. Nasce in chi legge l’emozione (e la presunzione) di ritrovarsi nelle frasi, nei gesti, nelle espressioni, nelle storie stesse. Hai consapevolezza del fatto che la tua scrittura induce riflessioni profonde? 🙂
EB
– Se questo succede, sono felice. Non offro fughe dalla realtà, anche se vorrei tanto farlo. Penso che prima sia necessario esplorare quello che ti circonda, avere il coraggio di guardare in faccia le miserie umane. I miei sono libri di solitudini molto rumorose, per citare Bohumil Hrabal, ma dove il singolo può intervenire sul mondo quando ha finito di fare il possibile per migliorare se stesso. O per conoscersi, almeno. Tengo a bada la mia parte visionaria perché devo ancora esplorare “l’oscuro reale”. Che ci coinvolge tutti e che spesso non vediamo perché siamo occupati a fare altro. Basta puntare una luce e avere un po’ di coraggio, poi forse arriverà anche la mia ora del fantasy.

AB – Puoi dire qualcosa sul futuro di Vergani e dei suoi colleghi?
EB
– Posso solo anticiparti che Maria Dolores Vergani sta partendo per un viaggio. Come Ulisse, sì, un po’ così. Non so davvero quando tornerà.

Elisabetta Bucciarelli Story – 2 – Io ti perdono (2009)

Io ti perdonoUn incipit che spiega e contiene il nodo del romanzo: “Io credo che tutti alla fine si somiglino. Credo che tutti abbiano qualcosa o qualcuno da perdonare. Solo se stessi, magari. Ma sono anche convinta che perdonare non sia passare sopra alle cose con generoosità o leggerezza. Credo sia farsi lacerare e dilaniare fino a che la resa diventi inevitabile. Il perdono non è una dichiarazione di intenti. È una conquista.”
“È un cammino lungo, non devi avere fretta.”
“Ma poi si riesce a stare in pace? Perdonare e dimenticare il torto e chi l’ha commesso, se stessi e le proprie mancanze?”
“Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore.”

Maria Dolores Vergani torna tra i monti della sua infanzia, chiamata da don Paolo. Nella valle si sono verificati diversi casi di rapimento. Sempre bambini, sempre riconsegnati alle famiglie dopo qualche giorno, quasi sempre dopo un abuso. I genitori non hanno denunciato i fatti per evitare ulteriori traumi ai figli. Stavolta però la piccola Arianna non è tornata, e sono passati quasi cinque giorni.
A Milano, intanto, il rinvenimento casuale di un “mucchietto di ossa” risalente agli anni Settanta apre una pista di indagini relative alla scomparsa di giovani donne – alcune prostitute, altre no. Mentre Corsari segue la traccia delle prostitute – tutte straniere, tutte imparentate tra loro – fino alla tratta dei giorni nostri, Vergani si occupa dell’unica italiana, Loredana Campi detta Lolli, cantante, scomparsa alla fine degli anni Settanta.
In mezzo, tanti uomini. E tanta confusione. “C’è traffico nella testa dell’ispettore. E un certo numero di buchi nel cuore. Non ha voglia di fare ordine. Lascia che sia. Per una volta. (…) La rinuncia è una rivelazione.”

Nel suo nuovo romano Io ti perdono Elisabetta Bucciarelli parla di pedofilia, prostituzione, stupro, ma non solo. Racconta, con molte sfaccettature, la difficoltà di essere madre e donna, i rapporti difficili e contrastati con gli uomini e a volte con le altre donne. La stanchezza di chi ha un figlio (Inga), la scelta di non averlo (Margot).
Temi difficili e complessi che l’autrice affronta con una scrittura affilata ma sobria, tagliente ma compos sui, efficace ma lieve. Non ammicca verso il lettore, non ne cerca la comprensione o la complicità. Esprime la verità nuda e cruda, la artiglia con rabbia graffiante e impotente. Racconta, soprattutto, la difficoltà di scendere a patti con se stessi in un mondo che sempre più spesso prima ci ferisce e poi ci chiede di dimenticare. “E nessuna possibilità di trasformare il dolore in perdono”.

Io ti perdono si muove sul confine tra noir e narrativa tout court. Per la verità, è uno splendido esempio di come i toni del noir siano adatti a raccontare l’Italia di oggi. Non è difficile, per chi sia abituato a riflettere, identificarsi in uno o più dei mille quesiti che Doris Vergani si pone, sul lavoro e nella vita privata. Riconoscere quanto sia complicato muoversi alla ricerca della verità e della giustizia quando le due non coincidono. Barcamenarsi tra i molteplici ruoli che la società ci affibbia. Districarsi al tempo stesso dai propri grovigli interiori, sempre in bilico tra il desiderio di lasciarsi andare e la necessità di tenere alta la guardia.

Non posso andare avanti ad incensare Io ti perdono perché io per prima diffido degli elogi sperticati, quindi mi fermo. Con il consueto, anzi più caloroso del solito, invito a leggerlo. Ne sentiremo parlare molto. Qui se ne riparlerà di sicuro.

Il blog di Io ti perdono.

L’intervista su Repubblica.

Elisabetta Bucciarelli Story – 1 – Femmina De Luxe (2008)

Femmina de luxe[Ci ho preso gusto, con i post vintage. Quindi, in attesa del nuovo romanzo di Elisabetta Bucciarelli, in uscita il 13 giugno per i tipi di e/o, ripropongo the story so far di questa grande autrice]

Milano non è più la Milano da bere degli anni Ottanta. È triste, nevrotica e stressata, così come i suoi abitanti. Questa è Femmina De Luxe: la grassa Olga, leggiadra nei suoi abiti da teatro, Cavallo Lesso, il Pazzo dell’Arte, ma anche Marta, l’apparentemente normale Marta, e sua madre. E poi “l’uomo che cerca”, gelido collezionista di donne perfette per tramite della feroce Baronessa.

La cosa che colpisce in questo breve romanzo di Elisabetta Bucciarelli è che l’omicidio – l’unico omicidio del libro – fa meno paura di tutto il resto: delle ansie, della solitudine, delle piccole e grandi nevrosi che si intuiscono e si svelano attraverso il racconto. Nevrosi da cui non è esente nemmeno l’ispettore Maria Dolores Vergani, già conosciuta in Happy hour e in Dalla parte del torto, qui alle prese con una snervante “attesa”.

Romanzo breve (o racconto lungo che dir si voglia), Femmina De Luxe arricchisce la collana Babele Suite di una nuova, piccola perla nera. Una storia di donne e di “uomini che odiano le donne”, come direbbe Stieg Larsson. Scrittura veloce e godibilissima, lettura piacevole che lascia l’amaro in bocca e qualche questione in sospeso…

Ho avuto il piacere di parlarne con Elisabetta, incrociata – nemmeno a dirlo – su Facebook:

AB – Femmina De Luxe: qual è la genesi? Come è nata l’idea, come si è sviluppata, come è avvenuto l’incontro con Luigi Bernardi, che lo ha pubblicato?
EB – Femmina De Luxe nasce a un anno dall’uscita del mio secondo libro Dalla parte del torto. Avevo in mente da un po’ due personaggi. Olga, una donna oversize, segnata dall’ingenuità e dal candore e Marta, una ragazza che ha la sfortuna di incontrare l’uomo sbagliato e di innamorarsene. Poi c’era una rabbia. Le facce botulinizzate che incontro ogni giorno camminando per la mia città. La bruttezza che sta intorno a noi e la ricerca di una bellezza morale, se esiste.
Mi mancava solo la quiete per scrivere. Il mio libro precedente faceva ancora troppo rumore dentro di me. Poi una serie di eventi sincronici mi hanno portato a incontrare Luigi Bernardi. Io sapevo tutto di lui. Un grande editor. Lui aveva sentito parlare di me (Alberto Perdisa è stato il mio primissimo editore di due fortunati saggi sulla scrittura). Bernardi mi ha messo alla prova. È nata Femmina De Luxe. La sua mail di approvazione è appesa dietro alla scrivania dove lavoro.

AB – Nel romanzo vengono toccati, sfiorati, quasi, temi molto seri: l’ossessione dell’apparire, i disturbi nervosi e della sfera alimentare, la solitudine metropolitana, l’alienazione. Quant’è grave la situazione? Abbiamo davvero perso tutti i punti di riferimento?
EB – Il corpo è al centro di questo libro. Sia per la iperpresenza che per l’assenza totale. Tutto quello che lo trasforma, lo modifica, lo rende gradevole o repellente si è attaccato alle pagine man mano che lo scrivevo. Il tentativo di essere accettati. La volontà di essere rifiutati. L’incapacità di lasciarsi toccare o il desiderio di possedersi. Ci vuole una grande centratura per scegliere la propria direzione. Per non cedere al bisogno di essere amati a tutti i costi. Per non trasformarsi continuamente in funzione di chi ci sta di fronte. C’è solitudine, tanta. Vissuta male soprattutto. E per sconfiggerla si fanno scelte di comodo, spesso più frustranti della solitudine stessa. C’è poco coraggio, questo è il vero male.

AB – C’è una frase, nel libro: “La telefonata finisce presto e senza altre comunicazioni. Le attese generano mostri. Quelle emotive guai seri”. Questa frase mi è piaciuta moltissimo. Quali sono state le “attese” più pesanti, per te? La risposta di un editore che tardava, ad esempio…
EB – Le attese “professionali” sono una costante nella mia vita come in quella di molti. Lunghe, sì. Anche estenuanti, a volte. Ma quelle emotive sono le peggiori. Le aspettative che abbiamo nei confronti degli altri, parenti, amori, amici, quelle sono davvero capaci di condizionarti la vita. L’allenamento continuo e costante che mi sono imposta è di crearmene il meno possibile. Difficile per chi lavora di fantasia tutto il giorno. Quasi impossibile. Il paradosso è arrivare a vivere le cose solo nella testa, per non renderle mai concrete e quindi non doverle sottoporre al vaglio della realtà. Questo è il vero rischio che corre anche l’Ispettore Vergani. Così può succedere di perdersi il meglio, ma si soffre di meno.

AB – Dei personaggi di Femmina De Luxe, quale “salveresti” (nel senso di: quale hai amato di più, nel processo creativo)? E quale, invece, avresti voluto sopprimere?
EB – Olga sicuramente è la “figlia” preferita. All’inizio del libro la sentivo distante, diversa, aliena. Sia le sue forme che il suo rapporto bulimico con il cibo mi tenevano a distanza. Poi man mano mi è sfuggita e si è presa anche le mie paure e le mie fragilità. Si muove in mezzo alla cattiveria e rimane sempre pulita. Generosa ma con un’ingenuità spesso colposa. Ostinata nella sua ricerca dell’amore e della comprensione da parte dell’altro. Ho odiato invece Cavallo lesso. E tu sai già fino a che punto. Quindi mi sono sforzata di amarlo, ma non so se ci sono davvero riuscita…

AB – Pensi di dare un seguito all’ispettore Vergani, a Funi e a Marra?
EB – Maria Dolores Vergani è già nel quarto romanzo che sto per portare a termine. Con lei ci sarà sempre Achille Funi. E anche Mauro Marra tornerà, forse per essere rimpianto o forse no. Questo non posso svelarlo.