Simone Sarasso: si chiude la “Trilogia sporca d’Italia”

simone sarassoIn attesa del nuovo romanzo Il paese che amo (Marsilio, di imminente pubblicazione), ripropongo un’intervista di qualche tempo fa per riannodare le trame della storia da dove era rimasta sospesa.

Autore della “Trilogia Sporca d’Italia” (due terzi già pubblicati, il rimanente terzo sta per arrivare in libreria), Simone Sarasso, novarese, classe 1978, si è letteralmente imposto nel panorama noir italiano con il primo romanzo, Confine di Stato, uscito dapprima con una piccola casa editrice, la EffeQu, poi notato e ripubblicato da Marsilio, che lo ha messo sotto contratto per l’intera Trilogia. Nel 2009 ha visto la luce Settanta, una straordinaria “cavalcata a pelo” su un decennio di misteri della storia italiana, fino al sequestro Moro. Il tutto raccontato in chiave “fiction”, con nomi modificati (ma personaggi perfettamente riconoscibili) e una rielaborazione romanzesca laddove c’erano lacune da colmare. E negli anni Settanta di lacune da colmare ce n’erano tante…

AB – Settanta, romanzo ucronico e secondo volume della Trilogia, è decisamente più imponente del primo e strutturato in modo diverso. Cominciamo con i credits: chi ringrazi per questa tua avventura letteraria?
SS – Un bel po’ di colleghi scrittori: Wu Ming 1 per aver scritto il memorandum sul NIE (New Italian Epic, n.d.i.), Gianni Biondillo per avermi insegnato la lingua degli italiani, Antonio Scurati perché sa bene che cos’è l’epica e Alessandro Bertante (un po’ più degli altri, permettetemi) perché non è solo un grandissimo scrittore ma un vero e proprio fratello maggiore.

AB – Salta agli occhi la differenza tra Confine di Stato e Settanta, anche nella grafica, oltre che nell’impianto narrativo. Eppure ci si aspetterebbe una certa uniformità tra i volumi della trilogia. Come mai questo cambiamento di rotta?
SS – Cambia il periodo, cambia l’estetica collegata a quel periodo e, soprattutto, cambia il mio modo di scrivere. La Trilogia segna un’evoluzione del Paese ma, soprattutto, è lo specchio della mia crescita come autore: più s’impara più si cambia. E finisce che il volume 1 sia molto diverso dal volume 3 (e nemmeno il 2 assomigli agli altri…)

AB – Ci sono evidenti influssi della cinematografia, della letteratura e dei fumetti dell’epoca. Cultore, semplice appassionato o…? Che rapporto c’è tra la scrittura e le altre arti?
SS – Per tutta la vita ho sognato di occuparmi di cinema: sono un grande appassionato di action movie di tutte le epoche, con un particolare occhio di riguardo agli anni Settanta. Ultimamente mi è capitato di scrivere per la televisione e ho capito che la mia vera vocazione è la letteratura e la mia autentica passione sono i romanzi. L’unico mondo in cui si può controllare realmente ogni singolo particolare è quello della carta stampata: quando si crea dal nulla una storia, si ha libertà di decidere le inquadrature, di occuparsi dei dialoghi, di scegliere la fotografia… Nel cinema (che pur è fortemente presente col suo influsso nella mia narrativa), nemmeno il regista ha tutte queste libertà. Figuriamoci lo sceneggiatore…

AB – Andrea Sterling, questo “cattivo-non cattivo” che muove le sorti d’Italia. Credi davvero in una regia occulta dietro la Storia italiana degli ultimi cinquant’anni? Di un solo uomo o di un gruppo di potere? O non c’è, forse, solo molta stupidità e poca lungimiranza in chi, per caso o per calcolo, si è trovato a gestire il potere?
SS – Che la gestione del potere e della cosa pubblica negli ultimi quarant’anni in Italia non sia stata  impeccabile mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Personalmente non credo che ci sia, dietro ai Misteri Italiani, una regia  unica per le decine di eventi tragici che hanno dilaniato il Paese (sarebbe un’ipotesi veramente troppo romanzesca…). Di sicuro, a studiare montagne di documenti più o meno de-secretati, viene il sospetto che più di una volta il potere si sia servito dell’eversione armata extraparlamentare per sovvertire l’ordine costituito. E che spesso queste alleanze siano sfuggite di mano a chi le aveva messe in piedi.

AB – Quale molla ti ha spinto alla scrittura della Trilogia?
SS – L’indignazione. Io voglio continuare a raccontare i misteri più oscuri della storia patria perché solo così le vittime innocenti non saranno mai dimenticate. Raccontare è resistere, non dimentichiamocelo mai…

AB – Come ti sei documentato per la parte storica?
SS – A cascata: sono partito dalla rete, ho ficcato il naso nelle biblioteche e nelle emeroteche e alla fine mi sono fatto strada in mezzo alla polvere degli archivi.

AB – Quale dei personaggi ha qualcosa di te?
SS – Questa è davvero una bella domanda. Di primo acchito risponderei “nessuno”, visto che ho sempre detto di non volermi occupare – come scrittore – del mio ombelico. Tuttavia, più scrivi più ti accorgi che inevitabilmente qualcosa di te scivola nei tuoi personaggi. Non necessariamente qualcosa che ha a che vedere con quello che sei, ma magari con quello che vorresti essere. Io non ho mai avuto desiderio di rapinare le banche in vita mia, ma credo che un po’ dell’impulsività di Ettore Brivido, il mio bandito gentiluomo, mi appartenga. Così come la testardaggine di Domenico Incatenato – il magistrato che indaga sul lato oscuro di Sterling – o l’esuberanza di Nando Gatti – l’attore di poliziottesco che prende un po’ troppo sul serio il suo mestiere – sono “cose mie”. Capita, persino tra scrittore e protagonista, di assomigliarsi un po’: dopo essere stati insieme per così tanto tempo (la lavorazione di Settanta è durata quasi due anni…) è naturale.

AB – Hai scelto di usare il dialetto – su consiglio di Gianni Biondillo. Come ti sei trovato?
SS – Molto bene. Quella del dialetto è stata una mia fissa fin da quando ho letto il primo libro di Gianni. Appena ho interiorizzato il meccanismo mi sono “sfogato”: il nuovo romanzo ne è imbottito…

AB – A proposito di consigli: quali autori ti hanno influenzato e quali consiglieresti a un pubblico di lettori appassionati del genere?
SS – I miei maestri sono i Wu Ming, Giuseppe Genna, Giancarlo De Cataldo, Don Winslow, Valerio Evangelisti, Glen Duncan e James Ellroy.

AB – Infine, e brevemente: chi è Simone Sarasso?
SS – Un artigiano della parola (e, talvolta, dell’immagine) che lavora un sacco. Tutto qua.

Confine di Stato in ebook
Settanta in ebook

Il caso sbagliato di James Crumley (reloaded)

il caso sbagliatoIl caso sbagliato di James Crumley (Einaudi Stile Libero Noir, disponibile anche in ebook) uscì nella nuova traduzione di Luca Conti nel 2008, quasi in contemporanea con la morte del’autore.
Il romanzo originale risale al 1975 (anno in cui venne pubblicato nella collana dei Gialli Mondadori) e fa parte della trilogia del detective Milton Chester Milodragovitch, detto Milo.
Squattrinato, in attesa dell’eredità paterna che arriverà quando non avrà più l’età per sperperarla, Milo è un ex poliziotto ed ex marito (la moglie ha sposato Jamison, agente integerrimo in forza alla polizia locale), e anche come investigatore non è esattamente tra i più quotati da quando la legge sul divorzio è cambiata.
Ma il destino, sotto forma di una rossa da capogiro, lo porta a indagare sul suicidio di Raymond Duffy. Il caso è piuttosto semplice e Milo lascerebbe anche perdere se non fosse che la cliente, sorella di Raymond, è convinta che il fratello non possa essersi suicidato.
A causa di Helen, Milo inizia a rovistare nei bassifondi di Meriwether, fra drogati e alcolisti, alla ricerca di una soluzione che convinca la donna. E pazienza se per arrivare alla soluzione sarà necessario prenderle dall’enorme Lawrence Reese, un nero con l’ombretto viola poco disposto a collaborare, mentire, rischiare l’arresto e altre amenità.
I duri come Milo sono abituati a girare con gli occhi pesti e l’alito che puzza di alcool e a lasciarsi alle spalle una scia di cadaveri e comprimari malmenati.
Ma è proprio un caso sbagliato, questo, che nasce male e finisce peggio.

Nonostante sia datato, Il caso sbagliato ha una carica di attualità che il tempo non ha sfiorato. L’immagine della provincia americana, la corruzione, le dipendenze, le passioni: a distanza di trent’anni, niente di nuovo sotto il sole. Con la differenza che James Crumley era in grado di raccontarlo meglio di tanti altri.

Leggi l’incipit sul blog di Luca Conti.

 

 

Il messaggio nella bottiglia di Jussi Adler-Olsen

il messaggio nella bottigliaEsce in questi giorni Il messaggio nella bottiglia (Marsilio, 2013 – anche in ebook), terzo romanzo della serie che Jussi Adler-Olsen ha dedicato alla sezione Q, quella che altrove si chiamerebbe “sezione cold cases”, capeggiata dall’ispettore Carl Mørck.

La trama – Un messaggio, sigillato in una bottiglia di vetro e lanciato in mare, viene rinvenuto sulle coste della Scozia. È un messaggio che contiene una richiesta di aiuto, ma per strani motivi passa del tempo prima che venga preso in considerazione. Soggetto alle intemperie e deteriorato, approda finalmente sulla scrivania di Carl Mørck che si ingegna, insieme agli assistenti Rose e Assad, a ricostruirne il senso. Salvo scoprire che sì, il messaggio è datato e forse anche tardivo, ma svela lo scenario di una lunga e ininterrotta serie di crimini mai denunciati. E tutt’altro che “cold”.

Scrittura pulita, trama strutturata, un occhio al sociale e uno alla costruzione dei personaggi: Olsen è certamente un degno erede della tradizione del giallo scandinavo. I suoi romanzi sono gradevoli e interessanti anche per chi frequenta moltissimo il genere: l’indagine poliziesca, meticolosa e appassionante, ha la preminenza sulle vite dei protagonisti che, pure, si intuiscono problematiche e non prive di risvolti inquietanti. Come la vicenda di Assad, l’assistente che parla in modo bizzarro e nasconde persino la residenza, o quella di Rose e le sue “sorelle”.

Lanciato nel mondo del crime dal romanzo La donna in gabbia (la cui trasposizione cinematografica The Keeper of Lost Causes è attesa per questo autunno e anticipata da un voto di ben 8/10 su IMDB), Jussi Adler-Olsen ha svolto una quantità di lavori disparati e interessanti prima di approdare alla scrittura di genere con ottimi risultati.
Le sue storie, ambientate in Danimarca, offrono uno spaccato di quella terra scandinava che, rilanciata da Stieg Larsson, sta facendo la fortuna di molti scrittori. Fortuna a volte immeritata, ma non in questo caso.

Il messaggio nella bottiglia dovrebbero seguire, in ordine di pubblicazione, Journal 64 e Marco Effekten.

Il potere del cane di Don Winslow (reloaded)

il potere del caneCostato a Don Winslow ben sei anni di ricerche, Il potere del cane (Einaudi, 2009) è il “romanzo criminale” dell’America Latina: se da noi c’era la Banda della Magliana, lì avevano (hanno ancora, immagino) i narcotraficantes che tenevano in scacco interi governi. Il libro si basa su fatti realmente accaduti: su Wikipedia, per chi mastica l’inglese, si trova la comparazione tra personaggi fittizi e persone reali.

Figura centrale è quella di Art Keller, che per quasi 30 anni si dedica – sacrifica la sua intera vita, meglio – alla lotta al narcotraffico. Dall’altra parte i fratelli Barrera e lo zio Miguel Angel. A contorno, una miriade di protagonisti: gli italiani, gli irlandesi, gli agenti federali, un mercenario a metà, un prete eroico. Le donne: poche, come se di questa guerra fra bambini avidi loro fossero solo vittime. A parte Nora, bellissima e disperata, che gioca un ruolo centrale anche se a tratti inconsapevole. E la droga: che scorre a fiumi, che si smercia a tonnellate, che viene usata come moneta di scambio. Che muove il mondo.

Lo straordinario, disperante intreccio di relazioni tra criminali, politici, funzionari di Polizia, CIA e DEA è raccontato con ritmo serrato. Ma anche la discesa agli inferi dei singoli personaggi, ognuno alle prese con il proprio dramma personale, è narrata con grande perizia. Come da manuale, sullo sfondo della Storia si svolgono le storie di rovina e devastazione, non meno interessanti e importanti dei grandi eventi.

A fine lettura rimane la sensazione di una guerra persa in partenza, senza scampo e senza speranza, di una formica in lotta contro un elefante.
Romanzo coinvolgente, indiscutibilmente amaro.

Libri in arrivo – Settembre 2013

Da quando ho aperto questo blog ho cercato di evitare, per quanto possibile, la prassi delle segnalazioni, che in passato usavo prevalentemente come modalità per adempiere a obblighi contrattuali senza troppa fatica (adempimento necessario nelle giornate di fiacca). Obblighi che ora sono cessati, per fortuna.
Tuttavia il rientro dalle ferie ha portato, nella casella di posta elettronica, diverse cosette che sottopongo alla vostra attenzione non per inerzia, ma perché sembrano davvero interessanti.

Betty CotroneoRoberto Cotroneo
Betty                            
Bompiani, 2013

È il 1987. Georges Simenon vecchio e malato decide di tornare per l’ultima volta nella sua isola preferita, Porquerolles in Costa Azzurra, per trascorrere qualche settimana in una piccola villetta dentro la macchia mediterranea. Nella stessa isola compare una giovane donna, molto bella, con uno sguardo strano, che si fa chiamare Betty, come il personaggio di un celebre romanzo di Simenon, anche se non è il suo vero nome. Poco tempo dopo l’improvvisa apparizione, Betty viene trovata in mare. Non è un suicidio. È stata assassinata. Da chi, e perché?

Simenon deve improvvisarsi Maigret, e decide di scrivere in prima persona questa storia. E attraverso questo caso giudiziario, quello di una donna ossessionata dai suoi romanzi, riapre vecchie ferite, come il suicidio della figlia Marie-Jo, indaga fino in fondo le contraddizioni della sua vita. E ci fa entrare in quel mondo di perdenti che ha descritto nei suoi libri più belli. Fino all’epilogo, davvero sconvolgente, che è un modo crudele per tirare le fila di tutto, e chiudere i conti di un’esistenza segnata da un tarlo, da una ferita da cui non si può sfuggire. E che non gli dà pace.

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le sparizioniScott Heim
Le sparizioni
Edizioni Beat, 2013
Traduzione di Luca Briasco
Edizione originale Neri Pozza

In Kansas viene ritrovato un ragazzo scomparso. È morto, il corpo gettato in un campo. L’omicidio ossessiona una vedova nel crepuscolo della vita, Donna, e risveglia in lei la memoria travagliata del suo passato. Donna è stata rapita da bambina, e quell’esperienza l’ha irrimediabilmente segnata, trasmettendole il gusto morboso di seguire, insieme con il figlio Scott, le sparizioni dei bambini, i rapimenti, i traumi delle famiglie distrutte dalla violenza di una scomparsa improvvisa. Un giorno Scott, che vive a New York e conduce a sua volta un’esistenza tormentata, decide di tornare in Kansas per aiutare la madre gravemente malata e ravvivare ancora quel loro «hobby», aiutandola a scrivere un libro sui bambini scomparsi. Ma una volta nella casa della sua infanzia Scott troverà qualcosa di diverso, e di terribile.
Nel seminterrato, scoprirà una stanza segreta che non ricordava, e dentro, ammanettato, un ragazzo…

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Il casale - FormaggiFrancesco Formaggi
Il casale
Neri Pozza Editore, 2013

L’estate è asfissiante, Francesco è pigro e vorrebbe restare in città, ma Giulia non sente ragioni e lo costringe a partire per una settimana di vacanza al casale di campagna della zia Ester. Stanno insieme da solo qualche mese e il loro rapporto è ancora pieno di slancio, ma quando Giulia allunga i piedi nudi sul cruscotto e Francesco si accorge che ha gli alluci orribili, quasi deformi, è come se il mondo gli crollasse addosso: prova una tale repulsione che perfino il pensiero di far sesso con lei gli diventa impossibile. Da quel momento in poi, come un sassolino che rotola a valle fino a diventare una valanga, tutto ciò che a Francesco accade nel casale sembra la conseguenza disastrosa di quella deformità. Come quando scopre che qualcuno si è messo a sterminare le galline, o che la zia Ester ha una vita notturna segreta, o che dietro il dito mozzo di Mario, il custode, si nasconde forse un misfatto inconfessabile e, ancora, dietro i modi timorosi della domestica Clara, insieme alle paure di una donna schiavizzata, si cela un insospettabile animo poetico.

Francesco intuisce che al casale, celata da comportamenti rigorosi e aristocratici, si sta preparando una sciagura. E quando si renderà conto di trovarsi al centro della scena in cui si scateneranno gli eventi, sarà ormai troppo tardi per tornare indietro. Dovrà guardarsi dentro, riconoscendo l’abisso che si apre tra ciò che ha creduto di essere e ciò che è realmente.

Con uno stile che gioca sapientemente con i generi e li piega a soluzioni del tutto inattese, Il casale ci racconta la deformità nascosta dietro le apparenze più abbaglianti. Entriamo nella zona opaca dell’essere umano, dove le fantasie si fondono con le paure, e le passioni – amore e odio, violenza e tenerezza – si mescolano in una maniera tale da rivelarsi incontrollabili.

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le regole del buioJerker Eriksson e Håkan Axlander Sundquist
Le regole del buio
Corbaccio, 2013

«L’inizio della fine». Tra le fiamme che divorano un’auto e i suoi due occupanti nel centro di Stoccolma, il commissario Jeanette Kihlberg intuisce che l’intricatissima indagine in cui è coinvolta sta precipitando verso il suo epilogo. Molti dei principali attori sono già usciti di scena, assassinati uno dopo l’altro da una mano misteriosa e senza volto, mossa da motivi che restano insondabili. Il commissario e il fedele collega Jens Hurtig sembrano arrivare sempre un istante dopo che l’orrore abbia svelato l’ennesimo frammento di un disegno indecifrabile. Al centro di uno spaventoso commercio di vite umane, una sola figura rimane inafferrabile: il cerchio si stringe attorno all’avvocato Viggo Dürer, uomo dal passato controverso e apparentemente inattaccabile. Parallelamente, nella psiche di Sofia Zetterlund, psicologa e profiler dalla doppia personalità che assiste Jeanette nelle indagini, riemergono con fatica le ferite del passato, cicatrici mai rimarginate che lentamente si ricompongono in un disegno via via più chiaro e sconcertante: non può neppure immaginare quanto sia profondo il legame con il male che l’ha segnata. La verità è sempre più vicina, ma coinciderà con la sconfitta della ragione: celata dalle nebbie della mente, o rinchiusa nei sotterranei di una casa sperduta in mezzo ai boschi. Sorprendente, claustrofobico, estremo. Dopo La stanza del male e Una donna non dimentica mai, Le regole del buio conquista ancora una volta il lettore con il fascino del male, e del suo eterno racconto.

Jerker Eriksson, nato e cresciuto a Gävle, una delle più antiche città svedesi. Prima di scoprire di essere un romanziere, è stato lavapiatti, macchinista teatrale, commesso in un negozio di dischi, magazziniere, ruspista, guardiano, imballatore, produttore musicale, cameraman, bibliotecario.

Håkan Axlander Sundquist, nato a Linköping, cresciuto a Falun, Stoccolma e a Gävle, è stato bibliotecario, condannato per renitenza alla leva, operaio in una fabbrica di birra, guardaboschi, tecnico del suono, imbianchino, muratore, macchinista teatrale, cameraman, webdesigner, gallerista, musicista.

Le regole del buio è il loro terzo romanzo dopo La stanza del male e Una donna non dimentica mai, thriller originali e duri, destinati a spiccare nel panorama editoriale internazionale.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre

OLYMPUS DIGITAL CAMERASparsasi la notizia degli incontri gabinettistici condominiali, una iniziativa di cultura viva e pregnante, essa è arrivata anche alle illustri orecchie  del sindaco che ha deciso di visitare il nostro luogo di ritrovo letterario. Dunque giornata di festa con il primo cittadino e la banda di paese a festeggiare l’evento, tutti seduti sulle nuove trenta tazze fiammanti e fumanti costruite con i proventi delle mie fatiche giallastre (vedere pezzo precedente). Dopo l’inno di Mameli e lo sventolare di fazzoletti tricolori, il sindaco, con una punta di sincera commozione, ha elogiato la nostra iniziativa che coniuga l’interesse culturale con il bisogno corporale. E così fra gli applausi dei convenuti, le note musicali di trombe, tamburi e tromboni, schioppi di tappi che saltavano da bottiglie di spumante misti a muggiti di ponzamenti vari e tirate di sciacquone, ho ricevuto con malcelato orgoglio una medaglia in nome del popolo italiano. Su una faccia l’effige della tazza in oro sbalzato, nell’altra un “Hic manebimus optime” a sigillare la mia idea gabinettistica dagli esiti insperati e sorprendenti. La passione e il lavoro pagano sempre.

Spiluzzicature

In libreria ho letto in qua e là L’estate nera di Remo Guerrini, Newton Compton 2013 (ancora copertina ruffiana con bambino che corre lungo una strada nebbiosa), e mi è sembrato abbordabile. Della stessa casa editrice ho spiluzzicato (sempre dal punto di vista della scrittura) L’anatomista di Diana Lama con discreta soddisfazione, anche se l’“oggetto” non rientra proprio nelle mie corde.

Non so se capita anche a voi ma ogni tanto mi prendono delle fisse. Ora mi è presa quella di Maigret. Mi piace la sua aria solida, il suo fare da buon padre di famiglia, la sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone che gravitano attorno al delitto, il suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra. E poi c’è il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che Simenon riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto a quelli massacranti di certi giallastri antichi e moderni. Insomma, per non farla lunga, mi sono messo a occhieggiare alcuni dei suoi capolavori (già letti) come Maigret e l’uomo solo, Maigret e la vecchia pazza, Maigret e l’informatore, Maigret e il commerciante di vini ecc… usciti tutti negli Oscar Mondadori degli anni Novanta. Un bagno purificatore. Mi sono riconciliato con la parola.

charlie chan e il cammello neroDurante questo periodo mi sono divertito a scorrere alcuni titoli sugli scaffali dello studiolo proprio sopra la mia testa, per vedere se mi avevano lasciato qualcosa. Intanto c’è una serie nutrita di copertine rosso fuoco della benemerita Polillo: Blake, Eberhart, Carr, Reilly, Sayers, Van Dine, Milne ecc… Tra queste ecco spuntare Charlie Chan e il cammello nero di Earl Derr Biggers.

Come a dire che se in una storia c’è il personaggio siamo già un pezzo avanti. Creato nel 1925 con La stanza senza chiavi dal giornalista e critico teatrale Earl Derr Biggers (devo averlo da qualche altra parte), il cinese Charlie Chan, ispettore della polizia di Honululu, è piccolo, abbondantemente grasso, si muove con una leggerezza vellutata, guance morbide, pelle color avorio, occhi obliqui (naturalmente). Un impasto cino-americano intriso di lieve umorismo che conquistò gli americani stessi. Dalle sue avventure furono tratti più di quaranta film, alcuni dei quali con un interprete davvero eccezionale: lo svedese Warner Oland che rappresentava in maniera perfetta il personaggio (per essere nordico aveva un aspetto orientale). Qui muore un’attrice e… e al centro il nostro Chan! (dell’intrigo giallistico ricordo poco).

Chan è un animale notturno come i cinesi, fuma il sigaro, famiglia numerosa con moglie larga quasi quanto lui, una brancata di pargoli più o meno cresciuti (undici!), scontri inevitabili con loro e rimpianto per i vecchi sistemi e le vecchie abitudini, ma non può farci niente (sospirone).

Esilarante la sua saggezza orientale, ricca di proverbi e aforismi vari, che inducono al sorriso. Non c’è niente da fare. Un bel personaggio riuscito è l’anima di ogni romanzo poliziesco. Vorrei dire di ogni romanzo.

Il cerchio rossoSempre della Polillo, Il cerchio rosso di Edgar Wallace che mi stuzzica.

Il “casinista” Wallace non si può dimenticare (ora le sue opere anche in digitale). Nel bene e nel male. Per farla breve c’è una organizzazione criminale, denominata appunto “Il Cerchio Rosso”, che terrorizza i più importanti, influenti e ricchi (naturalmente) uomini di affari e politici costringendoli a pagare forti somme. Altrimenti giù nella fossa. Quando arriva il tristemente famoso biglietto con il tristemente famoso cerchio rosso sopra stampato sono cavoli amari. E dunque chi lo riceve o paga oppure si fa difendere da Derrik Yale, un investigatore privato dotato di facoltà medianiche.

Movimento e colpi di scena a go-go (quello finale da urlo) con relativi morti ammazzati e personaggi che sbucano da tutte le parti, quando meno te lo aspetti, come se si giocasse a nascondino. Tipico di Wallace. Come la prosa istintiva, senza svolazzi e salamelecchi, forse anche un po’ rozza ma efficace. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma qui la vincono i primi (o no?).

Ah… dimenticavo. All’inizio c’è una esecuzione capitale con la ghigliottina che fa cilecca (l’attrezzo si inceppa in un chiodo…). Il condannato si salva e diventerà il Capo della combriccola. Che si scoprirà solo alla fine. Da manicomio. Soprattutto in senso positivo ma il mio rapporto con Wallace è decisamente conflittuale (mi prendo tutta la colpa).

dalia rossaUn titolo che giganteggia perfino nella costola è Dalia Rossa di Lynda La Plante (non sto a guardare la casa editrice e l’anno di pubblicazione). Libro, anzi librone, che mi interessò soprattutto per una mia rubrica su Thriller Magazine e che riecheggia la più famosa Dalia Nera nella Los Angeles degli anni ’50. Sinceramente ricordo di un sadico che cerca in ogni modo di riprodurre ogni dettaglio del delitto di Elizabeth Short e ho impressa la figura di Anna Travis, il sergente a cui viene affidato il caso. Una rossa spruzzata di lentiggini che ha avuto una storia con il suo capo del quale è un po’ gelosina, via. Sempre con un quaderno di appunti a portata di mano. E siamo a Londra, se il neurone ricordone (mi piace giocare con le parole) non mi inganna.

sH e le ombre di gubbioAccanto al suddetto Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio di Enrico Solito (grande esperto del Nostro).

La famosa coppia a Gubbio per risolvere un bel mistero. Un intero gregge di pecore e lo stesso pastore sono stati uccisi da un lupo che non ha lasciato tracce. Ogni tanto gli ululati si sentono in varie parti della città. Fatto fuori anche un vecchio artigiano ebanista morto in strada con la gola squarciata e trascinato per diversi metri. In seguito ci saranno altri attacchi del mostro misterioso e ad uno di questi è presente lo stesso Watson.

Al centro i due protagonisti principali inquadrati con le loro note caratteristiche, i loro tic e le loro manie che non sto a ripetere. Vi si trovano citazioni espresse o sottintese di altri libri, notazioni ironiche sugli italiani e gli inglesi, una conoscenza accuratissima della Londra di allora. Ma, soprattutto, un amore sconfinato per Gubbio, per questo luogo bellissimo e “bizzarro” insieme.

arthur e georgePiù su mi attira la copertina bianca di Arthur e George di Julian Barnes. Questa è una storia vera che mi colpì in maniera particolare. Siamo in un tipico villaggio della campagna inglese. Un maniaco sventra cavalli e minaccia di uccidere venti giovanette. Bisogna fare presto e serve un capro espiatorio. È George, il “diverso”, un parsi, il cui padre viene dall’India. Sono rimasto ammirato dalla forza del personaggio che accetta la pena e le continue umiliazioni con grande coraggio e, addirittura, confida con più fervore nella legge inglese di tanti illustri inglesi. Verrà aiutato dal nostro Arthur Conan Doyle, il creatore di Holmes. Davvero un bel lavoro che rimane dentro.

history e mysteryGrande entusiasmo per l’antologia di racconti History & Mystery. 24 storie di delitto e paura a cura di Gian Franco Orsi, che raccolse i migliori talenti italiani del momento. Un sollucchero. Di tutto e di più. Si parte dal contesto storico: fascismo,  presa di Roma del 1870, Repubblica napoletana, prima guerra mondiale e poi storie incasellate nell’anno Mille, nel Duecento, nel Quattrocento, nel Cinquecento, nel Settecento e ancora (diverse) nell’Ottocento (e avrò senz’altro saltato qualche secolo). Un gran bel ventaglio di Tempo.

Si passa poi ai personaggi. Se ne trovano di tutti i tipi. Anche di noti, importanti,  importantissimi: Stendhal, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Lucrezia Borgia e la sua “cantarella”, Ezzelino, Federico II, Matilde di Canossa, Giovanni Rucellai e Leon Battista Alberti, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino e chi più ne ha più ne metta. E, con il dovuto rispetto, perfino la Madonna (non è una battutaccia toscana).

Dubbi, sesso, schifezze, brutalità, guerra, sangue, morte, tradimento, suicidio, magia, superstizione, ricerca storica e letteraria, riproposizione di vecchie diatribe (Bartolomeo de Las Casas contro Sepulveda, Cirillo contro Nestorio), svelamenti, colpi di scena, l’individuale che si mischia al sociale e viceversa.  Prosa ora leggera, ironica, evocativa, ora dura, cruda, brutale, spezzettata, lancinante.

Fu una bella iniziativa e un bel successo.

Calma piatta, invece, per Il mercato dei ladri di Jan Guillou di cui rammento soltanto che siamo a Stoccolma e che una banda di ladri porta sempre via, tra le altre cose di valore, una pregiatissima bottiglia di vino. Più impressa l’ispettore capo Ewa Johnsén (bona la su’ parte) che il maschietto è sempre attratto da certi particolari. Ma qui il neurone ricordone giace inerte nella tomba.

Sulla destra un paio di libri (fra i tanti) che risaltano la mia passione per gli scacchi: Bobby Fischer va alla guerra di David Edmonds e John Eidinov e Gli scacchi, la vita di Garry Kasparov. Il primo è il racconto dello scontro mondiale fra l’americano Fischer ed il russo Spassky in quel fatidico 1972 che segnò pure la mia nascita tra le sessantaquattro caselle. Uno scontro non solo tra due campioni ma anche tra due superpotenze completamente diverse, tanto da attirare l’attenzione della stampa internazionale (mai visti gli scacchi così “parlati” anche in televisione). Il secondo è un viaggio lungo la vita straordinaria di questo straordinario campione del mondo. Sia dal punto di vista scacchistico (un talento formidabile) che da quello umano, tuttora impegnato per la lotta dei diritti civili nella Russia di Vladimir Putin. Due belle storie.

In seguito faremo altre capatine sui libri che serpeggiano terribili (per gli acari) nella mia casa. Cortisone e broncodilatatori a go-go e penso che la passione per la lettura in cartaceo mi porti via una discreta fetta di vita (lo dico sempre per scaramanzia e magari, invece, me l’allunga).

O veniamo ai nostri favolosi G.M.: La collina degli scheletri di Peter Lovesey, Errore fatale di Ngaio Marsh, Le memorie di Sherlock Holmes di A.C. Doyle, Assassinio sul molo di Anne Perry, La settima ipotesi di Paul Halter, Perry Mason e l’avversario leale di E.S. Gardner, Nero Wolfe: le tre ragazze di Rex Stout, Sento i pollici che prudono di Agatha Christie, Sherlock Holmes e lo squartatore di Chilford di Roger Jaynes. Ecco una scelta degli ultimi titoli (nel momento in cui scrivo). Buttatevi tranquillamente su qualcuno di questi, anche a caso, e la goduria è assicurata.

ricatto ellroyRicatto di James Ellroy, Einaudi Stile Libero Big 2013.

Freddy Otash (1922-1992) in contatto telepatico con James Ellroy (“una testa di cazzo”) per il racconto della sua vita nella Los Angeles degli anni Cinquanta. Poliziotto dal 1945, doppio lavoro con banda di ex militari per furti con scasso. Nel ’52 scioglie la combriccola e arriva Joi Lousing, una bella porcellona che sa tutto di tutti. Feeling assicurato. Come arrotondamento dello stipendio fa il capo di sicurezza in un supermercato leggendario, vende pistole, vende pasticche, fa il mediatore di aborti (lo procura anche a Lana Turner), l’estorsore, va a letto con Elizabeth Taylor (ma questo non mi pare un reato). Sua imprescindibile legge “Lavoro per chiunque tranne i comunisti. Faccio di tutto tranne un omicidio”. E di tutto e di più lo fa di sicuro. Ossa rotte, nasi schiacciati, mani bruciate.

Diventa informatore per la rivista scandalistica “Confidential”, con un nuovo gruppo operativo formato da alcuni ex marines. Di mira mogli e mariti adulteri e cimici dappertutto per ricatti milionari. Sfilata di personaggi famosi con le loro “particolarità” (quasi sempre di mezzo il sesso) da Sinatra ad Alan Ladd (c’è pure Marlon Brando con qualcosa di grosso in bocca).

E insomma una vicenda schizzata tra cazzi, passere, scopate, lesbiche e finocchi, cazzottoni, pedate, pasticche, ricatti, poliziotti corrotti, sarabanda di personaggi famosi invischiati nelle porcate più porcate (già citati).

Non c’è un attimo di pace, non c’è un attimo di tregua. Tutto fila via veloce, alto e sonoro come un rutto nel buio.

A fine lettura, per compensare, la voglia di scorrere la vita di santa Madre Teresa di Calcutta.

la regina bambinaSpinto dalla bella recensione di Lucius Etruscus e dalla passionaccia per gli scacchi, ho preso La regina bambina di Tim Crothers, Piemme 2013.

A pagina ottantasei mi sono fermato con un groppettino in gola (tipico dei vecchietti). Qui c’è Phiona, la “regina bambina”, con una pentola di mais sulla testa per portare qualche soldo a casa. Sveglia alle cinque, tre ore di viaggio andata e ritorno attraverso Katwe, il più grande slum di Kampala, “uno dei posti peggiori della terra”. Miseria e miseria, dopo un lungo racconto di brutalità, di stenti e di fame nell’Uganda travolta dalla guerra civile. Protagonisti tanti disperati, tra cui la madre Harriet Nakku che va avanti per la forza di sopravvivenza coniugata con la fede in Cristo (straordinaria la sua figura) e Robert Katende, che riesce ad aprire una scuola di scacchi per aiutare i bambini sfortunati dello slum (ricevono almeno un pasto al giorno).

Ed è qui che arriva Phiona. A nove anni. Ed è qui che cambia la sua vita. Con la sua forza, la sua volontà, i dolori e i sogni che tiene dentro di sé. E il premio arriva con la partecipazione, addirittura, alle Olimpiadi del 2010! Sconfitte, vittorie, tristezze e gioie fino a quando diventa “la migliore scacchista indiscussa di tutta l’Uganda”. Altre figure di ragazze e ragazzi emergono possenti con le loro storie, ora in terza persona, ora in prima a rendere più concreto, reale, e talora drammatico, il racconto. Gli scacchi come evoluzione del pensiero e, soprattutto, come possibilità di miglioramento e riscatto sociale. La vita, d’altra parte, è un po’ come una partita a scacchi (l’aveva detto anche Spassky).

A colpire il cuore del lettore non c’è bisogno di raffinati espedienti stilistici. A volte basta esporre i fatti, le vicende, così come sono. Ricche di tanta, sofferta, umanità.

il sogno di volareIl sogno di volare di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big 2013.

Il mordicchiamento della guancia era stato sfruttato anche ne Il terzo sparo, sempre del Lucarellone, in Crimini di AA.VV., Einaudi Stile Libero 2005., per Lara D’Angelo con quel tic che inquadra subito il suo mondo psicologico. Qui lo ribecchiamo in Grazia Negro, ispettore alla sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Bologna, relazione (così e così) con il compagno Simone cieco, sogno ricorrente che la angustia, desiderio conflittuale di maternità.

Aggiungo carina, minuta, rotonda, dita piccole (osservazione del carabiniere Pierluigi, “faccia da bambino”, che si innamora di lei), già brava nello scovare l’Iguana, il Pit Bull, Lupo Mannaro e ora alle prese con il Cane, ultimo delinquente che ha ammazzato Enzino Cardella, nipote di Carmelo Giannello e allora c’è puzza di mafia. “Cane” perché gli ha strappato naso, orecchio, mascella, e pure la maglietta all’altezza del cuore come un feroce mastino. Assassino incazzato nero, ce l’ha con tutti e nello stesso tempo chiede aiuto attraverso un blog (“c’è qualcuno là fuori che può aiutarmi?).

Squadra al lavoro con vari ispettori, compreso il carabiniere innamorato, e compreso Massimo Picozzi tirato fuori dalla televisione e infilato nella vicenda come esperto di profili criminali. Di mezzo una bella canzone da decifrare (“Il sogno di volare” di Andrea Buffa), la nostra ispettrice in pericolo e un bacio ci vuole, via, con la “faccia da bambino”, ma un salto sul letto (poi) è ancora meglio. Sguardo sfiduciato alla Bologna di oggi che non è più la Bologna di ieri, muta e stanca di cui non si ricorda più nessuno, con gli extracomunitari che si ammazzano volando dai ponteggi male allestiti. Seguono altri morti.

E insomma, lasciatemelo dire,  il solito tran tran giallastro (magari sfornato, senza dubbio, con maggiore talento espressivo), il solito spazio al delirio in prima persona dell’assassino, la solita storiella sentimentale, il solito falso omicida, il solito pericolo per la protagonista, il solito colpo di scena finale oramai scontato, unto e bisunto. “Agghiacciante!”, come direbbe l’allenatore della Juve imitato da Crozza.

Dagli scrittori di talento si deve pretendere molto di più (ma forse sarò io che mi sono stancato di certi schemi).

Termino, come al solito, con la nostra immarcescibile Patrizia Debicke (la Debicche).

La lettera rubata di Lorenzo de’ Medici, Newton Compton 2013 .

la lettera rubataUn carteggio sconosciuto tra Maria de’ Medici e il grande pittore fiammingo Pieter Paul Rubens, autore del Ciclo della regina, rinvenuto nell’Archivio fiorentino dal professor Gianni Cardosi, universitario, emerito cattedratico di storia, fa arrivare il 13 agosto 2010 a Camogli, bello e antico borgo marinaro ligure, Ann Carrington, seducente e atletica quarantenne ricercatrice americana, per incontrare il collega, con il quale da diversi mesi è in contatto via web. Appuntamento tra loro alle 10 del mattino nella hall dell’albergo della donna. Le misteriose lettere del carteggio riporterebbero alcune trame pericolose, un lontano intrigo nella corte francese e potrebbero diventare il clou della biografia che la Carrington sta scrivendo sulla regina di Francia.

Ma alle dieci il professore latita. L’americana, seccata, prova invano per ore di ritracciarlo al telefono. Finalmente alle due del pomeriggio il giovane ispettore di polizia e latin lover Antonio Pegoraro si presenta all’albergo per comunicarle che Cardosi è morto. Mentre era per strada, diretto al suo albergo, è stato aggredito, ucciso e derubato della sua cartella. Una rapina finita nel sangue o il movente dell’omicidio potrebbero essere i documenti che la cartella del cattedratico conteneva…

La Newton ci regala un nuovo romanzo ben congegnato basato su due storie che corrono parallele ma divise da quasi cinquecento anni. La storia va avanti e indietro nel tempo, con continui flash back nel passato, ma la narrazione è pulita, la trama ha ritmo ed è facile da seguire.

Da Camogli si balza con disinvoltura al Palazzo del Louvre nell’anno 1623 con una Maria de Medici di pessimo umore. Qualcuno (chi?) sta cercando di ricattarla. Ha ricevuto delle lettere minatorie. Per pagare il silenzio dovrà vendere i suoi gioielli? E se sì, chi meglio del suo pittore Rubens potrebbe aiutarla? Ma la fiorentina è scafata e di buona razza mercante. Riuscirà a gestire la faccenda con freddezza e lucida determinazione.

E da qui parte l’intrigo collegato alle lettere venute alla luce nell’Archivio fiorentino.

La cartella rubata al professore non conteneva le copie autentiche e dietro il suo omicidio si celano intrighi ancora più pericolosi di quelli del XVII secolo. Morte chiama morte. Ci saranno altri delitti. Chi era veramente l’emerito professor Gianni Cardosi? Cosa faceva di nascosto? Intorno a lui, ruota un vortice di perché. La moglie, che sembra ben poco afflitta dalla sua scomparsa, tira fuori gli originali delle lettere tra la regina di Francia e il grande pittore fiammingo e li fa vedere alla studiosa americana, ma sono incomprensibili, scritti in codice. Ann Carrington ce la farà a decifrarlo… Però lei, donna seria, leale e di saldi principi morali, volente o nolente, verrà trascinata in una serie di colpi di scena, in un gioco azzardato che la implica anche di persona, dove nessuno è realmente ciò che dice e gli interrogativi si moltiplicano oltre la storia. Ma la cupidigia è una pessima compagna e, alla fine, Maria de’ Medici si dimostra uno rischioso specchietto per le allodole che, pur a distanza di secoli, riuscirà a castigare regalmente chi pensava di coinvolgerla ancora.

Un caro saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La luce che illumina il mondo di Paola Ronco (e un po’ di revival)

la luce che illumina il mondoCorreva l’anno 2009 quando parlavo di Corpi estranei (vedi sotto) di Paola Ronco concludendo “Con quest’ottima esibizione di scrittura e contenuti, la Ronco si candida a diventare una delle scrittrici più promettenti dei prossimi anni. Da seguire con molta attenzione.”
Dopo quasi quattro anni Paola Ronco è tornata a pubblicare: La luce che illumina il mondo (Indiana, 2013) è uscito a giugno, in tempo per farsi leggere sotto l’ombrellone anche se, va detto, la lettura non è affatto consolatoria.
Riporto la scheda, per dare un’idea: “L’architettura di una città rispecchia l’anima dei suoi abitanti, le stratificazioni sociali emergono dal grigiore di periferie dormitorio, volontariamente dimenticate ai limiti del comune interesse. La società guarda altrove, verso il lusso degenere delle isole felici dove il potere brinda al sicuro dei propri privilegi. Sumonno non fa eccezione. Neppure l’ennesima alluvione che colpisce i quartieri più poveri, seminando distruzione, riesce a smuovere i politici corrotti dalle loro mire individualiste. Sono due le fazioni che si dividono la città: da un lato il sindaco ad interim e imprenditore Costanzo Neri con i figli, il mondano e crudele Ramsete e il riservato e spirituale Osiride; dall’altro il re del crimine Florestano Leoni e la sua affascinante e pericolosa donna, Melissa. Ai padroni di Sumonno si oppone una serie di figure ciniche e scoraggiate ma ancora combattive: Maurilio, cliché del vecchio giornalista moralmente irreprensibile; Maria Sole, ex terrorista condannata a una vita in carcere; Toni, la silenziosa e tormentata guardia del corpo di Ramsete, raccordo inconsapevole dei destini di molti personaggi. C’è poi chi crede di dover riportare il bene attraverso una violenza simbolica. Gli adepti di un setta di ispirazione medievale, i Neo-catari, si danno fuoco per le strade in nome di un fanatico idealismo, ma anche loro rischiano di diventare pedine invischiate nelle trame di potere che permeano la città“.

paola roncoDopo l’edificante e anche un po’ inquietante lettura ho scambiato due parole con l’autrice:

AB – La luce che illumina il mondo è un romanzo che si colloca a metà tra fantascienza e allegoria. Come mai hai scelto un’ambientazione reale (Genova, immagino, sotto il nome fittizio di “Sumonno”) ma futuristica?
PR – In realtà la città di Sumonno è una mia invenzione, volutamente non caratterizzata né riferita ad alcuna città esistente, se non inconsciamente. Ho scelto il nome come omaggio alle mie origini sarde; il termine sta a significare in dialetto ‘il mondo’. Quello che ho cercato di fare, in questo romanzo, è stato raccontare la realtà distanziandomene, usando una città fittizia e un tempo indefinito. È una cosa su cui ragiono da molto tempo, e che compariva in un certo senso già nel mio primo romanzo, Corpi estranei; trovo interessante trasportare vicende ben riconoscibili in un altro tipo di contesto.

AB – Fra le ipotesi ragionevolmente plausibili riguardo al futuro c’è quella della catastrofe totale: come va intesa? Palingenesi, purificazione o semplicemente destino ineluttabile?
PR – Non credo di essere l’unica ad avere la sensazione, ogni volta che leggo le notizie, di un’umanità decisa a farla finita con ogni mezzo possibile; tra guerre, incuria, disprezzo assoluto per le risorse e la qualità della vita, pare che non ci sia proprio l’intenzione di cercare una via d’uscita. Eppure, nonostante tutto, io rimango convinta che ciascuno sia responsabile della propria personale palingenesi, e che spesso da una situazione di azzeramento possano nascere opportunità impreviste.

AB – La protagonista femminile è la conturbante e turbata Melissa: perché il suo “importante cognome” non viene mai menzionato?
PR – Ho pensato che non fosse necessario citarlo esplicitamente; così come a noi basta sentir parlare di cavalieri e avvocati per capire, agli abitanti di Sumonno basta sentire il nome di Melissa, per sapere che non è il caso di scherzare.

AB – Il pragmatismo di Costanzo, l’edonismo di Ramsete, lo spiritualismo di Osiride, il potere/controllo (con mezzi leciti e illeciti) di Florestano: nulla di tutto ciò rende un amministratore un buon governante. Forse perché alla fine guardano solo a sé stessi, ai loro interessi, e non alla collettività?
PR – A un certo punto del romanzo il giornalista Maurilio Sori, idealista disilluso, dice qualcosa di molto simile; è come se nessuno dei potenti di Sumonno avesse una visione d’insieme, un piano a lungo termine per amministrare la città. Tutti guardano al loro orizzonte ristretto, alla contingenza, al tornaconto immediato; si governa improvvisando, andando avanti per emergenze e allarmi, puntando a far sentire isolati e fragili i cittadini. Tristemente, per raccontare la morte di una collettività non mi sono dovuta inventare niente.

AB – I Neo-Catari: una religione che discende da un fanatismo. Ma anche questo culto di nicchia non smuove le coscienze. Non c’è nulla che possa risvegliarci?
PR –
Uno dei temi che ho cercato di trattare in questo romanzo è il bisogno di salvezza che appartiene a ognuno di noi. Tutti i personaggi, in un certo senso, non fanno altro che cercare questo: la religione, il potere, il sesso, la ricerca del trascendente sono solo dei mezzi, il fine resta lo stesso. Il problema è che in molti, ancora e sempre, non hanno il coraggio di mettersi a cercare la propria luce.

AB – Infine: nei ringraziamenti finali, oltre ad amici e colonna sonora, citi anche le sigarette fumate nel percorso. Paole’, 4.700?! Quando smettiamo di fumare? (Parlo anche per me, eh).
PR – Tengo a precisare, sia per mamma e papà che per il mio medico curante, che si tratta di un calcolo approssimativo, spalmato su un tempo molto lungo; questo romanzo mi ha preso degli anni di vita. E comunque, sia chiaro, io e te possiamo smettere quando vogliamo, no? :-p

E questo invece è quello che dicevo a proposito di Corpi estranei (Perdisa, 2009)

corpi estraneiLo dico subito e mi tolgo il pensiero: Corpi estranei è un noir. Vero. È noir nell’accezione correntemente più accreditata, cioè è il racconto di una vicenda criminale dal punto di vista della vittima – o delle vittime, e no, non è un errore, leggendo il romanzo capite anche il perché -, con un’attenta critica sociale e un finale tutt’altro che consolatorio.
Ambientato a Torino, si svolge in otto giorni consecutivi, scanditi dal racconto dei tre protagonisti: l’agente Cabras, Silvia e Alessia.
Mauro Cabras lavora come amministrativo, dopo “ciò che gli è accaduto” durante una missione operativa. Tutti i colleghi sono molto gentili e solidali con lui, tormentato dai dolori al ginocchio. Postumi anche quelli di “ciò che gli è accaduto”.
Silvia lavora in un’agenzia di P.R. e sta per andare a convivere con il fidanzato, Luciano, collega di Cabras. Ma ha una relazione con il suo capo, Umberto, sposato. Ed è tormentata da una tremenda nausea e da attacchi di panico che fa fatica a dominare e che la rendono facile vittima nel suo ambiente di lavoro.
Alessia è una studentessa universitaria e lavoratrice precaria. Convive con Silvestro, il suo fidanzato dj, e con Aldo, studente e “compagno”. E anche Alessia ha un malessere fisico, non riesce a respirare, è convinta di essere gravemente malata dopo “ciò che le è accaduto”. Però si arrabatta, tra esami universitari e ricerche di lavoretti part-time.
Ciò che accomuna i tre personaggi è il G8 di Genova di due anni prima. Corpi estranei è la storia del “dopo”, raccontata attraverso le conseguenze che chi c’era ha subito e continua a subire. L’impossibilità di riprendere una vita normale dopo “ciò che è accaduto”. La compassione di chi non c’era o c’era, ma è stato più fortunato. L’incapacità di dire agli altri, e perfino a se stessi, cosa si prova, come si sta.
Poi c’è la vicenda attuale, quella degli anonimi “giustizieri”, una banda che uccide gli emarginati di Torino: tossici, barboni, marocchini. Occupano le prime pagine di giornali e telegiornali. E non tutti ne biasimano l’operato.
Non si può rivelare oltre della densa trama, degli spunti di riflessione che la Ronco offre al lettore sia sulla psicologia dei personaggi che sulle inquietanti vicende di cronaca.

Paola Ronco racconta che, pur non essendo presente a Genova (città nella quale oggi vive), ha raccolto molte testimonianze dirette su quanto è accaduto nei giorni del G8. Lo spunto nasce da una foto – non molto nota – che offre una prospettiva diversa, e inquietante, sui fatti. Iniziato come racconto breve sull’agente Cabras, che nella prima stesura era un “duro” tagliato con l’accetta, Corpi estranei si è poi arricchito (anche su consiglio di Luigi Bernardi) con le voci di Silvia e Alessia, fino a diventare un romanzo compiuto e – come lo definisce Monica Mazzitelli – maturo sotto il profilo della scrittura.

Paola Ronco descrive un efficace quadro della realtà e degli stati d’animo di una generazione, quella dei trent-equalcosa-enni, gravata da una situazione politica e sociale difficile e senza prospettive. Senza note di ottimismo, se non quello che può nascere dalle risorse individuali.

Il ritorno di Poirot

Hercule-Poirot-DVD-CoverNutro un certo scetticismo nei confronti degli apocrifi letterari perché trovo quantomeno bizzarro il fatto che un personaggio possa “sopravvivere” al suo autore al di fuori delle opere canoniche.
Tuttavia non posso ignorare che, dopo Sherlock Holmes e James Bond (per citare i primi che mi vengono in mente) anche Hercule Poirot tornerà a vivere in un romanzo la cui stesura, approvata dagli eredi di Dame Agatha Christie, è stata affidata alla scrittrice Sophie Hannah.
L’incontro è stato puramente casuale: da una parte gli eredi della Christie stavano discutendo con l’editore HarperCollins circa la possibilità di un nuovo libro per diffondere le pubblicazioni della Christie presso un pubblico giovane. La scelta è caduta proprio su Poirot, invece che su Miss Marple, per l’enorme popolarità che l’investigatore belga ha acquistato grazie alla trasposizione televisiva con David Suchet, che dal 1989 a oggi ha interpretato tutti in romanzi e racconti nei quali è presente Poirot.
(Scelta che forse alla Christie non sarebbe piaciuta, visto che dei due investigatori Poirot è quello che ha scelto di far “morire” anche sulla carta, nel 1975, con Sipario).
La fine della serie televisiva (le riprese si sono concluse a luglio di quest’anno) ha fatto sì che le “cellule grigie” di editore, eredi e altri si mettessero in moto per mantenere alto il livello di attenzione sulla Christie. D’altra parte Sophie Hannah (la cui agente, pare, passava per caso nei corridoi di HarperCollins proprio mentre si discuteva l’affaire Christie) è appassionata di crime dall’età di tredici anni proprio grazie ai libri della Christie. Il connubio è sembrato inevitabile.
Il mio scetticismo è, credo, palpabile, ma tanto dovevo… Ne riparleremo a libro ultimato, magari.

Il sito ufficiale di Agatha Christie.