Ciao, Luigi (1953-2013)

Bernardi 30 ottobre 2010Questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Ormai la notizia è di pubblico dominio (su l’Unità e su Repubblica), rimbalzata stamattina sui blog e sui social network, comunicata attraverso telefonate e sms increduli. Qui c’è solo un ricordo, per me e per voi.

Per sapere chi era Luigi Bernardi, ecco cosa scrivevo nel 2008 sulla prima edizione del Dizionario Atipico del Giallo (in realtà era un articolo scritto praticamente a quattro mani con un insospettabile “addetto del settore”):

Difficile scrivere un dizionario del giallo senza citare Luigi Bernardi. Bolognese, classe 1953, Bernardi pubblica con la sua Granata Press la maggior parte dei più importanti autori noir. Molti addirittura li scopre: all’inizio degli anni Novanta escono le prime opere di Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Stefano Massaron, Nicoletta Vallorani, Giancarlo Narciso, Davide Pinardi. Altri li fa conoscere in Italia: nel catalogo Granata compaiono le traduzioni di Léo Malet, Jean-Patrick Manchette, Paco Ignacio Taibo I e II, solo per fare alcuni nomi.

Terminata l’esperienza con Granata, Bernardi dirige due collane di “genere” per Hobby & Work e Derive e Approdi continuando a proporre nuovi nomi destinati a rimanere, tra i quali Franco Limardi, Piergiorgio Di Cara e Giampaolo Simi. Successivamente cura la traduzione delle opere di Malét che Fazi pubblica a partire dal 2000 e fonda la collana noir di Einaudi Stile Libero. Parallelamente inizia l’attività di narratore e saggista curando un saggio sulla criminalità e i mass media, A sangue caldo (Derive e Approdi) e due edizioni del Libro dei Crimini di ADN Kronos. Il lavoro svolto nell’analizzare e catalogare due anni di crimini italiani gli fornisce il materiale per la produzione successiva, a metà fra la saggistica e la narrativa: Pallottole vaganti (Derive e Approdi) e Il male stanco (Zona), intervallati da Macchie di rosso, in cui ripercorre le vicende più inquietanti di vent’anni di storia bolognese. In campo narrativo scrive fra il 2003 e il 2005 la trilogia “Atlante freddo” (Vittima facile, Rosa piccola, Musica finita), il romanzo Tutta quell’acqua, la raccolta di racconti Gaijin (illustrati da Onofrio Catacchio) e il romanzo Senza luce.

Confermando la sua capacità di innovare, Bernardi ha recentemente ideato, all’interno del gruppo Perdisa editore, la collana Babele Suite nella quale giovani scrittori e autori conosciuti recuperano la scrittura di romanzi brevi o novelle.

Nel 2008 Bernardi torna a un’antica passione, il fumetto. Insieme a Catacchio pubblica Habemus Fantômas, rilettura del personaggio di Allain e Souvestre: Fantômas non è più un genio del male ma un’organizzazione criminale.

Contemporaneamente va in scena La conta, monologo noir scritto nel 2005.

Nonostante l’imponente lavoro svolto sul campo, sia in prima persona che “dietro le quinte”, Luigi Bernardi è paradossalmente un fervido sostenitore della teoria che “il noir è morto”, anche se probabilmente si tratta dell’ultima provocazione di un geniale precursore dei tempi. (A.B.)

In quel periodo c’era stata una breve, felice parentesi di intensa frequentazione via email, botta e risposta, anche con vedute similari.
Poi nel 2010 (era ottobre, era ancora un periodo fervido) c’era stata una presentazione a Roma, insieme a Enzo Carcello e Antonio Paolacci. La foto sopra è proprio di quella presentazione e Luigi, incredibile a dirsi, ride. Mi piace pensare che stesse bene.

Dopo allora, scambi di messaggi e mail, ma sempre più di rado. Fino a oggi.

Oggi mi rimane una mail scritta a fine giugno che non gli ho mai inviato (chissà perché, poi); uno scambio di messaggi lasciato a metà; un libro che ho letto e di cui non ho mai parlato.
Se avessi ancora lo stramaledetto vecchio blog ci sarebbero i suoi commenti e i post che avevo scritto sui suoi libri; qua non c’è niente.
Non so per quale motivo ho aspettato così tanto, sapendo di fare una cosa stupida. E adesso che è accaduto ciò che si preannunciava (ma forse non così presto) a me rimane solo tanta amarezza.

20131016_194103Ciao, Luigi. Grazie per l’affetto, che non ho saputo ricambiare come avrei voluto.

Ci hai insegnato tanto, a ognuno secondo le proprie capacità. Ci hai lasciato molto su cui riflettere. Ci mancherai moltissimo.

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Il ricordo di Patrick Fogli.

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Il comunicato stampa dell’editore Perdisa:

Ozzano Emilia, 16 ottobre 2013

Questa mattina lo scrittore, drammaturgo e fondatore della casa editrice Perdisa Pop Luigi Bernardi, è scomparso.

Riportiamo qui di seguito la dichiarazione dell’editore in ricordo dell’amico Luigi.

Alberto Perdisa, con tutto lo staff della casa editrice, ricorda Luigi Bernardi, fondatore di Perdisa Pop, di cui ha diretto le collane per lungo tempo.
La scomparsa del grande scrittore e intellettuale, sempre avanti di un passo nell’intuire nuove tendenze e forme letterarie, costituisce una grave perdita per tutta la cultura nazionale.
L’augurio è che, finalmente, la sua grandezza venga riconosciuta da tutti.

Ciao Luigi.

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American Horror Story 3: Coven

American-Horror-Story Coven 2Qua e qua (e anche altrove, potete leggerlo seguendo i link) alcuni scrittori si chiedono perché continuare a leggere (e a scrivere, mestiere certo non facile) quando si può guardare una serie tv. Non una italiana, magari, ma una ben fatta come Sherlock, Homeland, Breaking Bad, Luther, House of Cards, giusto per citare le ultimissime viste. Perle di recitazione e scrittura. Io ho una risposta molto semplice, e cioè che si possono fare entrambe le cose. La tv è difficile da guardare all’aperto, quindi in spiaggia è meglio un libro (sì, anche il vituperato Joël Dicker, che a me invece è piaciuto), la sera in inverno meglio una serie tv (magari in lingua originale, così imparate anche un po’ di inglese, zucconi).
In ogni caso, che la scrittura di genere si declini magnificamente nelle serie tv è cosa che da queste parti era già nota, visto che ormai da un po’ di tempo parlo indifferentemente di libri e televisione.

Dopo aver elargito i miei two cents non richiesti (abbiate pazienza, è l’età che avanza), voglio invece consigliare la terza stagione di American Horror Story. La première è andata in onda il 9 ottobre su FX e ha avuto oltre cinque milioni di spettatori. Ma, al di là del successo di pubblico, si preannuncia davvero interessante.
Ricordo che la prima stagione era ambientata in una casa stregata, la seconda in un manicomio; la terza, come dice lo stesso nome (“coven” significa “congrega”, riferito nello specifico agli incontri di sette dedite ai riti pagani), ha come tema centrale la stregoneria. Si apre con una crudele Kathy Bates nei panni di una nobildonna dedita a pratiche terrificanti nella New Orleans dell’Ottocento, si sposta poi ai giorni nostri, dove la giovane Zoe Benson (Taissa Farmiga) viene allontanata dalla famiglia per crescere in una scuola di magia (no, non pensate a Hogwarts: qua la cosa è molto più patinata e terrificante, ovviamente, e si chiama “Accademia di Miss Robichaux”) insieme ad altre giovani donne che, come lei, devono imparare a conoscere e usare i loro poteri.

american horror story covenLa vita in accademia non è semplice: le ragazze sono solo quattro, compresa Zoe, ognuna con poteri diversi (una predice il futuro, una sposta gli oggetti con la mente, una è una bambola voodoo vivente, e poi c’è Zoe che uccide… beh, in un modo molto particolare); la preside (la bravissima Sarah Paulson) è alle prese con una madre ingombrante; la festa di una confraternita universitaria si trasforma presto in una carneficina e le ragazze… beh, le ragazze hanno già i problemi dell’adolescenza, aggravati dai loro poteri.

Le prime due stagioni lo dimostrano, la terza, appena iniziata, sembra confermare che American Horror Story funziona. Intanto per questa idea – molto di impatto sul piano di visivo – di prendere i protagonisti delle precedenti stagioni e “rimescolarli” in ruoli diversi. Chi era buono rischia di ritrovarsi nei panni del cattivo e viceversa.
Tocca allo spettatore resettare le associazioni mentali degli anni passati e aggiornare il database del cervello 🙂 Cattura Lange
Senza contare la qualità della recitazione: dalla straordinaria Jessica Lange, strega Suprema ossessionata dal mito dell’eterna giovinezza (avrà davvero usato qualche sortilegio per essere ancora così bella, nonostante le sigarette!), all’ultima delle comparse, gli attori sono impeccabili.

Poi perché regia, ambientazione, fotografia sono sofisticate, eleganti, roba che noi ce le sogniamo.
Persino i trailer di pochi secondi sono raccapriccianti, guardare per credere:

Infine perché c’è una trama: una trama solida (i processi di Salem sono storia), accattivante, condita da violenza e sesso. Sceneggiatura impeccabile e anche colta (il Minotauro!), che attinge a piene mani al passato (la stagione precedente scavava nel nazismo, ad esempio) e non si attiene al canone del “politically correct” che noi abbiamo fin troppo assimilato.

American Horror Story: Coven sembra essere tagliato sul femminile, o meglio, sul “lato oscuro” della femminilità. La strega è la donna che soggioga l’uomo, è la donna che l’uomo non può comprendere e accettare. La strega ammalia, la strega deve essere messa al rogo. La strega è una contraddizione in termini che avvince e sfida uomini e donne. Sì, credo che gli sceneggiatori abbiano giocato un’altra carta vincente.

E adesso scusate, vado a mettermi lo smalto nero…

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOgni tanto i romanzi polizieschi stuzzicano l’appetito. Tema non principale, ma nemmeno troppo secondario: il cibo. Siamo lì che arzigogoliamo su chi possa essere l’assassino e ci ritroviamo ad un tratto tra forchette e coltelli ad occhieggiare ed annusare come piccoli porcellini. Dopo tutto il detective è una persona come noi, con i suoi istinti e le sue passioni. Tra cui, non ultima, quella della buona tavola. Per cui l’idea. Dopo la premiazione del sindaco (vedi l’ultimo pezzo), una iniziativa che ha avuto un successo strepitoso: Sangue e polpette. Letture di romanzi polizieschi alla ricerca di ricette particolari dei nostri buongustai fiutatori di orme. Ho tirato fuori dalla biblioteca qualche libro con Miss Marple, Poirot, Nero Wolfe, Maigret, Montalbano, Soneri, Bonanno, Pepe Carvalho, Chen Cao, Vish Puri, Yashim Togalu (ci ho infilato pure il Gianni dell’omonimo Gianni Mura) e li ho distribuiti alla nobile cerchia dei lettori al gabinetto per creare qualcosa di concreto che allietasse la mente e il corpo. E così, dopo qualche giorno di preparazione, sono stati sfornati: le famose salsicce di mezzanotte, lo stufato d’anatra ripiena, piatto di cozze con patatine fritte, cassoulet, lumache con besciamella alla menta e chicchi di melograno, anatra ripiena di riso, ostriche fritte in pastella di uovo strapazzato, palline di farina cotte nello sciroppo di zucchero, triglie al forno e altre leccornie di cui non ricordo il nome. Ma alla fine ha vinto la cucina della sora Armida semplice e schietta: spaghetti al sugo e bistecca alla fiorentina innaffiati con Vernaccia di San Gimignano o Brunello di Montalcino. Tutti seduti sulle tazze contenti come pasque a trangugiare e ragionar di cibo. Per terminare brindisi corale in onore del sottoscritto che, rosso come il fuoco e su di giri, ha intonato un peana alla buona tavola. Applauso strepitoso, rutto finale fantozziano, tirata di sciacquone e tutti a casa.

Un giretto tra i miei libri
Il primo che salta agli occhi e ricordo con piacere è l’antologia Anime nere di autori vari. E che autori! Da togliersi il cappello (per chi lo porta). Allora mi divertii a dare dei voti in tono scherzoso e alla staggese. “Invotabile”, perché al di sopra di tutti, mi parve Loriano Macchiavelli con un racconto “schietto e duro come i’ pisello di mi’ nonno, diceva la mi’ nonna” (tanto per darvi un’idea dell’eleganza dei commenti). E Gianfranco Nerozzi si beccò addirittura un bel dieci. Comunque il livello dell’antologia era e rimane decisamente alto, ricco di tematiche e scelte stilistiche assai diversificate. In seguito ci fu anche Anime nere reloaded che mi parve un tantinello al di sotto della precedente. Mi piacque, soprattutto, Una questione di genere di Alda Teodorani, spruzzato di ironia ed humour, che nel suo blog, se non ricordo male, disse che l’aveva scampata bella (riferendosi al voto). E, a proposito di antologie, tanto per inventarne una di nuovo, ci fu anche Porco killer, dedicata interamente al nostro formidabile grugnitore. Dieci racconti fra cui Maiali alla sbarra (il titolo tutto un programma) di Danila Comastri Montanari (sì, proprio lei) che unì la sua competenza storica con un’ironia lieve ed elegante. Impressione brividosa mi suscitò la raccolta Family day. Quando il luogo del delitto è casa tua con racconti sanguinolenti ambientati soprattutto in ambito familiare. A fine lettura il sospetto. Quando vennero a trovarmi i miei figli mi sembrò che i loro abbracci avessero perso l’aspetto caloroso di amore genuino. Mi parvero finti, calcolati. Dopotutto tenevo da parte un certo gruzzoletto e tutti e due un pesante mutuo da pagare…(però mi è andata bene).

i fatali 5 minutiUn Polillo nella mia piccola biblioteca c’è sempre, come I fatali 5 minuti di R.A.J. Walling.
Classico omicidio in una stanza chiusa. Muore un facoltoso uomo d’affari e i sospettati sono diversi, tra cui il colpevole. Della storia ricordo soprattutto l’investigatore dilettante (allora andavano di moda) Philip Tolefree, simpatico, distinto, curato nell’abbigliamento. Solitario e riservato, con il pallino della filosofia e allo stesso tempo pratico e realista, preso dallo studio delle fisionomie (ti scruta come un reperto archeologico). In perenne contrasto con il massiccio ispettore Catterick, secondo una illustre tradizione. Non manca un certo movimento, spostamenti, colpi di scena, sparatorie (perfino durante il processo) e un tourbillon di deduzioni e controdeduzioni. Da leggere con la mente sveglia e riposata che c’è da prendersi un bel mal di testa.

il ghigno d'avorioScuriosando in qua e là trovo Il ghigno d’avorio di Ross MacDonald.
La bellezza di questo e di altri libri dell’autore sta, non solo nella trama (qui deve ritrovare una infermiera che fa una brutta fine), ma anche nello stile. Inconfondibilmente suo (che piace tanto a P.D. James). Ritmo serrato, prosa scintillante ricca di metafore che scoppiano all’improvviso, ironia ora leggera ora ferocemente sarcastica che pervade il tessuto narrativo. La capacità istintiva di far vivere con pochi tocchi una folla o un paesaggio che sia quello della natura o quello della città. Un inno alla gioia dello scrivere. E se qualche volta eccede in esuberanza, in maestria pirotecnica, siamo pronti a perdonarlo. E poi c’è questo Lew Archer “la terza incarnazione del Privato gentiluomo” come lo ha definito Oreste del Buono dopo Sam Spade e Philip Marlowe che ci prende, ci affascina. Duro il giusto, se c’è da menare le mani non si tira indietro, ma corretto e provvisto di senso etico. Proprio in questo libro “Sono dalla parte della giustizia, quando mi riesce di ottenerla. E quando non mi riesce prendo le parti dei più deboli e derelitti”. Averlo oggi…

elementare randolphAccanto al suddetto abbiamo Elementare Randolph di J.F. Englert (vi avevo avvertito del “disordine”!).
Dopo la pecora detective Miss Maple creata da Leonie Swann e i gatti siamesi Koko e Yum Yum di Lilian Jackson Braun (ci sarebbero anche quelli, meno famosi, di Giorgio Celli) ecco il cane Randolph a rinverdire le imprese di Sherlock Holmes. Sì, avete capito bene. Prima una pecora, poi un paio di gatti e ora un cane (ci potremo tornare in seguito, se li trovo…) che giganteggia signorilmente in copertina con la sua brava pipa in bocca tenuta dalla mano, pardon zampa destra, e ti fissa dritto negli occhi con atteggiamento da lord inglese fasciato da una vestaglia rossa. Un cane particolare, razza Labrador nera, che non parla ma in compenso legge (perfino l’Inferno di Dante tradotto da Robert Pinsky e le poesie di W.H. Auden) e sa costruire ragionamenti logici e precisi sulla scia del grande Detective per antonomasia. In più ha l’olfatto. Un olfatto prodigioso che gli consente non solo di avvertire gli odori più lontani ma anche l’ansia, la diffidenza, la paura, la bugia e insomma tutti quanti gli stati d’animo delle persone. E, naturalmente, sa mettersi in contatto con gli altri animali specialmente, in questo contesto, con il bradipo Marlin fornitore di particolari davvero interessanti. Essendo poi un cane possiede anche tutte le caratteristiche di questo animale. Comprese quelle che possono apparire piuttosto disgustose a noi umani. Aiuterà il suo padrone Harry a risolvere il mistero di un omicidio. Prosa piacevole, arguta, scattante, colpi di scena il giusto senza esagerare. Un libro divertente da leggere dopo qualche malloppone pesante e artificioso.

Non mancano i libri sugli scacchi, naturalmente, e qui cito, una volta per tutte (abbiate pazienza), i miei pargoli a cui tengo una cifra: Varianti per vincere (best seller dell’anno!), Gambetti per vincere e Guida pratica alle aperture, pubblicati dalla Mursia. Infine Sacrifici tattico-strategici nella Siciliana scritto a quattro mani con Mario Leoncini e pubblicato dalla Prisma.

Spiluzzicature
Alla Feltrinelli di Siena mi sono messo a leggere in qua e là il librone mastodontico Crimini imperfetti di Massimo Lugli, Newton Compton 2013 (anche in ebook), con le indagini di Marco Corvino (praticamente quattro libri in uno e più di mille pagine). Consigliato anche per il prezzo.

Presentazioni
La collina degli scheletri di Peter Lovesey, Giallo Mondadori (2013).
Siamo a Lansdown, vicino a Bath, durante la rievocazione della battaglia combattuta proprio qui durante la Guerra civile inglese del 1643. Sulla storica collina viene trovato un femore umano da due figuranti, uno dei quali subito dopo sparisce e sarà ricercato dalla polizia (in giro pure un certo Noddy allucinato). Il femore fa parte di uno scheletro senza testa databile nell’arco di 25 anni, insieme ad una cerniera lampo e ad un capello, che non è un capello come da celebre canzone.
Indaga il sovrintendente della polizia Peter Diamond in sovrappeso (con gatto Raffles che dorme in fondo al letto) e un tantinello sfortunato. Moglie morta assassinata, multa per bollo scaduto, gomma bucata, sua vera amicizia con Paloma Kean che lo tira su.
Di mezzo la Landsdown Society i cui membri si occupano che la collina storica venga rispettata (giornalmente sotto controllo). Sicuro che non hanno visto niente? E di mezzo pure il traffico di donne ucraine dopo la caduta del muro di Berlino. Esiste un collegamento tra lo scheletro e la sparizione del figurante? Occorre trovare persone che ricordano la rievocazione del 1993, data chiave della ricerca.
Una squadra al lavoro, qualche divagazione di troppo (si perde un po’ di mordente) che però non inficia la bontà della storia.

Errore fatale di Ngaio Marsh, Giallo Mondadori (2013).
Ngaio nella prima parte ci dà il quadro della situazione. Un po’ “complicatina” come per un giallo classico che si rispetti, soprattutto dal punto di vista delle parentele: figli e figliastri di mariti che schiattano anche più volte e di vedove che si risposano (così anche nella realtà). Tra queste Sybil Forster che muore per ingestione di barbiturici (compresse non del tutto disciolte nella lingua e nella gola). Suicidio o omicidio? Se c’è di mezzo Roderick Alleyn, sovrintendente di Scotland Yard, un uomo distinto dalle mani sottili e il volto affilato, sicuro che qualcosa puzza.
Tra l’altro sparisce un francobollo di valore e viene fuori un testamento “particolare” che lascia diversi dubbi. Uno dei personaggi principali è Verity Preston, cinquant’anni portati bene, ha lavorato in teatro come aiuto regista, scrive commedie e ci dà qualche spunto sugli altri che destano una qualche perplessità, come il nuovo giardiniere Bruce Gardener, il dottor Schramm (a Verity prende un colpo quando lo vede), il figliastro Carter, un poco di buono, finito in galera per tentato ricatto, il riccone Markos, la figlia (di Sybil) Prunella.
L’indagine è complessa, le ipotesi si alternano (anche l’ispettore Fox dà una mano al nostro Alleyn), abbiamo il classico passato che ritorna ed un finale ricco di movimento, tensione e paura.
Un buon prodotto nello stile della Marsh.

La settima ipotesi di Paul Halter, Giallo Mondadori (2013).
Londra, 31 agosto 1938. L’agente di ronda Edward Watkins vede un uomo con un mantello, mani guantate, un largo cappello e una maschera con becco lungo. Praticamente un medico della peste. Lo segue, lo perde di vista. Poi incontra un signore chino su un bidone della spazzatura, con cilindro e mantello, valigetta medica. Un pazzo, secondo lui, che la tira per le lunghe per non spiegare la sua presenza in quel luogo. Solo che, quando se ne va, in un bidone giace un cadavere appestato (così sembra).Trattasi di David Cohen sparito nel corridoio della casa di Emily Mindem… (evito altri particolari che non si finirebbe più).
Una bella gatta da pelare per il noto criminologo Alan Twist, alto, magro, con “lo scintillio malizioso degli occhi azzurri dietro le spesse lenti” e per l’ispettore bene in carne Archibald Hurst. Ma non è finita. Ecco un certo Peter Moore, segretario del famoso giallista Gordon Miller in stretto legame con l’attore Donald Ransome. “Temo che stia per avere luogo un delitto”, dice ai nostri segugi, e snocciola un racconto inquietante in cui c’è di mezzo l’assassinio di una donna e una sfida per il delitto perfetto.
Aggiungo l’amore e gli scacchi che qui hanno una parte non di poco conto. Se si pensa, soprattutto, al Giocatore di Maelzel… (mi rifermo).
Sul blog del giallo Mondadori un vivace scambio di pareri opposti sulla bontà del libro e una bella intervista con lo stesso Halter.
Insomma un racconto complesso, rocambolesco, con infinite ipotesi al limite del credibile (a volte anche oltre) che attirano, comunque, l’attenzione del lettore quanto meno per vedere che cosa ti inventa di continuo la dirompente fantasia del nostro Halter (il gusto, o la perplessità della lettura, sta qui).

A proposito del giallo di P.D. James, Mondadori 2013.
Una signora di novantatre (93!) anni ben pettinata e quasi sorridente (mette un po’ di soggezione) sulla copertina del libro A proposito del giallo, Mondadori 2013. Insomma P.D. James con la sua quasi centenaria cultura giallistica a guidarci lungo un breve excursus dagli esordi del giallo fino ad oggi. Innanzitutto una sua difesa contro chi afferma che “lo schema imposto si traduca in una ricetta narrativa che costringe l’autore come una camicia di forza” limitandone la libertà e la creatività. Sciocchezze. Tanti romanzi hanno schemi semplici e sono straordinari.
Si parte da Wilkie Collins e La Pietra di luna con il sergente Cuff, si continua con l’impareggiabile Holmes e il suo successo, dovuto peraltro a “quel mondo vittoriano di nebbia e lampioni a gas” che già di per se stesso incute inquietudine, e poi via con Padre Brown di Chesterton ben diverso dagli eroi della Golden Age. Affascinante lo stile del suo creatore “ricco, complesso, immaginativo, deciso, poetico, insaporito dai paradossi” e chissà come se la gode in cielo il destinatario di questa lode.
Dunque la Golden Age con alcuni dei suoi interpreti eccellenti, un salto nella hard boiled di Hammet, Chandler e Ross MacDonald (il preferito) fino a raggiungere le “Quattro donne formidabili”: Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Margery Allingham e Ngaio Marsh, ognuna con i suoi pregi (tanti quelli della Sayers) e i suoi difetti (pochi).
Si continua con qualche spunto per i giovani scrittori: l’ambiente, il punto di vista, i personaggi, tra cui pure il suo Adam Dalgliesh con gli attributi come “intelligenza, coraggio senza incoscienza, sensibilità senza sentimentalismi, tendenza a parlare poco”. I critici e gli appassionati del giallo, l’oggi e il domani e poi si vedrà.
Un piacere leggere P.D. James. Ti snocciola fatti, spunti, impressioni, ricordi, giudizi in uno stile semplice e pulito senza tante lungagnate (l’opposto dei suoi libri). Per lei, al fondo del discorso, il giallo come letteratura popolare. Non possiamo aspettarci che sia grande letteratura ma non sfigura e “svolge anche una funzione regolatrice sui più essenziali bisogni dell’uomo”. E qui qualcuno potrebbe obiettare.

La ricetta dell’assassino di Anne Holt, Einaudi Stile Libero Big 2012.
Oslo, dicembre 1999. Un cuoco famoso, Brede Ziegler, morto accoltellato (e che coltello! Un Masahiro 210). Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen, ma è lontana tra le suore di un monastero, che funge anche da albergo, addolorata per la morte della compagna Cecilie. Al suo ritorno, passando per Verona, l’incontro fortuito con una donna dai guanti rossi come i suoi. Salto sul letto e via in patria.
Quando Hanne riprende il lavoro subito una critica agli interrogatori (si alternano i verbali alle azioni), non per reticenza degli ascoltati ma per le domande non fatte. Incontro-scontro con Billy T., ispettore di polizia che ha condotto le indagini, una brancata di figlioli da diverse donne (non ricordo quante), ora, però, con moglie e figlia piccola che non lascia dormire insieme ad un dispettoso mal di denti. Abbandonato da Hanne, dopo il solito saltone sul lettone, “a causa del comune dolore per Cecilie” (quando siamo giù di corda succede sempre così).
Ricerca dell’assassino che ha ucciso due volte: con il coltello (già detto) e con farmaco in dose letale. Tra l’altro il morto non destava troppa simpatia e per qualcuno era proprio una “merda”, tanto per esser chiari. Lettere minatorie di “Pugno Bianco”, libri pregiati da vendere, uno da scrivere sulla vita culinaria di Brede e c’è pure chi frega bottiglie costosissime di vino dal suo ristorante.
Aggiungo altri elementi della polizia con i loro squarci di vita, altri personaggi con le loro problematiche che sembrano estranee (ma non lo sono) all’evolversi della vicenda, l’andamento di un processo, l’omosessualità maschile e femminile, figli segreti, eredità da urlo (qualche forzatura come la storia da libro cuore della prostituta Marry la Zarra ci sta), una lunga scia di malinconica tristezza che serpeggia lungo tutto il racconto. Vissuto più da dentro con una scrittura che scava leggera e decisa nell’animo dei personaggi.
Un plot sostanzioso (anche troppo) che si scioglie lentamente dentro una atmosfera di neve cadente e di lucciconi agli occhi.

Ho ricevuto un piccolo contributo da Dario Geraci, responsabile del blog del giallo Mondadori già citato. Di lui ricordo Piombo ’70. Il braccio armato del cinema italiano, Domino Edizioni 2008. Qua il suo blog.
Negli ultimi giorni ho avuto modo di leggere il magistrale La mano di Dante di Nick Tosches, pubblicato ormai qualche anno orsono da Mondadori.
Non mi dilungo sulla trama, facilmente reperibile on-line, piuttosto sulla impressionante capacità dell’autore di destreggiarsi su due livelli narrativi, agli antipodi sia per quanto riguarda lo stile che la struttura. La mano di Dante è da annoverare tra i capolavori della letteratura tout-court degli ultimi decenni. Il lettore non si aspetti un noir, tantomeno un thriller “alla Dan Brown”, piuttosto una poderosa presa di coscienza sull’establishement editoriale contemporaneo, osservato e descritto dalla prospettiva di un navigato quanto disilluso poeta della decadenza.

Ed ecco un altro contributo dello scrittore e poeta Giorgio Diaz. Sue opere: Il nibbio dell’Uccellina, Arpanet 2004; L’eroe della grotta delle fate, Midgard 2007; Il bianco e il nero, Arpanet 2009; Lo sgozzatore di cigni, Montag 2009; La città della solitudine. Lettere d’amore di una sconosciuta, Altrimedia 2010.
Niente orchidee per Miss Blandish di James Hadley Chase.
Niente orchidee per Miss Blandish (da cui è stato tratto il film del 1971 diretto da Robert Aldrich, The Grissom Gang) è ambientato in America e narra di una bella ereditiera rapita da una banda di balordi subito dopo il matrimonio. I suoi rapitori scalcagnati vengono però uccisi da una banda rivale di Kansas City molto più pericolosa, che fa capo a mamma Grissom, una vecchia spietata che ha un figlio, Slim, depravato e schizofrenico. Miss Blandish resta in balia della banda in attesa del riscatto e Slim si innamora di lei. Quando il riscatto viene pagato, mamma Grissom vorrebbe eliminare la ragazza, ma Slim, per la prima volta disubbidendo a lei, impedisce a chiunque di toccarla, la droga e abusa di lei, caduta in uno stato di continua sonnolenza. A suo modo Slim cerca di riscattarsi con questa morbosa passione, descritta da Chase con tutta la torbidità del caso. A questo punto la banda, con la somma ricevuta, decide di comprare un night, dove nasconde miss Blandish. Intanto un detective privato, Tanner, scopre il filo che porta a lei, ma la situazione si fa sempre più critica e la caccia alla banda finisce in un massacro.
Questo sì che è un noir. Implacabile e senza speranza, ambientato in un’America senza redenzione. I cattivi sono brutti, zozzi e degenerati, i ricchi sono perbenisti e bigotti. Si avverte la tensione pagina dopo pagina, si prova il dolore fisico e la sofferenza morale della disgraziata protagonista, esposta alle sevizie. L’epilogo non te l’aspetti, così efferato. Non per nulla è stato il libro più letto dalle truppe angloamericane impegnate nel secondo conflitto mondiale: oltre un milione di copie in cinque anni. Beato lui.

Termino con la nostra Patrizia Debicke (la Debicche) di cui è uscito da poco La sentinella del papa, Todaro 2013.
Acqua che porta via di Fabrizio Canciani, Todaro 2013.
Torna in scena Bruno Kernel, detective per necessità più che piacere, ma stavolta in veste di numero 2 di Paola Martini, declassata o promossa per sua scelta, a comandante della Polizia Municipale di un paese dell’hinterland milanese con 8.000 anime nei pressi dell’Olona, che vanta come attrazione di tendenza un ex mulino, rivisitato in discoteca: la Visconti club. Numero 2, dicevo, di Paola Martini, sua ex (dolci ricordi, frustrazioni, scontri e rimpianti magari) seducente quanto una top model e determinata come un bulldozer, attualmente coinvolta in un’avventura senza illusioni con un taglia cadaveri o medico legale sposatissimo.
Acqua che porta via, che a tratti si veste da romanzo storico, ci coinvolge in una serie di flash back temporali che spargono diabolicamente indizi per i lettori più scafati. Si ricorda il passato, la pianura padana, si torna al 1919 quando il terrificante ripetersi di morti misteriose – uomini e animali improvvisamente contagiati da un morbo letale – avevano sconvolto la vita del contado nella valle dell’Olona. E l’ingegner Flumani, ingaggiato dal “Consorzio del fiume” per indagare e trovare il bandolo di quella pestilenza, fu costretto a scontrarsi con le menzogne, i colpevoli silenzi, le credenze popolari e la paura della gente. Uniche verità: il probabile killer, il carbonchio e la morte venuta dal fiume.
Comunque, per semplificare la storia, ecco l’elenco dei personaggi principali in ordine d’apparizione: un morto del 1919; Bruno Kernel, che l’inseguimento di una moglie fedifraga porta in zona; il morto ammazzato di giornata, Francesco Grandi, noto professore di chimica analitica (gay, ma che c’entra?) ritrovato cadavere sul greto dell’Olona dal pescatore Attilio; Paola Martini accorsa in veste professionale, ma presto scavalcata dal maresciallo a capo della locale stazione dei carabinieri Pulga, l’assatanato medico legale Riccardo Boifava ecc. ecc.
Paola, aiutata da Kernel, parte lancia in resta e non la fermeranno minacce semi mafiose e attacchi personali. No! Il troppo stroppia… La soluzione è là, a portata di mano. Anche se il vero male viene da lontano, come aveva rivelato l’astrologa nel lontano 1919 all’esimio professor Flumani.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

Fitzek, Malvaldi, Mankell (segnalazioni di ottobre/1)

Ovvero: in rigoroso ordine alfabetico, tutto ciò che mi piacerebbe leggere subito se non fossi impegnata a leggere altro…

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il sonnambuloSebastian Fitzek
Il sonnambulo
Einaudi Stile libero Big, 2013
Anche in ebook

Leon vive in un elegante appartamento con la giovane moglie Natalie, in un condominio progettato da un famoso architetto. Nonostante tutto sembri procedere per il meglio, l’uomo comincia a notare qualche dettaglio sospetto e un giorno la moglie scompare nel nulla.
Leon è tormentato dall’idea di aver commesso qualcosa di irrimediabile e che siano tornati a manifestarsi i sintomi della grave forma di sonnambulismo che aveva funestato la sua adolescenza. Già allora, infatti, in quel durissimo periodo innescato dalla morte di entrambi i genitori, aveva avuto episodi violenti che lo avevano costretto per anni a seguire una cura psichiatrica. Terrorizzato da sé stesso, decide di piazzare una telecamera nella stanza da letto e monitorare i propri comportamenti. E cosí scopre la vita notturna della quale era totalmente inconsapevole…

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argento vivoMarco Malvaldi
Argento vivo
Sellerio, 2013
Anche in ebook

C’è una rapina nella casa di uno scrittore molto noto; col bottino, sparisce il computer in cui è salvato il suo ultimo romanzo non ancora consegnato alla casa editrice e incautamente non conservato in altro modo. Da questo momento il file comincia a scivolare come argento vivo sul piano accidentato della sua avventura, e si insinua, imprendibile e vivificante come il metallo liquido degli alchimisti, nel tran tran quotidiano dei tanti e diversi protagonisti. Ognuno dei quali sarebbe per sorte lontanissimo dagli altri, ma si trova coinvolto occasionalmente a causa della deviazione che quel manoscritto ha impresso nella sua esistenza. Il grande scrittore e la moglie; il giovane ingegnere a tempo determinato che lotta con la vita insieme alla affannata compagna; la bella agente di polizia, che conduce l’indagine in competizione con il laido superiore; la banda dei balordi; il tecnico appena disoccupato che c’è capitato per caso; il vecchio editore e la giovane editor. Questa varietà di personaggi, con i loro pezzi di vita, l’autore muove intorno alle eventualità aperte dallo svolgersi dell’inchiesta di polizia, su cui a loro volta gli individui incidono inconsapevoli con le scelte che fanno, creando una commedia degli incroci della vita.
Al consueto umorismo fondato sull’equivoco della situazione e sull’effetto sorprendente di un dialogo surreale e ovvio insieme, Malvaldi innesta in questa commedia poliziesca un altro tipo di indagine: una investigazione ambientata in quella zona misteriosa in cui avviene l’incontro tra il caso, la libertà di agire, e il corso necessario delle cose.

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la manoHenning Mankell
La mano
Marsilio, 2013
In libreria il 9 ottobre 2013
Anche in ebook

“Questa storia fu scritta diversi anni fa. Cronologicamente si colloca prima di L’uomo inquieto, l’ultimo della serie. Non esistono altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista”

Kurt Wallander potrebbe finalmente realizzare uno dei suoi vecchi sogni e trasferirsi in una casa di campagna, fuori Ystad. Un giro di ricognizione del giardino lo porta però a fare una macabra scoperta: dal terreno spunta lo scheletro di una mano umana. A chi apparteneva? Da quanto tempo quel corpo è sepolto in quel giardino? Nei poderi lì intorno, non c’è nessuno in grado di fornire una spiegazione. Con l’aiuto dei suoi colleghi e di Linda, la figlia da poco entrata in polizia, Wallander deve scavare indietro nel tempo e cercare di ricostruire la storia di una morte oscura. Una tragedia dove innocenza e colpevolezza non sono nettamente distinte.

I romanzi di Mankell sono tradotti in più di 40 lingue e hanno venduto nel mondo 40 milioni di copie.

 

 

Whitechapel: il crime inglese colpisce ancora

whitechapelNon ne ho sentito parlare molto, eppure se la serie tv britannica Whitechapel è giunta alla quarta stagione ci sarà un buon motivo.
Un ispettore, Joseph Chandler (nomen omen), affetto da un leggero D.O.C. che aumenta quando è sotto stress. Una squadra scalcinata ma efficiente. Un ricercatore che studia le analogie tra crimini del passato e crimini del presente. La fascinosa Londra a fare da sfondo. Due, tre episodi al massimo per risolvere un caso. Sono ingredienti che fanno venire l’acquolina in bocca agli appassionati del mystery. Le già decantate virtù degli sceneggiatori britannici, inoltre, garantiscono realismo e violenza senza sconti anche quando si parla delle vite private dei protagonisti.
In ogni episodio (meglio: in ogni storia, che dura due o tre episodi) la squadra di Whitechapel si muove in contesti diversissimi: si va dall’emulatore di Jack lo Squartatore alla presenza/invadenza dei Servizi Segreti, dalla stregoneria a un assassino affascinato da un film “maledetto”.
Nel corso della serie i personaggi acquistano spessore e connotazione. Il D.I. Chandler cerca di tenere a bada i suoi fantasmi mentre la squadra, che all’inizio lo vede come uno strano essere piombato dal nulla con l’assurda pretesa di metterli in riga, a poco a poco inizia ad apprezzarlo. Tradimenti, incomprensioni, rivalità e nervosismo rimangono comunque all’ordine del giorno in un ambiente lavorativo certamente difficile.

Per me è stata una straordinaria scoperta. Spero che continui a lungo e con la stessa qualità.

Trivia: il sergente Miles (Phil Davis) ha avuto una piccola ma importante parte nell’episodio 1 di Sherlock, Uno studio in rosa.

Spoiler: per svariati episodi Chandler risolve il crimine ma non arresta il colpevole, a voi scoprire il perché.