American Horror Story 3: Coven

American-Horror-Story Coven 2Qua e qua (e anche altrove, potete leggerlo seguendo i link) alcuni scrittori si chiedono perché continuare a leggere (e a scrivere, mestiere certo non facile) quando si può guardare una serie tv. Non una italiana, magari, ma una ben fatta come Sherlock, Homeland, Breaking Bad, Luther, House of Cards, giusto per citare le ultimissime viste. Perle di recitazione e scrittura. Io ho una risposta molto semplice, e cioè che si possono fare entrambe le cose. La tv è difficile da guardare all’aperto, quindi in spiaggia è meglio un libro (sì, anche il vituperato Joël Dicker, che a me invece è piaciuto), la sera in inverno meglio una serie tv (magari in lingua originale, così imparate anche un po’ di inglese, zucconi).
In ogni caso, che la scrittura di genere si declini magnificamente nelle serie tv è cosa che da queste parti era già nota, visto che ormai da un po’ di tempo parlo indifferentemente di libri e televisione.

Dopo aver elargito i miei two cents non richiesti (abbiate pazienza, è l’età che avanza), voglio invece consigliare la terza stagione di American Horror Story. La première è andata in onda il 9 ottobre su FX e ha avuto oltre cinque milioni di spettatori. Ma, al di là del successo di pubblico, si preannuncia davvero interessante.
Ricordo che la prima stagione era ambientata in una casa stregata, la seconda in un manicomio; la terza, come dice lo stesso nome (“coven” significa “congrega”, riferito nello specifico agli incontri di sette dedite ai riti pagani), ha come tema centrale la stregoneria. Si apre con una crudele Kathy Bates nei panni di una nobildonna dedita a pratiche terrificanti nella New Orleans dell’Ottocento, si sposta poi ai giorni nostri, dove la giovane Zoe Benson (Taissa Farmiga) viene allontanata dalla famiglia per crescere in una scuola di magia (no, non pensate a Hogwarts: qua la cosa è molto più patinata e terrificante, ovviamente, e si chiama “Accademia di Miss Robichaux”) insieme ad altre giovani donne che, come lei, devono imparare a conoscere e usare i loro poteri.

american horror story covenLa vita in accademia non è semplice: le ragazze sono solo quattro, compresa Zoe, ognuna con poteri diversi (una predice il futuro, una sposta gli oggetti con la mente, una è una bambola voodoo vivente, e poi c’è Zoe che uccide… beh, in un modo molto particolare); la preside (la bravissima Sarah Paulson) è alle prese con una madre ingombrante; la festa di una confraternita universitaria si trasforma presto in una carneficina e le ragazze… beh, le ragazze hanno già i problemi dell’adolescenza, aggravati dai loro poteri.

Le prime due stagioni lo dimostrano, la terza, appena iniziata, sembra confermare che American Horror Story funziona. Intanto per questa idea – molto di impatto sul piano di visivo – di prendere i protagonisti delle precedenti stagioni e “rimescolarli” in ruoli diversi. Chi era buono rischia di ritrovarsi nei panni del cattivo e viceversa.
Tocca allo spettatore resettare le associazioni mentali degli anni passati e aggiornare il database del cervello 🙂 Cattura Lange
Senza contare la qualità della recitazione: dalla straordinaria Jessica Lange, strega Suprema ossessionata dal mito dell’eterna giovinezza (avrà davvero usato qualche sortilegio per essere ancora così bella, nonostante le sigarette!), all’ultima delle comparse, gli attori sono impeccabili.

Poi perché regia, ambientazione, fotografia sono sofisticate, eleganti, roba che noi ce le sogniamo.
Persino i trailer di pochi secondi sono raccapriccianti, guardare per credere:

Infine perché c’è una trama: una trama solida (i processi di Salem sono storia), accattivante, condita da violenza e sesso. Sceneggiatura impeccabile e anche colta (il Minotauro!), che attinge a piene mani al passato (la stagione precedente scavava nel nazismo, ad esempio) e non si attiene al canone del “politically correct” che noi abbiamo fin troppo assimilato.

American Horror Story: Coven sembra essere tagliato sul femminile, o meglio, sul “lato oscuro” della femminilità. La strega è la donna che soggioga l’uomo, è la donna che l’uomo non può comprendere e accettare. La strega ammalia, la strega deve essere messa al rogo. La strega è una contraddizione in termini che avvince e sfida uomini e donne. Sì, credo che gli sceneggiatori abbiano giocato un’altra carta vincente.

E adesso scusate, vado a mettermi lo smalto nero…

6 thoughts on “American Horror Story 3: Coven

  1. La discussione è interessante. Il problema non mi sembra tanto con il leggere, ma (come dimentica di precisare Simi) leggere la scrittura di genere.

    Uno dei grandi vantaggi della scrittura di genere nel passato era il budget illimitato: come scriveva un grande (Asimov o Kornbluth? Questo è il dilemma) fare esplodere un’astronave nello spazio costava moltissimo in effetti speciali e solo qualche battuta sui tasti della macchina da scrivere dell’epoca.

    C’erano un tempo anche pochi “canali” che provocavano (un effetto ben noto tra gli studiosi di “content” e struttura organizzativa) dei mercati oligopolistici dove il contenuto era preparato per il minimo comun denominatore. Erano gli anni insomma del cd livellamento delle intelligenze.

    Tutto questo è cambiato o sta cambiando. La scrittura non di genere, però, può ancora puntare alla qualità e alla sperimentazione in modo molto più immediato dello spettacolo televisivo.

    Needless to say, la parte completamente assente dalla discussione (che la rende quindi provocazione, piuttosto) è il rapporto privilegiato tra lettore e scrittura, dove il primo è chiamato a riempire i vuoti, a dar forma visiva ai contenuti, instaurando un rapporto più profondo e interattivo con la narrazione. Ma questo è, come si dice, un altro discorso.

      • Ho cercato diverse volte di commentare sul Simiblog ma o non ha funzionato o sono stato (immagino giustamente) censurato 🙂

        Il post di Fogli è così denso che devo investirci un po’ di tempo, ma lo farò!

        Per non essere troppo anglofili suggerisco anche un serial TV che è in giro già da qualche anno: Engrenages http://www.canalplus.fr/c-series/pid4559-c-engrenages.html
        E perché no, una miniserie targata NZ che secondo me è eccellente come atmosfera, location e profondità http://www.imdb.com/title/tt2103085/
        La cosa che accomuna entrambe è l’umanità dei personaggi, che sfugge (per fortuna) alle forzature “sopra le righe” di troppe serie USA.

        • Nessuna censura e nessuna dimenticanza. La scrittura di genere è cresciuta in Italia proprio perché la “letteratura” aveva voltato le spalle alla trama. Interi romanzi in cui non succedeva una mazza. Per qualche anno noiristi e giallisti hanno allora investito molto sulla trama e innovato anche lo stile. Il pubblico ha apprezzato. Ora hanno smesso. Ma non per questo la “letteratura” vera nel frattempo s’è svegliata.

          • Scherzavo sulla censura, credo di avere un problema con l’authentication di wordpress.com.
            Non pensavo che il discorso riguardasse solo l’Italia, visto che si parlava del caso Harry Quebert e le serie citate (anche qui sopra) sono di solito Made in USA.

            Comunque non ci salviamo oltreoceano dall’effetto Libro dell’Anno. 1Q84, il peggior Murakami di sempre che ruba convenzioni della narrativa di genere vecchie quarant’anni fa ne è un tutt’altro che fulgido esempio.

            C’è inoltre credo un ulteriore pezzo del puzzle che manca: molte delle serie citate, (anche AHS) alla fine si basano sulla cannibalizzazione di tradizioni letterarie secolari. Non si va molto più il là dell’occupare l’area del feuilleton nazionalpopolare, con lo svantaggio di un pubblico più soggetto (target pubblicitario, privato di quel legame interattivo con la scrittura di cui parlo sopra, etc.) e analfabeta di ritorno.

            Senz’altro l’unico rimedio, se possibile, è un’offerta letteraria più interessante.

            • Che le serie tv, quando va bene, “cannibalizzino” la tradizione letteraria è ovvio: la televisione duecento anni fa non c’era 🙂
              Trovo tutta questa offerta televisiva molto gradevole, di conseguenza seleziono di più sui libri, abbandono spesso letture che non mi piacciono. Ma di tanto in tanto ancora trovo qualcosa che mi piace. E il povero Quebert mi è piaciuto, accidenti 😀
              Anche se di solito mi rifugio nei classici (quest’estate, tutto Sherlock Holmes, che adesso sto ricomprando anche a fumetti, insieme ad Agatha Christie…).

              Una nota, perché oggi sono ancora tristissima: su un discorso del genere credo che sarebbe intervenuto volentieri anche Luigi Bernardi.

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