“Il calice della vita” di Glenn Cooper

20131125_191946Straordinario successo per la presentazione romana di Il calice della vita (Editrice Nord, 2013) ultimo (per il momento) romanzo dell’americano Glenn Cooper.
Sessant’anni, laurea in medicina e in archeologia, carriera da manager, Cooper si è imposto all’attenzione del pubblico con la trilogia di Will Piper (La biblioteca dei morti, Il libro delle anime, I custodi della biblioteca), dopo la quale ha pubblicato altri quattro romanzi stand-alone di argomento storico-avventuroso nei quali (salvo che in uno) vicende attuali affondano le radici nel passato.
Nel Calice della vita l’autore affronta (e vince) la sfida narrativa di trattare un argomento già oggetto di numerosi romanzi in modo nuovo e avvincente per i lettori. L’argomento è, come si può intuire, la ricerca del Graal, che coinvolge il protagonista Arthur Malory, appassionato “cultore della materia”, quasi a sua insaputa. Al suo fianco una giovane scienziata francese, Claire. Contro di lui la setta dei Khem, che ha tramandato nei secoli la risposta al mistero più grande di tutti ma è priva del “pezzo” più importante.
IMG_933445487147332Come in altri romanzi di Cooper, la trama è compiuta ma la soluzione finale è lasciata all’intuizione del lettore. Sarà questo, o saranno i temi trattati, o la scrittura in stile sceneggiatura, ricca di colpi di scena, fatto sta che i lettori italiani ne sono rimasti catturati.
Moltissimi i giovani presenti che, dopo aver ascoltato l’autore in reverente silenzio, hanno chiesto notizie dei prossimi libri (una nuova trilogia in arrivo) e di eventuali trasposizioni cinematografiche dei primi romanzi.
A seguire, firmacopie chilometrico: per ciascuno dei presenti Cooper ha avuto parole gentili ed è stato disponibile a farsi fotografare con chi lo richiedeva (praticamente tutti!).
Indipendentemente dal merito dei romanzi (ci sono bei romanzi che comunque non riscuotono lo stesso successo) è stato davvero un piacere constatare che esistono autori capaci di muovere centinaia di persone, anche in un giorno di sciopero e freddo eccezionale.
Come ho detto all’inizio della presentazione, vedere tutti quei volti attenti mi lascia sperare che non tutto sia perduto.

Scerbanenco 2013: anche quest’anno…

noirsito1…una marea di scontento accompagna la rivelazione della cinquina.
Che, per inciso, vede in finale a contendersi il premio Scerbanenco Donato Carrisi (L’ipotesi del Male, Longanesi), Simone Sarasso (Il Paese che amo, Marsilio), Claudio Paglieri (L’enigma di Leonardo, Piemme), Massimo Gardella (Chi muore prima, Guanda) e Marco Malvaldi (Milioni di milioni, Sellerio).
Ma qual è il motivo dello scontento, si chiederanno i miei lettori? ALT! Se siete miei lettori, non potete farvi questa domanda perché certamente ricorderete che sul “blog che non si può nominare” ci furono, in passato, molte polemiche in merito al meccanismo della cosiddetta giuria popolare. Polemiche sulle quali si sprecarono interventi autorevoli. Polemiche le quali, sempre sia detto per inciso, se da una parte forse indussero gli organizzatori ad apportare minimi aggiustamenti formali – non sostanziali – al regolamento, dall’altra danneggiarono la sottoscritta al punto che tra me e Courmayeur c’è ormai ben più della distanza chilometrica e del gelo perenne.
La sostanza di quelle polemiche è riprodotta anche quest’anno nella lettera aperta agli organizzatori che lo scrittore Raul Montanari ha diffuso in queste ore, dopo aver appreso la composizione della cinquina dei finalisti:

Potevate dirlo prima, che era tutta una messinscena!
Mi sarei risparmiato la procedura macchinosa, grottesca, mortificante di dovermi iscrivere per votare al vostro malfatto sito, rimbalzare fra link impazziti, dover dare i miei dati personali inclusi addirittura gli estremi della carta d’identità (cosa che ho fatto con molta riluttanza, come tutti), perché così chiedevate per garantire la massima trasparenza e correttezza al voto della giuria popolare.
Risultato?
Seconda questa povera giuria popolare, la cinquina dei finalisti doveva essere:
1. Massimo Donati, Diario di spezie, Mondadori [222]
2. Fabrizio Canciani, Acqua che porta via, Todaro Editore [156]
3. Erica Arosio & Giorgio Maimone, Vertigine, Baldini & Castoldi [113]
4. Claudio Paglieri, L’enigma di Leonardo, Piemme [98]
5. Romano De Marco, A casa del diavolo, Fanucci [69]
Peccato che l’aggiunta dei voti “ponderati” della giuria tecnica abbia mandato all’aria la cinquina, confermando il solo Claudio Pagliari [sic] ed estromettendo gli altri quattro finalisti a vantaggio di Donato Carrisi, Simone Sarasso, Massimo Gardella e Marco Malvaldi.
Per dare un’idea di quanto poco contassero i voti della giuria popolare, si noti che il primo classificato della cinquina definitiva, Donato Carrisi, aveva avuto quattro, ripeto: QUATTRO voti dai giurati popolari e si ritrova in finale con 964 voti, mentre Donati (222 voti popolari), Canciani (156 voti popolari) e gli altri se ne vanno a casa! E che dire del mio amico Marco Malvaldi? I giurati popolari avevano dato quattro, ripeto: QUATTRO voti anche a lui, eppure eccolo nella finale con 484 voti totali.
Ma non vi vergognate almeno un po’? Non siete imbarazzati?
Abbiate coraggio, ditelo che tutta la strombazzata trasparenza richiesta al voto popolare conta quanto il letame, se alla fine l’unica cosa che vale sono i voti della giuria tecnica! Non state a far perdere tempo alla gente, non imbrogliate il popolo noir mettendo in scena una votazione ridicola che offende il festival e il suo legittimo orgoglio di essere il più grande evento italiano nella narrativa di genere!
In venticinque anni e passa di frequentazione da addetto ai lavori del mondo dei libri ho visto un bel numero di cialtronate, ma questa dello Scerbanenco 2013 passa in pole position con uno scatto degno di Vettel.
Bisogna però darvi atto di avere raggiunto due notevoli risultati:
1. Il ben noto complesso di inferiorità del noir non ha più ragione di esistere: avete dimostrato che nel mondo del noir ci si comporta esattamente come nelle liturgie dell’esecrata letteratura “alta”. L’allineamento è avvenuto al peggio e non certo al meglio, ma questo non deve preoccuparvi.
2. E quei poveri di spirito che mettono in dubbio che il noir sia lo specchio della società? Eccoli serviti da questa perfetta metafora dell’Italietta nostra: un popolo di caproni che votano, illusi che la loro volontà collettiva conti qualcosa, mentre questa volontà viene tranquillamente sovvertita.
Congratulazioni.
Raul Montanari
PS Per favore, amici, condividete questo stato. Facciamo un puttanaio!

La lettera di Montanari, pubblicata anche da altri siti e su FaceBook, sta suscitando commenti che, in qualche modo, sembrano avallare il sospetto che si tratti del solito imbroglio “all’italiana”.

In realtà non è così, con le dovute precisazioni.

Chi vi scrive parte da una posizione molto impopolare, e cioè che “il web” non ha ragione di default e che solo in rari, fortunati casi si ha l’incontro alchemico tra qualità del testo e gusto popolare. Data questa premessa, sono convinta che sia intrinsecamente sbagliato affidare alla giuria del web il compito di compiere una valutazione qualitativa. In questo come in qualunque altro caso: anche voi avrete riscontrato che la miglior canzone dell’anno non è quella prescelta dal televoto di Sanremo; la più bella miss d’Italia non è quella che riceve più sms inviati a un numero a pagamento; il miglior romanzo noir dell’anno non può essere deciso da chi, nel migliore dei casi, tra i venti e passa libri finalisti ne ha letti solo uno o due.
Il miglior romanzo noir dell’anno deve essere scelto da una giuria di qualità, punto.
Di questo avviso sembrano essere anche gli organizzatori, dal momento che hanno introdotto il meccanismo del voto ponderato che è – appunto – ponderato in modo tale da disattendere completamente l’esito del voto popolare, se i giurati tecnici lo vogliono.
Quello che non comprendo è perché ogni anno gli organizzatori inducano i votanti all’erroneo convincimento che il loro voto potrà servire a qualcosa. Perché, a chi non legge con molta attenzione il regolamento, sembra che il voto al proprio libro preferito potrà contribuire a formare la cinquina. Invece non è così.
È su questo passaggio che si appuntano le mie critiche perché è questo passaggio che genera, in molti, il sospetto dell’imbroglio, sospetto le cui ombre si allungano maligne anche sui malcapitati finalisti. Questi ultimi, infatti, senza alcuna colpa vedono una “deminutio” del loro riconoscimento a causa dei “rumors”. E questo è sommamente ingiusto.
D’altra parte comprendo la necessità degli organizzatori di generare “interesse” intorno alla manifestazione (e al suo sito web) soprattutto in prossimità della prima settimana di dicembre.

Che fare, dunque?

Ammesso e non concesso che ci sia la reale volontà di trovare una soluzione, ripropongo un suggerimento già avanzato qualche anno fa, pur consapevole che ancora una volta cadrà nel vuoto.
Partendo dal presupposto che il meccanismo della giuria popolare sia finalizzato a generare “contatti” sul sito web del Noirfest, il suggerimento agli organizzatori era:
– fate votare il “popolo del web” e tra tutti coloro che votano (con nome, cognome, carta d’identità etc etc) mettete in palio un premio poco più che simbolico, ad esempio tre buoni acquisto di Amazon da 50 euro ciascuno. In questo modo vi assicurerete una marea di accessi al sito con una spesa decisamente modica;
– chiarite in anticipo che il voto della giuria popolare servirà solo a incoronare un “vincitore del web”, una sorta di riconoscimento morale al libro più votato, ma che *in nessun modo* il voto della giuria popolare influenzerà il voto della giuria tecnica.
Così sarebbero tutti felici e contenti e finalmente potremmo parlare della qualità dei libri invece che di ‘ste cose.
Con questo minimo, stupido accorgimento ci risparmieremmo ogni anno la polemica del premio Scerbanenco, stantìa come le decorazioni di Natale a febbraio.
È davvero così difficile?
(Poi magari discutiamo anche della giuria di qualità, volendo, ma intanto chiariamo i fondamentali…).

L’ipnotista (2012)

l'ipnotistaHo appena visto L’ipnotista, il film di Lasse Hallstrom tratto dall’omonimo romanzo di Lars Kepler. Una sorpresa, visto che le recensioni lo definivano pesante. E invece è proprio come dovrebbe essere, coinvolgente senza effetti speciali, abbastanza aderente al romanzo, con la giusta dose di suspense e ambientazione affascinante (tutto quel bianco non manca mai di colpirmi, ogni volta mi chiedo come sia vivere con l’abitudine al gelo e alla neve).

E mi sono ricordata che nel 2010, in occasione dell’uscita del libro, avevo intervistato gli autori, intervista che – miracoli della tecnologia – sono riuscita a recuperare… Eccola.

lars keplerIntervista telefonica alla coppia di scrittori del momento: Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho Ahndoril, autori (con lo pseudonimo di Lars Kepler) del discusso thriller L’ipnotista, appena pubblicato da Longanesi, best seller in Svezia. Dopo le prime scontatissime battute della conversazione (“Piacere, Alexandra”, “Piacere, Alessandra”, “Piacere, Alexander”, “Piacere, Alessandra”, “Oh che bel nome”) passiamo alle domande serie:

AB – Come mai avete deciso di usare uno pseudonimo e da dove viene Lars Kepler?
Alexander – È successo che io e Alexandra abbiamo finito un romanzo – ciascuno con il suo nome – contemporaneamente. Quando hai terminato un romanzo ti prende una sorta di malinconia: vorresti scrivere ma non sai cosa. Ti senti in astinenza, hai una sensazione di vuoto. Vorresti sentirti creativo. Così ci siamo guardati e ci siamo detti: perché non scriviamo qualcosa insieme?
Alexandra – Io e mio marito Alexander siamo entrambi autori pubblicati in Svezia, di narrativa. Volevamo scrivere qualcosa insieme, ma quando abbiamo provato a scrivere per il teatro litigavamo, perché sembrava che la voce di ciascuno dei due cercasse di soverchiare quella dell’altro. Così abbiamo scelto un genere che non fosse né il mio né il suo, e in questo modo siamo riusciti a essere due voci diverse su una pagina bianca, un nuovo autore. Lars è un tributo a Stieg Larsson, e Kepler è lo scienziato (Keplero). Ed ecco il nuovo scrittore.
Abbiamo mandato il manoscritto agli editori anonimamente: volevamo che il manoscritto venisse giudicato in modo imparziale, che chi leggeva non pensasse agli scrittori già noti Alexander e Alexandra. È stato molto liberatorio per noi essere un nuovo scrittore. Volevamo che anche i lettori restassero all’oscuro dei nostri veri nomi, ma l’editore era molto negativo rispetto all’idea di uno pseudonimo, e la stampa ha iniziato a cercarci perché c’era un libro ma non si poteva intervistare l’autore. Così hanno iniziato a cercarci. E una notte di agosto – eravamo nella nostra casa in campagna – hanno bussato alla porta e c’erano i giornalisti e i fotografi con i flash… Game over.

AB – Per entrambi questo è il primo tentativo nel genere thriller. Come mai questa scelta?
Alexandra: Io e Alexander guardiamo moltissimi film, almeno uno ogni sera, e ne discutiamo insieme – della trama, dei personaggi. Penso che la scelta del genere sia stata molto influenzata dal cinema. Siamo stati anche ispirati da Stieg Larsson, che ha innovato il genere. Inoltre i nostri romanzi tengono in gran considerazione la lingua e lo stile. Ma penso che in un crime novel il linguaggio debba essere chiaro, che non debba frapporsi tra la trama e il lettore. Eravamo più interessati all’atmosfera e agli eventi che allo stile.

ipnotistaAB – Sapendo che Alexander è uno scrittore di teatro, non è difficile notare che alcune scene – come quelle della terapia di gruppo – sono costruite come scene di un dramma, sembrano scritte per essere rappresentate su un palcoscenico. Mi sbaglio?
Alexander – Non ci avevo mai pensato ma sì, è possibile di sì.

AB – Come vi siete divisi il lavoro? Chi ha fatto cosa?
Alexandra – Scriviamo come un solo autore. Ogni mattina parliamo della trama, decidiamo cosa scrivere, ognuno siede al suo pc e inizia a scrivere. Poi ci scambiamo i pezzi via mail, e io continuo a scrivere il suo pezzo e lui il mio, fino a quando la scena è completa. Abbiamo scritto tutto insieme, eravamo l’uno nelle frasi dell’altro. Abbiamo lavorato in modo assolutamente paritario e organico.

AB – Penso che le nuove generazioni di scrittori svedesi debbano confrontarsi con antecedenti noti in tutto il mondo, come Sjowall e Wahloo e Stieg Larsson. Si tratta più di un’eredità o di un fardello?
Alexandra – Bella domanda! Siccome io e Alexander siamo una coppia, il confronto con Sjowall e Wahloo è inevitabile… Loro sono una leggenda. Noi siamo cresciuti con i loro libri e certamente ne siamo stati influenzati. Ma siamo lontanissimi per modo di scrivere. I loro libri sono molto buoni ma sono anche molto legati al tempo in cui sono stati scritti. Sono indubbiamente molto importanti per la tradizione. A Stieg Larsson siamo molto debitori, lui ha reso i polizieschi svedesi internazionali in un modo che nessuno aveva fatto prima.

AB – Ok, ora un paio di curiosità, La prima: ho saputo che in una versione iniziale il libro terminava con un’orsa…
Alexandra – Sì! Incredibile, come hai fatto a saperlo? Inizialmente sì, avevamo pensato a un’orsa che si inferociva per proteggere i cuccioli. Ma abbiamo cambiato il finale e abbiamo introdotto il tema dell’acqua perché ci fosse una connessione con le sedute di Erik, quando induce l’ipnosi nei suoi pazienti e nel frattempo immagina di essere nell’acqua. Abbiamo pensato che fosse più elegante, e più coerente con quanto accade prima.

AB – I lettori italiani hanno contestato che, in un momento cruciale di un inseguimento in un cimitero, nottetempo, l’investigatore si scontra con un’anziana signora che era andata a portare una candela sulla tomba di Ingrid Bergman. Innanzitutto, mi confermi che a Stoccolma, come nei paesi anglosassoni, i cimiteri sono aperti anche la notte?
Alexandra – Sì, certamente! In Svezia la gente va al cimitero anche la sera, ed è comune che accendano candele. Siamo in un paese molto buio…

AB – E mi confermi che ci sono persone che ancora visitano la tomba di Ingrid Bergman?
Alexandra – Sì, certo. Non l’abbiamo affatto dimenticata.

AB – Ho notato che il libro è incentrato su problematiche familiari “forti”: il primo omicidio matura in ambiente familiare, i bambini sono abbandonati a sé stessi, Erik ha problemi con la moglie… È un problema molto sentito, quello della perdita del senso della famiglia?
Alexandra – Mi piace che tu l’abbia notato. La famiglia è anche una metafora della società, ci sono famiglie di ogni tipo nell’Ipnotista. Noi abbiamo scritto su ciò che temevamo di più. Abbiamo dei figli e cerchiamo di proteggerli, e ci sentiremmo impotenti e rabbiosi se accadesse loro qualcosa.

AB – E adesso, che succede?
Alexandra – Abbiamo terminato il secondo libro – ne abbiamo in progetto otto – con il detective Joona Linna, e i diritti cinematografici sono già stati acquistati… Siamo stupiti anche noi di questo successo. Ora non rimane che scriverli… Ma abbiamo molte idee, è stato piacevole scrivere questo romanzo insieme, è una cosa fantastica, un nuovo capitolo della nostra vita.

AB – Ed Erik Bark?
Alexandra – Forse Joona ed Erik si incontreranno ancora, nel corso di un’indagine. Chissà…

“Partita a scacchi con il morto” di Fabio Lotti

partita a scacchi con il mortoPresento ai lettori del blog intorno all’angolo l’inizio del mio gialletto Partita a scacchi con il morto, Prisma 2004, ricordando che la seconda parte relativa a Meraviglie sulla scacchiera è stata scritta magistralmente dal Maestro Mario Leoncini.

Il commissario Marco Tanzini

La passione per i gialli era nata, si può dire, sin dalla sua infanzia. Gli aspetti meno gradevoli dell’uomo lo avevano sempre colpito. Soprattutto il lato più buio e misterioso del Male che si nasconde in ognuno di noi. Ed ora se ne stava in piedi con le braccia incrociate ad ammirare, soddisfatto, la sua collezione di gialli che troneggiava nel bel mezzo della biblioteca. C’era in prima fila Agatha Christie con i personaggi più famosi: Poirot e Miss Marple. Era stato il suo primo amore, se lo ricordava bene (anzi no, c’era stato in precedenza una “cotta” per Perry Mason ed un’altra per Sherlock Holmes che però non erano risultate così significative. Uno dei suoi primi divertimenti consisteva nell’immaginare la faccia sbigottita del dott. Watson di fronte alle deduzioni di Holmes)  soprattutto dopo avere visto la trasposizione in alcuni film delle gesta della terribile vecchietta impersonata magistralmente dalla Rutherford. Poirot all’inizio gli stava antipatico. Tutto impomatato e ingessato, sempre intento a curare e lisciarsi quei suoi ridicoli baffetti arricciati, e poi quei modi affettati da dandy che urtavano la sua semplice naturalezza, via! In seguito, però l’omino dalle effervescenti cellule grigie lo aveva conquistato e tutte le sue manie glielo avevano reso buffo, se non addirittura simpatico. Anche con quella presunzione di essere il più bravo di tutti. Merito dell’attore David Suchet che sullo schermo si muoveva a piccoli passi  che tiravano al sorriso. La stessa cosa era successa per Nero Wolfe, il quale non usciva mai di casa per risolvere i delitti, ma da quando lo aveva visto nei panni di Tino Buazzelli alla televisione, era diventato uno dei suoi detective preferiti. Grande e grosso come un elefante ma dal cervello finissimo, aveva un rapporto nevrotico con le orchidee e non lo avresti tirato giù dalla tavola nemmeno se fossero cadute le torri gemelle. La televisione talvolta lo aveva convinto più della stessa lettura, e si ricordava con soddisfazione come avesse imparato a conoscere meglio le peripezie di padre Brown dalla serie televisiva recitata da quello spiritello di Renato Rascel il quale, essendo un comico di razza, dava alle sue avventure il giusto pizzico di sano umorismo che era proprio dell’autore Chesterson. E come quello spilungone di…, anche se in quel momento non si ricordava il nome dell’attore, avesse concretizzato in maniera perfetta l’idea che si era fatta di Ellery Queen.  Maigret se l’era goduto due volte, attraverso i libri di Simenon e in seguito con la stupenda interpretazione di Gino Cervi, che aveva saputo dare al personaggio quella giusta dose di fermezza e bonomia tipica del commissario transalpino. Ma tutto ha un limite, e andando avanti la televisione l’aveva fatta da padrone, ed erano venuti fuori Derrik, Colombo e la Signora in giallo (sui quali, tuttavia, non aveva molto da eccepire) e tanti altri anonimi ispettori e ispettrici da non poterne più. Salvava Montalbano perché se lo sentiva vicino, con la sua aria da scanzonato picciotto e poi perché il siciliano usato da Camilleri era divertente. Aveva proprio una bella collezione di segugi di tutte le razze e di tutti i tempi. Bastava seguire le orme di frate Cadfield, o di Dante (sì, proprio l’autore della “Divina Commedia”) per ritrovarsi in pieno medioevo anche se in due realtà diverse, o quelle di Aristotele per passare di botto ai tempi della civiltà greca. E c’era chi aveva ambientato storie nefaste nell’antica Roma e nell’antico Egitto. Non mancavano i gialli della scuola americana con in testa Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Che gli interessavano, ma fino ad un certo punto, perché le scazzottate, gli inseguimenti, le macchine ribaltate, le sparatorie anche all’ora di pranzo e di cena gli buttavano all’aria l’appetito. Per ultimi erano arrivati gli italiani che non avevano una tradizione eccelsa in questo campo. Però si erano fatti largo a spallate ed ora se la battevano ad armi pari con gli autori stranieri, cosicché Renato Olivieri, Loriano Macchiavelli, Carlo Lucarelli, Santo Piazzese ed altri ancora se ne stavano in bella mostra, seppure un po’ in disparte, sugli scaffali insieme agli alti papaveri della letteratura poliziesca mondiale senza arrossire troppo di vergogna. Ultimamente c’era stato il boom del giallo da tutte le parti ed erano nati commissari gay e ispettrici lesbiche tanto da far capire che si stava raschiando il fondo del barile e gli autori, in gran numero del gentil sesso, non sapevano più cosa proporre. Eh sì, era proprio soddisfatto della sua biblioteca, il commissario di polizia criminale Marco Tanzini di Siena. E sarebbe stato ancor più soddisfatto se fosse capitato anche a lui qualche caso particolare, qualche matassa difficile da sbrogliare in modo da confrontarsi con i suoi eroi libreschi. Invece nulla. Furti, rapine, case-squillo, giretti di droga, scazzottate in discoteca. Mai che gli fosse toccato un cadavere bello caldo di dubbia dipartita. Meno soddisfatto del tempo che aveva preso l’aspetto nevrotico della sua insegnante di matematica al ginnasio. Era una maledetta giornata torrida e afosa. Come non se ne erano mai viste nel mese di giugno. Ma tutto stava cambiando nel nostro paese, dal governo al modo di pensare e di agire. Così gli sembrava, e gli elementi naturali si adeguavano imitando alla perfezione le caratteristiche tormentose di quelli tropicali. Prima o poi ci sarebbero state anche qui da noi due sole stagioni: quella arida e quella della pioggia. Cavoli amari per tutti. Soprattutto per lui, che non sopportava il caldo e non gli erano bastati cinque fazzoletti a tenere asciutta la testa pelata. Preso da tali considerazioni si accorse del telefono in subbuglio solo al quinto trillo. Si avviò a rispondere mugugnando tra i denti qualcosa di poco simpatico nei confronti dell’incauto scocciatore.
“Pronto? Commissario…”
“Che c’è, benedetto Pasquini! Cosa c’è di così maledettamente urgente da rovinarmi la giornata. Che già di per se stessa mi sta angustiando non poco!” rispose di botto avendo riconosciuto la voce lagnosa del suo sottoposto.
“C’è che… è successo un fatto grave… un fatto molto grave…”
“Certo, se ti permetti di scocciarmi a quest’ora, a casa mia il giorno prima che me ne vada in vacanza, deve essere per forza grave. Anzi gravissimo Pasquini, di una gravità inaudita, incommensurabile, mi capisci? Non blaterare, fai alla svelta e tira fuori il rospo senza perdere tempo. Allora cosa c’è?”
“C’è un morto.
“Un morto?”
“Sì, un morto.”
“Dove?”
“Al CRAL del Monte dei Paschi della nostra città, più precisamente in via dei Termini 31. Dove si riuniscono, tra gli altri, i giocatori di scacchi. A un passo dalla sua abitazione.”
“A un passo o due dal mio appartamento questo non c’entra nulla. Se è morto, Pasquì, voglio dire morto di morte naturale, che cavolo c’entriamo noi?”
“Vede, commissario, la dipartita non sembra del tutto normale. Insomma c’è bisogno del nostro intervento.”
“Porc…”
E qui l’imprecazione gli si strozzò nella gola come quando da bambino si ingozzava di paste fino all’orlo della bocca e non riusciva più a spiccicar parola. Un morto lo aveva desiderato, sì, ma all’inizio della carriera, non certo in quel momento. Erano le diciassette del 27 giugno 2003. Uno stramaledetto venerdì in cui non doveva essere ancora al lavoro per terminare una stramaledetta pratica, ma in viaggio verso il mare di Sicilia per uno stramaledetto, meritato riposo. Se si considera che si era lasciata sfuggire la possibilità di andare in pensione, per dare retta al suo superiore, che gli aveva consigliato di non perdere l’ultimo scatto di anzianità, si può immaginare come fosse cambiato il suo umore. Che in un batter d’occhio da roseo davanti alla biblioteca era diventato nero di fronte al telefono. Come nemmeno un camaleonte.

Fabio Lotti
Partita a scacchi con il morto
Prisma edizioni, 2004

UmbriaLibri 2013

umbrialibri scrivaniaRieccomi con il consueto resoconto post UmbriaLibri. La parte perugina della manifestazione (che, ricordo, si prolunga fino a oggi sulla sede di Terni) si è conclusa domenica 10 novembre.
Sono stati giorni di grande fatica e soddisfazioni.
In primo luogo corre l’obbligo di ringraziare l’organizzazione nella figura degli sponsor istituzionali (la regione Umbria, il comune di Perugia, il Museo civico di Palazzo della Penna – Centro di Cultura Contemporanea che ha ospitato la maggior parte degli eventi) e tutto lo staff che è stato costantemente presente e attento a intervenire durante gli (inevitabili) contrattempi. In particolare ringrazio Elisa Bellucci, Daniela Buglione e il tecnico informatico per l’assistenza anche umana, oltre che professionale.
Poi, ovviamente, ringrazio gli autori presenti nonostante le avversità, a volte anche drammatiche, che quest’anno sembravano essersi moltiplicate. Tuttavia, visto che dalla crisi nascono anche nuovi spunti, abbiamo avuto modo di sperimentare soluzioni alternative che in futuro potrebbero risolvere numerosi inconvenienti.
Infine il ringraziamento va al pubblico, soprattutto ai più giovani, che hanno dimostrato attenzione e partecipazione inaspettate.
Quello degli spettatori rimane comunque un punto cruciale da tener presente per le future edizioni, in quanto – vuoi per la sovrapposizione di eventi, vuoi per condizioni climatiche ostili, vuoi per motivi oscuri sui quali ancora ci stiamo interrogando – non sempre la presenza del pubblico rispetta le attese dell’autore e degli organizzatori.
Infine, un ringraziamento particolare e personale a Pasquale Guerra, ideatore della sezione noir e convinto sostenitore del valore della lettura, valore che trasmette nel corso di tutto l’anno ai suoi alunni coinvolgendoli non solo in classe, ma anche in progetti e manifestazioni esterni alla scuola.

Ciò detto, vediamo brevemente come è andata (le foto, alcune del fotografo Andrea Ottaviani, sono tratte dalla pagina FaceBook di UmbriaLibri):

Giovedì 7 novembre, ore 18.30
magistrati scrittori
“Magistrati scrittori”, un incontro con Gianni Caria (vincitore del “Premio Giovani Lettori Memorial Gaia di Manici Proietti”), Francesco Caringella e Vittorio Nessi, con la partecipazione di Fausto Cardella e Claudio Messina.
Causa assenza della sottoscritta non sono in grado di riferire, ma mi dicono sia andata molto bene. Il primo da destra è Pasquale Guerra, il primo da sinistra il dottor di Manici Proietti, che ha consegnato la targa a Gianni Caria.

Venerdì 8 novembre, ore 17.00
Francesca Zucchiatti Schaal
, La couleur de l’encre (Mokedem)
Introduce Laura Leonelli che ha letto il romanzo, ovviamente in lingua originale, inquadrandolo nel genere “noir quasi gotico” per via di un’asfissiante e incombente reclusione in una caverna di una dei due protagonisti. Una Francesca Zucchiatti quasi arrabbiata provoca i ragazzi presenti in sala a proposito del fatto che i giovani sono lasciati a sé stessi nel processo di crescita, perché chi sarebbe deputato a fornire loro indicazioni (i genitori, la scuola, la società) ha abdicato al ruolo in nome di una sorta di buonismo che sconfina col lassismo.
Il romanzo di Zucchiatti Schaal è stato pubblicato in lingua francese ed è ormai introvabile perché l’editore Mokedem ha chiuso i battenti, quindi aspettiamo una traduzione e un editore italiani…

Venerdì 8 novembre, ore 19.30
Il Paese che amoSimone Sarasso, Il Paese che amo (Marsilio)
E qua, che dire: autore con febbre a 39, l’editore Jacopo De Michelis anche lui malconcio, orario infelice e la presentazione diventa una chiacchierata tra amici per parlare di quello che è, a mio avviso, uno dei romanzi clou di quest’anno.
Chiusura della Trilogia Sporca d’Italia, Il Paese che amo copre quasi quindici anni di storia recente, dall’inizio degli anni Ottanta fino alla famigerata “discesa in campo” di mister B.
Con la premessa che, nel romanzo, quasi tutti i nomi sono stati cambiati e i personaggi sono simili, ma non uguali, a quelli reali.
Tra fatti storici e fiction si allunga, ancora e per l’ultima volta (forse) l’ombra di Andrea Sterling, l’eminenza grigia che sta dietro a ogni misfatto italiano e internazionale dal dopoguerra a oggi.
Alla domanda “Andando a riguardare le vicende di quegli anni, quale episodio ti ha colpito di più?” Simone Sarasso risponde citando il sequestro dell’Achille Lauro e la conseguente crisi di Sigonella che porterà alla caduta del governo Craxi. Effettivamente sono pagine drammaticamente incisive.
Il romanzo è fra i 23 (sì, quest’anno si sono mossi al grido di “crepi l’avarizia”) prefinalisti del premio Scerbanenco.

Sabato 9 novembre, ore 17.00
Bucciarelli Nardini Zucchiatti Becchetti
AlcazarStefania Nardini
, Alcazar. Ultimo spettacolo (edizioni e/o)
Lettura introduttiva di Elisabetta Bucciarelli, presentazione toccante: insieme a Ciro Becchetti e a Francesca Zucchiatti Schaal Stefania Nardini ha raccontato i retroscena di Alcazar, ispirato a una storia vera. In Alcazar infatti Stefania racconta alcuni anni della vita della madre, una donna che ha precorso i tempi e si è inventata un mestiere sul palcoscenico quando essere una donna di spettacolo significava essere “facile”. Silvana Landi (nome fittizio), giovane donna di buona famiglia, è costretta da un rovescio di fortuna a cercare lavoro; dopo qualche tentativo con la canzone e l’allora EIAR si inventa una carriera da trasformista, da “Fregoli al femminile”. L’inasprirsi del regime fascista la porta a Marsiglia insieme a Gino Santoni, in arte Cordero, che invece si esibisce come – diremmo oggi – drag queen. Grande protagonista, la città di Marsiglia.

Sabato 9 novembre, ore 18.30
Bucciarelli Buccheri
dritto al cuore 2Elisabetta Bucciarelli, Dritto al cuore (edizioni e/o)
Ne abbiamo già parlato, ma merita ricordare che Dritto al cuore è una tappa di grande valore e spessore nel percorso artistico, già blasonato, di Elisabetta Bucciarelli. Ricordiamo che il tema centrale è il desiderio; che è stato letto come romanzo di formazione per la presenza di tre preadolescenti alla ricerca di uno spazio nel mondo; che la Casa, elemento apparentemente soprannaturale nel romanzo, ha radici in una storia vera, quella di una donna che ha sempre vissuto nel villaggio senza mai conoscere altra realtà al di fuori di esso e che tuttavia era sempre informata sui fatti del mondo grazie al suo spirito di osservazione. Una donna dura, tenace, solitaria, alla quale ci si rivolgeva come a un oracolo e che come un oracolo dava risposte criptiche. E poi: la scrittura come atto terapeutico, già oggetto di riflessione di Bucciarelli in un saggio del 1998, adesso approda a una nuova…
Presentazione veloce e scoppiettante, mi dicono, che il pubblico sembra aver apprezzato. Anche Dritto al cuore è tra i finalisti del premio Scerbanenco.

Domenica 10 novembre, ore 11.30
Palazzolo Ugolini Iannucci
cattiverìaRosario Palazzolo, Cattiverìa (Perdisa Pop)
Siamo ancora nel filone “eventi funestati dagli imprevisti”, ma questa volta ci salva la tecnologia: la presentazione si tiene via Skype, con Vanna Ugolini e Rosalba Iannucci presenti e la bella voce profonda di Rosario, proiettato a schermo, che risuona nella sala.
E per fortuna, così ha modo di spiegare i temi e le scelte linguistiche del suo romanzo, la tragica storia di un dramma familiare, una tragedia corale che richiama il dramma antico ma ambientata, evidentemente, nel tempo presente.
Una donna racconta il suo passato, un uomo (chiuso in manicomio) intercala la storia con episodio apparentemente senza senso. Perché? Tocca al lettore ricostruire la vicenda nascosta dalle parole.
Riesce a convincere fino in fondo anche gli scettici.

Domenica 10 novembre, ore 15.30
sergio rossi
un lampo nell'ombraSergio Rossi, Un lampo nell’ombra (Feltrinelli)
Giovanni Dozzini e Claudio Ferracci hanno piacevolmente dialogato con l’autore, un fisico prestato al fumetto (l’unico fumettista che all’affermazione “Tu hai la fortuna di fare un lavoro che ti piace” può legittimamente rispondere “Veramente io volevo fare l’astronauta”). Sergio Rossi ha scritto questo romanzo ambientato a Bologna, con un protagonista che fa il poliziotto per caso (e per intercessione della madre, che vuole per lui il posto sicuro) nell’appena nata Scientifica (sempre per opera della madre, perché va bene il posto sicuro, ma mica il figliolo può rischiare la pelle…). In realtà il povero Enea si ritrova a rischiare la vita quasi in ogni pagina, e come se non bastasse si innamora della figlia del capo, bella, ricca e determinata a non fare solo la figurante, in un mondo e in un tempo che concedono pochissimo spazio alle donne.

Domenica 10 novembre, ore 18.30
Buticchi Buccheri

la stella di pietraMarco Buticchi, La stella di pietra (Longanesi)
Si chiude in bellezza con il nuovissimo romanzo di Marco Buticchi. Una nuova avventura di Sara Terracini e Oswald Breil, la prima, quella che li vede incontrarsi in occasione del drammatico attentato a Ezio Tarantelli proprio nel giorno in cui Sara completa la sua brillante carriera universitaria discutendo la tesi di laurea. I fatti degli anni di piombo, le connivenze che videro coinvolti con pari responsabilità politici, terroristi e servizi segreti si intersecano con una vicenda lontana: il mistero della statua di Laocoonte, attribuita per secoli a… sulla quale aleggia invece la mano di Michelangelo Buonarroti.
Fatti solidamente documentati, narrazione veloce, autore animato da forte vena di impegno civile. Siamo nel filone della narrativa “per non dimenticare”.

shopper UmbriaLibri di OttavianiUmbriaLibri è tutto questo e tanto, tanto di più.
Infine, due ulteriori ottime ragioni per partecipare: le bellissime borse gadget (ogni anno diverse, quest’anno addirittura tre) e il cibo di Peppone, l’uomo del tartufo (ma anche delle tagliatelle fatte in casa, degli affettati, dei dolci, del vino buono…): una sana consolazione, balsamo per la stanchezza. Anche per questo, grazie di cuore.

Il Paradiso degli Orchi (2013)

Il paradiso degli orchi

Non avrà certo la diffusione di Sole a catinelle, probabilmente vi toccherà cercarlo in qualche cinema d’essai, ma Il Paradiso degli Orchi è un piccolo film divertente (tratto dal bellissimo romanzo omonimo di Daniel Pennac) che dovete cercare di non perdere. Racconta le gesta di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, e della sua sconclusionata famiglia composta dal caustico Jérémy, dalla dolce Luna, da Thérèse che legge le carte e dal Piccolo (a cui prontamente viente disattivato l’audio tutte le volte che si accende il turpiloquio).

Benjamin lavora in un centro commerciale nel quale vengono compiuti una serie di atti di sabotaggio, atti per i quali è sospettato lo stesso Benjamin. Riuscirà a scagionarsi anche grazie a un’intraprendente giornalista in cerca di scoop e di affetto.

Il Paradiso degli Orchi nasce come un noir atipico; nel romanzo giocava un ruolo centrale il quartiere di Belleville con il suo “colore” locale, ma la trama gialla con il classico svelamento finale aveva la sua importanza. Il film perde un po’ nella parte drammatica ed è semplificato, rispetto al libro, ma acquista in sentimento grazie ai protagonisti, ben caratterizzati, mai violenti. 92 minuti di buonumore intelligente e scoppiettante (in tutti i sensi!).

Il Paradiso degli Orchi (Au bonheur des ogres)
Francia, 2013
Regia: Nicolas Bary
Con Raphaël Personnaz, Bérénice Bejo, Guillaume de Tonquedec, Emir Kusturica

And the winner is…

CWA60La CWA, Crime Writers’ Association, aveva annunciato qualche settimana fa di aver aperto un sondaggio per assegnare la palma del “migliore”.
Nel 2013, infatti, l’associazione celebra i sessant’anni di attività nel campo della promozione e del supporto al romanzo di genere, nello specifico a quello che nei paesi anglosassoni si chiama crime novel (corrispondente, grossomodo, al nostro “giallo”). Per l’occasione aveva deciso di assegnare un premio speciale, i cui vincitori sono stati annunciati durante il tradizionale banchetto di ieri sera.

Alla votazione, che ha visto una controversa lista di finalisti al ballottaggio, hanno partecipato circa 600 scrittori.

Il responso è assolutamente prevedibile e cionondimeno meritatissimo:

Miglior romanzo di tutti i tempi: L’assassinio di Roger Ackroyd (The Murder of Roger Ackroyd) – Agatha Christie (da noi pubblicato anche con il titolo Dalle nove alle dieci)

Miglior autore di tutti i tempi – Agatha Christie

Miglior serie crime di tutti i tempi – Sherlock Holmes

Potete trovare informazioni sulle motivazioni dei premi nell’articolo su Independent.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuesta volta la seduta ponzatoria è stata dedicata all’attuale situazione del nostro paese che lo spirito civico deve stare sempre all’erta. Dopo un inizio cauto dedicato ai problemi principali, l’attenzione del gruppo di lavoro si è spostata decisamente sui politici. Con evidente salto di umore. Il primo ad essere preso di mira è stato quel tizio basso e tarchiato su tacchi alti che predicava gioia e abbondanza per tutti e vedete come ci siamo ritrovati. Botte da orbi per ogni dove tanto che mi è venuto fuori un tantinello di insospettata compassione. “Però non c’è nessuno qui in paese che (censura) come lui. Nemmeno (censura)!” ha esultato il sor Peppino saltellando gaudioso sulla tazza e gettando nel panico i convenuti che su questo tasto sono assai sensibili. Silenzio teso. Il soprannominato è un giovanottone muscolone ricercato da tutti i mariti della zona. Un colpo basso all’onore dell’intera comunità. Ma la sora Ginevra dalle zinne prorompenti che parlano ancora da sole, dopo un attimo di incertezza, ha ricordato, con lieve rossore sfuggente, come il nostro vecchio prete di paese abbia avuto sotto la tonaca un mandrillo infernale capace di soddisfare trenate di mature parrocchiane, e si è tirato un sospiro di sollievo. Almeno in questo il tizio basso e tarchiato su tacchi alti era stato battuto.
Siamo passati agli altri con il sottoscritto che cercava invano di mantenere un eloquio quantomeno rispettoso, ma il corporale, tipico della nostra regione, ha preso il sopravvento. Martoriata la bocca della Santanché vista come mezzo ad hoc per allietare le parti oscure di giovani virgulti; ridicola la faccia a pesce lesso di Gasparri e ridicolo pure quel Bondi con l’aria da prete dismesso che diventa un cane idrofobo appena lasciato sciolto. Anche Grillo ha avuto la sua parte di frizzi e lazzi, capocomico da piazza abituato a lanciare frizzi e lazzi insieme a quel guru allampanato capellone fissato con la rete. Così come Letta grigio funzionario da brivido ottocentesco, Renzi simpatico giocoliere circense che sputacchia pure mentre parla e il povero Bossi, ormai rintronato biascicone. Su Brunetta, poi, sono dovuto intervenire energicamente per porre fine ad un tiro al massacro. Insomma non è mancato niente a nessuno (nemmeno all’acciuga grigia di Monti) e che tutti se l’avessero a piglià in quel posto dove non batte il sole.
A fine seduta sfogo corale con trombettona dantesca, tirata di sciacquone e via a casa.

Un giretto tra i miei libri
Parto da La storia economica di Siena nella seconda metà del XVI° secolo. Non è un libro ma la mia tesi di laurea costruita soprattutto attraverso ricerche d’archivio. Quando Siena cadde sotto il dominio spagnolo, insomma (1555). Una crisi nera. Le Arti in completo disfacimento, lamentele dappertutto che sembra di essere ai giorni nostri. Ricordi e ricordi (con sospirone vegliardetto sul tempo che passa) di un giovanottello ignorantello di paese che, nel suo piccolo, ce l’aveva fatta (peccatuccio di orgoglio).

il morto che non riposaDella Polillo questa volta mi cade l’occhio su Il morto che non riposa di Guy Cullingford.
Il titolo originale era Post mortem, che deve essere piaciuto una cifra anche a Patricia Cornwell se lo ha ripreso per un suo famoso best-seller. Ma pure il nome dell’autore che compare sulla solita copertina rosso fuoco non è per nulla originale, nel senso che trattasi dello pseudonimo di Constance Lindsay Taylor, scrittrice e poetessa inglese, membro del celebre “Detection Club” di Londra, della “Crime Writers’ Association” e della “Writers’ Guild of Great Britain” (chi più ne ha più ne metta).
Ricordo di uno scrittore intento a lavorare nel suo studio che rende l’anima al Signore. Tutti pensano al suicidio ma qualcuno non ci sta. Proprio il morto (!) che, in forma di fantasma, si dà da fare per scoprire il colpevole. Non riposa, appunto. Una discreta trovata per quei tempi che però non ha perso di attrattiva ancora oggi. Egli vede, ascolta le conversazioni, si rende conto di che cosa provano i familiari e la servitù nei suoi confronti. Tutti sono i possibili sospettati. Chi per un verso, chi per un altro. Eccitante seguire un fantasma nelle indagini.

il canto dell'upupaBella sorpresa fu Il canto dell’upupa di Roberto Mistretta.
Più che la storia mi colpì il personaggio del maresciallo siciliano Saverio Bonanno. Lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi al bar “Excelsior” (ma non lasciatevi ingannare dal nome). Fuma in continuazione, ottima forchetta, risultato la pancia. Animo sensibile anche alla vista della bellezza della natura. Buono. Non spara anche quando c’è da sparare, morirebbe di rimorso. Per curare il catarro provocato dalle sigarette si rifugia dai francescani e qui ci trova le sue amate paste di Napoli. Buono ma se si arrabbia sono guai per tutti. Il libro mi piacque perché trovai mischiati, attraverso un equilibrato amalgama tra italiano e siciliano, delicatezza e forza cupa, umorismo e ironia con autentica commozione.

il bosco mortoRimasto nel cuore Il bosco morto di James Sallis.
Turner è un veterano del Vietnam, ex agente di polizia, ex detenuto, una laurea in psicologia ottenuta dietro le sbarre, che ha deciso di vivere in una capanna nel bosco. Aiuta lo sceriffo del luogo a risolvere un assurdo omicidio di un vagabondo inchiodato ad una specie di traliccio metallico con le braccia incrociate sopra la testa, i polsi rivolti all’esterno ed un paletto conficcato nel petto. Più che la ricerca dell’omicida qui, quello che più conta, è la storia terribile della sua vita, una litania di miserie e dolori senza un appunto, un pur semplice commento. Così come nudi e crudi vengono allineati quelli del presente: bambini sfruttati, seviziati, ragazzi di strada allo sbando. Violenza che chiama violenza.
In contrasto con la delicatezza dell’ultima parte. L’incontro con Valerie Bjorn, la nascita di una simpatia, di un legame affettuoso fatto di gesti e poche parole, di ricordi, di emozioni, di musica, di idee condivise. Il bello della vita sono le piccole cose, i particolari, il caffè , il giornale, il pane appena sfornato, il vento sulla pelle. E poi la campagna, i suoi rumori, i suoi animali, le rane, le cavallette, le civette, i ragni, il falco che sembra ghermire un piccolo opossum, una gru che plana sull’acqua. E infine il silenzio. Soprattutto il silenzio. Che parla più di mille parole.

il mistero degli incurabiliÈ stato un incontro piacevole quello con Il mistero degli incurabili di Lorenzo Beccati.
A Genova nel 1589. Tre ragazzi spariscono dalle mura dell’ospedale degli Incurabili. Chi indaga, su invito dei Dodici Protettori di Genova, è Pimain, il Guaritore di maiali (questo mi aveva colpito), già soldato con incarichi, appunto, di indagatore. Uomo concreto, intelligente, dotato di buon senso. Cervello e braccia che interagiscono fra loro.
La scrittura è piana, semplice, quasi elementare. Ne viene fuori una umanità viva, colta nei suoi gesti quotidiani, ora credulona, ora cinica e sghignazzante, ora umile e devota, ora quasi animalesca. E vengono fuori anche certi aspetti infamanti del tempo, soprattutto le cure assurde e terribili inflitte ai malati di mente, o la situazione difficile degli ebrei e quella, peggiore, delle streghe (e via discorrendo…). Una ironia garbata e leggera (non mancano spunti mordaci) si insinua nelle pagine in un modo naturale attraverso annotazioni sugli uomini, le cose e gli animali. Sorpresona.

la regina degli scacchiAndiamo ora a trovare il “nobil giuoco” con La regina degli scacchi di Walter Tevis.
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini.

scacco alla reginaScacco alla regina di Robert Löhr.
Scacco alla Regina è un giallo scacchistico o un romanzo di scacchi dove si insinua anche il giallo. Dovrei parlarne bene perché in definitiva mette insieme due delle mie passioni principali. E invece, dopo un inizio promettente e ricco di aspettative, mi ricordo che il romanzo si intorcina su se stesso con una serie incredibile (e improbabile) di avvenimenti che tendono solo a meravigliare e a capovolgere le aspettative del lettore. Il libro, comunque, è da leggere non fosse altro per conoscere le mirabolanti imprese del Turco, la macchina infernale del barone von Kempelen che meravigliò le corti di mezza Europa. Si trattava di un automa, il Turco, che sapeva giocare a scacchi. In realtà al suo interno era nascosto un giocatore molto forte e di piccola statura che poteva muovere i pezzi senza essere visto.

Spiluzzicature
Sarò breve. Ne ho fatte alcune alla Feltrinelli di Siena ma niente di particolare. Colpito, invece, da una bella intervista a Luca Canali (non pensavo che fosse un personaggio così tribolato), ho ripreso in mano Il sangue di Roma del famoso latinista, e ho riletto i ritratti dei grandi romani da Publio Cornelio Scipione Emiliano a Marco Emilio Lepido (la storia, altra feroce passione).
Non contento ci ho messo accanto pure Le armi, i cavalli, l’oro di Duccio Balestracci e mi son buttato tra le braccia di Giovanni Acuto e quelle dei condottieri dell’Italia del Trecento (una goduria e mi sa che non sono normale).

Presentazioni
Nero Wolfe: le tre ragazze di Rex Stout, Mondadori 2013.
Non la faccio lunga. Il nome dell’autore me lo permette. Praticamente tre storie raccontate da Archie Goodwin con la sua frizzante ironia. C’è la stazza di Wolfe che troneggia, l’ispettore Cramer ingrugnito con il suo faccione rosso e gli occhi grigi, il cuoco Fritz con le sue prelibatezze culinarie, le orchidee attaccate dai parassiti (stacci più attento Theodore Horstmann!), la classica riunione finale che lascia tutti a bocca spalancata.

Cinque strade per il delitto di John Bingham, Mondadori 2013.
“Io sono, credo, l’unica persona in grado di registrare tutti i fatti che concernono Philip Bartels. Ogni altra persona crede di conoscerlo, ma non è vero. Per cominciare, non sa che io sono, immagino, un assassino; più esattamente uno che ha compiuto il suo delitto sotto gli occhi di un funzionario di polizia il quale, sino ad oggi, è assolutamente all’oscuro di questa circostanza”.
Siamo a pagina diciannove e la cosa comincia a solleticarci. Già abbiamo alcune informazioni attraverso i ricordi di questo narrante così “particolare”. Intanto Bartles era il suo migliore amico, non bello, un po’ buffo, bocca larga, capelli ritti sul cocuzzolo, aborriva la pena per ogni essere vivente. In seguito arriveranno altri particolari.
Lo incontra a dieci anni, perseguitato a scuola dai compagni e da lui stesso, perde i genitori a tredici anni, vive con gli zii, si sposa con Beatrice Wilson. C’è, però, di mezzo Lorna Dickson di cui si innamora e da qui cominciano i guai perché Lorna piace anche al nostro “assassino”.
Non posso dire di più. Un viaggio lucido e allucinante nella mente e nel cuore dei due personaggi, un continuo riflettere, esplorare in profondità in stretta connessione con gli eventi narrati e con i ricordi che affiorano corposi. Storia interna-esterna che ti invita a pensare sull’imperscrutabile e diabolico mondo dell’animo umano.

Delitti a Cinecittà di Umberto Lenzi, Giallo Mondadori 2013.
C’è di tutto e di più in questo marzo 1940 a Roma sotto il regime fascista e ai prodromi della seconda guerra mondiale. C’è il Trio Lescano, Rabagliati, Castellani, Gino Cervi, Blasetti, De Sica, Camerini, Scerbanenco, Zavattini, Spadaro, Titina De Filippo, Totò con a prescindere, perdincibacco, quisquiglie senza le pinzillacchere, ci sono i film e le canzonette d’epoca snocciolati lungo tutto l’arco della storia come una ininterrotta cantilena.
Ci sono i personaggi principali tra cui primeggia Bruno Astolfi, investigatore privato con agenzia in via Piemonte al quarto piano di un vecchio palazzo, “dimissionato forzatamente da commissario aggiunto di Pubblica Sicurezza” per le sue idee antifasciste (il fratello all’estero). Appartamento di cinquanta metri adiacente all’ufficio, Balilla di seconda mano, Macedonie extra, caffè autarchico (da manata galattica), Cinzano bianco e via tra mille difficoltà.
Per esser breve c’è Luisa Ferida, attrice, che gli propone di scoprire chi è l’attentatore alla sua vita e allora le cose vanno meglio dal punto di vista pecuniario e si incomincia a respirare.
C’è lo scontro con vito Patanè, commissario capo di pubblica sicurezza, a rappresentare l’odioso fascistello, i morti ammazzati del presente e il morto ammazzato del passato, i possibili assassini, un biglietto listato a lutto, un diario, i pedinamenti, gli spari, le botte, l’incubo, il pensiero e l’azione, il siparietto d’amore (citati pure gli scacchi).
C’è una prosa leggera e veloce, ricca d’entusiasmo e di saltellante ingenuità narrativa tipica (di solito) del primo parto.
Congratulazioni, ma al secondo meno ciance.

un uomo da nienteUn uomo da niente di Jim Thompson, Einaudi Stile Libero Big 2013.
Pacific City. Clinton Brown, giornalista del Courier, (capo Dave Randall, direttore Austin Lovelace), “menomato” dalla guerra (praticamente privo di virilità), bottiglia di liquore incollata alla bocca. Un uomo da niente. Ex moglie puttanona che l’adora e che farà una brutta fine. Manoscritti incompiuti. “Sei una persona triste” dice la bellona di turno che si innamora di lui.
Poi c’è il detective Lem Stukey per dare una “ripulita” dei poveracci alla città. Simbolo di corruzione, mazzette a go-go, messo a nudo il marcio della società.
E la ex moglie prende fuoco (nel senso che viene proprio bruciata). Occorre trovare l’assassino in ogni modo, ne va del buon nome della città. Ossessivo sbevazzone il nostro Clinton alterna momenti di lucidità e sofferenza “perché le cose andavano in un certo modo e non potevano andare altrimenti”. Seguono altri morti ammazzati che proprio se la cercano.
Racconto duro, ritmo veloce, un po’ di filosofia sparsa in qua e là. In prima persona come detective e assassino. Ma alla fine un dubbio serpeggia nella nostra mente “Storia vera o frutto di delirante follia?”.
Da tenere a portata di mano.

uscendo di casaUscendo di casa una mattina di George Bellairs, Polillo 2013.
Novembre a Londra. Più precisamente lungo July Street, di Willesden. Un morto per terra, afferma sicura, Mrs Jump. Sparito al suo ritorno dalla chiesa. Verità o immaginazione? Lo dovrà scoprire Littlejohn di Scotland Yard nella cui dimora presta servizio la suddetta vedova.
In effetti il corpo viene ritrovato in un canale ucciso con una ferita da taglio al torace. Trattasi di un famoso ladro di gioielli che “lavorava” in Francia. Urge un viaggetto anche a Parigi (si sa che l’autore era amante di questo paese).
Indagini su indagini (si può cogliere notizie importanti anche dal barbiere), classico pedinamento, marmocchi da tutte le parti con incorporata pertosse, qualche spunto perfino sulla mania incombente del bowling e del bingo.
Prosa lenta, sicura, un po’ sonnacchiosa, con Littlejohn che fuma la pipa e sembra avere una carica incorporata (non si stanca mai). Atmosfera uggiosa con pioggerella insistente e Tamigi nella nebbia (però a Parigi c’è il sole). Questione di soldi e di cuore con i sospettati che alla fine si accusano a vicenda.
Un buon lavoro artigianale.

dritto al cuoreHo incominciato a leggere Dritto al cuore di Elisabetta Bucciarelli, edizioni e/o 2013, dopo aver perso una partita a scacchi (in quel di Cesenatico) con sacrificio di Cavallo che si era rivelato del tutto scorretto e l’animo di farla pagare a qualcuno. In questo caso all’autrice del libro (anche i recensori hanno le loro malvagità).
Non c’è stato verso. Intanto siamo in montagna, al villaggio Walser sui duemila metri. Aria tersa e pura che fa rinascere. Poi un pizzico di mistero con la “Casa” chiusa e buia, “personaggio” inquietante del libro. Un capo mozzato di una ragazza negroide (delitto collegato ad altri delitti), una morte oscura del passato, campi magnetici nel fiume, la battaglia delle mucche, una di queste avvelenata.
Lì vicino, in vacanza, l’ispettore Maria Dolores Vergani presa dai suoi ricordi (in aspettativa sei mesi dopo una brutta storia). C’è un villaggio, ci sono le vicende dei suoi abitanti, l’amore adolescenziale, la violenza, il fuori di testa. Ma, soprattutto, il mistero, gli spazi, la solitudine, il silenzio, i sentimenti e i ricordi che affiorano. Due donne a confronto: la Nina Parisi in relazione amorosa con il dott. Funi, sicura, decisa, che vuole tutto e la titubante Vergani alla ricerca di un senso da dare alla vita, il tentativo di cambiare se stessa.
Interessa poco l’indagine (che ho volutamente trascurato insieme ai tipici personaggi di un giallo che si rispetti), se non come spunto per le vicende umane e i dubbi che si agitano dentro di noi.
Una prosa semplice, tenera, leggera. Come in una fiaba. Dritta al cuore.
Però quel maledetto sacrificio di Cavallo…

Questa volta un ospite speciale, Pietro De Palma, uno dei maggiori esperti del giallo classico in circolazione, commentatore e scrittore su blog come Sherlock Magazine e quello del Giallo Mondadori. Da seguirlo nel suo La morte sa leggere e negli altri due in lingua inglese Death can read e The Invisible Man.

Katherine Farrer Morte di un Fantasma (Gownsman’s Gallows, 1957) – trad. Mario Rivoire – I Romanzi del Corriere N.40 del 1 aprile 1958.

Katherine (Newton) Farrer, è un nome sconosciuto ai più. Dette alle stampe solo tre romanzi: The Missing Link (1952), The Cretan Counterfeit (1954) e Gownsman’s Gallows (1957).
Katherine nacque nel 1911 a Wiltshire, e si può dire per tutta la vita gravitò nell’ambiente di Oxford, dove frequentò le scuole, e poi dove insegnò. Il fatto che suo padre, F.H.J. Newton, fosse un Pastore anglicano, la portò a sposarsi con uno dei più grandi teologi anglicani del ventesimo secolo, Austin Farrer, che insegnò a Oxford fino all’anno della sua morte, nel 1968.
Austin e Katherine fecero parte degli Inklings, un gruppo di studiosi che avversava il materialismo scientifico, formato tra gli altri da JRR Tolkien, autore de Il Signore degli Anelli; dal poeta e romanziere Charles Williams; da Dorothy L. Sayers, creatrice del detective nobile Lord Peter Wimsey, e grande letterata; e da C.S. Lewis, il grande scrittore cristiano di fantascienza e di letteratura fantasy per bambini.
Purtroppo la Farrer soffrì spesso di polmonite e bronchite, il tutto aggravato da un pesante vizio del fumo. Una conseguenza fu l’insonnia, per curare la quale si dette al bere e ai barbiturici, terminando presto così la sua carriera di scrittrice. Morì nel 1972.
Morte di un fantasma è il suo terzo ed ultimo romanzo, Gownsman’s Gallows.
Il romanzo comincia con due fratelli che passeggiano in macchina fuori del Collegio di Oxford dove Tim Dawson-Gowner studia. Ad un certo punto sentono un sobbalzo e poi il fratello più grande dei due, Nigel, vede un uomo disteso sulla strada: qualcuno gli è passato sopra. Pur non credendo che possa essere stato il fratello, lo convince a fuggire in Francia, mentre lui provvede a bruciare il cadavere in un fienile. Tuttavia il corpo non brucia interamente: si salvano i piedi. Cosa fa l’Ispettore Ringwood, incaricato delle indagini? Fa odorare i piedi alla sua cagna, Ratter, che egli ha addestrato appositamente, cosicché, seguendo l’odore, possa portarlo dove presumibilmente sia stato ucciso, perché nessuno pensa che il fienile possa essere il luogo dell’omicidio.
Il fatto è che i calzini sembrano portare ad un signorino, pure lui studente a Oxford, che però per l’ora presumibile del delitto ha un alibi di ferro. Costui rivela che spesso aveva prestato le due cose ad un altro tale, che a sua volta si rivelerà un ricattatore. Le sue tracce portano in Francia, per cui anche Ringwood si imbarca alla sua volta…
Mentre Ringwood e il poliziotto francese investigano, un vagabondo che il giorno prima avevano visto in guardina, viene trovato morto… e completamente nudo: i suoi abiti sono stati rubati. Chi mai potrebbe prendere i cenci di un vagabondo?… (tagliato solo per motivi di spazio e me ne scuso con Pietro – nota di Fabio L.).
Romanzo fiume, che comincia sotto tono, con uno stile a volte troppo ridondante, per poi prendere ritmo e continuare con una marcia spedita fino alla soluzione finale. Morte di un fantasma è un procedural serrato, con le movenze di un thriller, più che di un romanzo ad enigma: la scrittrice mischia vicende belliche, spionaggio, ricatto, noir, in un intreccio altamente spettacolare. Sembrerebbe la trama di un film francese del dopoguerra, un film di Marcel Carné, tanto i personaggi sembrano stralunati. C’è anche una storia d’amore tra Nigel e Juliette in Francia, e accenni molto ruspanti, come quando il cane odora i piedi del cadavere: un misto di feticismo e di necrofilia, ci verrebbe da dire, che mal si accordano con una personalità come quella di Katherine Farrer, figlia di un teologo e moglie di un teologo. Eppure proprio questo quadretto dissacrante, dona freschezza all’inizio che sembrerebbe molto pesante.
Interessante è l’ambientazione oxfordiana: “dal momento che, come un critico ha osservato una volta, tutti i professori leggono romanzi gialli, non è sorprendente che molti romanzi gialli inglesi siano stati impostati in una città universitaria come Oxford”. Prima di lei, da Dorothy L. Sayers a Edmund Crispin, da Masterman a Blake, parecchi oxfordiani avevano scritto romanzi gialli. Tuttavia, se alcuni di essi sono maestri nel tratteggiare la vita del college, e gli ambienti (per esempio Crispin e il Masterman), la Farrer si trova a suo agio nel descrivere la vita di ogni giorno.
Per dare freschezza e nello stesso tempo sposare la territorialità della trasferta francese di Ringwood, parecchi dialoghi sono in questa lingua che nasconde anche alcuni indizi.

i confini del nullaTermino, come al solito, con la nostra Patrizia Debicke (la Debicche). Ecco a voi I confini del nulla di Carsten Stroud, Longanesi 2013.
Udite, udite: arriva I confini del nulla, il seguito di Niceville, un thriller noir, che si compiace di venature di horror ma, a ben guardare, è invece una bella, solida e argomentata storia di fantasmi alla migliore maniera di Edgar Allan Poe con un irrinunciabile fondo di humour.
A chi non avesse letto il primo, consiglio di procurarselo (appena uscito in versione economica TEA) anche perché la trama di I confini del nulla parte proprio da quanto accade nelle ultime pagine di Niceville.
Humour dicevo che salta fuori subito con il nome della città: Niceville = graziosa cittadina. Così parrebbe a prima vista, ubicata nel Sud degli Stati Uniti, sulla sponde di un fiume, con antiche ville signorili avviluppate da parchi alberati, circondata da colline verdi, ma tutto meno che nice. Infatti cela con disinvoltura antichi segreti di minacciose faide familiari e crimini esecrabili. Il male? E, se non bastasse, c’è stato un furto di milioni di dollari con strage. Insomma c’è del marcio a Niceville, ma di chi è la colpa? Degli uomini? O di un qualcos’altro di terribile e sconosciuto…?
Aggiungiamo, tanto per non farci mancare qualcosa, lo stravagante suicidio del presidente dello Cherockee trust che si sfracella con il suo Cessna contro le scoscese pareti del Crater Sink, religioso simbolo atavico per la nazione indiana, disturbando i corvi e provocando la successiva caduta di un jet cinese con ben sei morti.
Ci fanno ala nella lettura una galleria di personaggi straordinari quali: il poliziotto ex forze speciali con bella moglie avvocato che fa parte dell’élite cittadina, il quasi figlio adottivo Rainey Hogue, cittadini buoni e cattivi, poliziotti corrotti, un’ininterrotta serie di sparizioni o rapimenti, una catena di ogni sorta di delitti e perversioni che sembrano l’emanazione infernale delle nere acque millenarie di un fiume spaventoso.
Dialoghi intelligenti e trama articolata. Unica storia – divisa in due libri – divertente e di pura invenzione, che si prende lo spasso di mettere in confusione il lettore dilagando su mille rivoli ma riesce lo stesso a sembrare quasi vera. Consiglio di leggerla tutta d’un fiato, e poi… evitare gli specchi come la peste.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

UmbriaLibri 2013: La cultura che…

umbrialibri 2013UmbriaLibri 2013 ai blocchi di partenza: è disponibile online il programma che copre, con decine di incontri, due fine settimana su due città (a Perugia dal 7 al 10 novembre, a Terni dal 15 al 17).
L’edizione di quest’anno ha come filo conduttore “La cultura che…“, frase da completare con un termine a piacere. A me piace pensare alla cultura che resiste, vedremo cosa suggeriranno i nostri autori.
Come ogni anno ci sarà una sezione dedicata al genere, sezione curata da me e soprattutto dall’infaticabile Pasquale Guerra.

I nostri incontri si terranno nella Sala Grande di Palazzo della Penna.

Ecco il calendario della selezione Umbrialibri Noir del 2013:

Giovedì 7 novembre, ore 18.30
Magistrati scrittori, un incontro con Gianni Caria (vincitore del “Premio Giovani Lettori Memorial Gaia di Manici Proietti”), Francesco Caringella e Vittorio Nessi, con la partecipazione di Fausto Cardella e Claudio Messina.

Venerdì 8 novembre, ore 17.00
Pasquale Guerra e Laura Leonelli parleranno, insieme all’autrice Francesca Zucchiatti Schaal, di La couleur de l’encre (Mokedem)
Venerdì 8 novembre, ore 19.30
Simone Sarasso, intervistato da Alessandra Buccheri e Jacopo De Michelis, presenterà il suo ultimo libro, Il Paese che amo (Marsilio)

Sabato 9 novembre, ore 17.00
Stefania Nardini
presenterà Alcazar. Ultimo spettacolo (edizioni e/o), insieme a Ciro Becchetti e a Francesca Zucchiatti Schaal
Sabato 9 novembre, ore 18.30
Alessandra Buccheri intervisterà Elisabetta Bucciarelli su Dritto al cuore (edizioni e/o)

Domenica 10 novembre, ore 11.30
Presentazione del libro Cattiverìa (Perdisa Pop) di Rosario Palazzolo introdotto da Vanna Ugolini e Rosalba Iannucci
Domenica 10 novembre, ore 15.30
Un lampo nell’ombra (Feltrinelli), di Sergio Rossi; con l’autore dialogano Giovanni Dozzini e Claudio Ferracci
Domenica 10 novembre, ore 18.30
Conosceremo il nuovissimo romanzo di Marco Buticchi La stella di pietra (Longanesi) con l’autore e Alessandra Buccheri.

Qualche nota biografica sui partecipanti:

1. MAGISTRATI SCRITTORI. Abbiamo invitato a discutere della loro esperienza Gianni Caria, Procuratore a Sassari, con La Badante di Bucarest; Francesco Caringella, Consigliere di Stato, con Il Colore del Vetro; Vittorio Nessi, Procuratore a Torino, con Strani Amori (storie vere tratte dalla sua esperienza).
Tre temi diversi: la fiction noir, l’invenzione narrativa, la cruda realtà.
Ciò che accomuna gli autori, però, è la  doppia funzione di magistrato e scrittore.
A gestire l’incontro Fausto Cardella, Procuratore capo a L’Aquila.
Al termine dell’incontro verrà consegnato a Gianni Caria il premio come miglior libro dell’anno letto dagli studenti del Liceo. Un premio giunto alla settima edizione, con una giuria popolare, quindi, ma avvertita e incorruttibile.

2. Simone Sarasso, novarese, classe 1978, giunge con la Marsilio alla conclusione della Trilogia Sporca d’Italia (Confine di Stato, Settanta e Il Paese che amo) che lo ha imposto al grande pubblico. La trilogia segna l’evoluzione del nostro paese e, forse, è proprio lo specchio della complessa realtà che abbiamo vissuto, dei misteri irrisolti, delle vittime innocenti. E raccontare è, solamente, resistere oltre che ricordare!
Appassionato di cinema, di action movie in tutte le epoche, scrive per la TV.

3. Francesca Zucchiatti-Schaal è nata a Pordenone ma vive tra Venezia e Parigi. È traduttrice, interprete, curatrice di eventi culturali, giornalista. Nel 1994 si stabilisce a Parigi e fa parte del Centro de Langue et Culture italienne e della Camera di Commercio Italiana di Parigi per la quale ha curato l’edizione di alcuni saggi sull’immigrazione italiana oltralpe.
In Italia ha pubblicato Una dolce fine in Costa Azzurra (Milano, 1999), Una musica nella notte (Milano, 2001), In un posto qualunque all’ora indicata (Roma, 2003), Il problema del mese di aprile (Roma, 2004).

4. Stefania Nardini, romana, vive tra Marsiglia e l’Umbria. Giornalista, è autrice di Matrioska (Pironti, 2001), una storia sulla condizione delle donne in Ucraina, paese dove è stata la prima scrittrice contemporanea tradotta dopo la rivoluzione arancione, Gli scheletri di via Duomo (Pironti, 2009), un noir ambientato nella Napoli degli anni ’70, Jean Claude Izzo, storia di un marsigliese (Perdisa Pop), la biografia romanzata del grande autore francese grazie alla quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Alcuni suoi racconti compaiono in diverse antologie, tra cui L’altra Roma, pubblicato in Olanda nella raccolta De stedenverzamelaar (ed. Serenalibri).

5. Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Nel 2010 ha vinto il Premio Franco Fedeli con il libro Io ti perdono (Kowalski/ColoradoNoir) assegnato dalla Polizia di Stato per il personaggio femminile dell’ispettrice Maria Dolores Vergani. Nel 2011 ha vinto il Premio Scerbanenco per il miglior romanzo noir italiano con Ti voglio credere (Kowalski/ColoradoNoir). Tra gli altri suoi libri Dalla parte del torto (Mursia), Femmina de luxe (PerdisaPop, ora ripubblicato da Feltrinelli Zoom), Corpi di scarto (Verdenero Edizioni Ambiente), L’etica del parcheggio abusivo (Feltrinelli) e Dritto al cuore (edizioni e/o). Scrive per il teatro il cinema e collabora con diverse testate giornalistiche. È tradotta in Spagna, Francia e Germania.

6. Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel 1972. Drammaturgo, scrittore, regista e attore, per il teatro ha scritto e diretto: Ciò che accadde all’improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi), i tre spettacoli che compongono la Trilugia dell’impossibilità: Ouminicch’, ’A Cirimonia, Manichìni e il Dittico Del Disincanto (Visita guidata e Tauromachia). Vincitore del Fringe al 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano, i suoi spettacoli sono stati rappresentati nei maggiori teatri di ricerca nazionali. Ospitato a più riprese dall’Università di Liverpool nell’ambito degli Studi di Italianistica, di recente al suo lavoro sono stati dedicati studi monografici e tesi di laurea, in Italia e all’estero. Per la narrativa ha scritto L’ammazzatore (Perdisa Pop, 2007), Concetto al buio (Perdisa Pop, 2010) e Cattiverìa (Perdisa Pop, 2013).

7. Sergio Rossi, perugino, classe 1970, vive a Bologna e lavora nell’editoria. Dal 2009 scrive per la seria a fumetti Kino la talpa per il mensile prescolare GBaby. Esperto e storico di fumetto, ha diretto dal 1998 al 2995 la rivista di critica Fumo di China. Tra i suoi libri, il romanzo per ragazzi Scacco matto (Milano 2005), l’antologia sul fumetto erotico italiano Maledette, vi amerò (Vicenza 2007) e quella sul fumetto politico italiano degli anni ’70, L’immaginazione e il potere (Milano 2007).

8. Marco Buticchi è nato a La Spezia e ha viaggiato moltissimo per lavoro, nutrendo così anche la sua curiosità, il suo gusto per l’avventura e la sua attenzione per la storia e il particolare fascino dei tanti luoghi che ha visitato.
È il primo autore italiano pubblicato da Longanesi nella collana «I maestri dell’avventura», accanto a Wilbur Smith, Clive Cussler e Patrick O’Brian.
A dicembre 2008 è stato nominato Commendatore dal Presidente della Repubblica per aver contribuito alla diffusione della lingua e della letteratura italiana anche all’estero.
Con La voce del destino, suo penultimo romanzo (Longanesi, 2012), ha vinto il Premio Salgari 2012 ed è entrato nella rosa dei finalisti al Premio Bancarella.