“Un cadavere in presidenza” di Fabio Lotti

La diabolica setta di CaissaTratto da La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso, Prisma 2006. Ricordo che la seconda parte è stata scritta dal maestro di scacchi Mario Leoncini. (F.L.)

Bafio Tolti non ne poteva più. Erano già due ore che si discuteva sulla riforma Moratti che l’avrebbe strozzata se l’avesse avuta a tiro, sia per la riforma ma, soprattutto, per le discussioni che essa stava suscitando. Negli altri, perché lui era rintanato infingardamente e disonoratamente nell’ultima fila del collegio dei docenti di… con l’unico intento di asciugarsi la testa spelacchiata e di scambiare le solite battutine con Denara Tinco, uno dei pochi uomini dotato di fine arguzia che facevano parte di quel chiassoso consesso femminile. Ora la parola l’aveva presa una che le cantava chiare. E lunghe. “L’avete letto che cosa ci propone la nostra cara ministro?” e, poiché la maggior parte del nobile concistoro la riforma non l’aveva manco veduta e l’altra parte fu poco pronta e previdente nel dare un cenno di assenso, la M. S. scagliò una delle sue rinomate filippiche contro la Moratti, e già che c’era contro Berlusconi, Fini e tutta la compagnia del governo che tanto una qualche colpa ce la dovevano avere pure loro. A questo punto Bafio Tolti tirò fuori un sospiro così doloroso da intenerire gli animi più cupi. Ora sapeva come sarebbe andata a finire. Alla M.S. si sarebbe opposta la G.C. con una arringa altrettanto appassionata in difesa della ministro, poi sarebbe stata la volta di E.P a cercare una via di mezzo, quindi di F.Z. a completare il quadro con una ponzata filosofica delle sue e per ultimo sarebbe intervenuto il Preside, fino ad allora rimasto a sbrigare le sue faccende in presidenza, che avrebbe dato ancora una volta la stura ad altre estenuanti dissertazioni. Già, il Preside, perché non era presente? Di solito voleva assistere a tutte le riunioni, anche a quelle che non c’erano. Uno stakanovista del lavoro, duro, implacabile, inflessibile. Un rompiballe, insomma, con un attaccamento maniacale alla scuola. Anche lui avrà avuto da fare. Non si può essere sempre presenti a tutto.
Un urlo tarzanesco si sparse per tutta la scuola facendo sembrare la concione dell’insegnante di turno una preghiera sommessa. Proveniva proprio dal luogo dove era ubicata la presidenza. Bafio Tolti, che stava sfiorando la sessantina, fece un salto istintivo senza rendersene conto dalla sedia come Don Abbondio di fronte al tentativo del matrimonio a sorpresa e di corsa si sparò dalla porta che si trovava in fondo alla sala che portava direttamente al corridoio lungo il quale c’erano gli uffici amministrativi e la presidenza. Qui, davanti alla soglia, trovò la bidella Assunta con la faccia stralunata e paonazza che sembrava svenire da un momento all’altro.
“Prof… professore… guardi… guardi…” e queste furono le sue ultime parole perché effettivamente perse i sensi e cadde sul pavimento in tutta la sua formidabile larghezza. Il professore entrò di tre quarti, scrutò, vide e “Fermi tutti! Nessuno entri!” gridò con gli occhi stralunati alla folla di diplomate e laureate che stava sopraggiungendo come un fiume in piena.
“Qui c’è un morto, e Assunta svenuta che va aiutata. Io intanto telefono alla polizia”.
E la polizia arrivò quasi subito nella persona del commissario Marco Tanzini, del suo vice Manganelli e di alcuni giovani che dal loro atteggiamento timoroso si potevano intuire  alle prime armi. La scena che si presentò ai loro occhi era rivoltante, più rivoltante di quella già vista all’hotel Majestic  l’anno precedente quando il campione del mondo di scacchi era stato trovato ucciso con i pezzi di questo gioco conficcati negli occhi e nella gola. Manganelli represse a stento un conato di vomito. Conato dovuto non solo alla raccapricciante visione ma anche al fetore che proveniva dalla stanza.
“Sembra di essere in un porcile”.
“Sembra, ma non ci siamo. Fai finta di essere nella tua camera da letto, Manganelli”.
“Questo odore mi ricorda più quello del gabinetto”.
“Lo sospettavo che non tenessi molto alla pulizia”.
“Commissario, facevo così per dire”.
“Ed io ho fatto così per rispondere. E tanto che siamo a coniugare il verbo fare, facciamoci coraggio e vediamo di che cosa si tratta”.
“Intanto il preside, mi pare morto”.
“A Mangané!”.
“Okey, mi zitto”.
“Bravo”.
In effetti che il preside fosse morto non ci voleva molto per capirlo. Era seduto con il corpo allungato sulla scrivania ed il capo spappolato con la corteccia cerebrale schizzata dappertutto. Al momento del trapasso aveva avuto una specie di spasmo tanto da fargli uscire gli escrementi che sporcavano la sedia ed erano colati lungo i polpacci fino a bagnare le scarpe. Il motivo della morte doveva essere stato causato da un magnifica statuetta di marmo lunga all’incirca trenta centimetri raffigurante un cavallo con le zampe anteriori alzate che si trovava ora, sdraiato sulla scrivania, ricoperto di sangue e di materia cerebrale. Accanto al terribile destriero una piccola scacchiera tascabile con un diavolo nero al centro.
“Accidenti, che roba! Da come si è accanito sembra che volesse essere proprio sicuro di averlo ucciso.”
“Ma non è tutto. Guarda qui, Manganelli.”
“Porc… gli hanno…gli hanno cucito gli occhi!”
“Come ai falconi del…”
“Come a chi?”
“Lascia perdere. Glieli hanno cuciti con un filo rosso.”
“E perché?”
“Ti ringrazio per la fiducia, ma ti ricordo che stiamo iniziando le indagini solo da pochi minuti.”
“Questo è vero.”
“Appunto. Allora dato che siamo agli inizi di una indagine sai quello che devi fare.”
“Mando i ragazzi a prendere tutti i dati delle persone presenti, le interrogo personalmente per sapere i loro movimenti, faccio controllare i loro vestiti. Sarà un lavoro lungo.”
“Pazienza.”
“Pazienza, e poi…poi…”
“E poi, se non succede nulla di eclatante li mandi a casa.”
“Li mando a casa.”
“Sì, ma prima fai venire anche il medico legale.”
“Faccio venire il medico legale.”
“Che fai il pappagallo?”
“No, è che ripetere mi aiuta.” E il Manganelli se ne andò via veloce prima di sentire il solito grugnito del capo. Il quale se ne rimase nella stanza per esaminarla a dovere. Nella pozza di sangue che si era formata ai piedi del cadavere fu colpito da un luccichio che si rivelò essere dovuto al riflesso dorato di un orecchino di graziosa fattura che rappresentava un satiro che suonava una specie di piffero. La finestra che dava su un piccolo cortiletto era aperta, si affacciò e sull’erba impiastricciata vide delle impronte. Scavalcò la finestra, scese con cautela sul bordo di pietra e si mise ad osservare meglio quelle strane impronte. Strane perché si trattava evidentemente di un piede maschile di notevole stazza, ad occhio e croce un bel destro sul 48, e di un 36 o giù di lì che si allontanavano verso il cancello dell’uscita.. Il commissario tirò un sospiro angoscioso e ritornò nella stanza rendendosi conto che si poteva entrare facilmente. Sempre che uno avesse due gambe e due piedi normali.
La signora Assunta riprese conoscenza a fatica e per tutto il colloquio con il commissario mantenne un colorito a chiazze bianche e rosse che facevano il loro bell’effetto anche da lontano.
“Si calmi, signora. Non pensi a quello che ha visto e risponda alle mie domande. Senza fretta. Si prenda il tempo che vuole. Vogliamo provare?” La bidella fece un labile accenno di assenso con la testa.
“ Dunque, perché è andata in presidenza? L’aveva chiamata il preside?”
“In effetti ho ricevuto una telefonata dalla presidenza, una telefonata un po’ strana, a dir la verità.”
“Una telefonata ricevuta dove?”
“Al telefono che abbiamo qui sotto sul bancone riservato ai bidelli che è in contatto sia con gli uffici di segreteria sia con la presidenza.”
“Ho capito. Mi ha detto, però, che la telefonata le è parsa strana.”
“Sì, e ripensandoci mi sembra ancora più strana. Per due motivi: uno perché il preside mi ha detto di andare da lui fra dieci minuti esatti; due perché aveva una voce strana.”
“Anche la voce strana. Ma perché?”
“Perché…perché era come se fosse quella di un bambino.”
“Hmmm… E che ore erano quando ha ricevuto la telefonata?”
“Erano esattamente le diciannove”.
“E come fa ad esserne così sicura?”
“Perché ho guardato istintivamente l’orologio. Ed io sono andata a trovarlo alle diciannove e dieci e l’ho trovato… e l’ho trovato…” e qui scoppiò in un pianto liberatorio che durò qualche minuto.
“Su, su, coraggio, si riprenda. Un’ultima domanda e la lascio in pace. Lei è sempre stata al suo posto, qui sotto la presidenza.”
”Sì, non mi sono mai mossa.”
“E non ha visto passare nessuno?”
“Verso le diciotto e trenta è passata l’insegnante M.C. per andare… per andare… lei mi capisce… che si trova proprio in fondo al corridoio lungo il quale, all’inizio c’è la presidenza.”
“E l’ha vista ritornare?”
“Sì, sì l’ho vista ritornare anche se dopo un bel po’ di tempo, presumo necessario per… lei mi capisce.”
“La capisco, la capisco. Capita a tutti di avere bisogno di… Ancora una domanda.”
“Mi aveva detto che era l’ultima…”
“Questa è proprio l’ultima. Glielo prometto. Per andare in presidenza si deve passare per forza di qui?”
“No, si può passare anche da una uscita che dalla sala delle riunioni collegiali porta quasi alla fine del corridoio dove sono i bagni riservati agli insegnanti.”
Mentre Manganelli e gli altri giovani poliziotti si davano da fare con l’assemblea formicolante degli insegnanti il commissario ne approfittò per dare uno sguardo all’edificio scolastico. Uscì fuori partendo dal cancello che costituiva la prima entrata verso la scuola. Qui c’era un ampio spazio per il parcheggio dei pulmini che trasportavano i ragazzi, poi veniva la porta a vetri che costituiva la vera entrata nella scuola. A fianco, sulla sinistra e a bassa altezza tre finestre: quella della presidenza e quella di due stanze adibite al lavoro di segreteria. Sulla destra la palestra per la ginnastica. Appena entrati sulla sinistra un lungo tavolo delimitava il luogo adibito al lavoro di Assunta e degli altri bidelli che comprendeva una scrivania con relativo telefono, una fotocopiatrice, un computer ed un piccolo ripostiglio per gli attrezzi da lavoro per pulire la scuola. Da una apertura del bancone salendo alcuni scalini si accedeva, sempre sulla sinistra, alla presidenza e alle due stanze dove si svolgeva il lavoro di segreteria. Sulla parete in fondo al corridoio uno specchio piuttosto grande e sulla destra i bagni riservati agli insegnanti. Prima di arrivare ai bagni ancora sulla destra si apriva un breve corridoio che conduceva nella sala riunioni dotata di una accettabile biblioteca per gli alunni. Ritornando all’ingresso e non volendo svoltare a sinistra verso il corridoio leggermente rialzato della presidenza si poteva percorrere un altro lungo corridoio. Sulla destra si trovava  la sala insegnanti e poi due aule, il bagno delle alunne, altre due aule e il bagno dei maschi. Sulla sinistra, invece, due ingressi portavano alla già summenzionata sala delle riunioni ed un altro breve corridoio all’aula di educazione musicale. Sempre sulla sinistra, subito dopo lo spazio dedicato ai bidelli due brevi rampe di scale portavano ad un secondo piano dove erano collocate le altre aule, la sala di educazione artistica, il laboratorio di scienze e la stanza dei computer. A prima vista una scuola luminosa, spaziosa e bene organizzata. Peccato per il morto.
Già, il morto. Marco Tanzini scese le scale che lo avevano portato al piano di sopra proprio mentre arrivava il medico legale Giovanni Serbelloni con la sua devastante corporatura che traballava da tutte le parti. Dopo avere svolto il solito rituale, fu perentorio nella risposta. Il povero preside se ne era andato da questo mondo tra le 18.30 e le 19.00 minuto più minuto meno. La causa era tutta in quel cavallo di marmo sbattuto con troppa violenza sulla sua testa. E non ci fu verso di cavargli un’altra parola di bocca. Anche perché sudava che pareva uscito dalla doccia ed era tutto intento, senza alcun successo, a tenersi asciutto il faccione privo di mento con un fazzolettone verde bottiglia che sembrava un asciugamano da spiaggia. Dopo un po’ arrivò anche Franco Rinesi della scientifica a setacciare la presidenza per rilevare impronte e quanto altro di utile alle indagini. Un secondo Serbelloni dal punto di vista espressivo ma assai  diverso rispetto alla stazza. Secco striminzito da metter paura alla fame. Al quale ordinò di fargli sapere al più presto possibile i risultati del suo lavoro.
Poi fu la volta di Manganelli, lui, invece, fornito anche di troppe parole, che riferì i risultati degli interrogatori svolti con tanto zelo. “Bene, per ora fermiamoci qui. Manda tutti a casa e andiamoci anche noi che si è fatto tardi. Ci vediamo domattina in ufficio. Sul tardi, perché tu nel frattempo mi vai a cercare tutte le notizie su questo benedetto preside. Non so perché ma ho l’impressione di avere commesso un grave errore a riprendere servizio. Me ne stavo così tranquillo in pensione…”
A casa trovò un biglietto di Giulia, la domestica, piuttosto irritato con il quale spiegava che tutto il suo lavoro se ne era andato a farsi friggere per il grave ritardo, che il mangiare era in frigorifero, che non era colpa sua se, nell’attesa, aveva perso la naturale gradevolezza e che un’altra volta, magari, avesse il buon gusto di avvertirla. Ma l’appetito del commissario, che aveva assunto i terribili connotati della fame, non guardò tanto per il sottile e fece sparire tutto quanto come se fosse preparato al momento.

“Che male c’è?” di Ugo Mazzotta

Todaro Locandina Mazzotta RomaFine settembre, Sardegna. Un Andrea Prisco confuso e smarrito si ritrova a Cagliari in seguito a una “promozione punitiva” (sì, ai ministeriali succede anche questo…). Diventato vicequestore con tanto di encomio pubblico, è stato frettolosamente trasferito dal commissariato “Bella Napoli” a Cagliari, dove non si rassegna al lavoro d’ufficio e invidia i suoi sottoposti che invece continuano a svolgere il lavoro di strada, anche se “in aliquota” alla Polizia giudiziaria presso la Procura.
Guardato con un certo sospetto anche da superiori e sottoposti, Prisco naviga a vista fino al suo primo caso importante, un omicidio e un tentato omicidio in una concessionaria. Il morto è Sandro Deiana, il moribondo è l’amico Maurizio Melis. Entrambi lavoratori, sposati con figli adolescenti, media borghesia, mogli amiche tra loro… Chi poteva avere un movente per l’omicidio? Si inizia a scavare nella vita della vittima e gli scheletri non rimagono nell’armadio. Nel frattempo, però, una minaccia incombe sulla vita di Prisco, una persona che proviene dal passato e che non esiterà a colpire le persone a lui vicine pur di ferirlo.

Trae spunto da fatti di cronaca Che male c’è? (Todaro, 2014, anche in ebook), la nuova indagine di Andrea Prisco, l’investigatore creato da Ugo Mazzotta.
Tra i diversi casi seguiti in Procura (come nella realtà, non si indaga mai su un unico evento ma su più vicende contemporaneamente) quello di più dolorosa attualità riguarda la prostituzione minorile, le modalità sconcertanti e disarmanti con le quali insospettabili studentesse minorenni si ritrovano, anche a loro insaputa, a barattare prestazioni sessuali reali e virtuali per pochi spiccioli. Ma anche la complicata vita sentimentale di Prisco avrà dei risvolti particolarmente cupi, davanti ai quali l’uomo (non l’investigatore) si ritrova completamente privo di risorse.
Nella svolta sarda di Prisco sembra assumere particolare rilievo una nuova protagonista, il procuratore Silvia Congiu, donna bellissima, determinata e assai complicata. E al momento pluri-impegnata.
Di più non può dirsi…

Con Ugo Mazzotta parleremo di Che male c’è? mercoledì 2 aprile alla libreria Koob (via Luigi Poletti 2 – Roma).
Ecco intanto i “book appetizers”, mini letture unite a immagini e musica, creati dall’autore per Che male c’è? e riuniti in un’unica playlist:

“Quello che ti meriti” di Anne Holt (2008)

quello che ti meritiQuello che ti meriti (Einaudi Stile Libero Big, 2008, anche in ebook) è il romanzo più celebre di Anne Holt, scrittrice, giornalista e avvocato norvegese.

Un’ondata di crimini colpisce la Norvegia: alcuni bambini vengono rapiti e, dopo qualche giorno, il loro cadavere viene riconsegnato alle rispettive madri, accompagnato da un biglietto: Adesso hai quello che ti meriti. L’omicida è attento, non lascia tracce e soprattutto sembra colpire in maniera del tutto casuale. Mentre nel Paese si scatena la psicosi, la criminologa Johanne Vik ha qualche resistenza a farsi coinvolgere dall’investigatore Stubø nell’inchiesta perché è già impegnata su un altro fronte: quello di un vecchio caso di omicidio per il quale – forse – era stato condannato un innocente.

Johanne Vik ha qualche tratto della Kay Scarpetta prima maniera: è una donna solida, affidabile e determinata a dispetto delle avversità familiari. Separata e con qualche storia fallita alle spalle, rimane colpita da Stubø, il quale a sua volta è vedovo e ha una spiccata dedizione per il lavoro.
La trama si regge sulle spalle dei due protagonisti e sulla figura del serial killer, elemento certo non ignoto ai lettori di mystery ma usato in un contesto – quello norvegese – che permette di giocare sul fatto che si tratta di una – relativamente – piccola comunità.
L’intreccio intelligente – anche se il lettore attento intuisce la soluzione a metà del libro, più o meno – è generosamente supportato da suspense, sentimenti e da una scrittura più che convincente.

 

Un delitto impossibile (2000)

un delitto impossibileNei momenti di confusione, sommersa da novità e presunti capolavori, trovo rilassante rifugiarmi nel passato.
Ieri ho recuperato (e non è facile, purtroppo, trovarne una copia: molti ringraziamenti vanno a chi me l’ha fatta avere) Un delitto impossibile di Antonello Grimaldi. È un bellissimo film giallo tratto dal romanzo Procedura (Einaudi) di Salvatore Mannuzzu.
Valerio Garau (Lino Capolicchio), sostituto procuratore di Sassari, viene ucciso nel bar del Tribunale davanti agli occhi di Lauretta Oppo (Angela Molina), magistrato, amante storica di Garau. L’indagine viene affidata per competenza al procuratore Pietro D’Onofrio (Carlo Cecchi), rude magistrato della procura di Palermo, che si scontra immediatamente con le tesi accusatorie del magistrato locale, il procuratore Pani (Ivano Marescotti). Pani ha un’idea ben chiara su chi sia il colpevole: non può che essere il marito di Lauretta, presidente della Corte d’Appello.
D’Onofrio invece ha le idee altrettanto chiare sul fatto che la verità vada cercata oltre le apparenze.
Una storia semplice e complessa al tempo stesso, raccontata con grande eleganza, senza indugiare su particolari morbosi. Molto intensa l’ambientazione sarda, con scorci di paesaggio che sembrano arrivare dal passato. Musiche suggestive. Interpretazione incisiva degli attori, che in confronto al piatto panorama televisivo attuale hanno una “voce” e una presenza fisica di grande impatto.
Un film coraggioso anche per via dei temi trattati: temi scomodi, che forse spiegano per quale motivo il film non abbia avuto molti passaggi televisivi. Ma soprattutto un giallo elegante e sorprendente. Un’anomalia, una perla tutta italiana di cui andare orgogliosi.

Se riuscite, recuperatelo.

Un delitto impossibile
Regia di Antonello Grimaldi
Con Carlo Cecchi, Ivano Marescotti, Angela Molina, Lino Capolicchio (e Silvio Muccino bambino).
Italia, 2000

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAÈ morto il sor Antonio. Quello che attaccava sempre i miei gialletti. È scivolato, ha battuto la testa sulla tazza del water e ci è rimasto secco. Così, per pura sfortuna. Qualcuno ha fatto notare che sul pavimento, proprio lì vicino alla sua “sedia”, c’era qualcosa di appiccicaticcio che deve avere contribuito alla funesta caduta. Ma su mia premurosa iniziativa tutto è stato pulito con cura, perché non succedesse qualche altra disgrazia. Adagiato il corpo su una lettiga, prima di essere portato via, ho tessuto l’elogio del morto rammaricandomi di avere perso un critico schietto e genuino come il sor Antonio.

Un giretto tra i miei libri
Questa volta poca o niente trama (la memoria vacilla), ma personaggi.

una carrozza nella notteUna carrozza nella notte di Richard Austin Freeman
Ricordo bene il personaggio del dottor Thorndyke. Bello che più bello non si può. Alto, slanciato, atletico, profilo greco, un dio sceso sulla terra. Tiene sempre a portata di mano una valigetta verde in cui ci sono tutti gli strumenti e le sostanze chimiche che gli servono per i suoi esperimenti scientifici.
Richard Austin Freeman (1862-1943) medico anche lui, oltre che per il suo famoso Thorndyke (ha scritto con questo personaggio ben 21 romanzi e 42 racconti), si ricorda anche per il contributo alla narrativa della “inverted story”, nella quale il lettore è già a conoscenza del delitto ed il godimento sta soprattutto nell’assistere alle schermaglie tra il detective e l’assassino. Chandler lo considerava uno splendido artista capace di creare una continua suspense. E se lo dice lui…

nessuno piange per il diavoloNessuno piange per il diavolo di Claudia Salvatori.
Anche qui un paio di personaggi: le due detective Mariarita Fortis e Stella del Fante. La prima fa la ghost reader (in precedenza era stata anche insegnante) per l’onorevole Gianfrancesco Balenotti, cioè legge per uno che non ha tempo di leggere. In realtà se la cava brillantemente senza leggere nulla “sorvolando, copiando, riciclando, attingendo a ricordi, analogie e talvolta spudorate invenzioni”. Vive in un bilocale lasciatole da uno dei suoi “undici ex fidanzati” tanto per non rimanere sola, suppongo. Bruna con gli occhi neri, meno alta ma più femminile di Stella. Bevicchia (si fa per dire): al bar ordina tre vodka per sé. Ha una mamma femminista storica che non è proprio nata per fare la mamma.
Stella si presenta “con pantaloni bianchi e sporchi di una tuta, scarpe da basket bianche e lerce, e la sua maglietta preferita, quella con la scritta Born to be a Winner in bianco su fondo nero”. Ha i capelli rossi, separata da Willy con figlio affidato al padre per la vita intensa in relazione al suo lavoro di detective. È ricca ma ce l’ha con un analista freudiano che in meno di un anno le ha “prosciugato il conto in banca”. Ama trovarsi in luoghi e situazioni in cui avverte un pericolo immaginario. Una bella coppia.

uno della famigliaUno della famiglia di Christianna Brand.
Mi soffermo sull’autrice. Se il personaggio vi piace potete buttarvi tranquillamente sui suoi libri. Questa Christianna Brand ( in realtà il cognome vero è Milne ) ne ha provati di lavori! “Governante, commessa, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista e decoratrice d’interni”. Nata nel 1907 in Malesia, poi trasferita in India e infine in Inghilterra. Nel periodo in cui lavora come commessa in un negozio scrive un giallo in cui fa uccidere una compagna di lavoro che la tormenta. La vicenda viene ripresa dopo il matrimonio del 1939 e pubblicata nel 1941 con il titolo Death in High Heels (La morte ha i tacchi alti), seguita da un altro romanzo in cui compare per la prima volta l’ispettore Cockrill della polizia del Kent (lo troviamo anche in questo libro, un piccolo, vecchio passero insignificante solo al primo sguardo). Di Christianna Brand si ricorda soprattutto Delitto in bianco del 1944 dove la vittima viene uccisa sul tavolo di una sala operatoria davanti agli occhi di tutti. Interessante anche la trilogia di Tata Matilda, una tata, appunto, che si serve della magia per tenere buoni i bambini che le sono affidati. Muore a Londra nel 1988. Un pezzo grosso del mystery se il famoso critico Anthony Boucher la inserisce tra scrittori come la Christie, Carr ed Ellery Queen. Era una donna “interessante ed arguta”, piena di spirito e di umorismo, capace di “battute fulminee ed apologhi spiritosissimi”.

Maisie DobbsMaisie Dobbs di Jacqueline Winspear
Maisie Dobbs è davvero un personaggio eccezionale. Capelli neri e occhi azzurri che guardano “dritto dentro”. Sin da piccola dura, forte, caparbia. Intenso e affettuoso rapporto con il padre Frankie vedovo (vive solo per lei) e con il suo insegnante privato Maurice Blanche i cui consigli le sono utili anche nella vita adulta.
Affascinata dalla biblioteca di lady Rowan (opere filosofiche di Hume e altre cosette del genere), studia e lavora, studia e lavora fino ad arrivare all’Università. Per puro slancio patriottico diventa infermiera. Ed ecco la guerra, il contatto con la morte e la sofferenza degli altri. E poi l’amore con Simon, tenero amore fatto solo di sentimento e teneri baci. Maisie è il vero motore del libro, al margine il mistero del giallo. Qualche lacrima subito asciugata, niente lamenti o piagnistei. In un mondo reale o in quello fittizio dei libri, dove vengono messe in mostra le sozzerie più sozze, le vigliaccherie più vigliacche, il marciume più marcio dell’uomo, dove impera il linguaggio più becero e schifoso e la volgarità più volgare, fa piacere ritrovare una ragazza semplice e pulita come Maisie Dobbs con i suoi sentimenti semplici e puliti.

gli assassini del profetaGli assassini del profeta di Mehmet Murat Somer
Ormai beccare un detective diverso dalle milionate di detective già in circolazione è più difficile che far passare il classico cammello attraverso la cruna del solito ago (povero cammello, ma anche povero ago…).
Mehmet Murat Somer ci deve avere pensato un po’ sopra e poi ha tirato fuori un transessuale per la gioia dei lettori, soprattutto dei nostri politici. Siamo in Turchia, più precisamente ad Istanbul, terra fertile di detective particolari. Vedi, per esempio, l’eunuco Yashim Togalu di Jason Goodwin, superiore di un bel palmo a Somer.
Veniamo al nostro/a . “Io sono una bella di notte e un uomo di giorno” dichiara nella sua prima avventura (Scandaloso omicidio a Istanbul). Programmatore informatico, moderatore di una chatroom “Ragazze-uomo!” per lesbiche, gay e travestiti, proprietario in parte di un club che gestisce personalmente, abile nelle arti marziali, gli/le (non fateci caso che farò confusione) piace la cucina, i telequiz, stravede per Ava Gardner e Audrey Hepburn della quale vorrebbe conservare la linea.
Tutto filerebbe liscio nella sua movimentata e scoppiettante vita se non ci fosse un fissato che uccide travestiti secondo le stesse modalità con le quali era stato segnato il destino dei Profeti. Vedi Ceren morto bruciato, o Gül finito in una cisterna, in entrambi i casi con somiglianze legate alla vita di Abramo e Giuseppe (anche se questi si erano salvati). Indagando su tali omicidi, aiutato/a dall’amico commissario e dall’amica Pompon, vengono fuori altri episodi del passato che evidenziano le stesse caratteristiche. Mica male.

Capablanca di Vasilij Panov
A onor del vero la prima esternazione che mi è sorta spontanea dal cuore, dopo avere letto la vita e le avventure scacchistiche del mito Josè Raoul Capablanca (1888-1942), può essere benissimo condensata in due sole parole “Che culo!”. Sentite un po’ cosa ne pensa il mai dimenticato Esteban Canal: “Capablanca nacque certo in un giorno di festa e di tripudio! Cantavano gli angeli nelle alture e le muse danzavano intorno alla casa un gaio girotondo, mentre la dea fortuna gli preparava i regali: bellezza, ricchezza, salute, intelligenza, tutto ben dosato e senza eccedere; soltanto il cartoccio della saggezza era un po’ bucato…” (E. Canal Il virtuoso Capablanca in Esteban Canal di A. Zichichi. Messaggerie Scacchistiche, Brescia 1991, pag.102). Chi vuole conoscere un grande campione e beccarsi un po’ di invidia legga il libro.

Spiluzzicature
Ho spiluzzicato con soddisfazione La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker. Mi era venuta voglia di acquistarlo ma, vista la lunghezza, ho avuto timore di tirarci il calzino e ho desistito.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Il primo impatto con le Operette morali di Leopardi (sempre da giovincello) fu di inaspettata meraviglia. Me le immaginavo robustamente pallose dato il tetro aggettivo e invece non me ne staccai fino all’ultima pagina (miracolo). Il Gallo silvestre, le mummie e la Natura in prima fila a volteggiare paurose nel sogno che ne ricavai piuttosto tormentato (in primis dalle mummie con la loro mortuaria, fascinosa canzone). Anche la terra vuota palleggiata da Ercole e Atlante mi colpì in modo particolare e credo che il concetto sia tutt’ora valido. Soprattutto dalle nostre parti. E non votatemi pessimista.
Sono sincero. Le poesie più conosciute dei Canti con la donzelletta campagnola vestita a festa che trilla da tutte le parti, il triste passero solitario con il becco che gli casca per terra, la bella Silviona dal canto perpetuo, l’ermo colle e la siepe benedetta insieme al gioioso sabato nel villaggio che la domenica si muore di pizzichi, mi fecero meno effetto. Sempre all’inizio. Poi ci ho tirato sopra anche qualche singhiozzato sospirone. E vedete quant’è strano i’ Lotti.

Presentazioni
Curarsi con i libriCurarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, Sellerio 2013 (anche in ebook).
Non mi era mai capitato di presentare due volte lo stesso libro, ma ora faccio una eccezione viste le richieste da parte di molti lettori sofferenti di alcuni problemetti corporali e non. Naturalmente terrò segreti i loro nomi che la faccenda è delicata.
Andiamo al sodo. Per chi soffre di eiaculazione precoce efficace risulta Pamela di Samuel Richardson dove il signor B. insidia di continuo, senza risultato, la suddetta Pamela per diverse centinaia di pagine. Questo vi aiuterà a resistere alla tentazione di giungere troppo presto all’atto finale.
E già che siamo in tema di disturbi sessuali possiamo avere un certo giovamento all’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati. L’uomo del titolo è bello, bellissimo, una statua greca, le donne ai suoi piedi. Ed ecco che si sposa e non consuma il matrimonio. Mal comune mezzo gaudio.
Se vi sentite falliti per qualsiasi motivo buttate giù Storia di un uomo che digeriva male di H.G. Wells. Mr. Polly vive in uno stato di indigestione permanente, scontento e avvilito di se stesso. Tenta il suicidio ma non gli riesce. Allora cambia modo di fare e trasforma il suo fallimento in nuove occasioni. Perché non provare?
Soffrite di insonnia? C’è pronta La casa del sonno di Jonathan Coe. Bellissimo libro che vi farà restare ad occhi aperti. Consiglio di leggerlo di giorno e la notte russerete tranquilli.
Per gli alcolisti cura efficace con Shining di Stephen King. Qui Jack Torrance, lo scrittore protagonista attaccato perennemente alla bottiglia e volto all’autodistruzione della sua vita, vi metterà paura e “vi spingerà verso il succo d’arancia”. Che non è male.
Chi soffre di balbuzie può trovare giovamento in A casa di Dio di David Mitchell. Il tredicenne Jason Taylor, angustiato da questo difetto, con grande sforzo di volontà riesce a stringere un nuovo legame con le parole e a superare l’ostacolo. Ci si può fare.
Gli obesi, invece, seguiranno i consigli della signora Hawkins, “l’eroina dal doppio mento” di A mille miglia da Kensington di Muriel Spark. Ce n’è per tutti, anche per i supergrassi. Se non siamo proprio obesi ma, diciamo, in sovrappeso, c’è Precious Ramotswe, creatura di Alexander McCall Smith, a tirarci su con la sua discreta stazza che volteggia sicura e sorridente da tutte le parti nelle storie ambientate in Botswana.
Rimedio radicale per sconfiggere il senso di colpa è Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. Dopo avere letto gli straordinari tormenti di Rodion Romanovi Raskol’nikov, che lo angosciano per avere compiuto due delitti, vi verrà voglia di confessare le vostre colpe, piccole o grandi, e di stare in pace con voi stessi.
Qui chiudo e non farò un altro intervento. Perciò un consiglio. Non comprate il libro (così risparmiate) ma telefonatemi o mandatemi una mail sui vostri malanni che saprò darvi le indicazioni adatte.
Intanto vi auguro buona salute.

melodie di morteMelodie di morte di Jonathan Stagge, Robert Goldsborough, Cornell Woolrich, Mondadori 2013.
Nella introduzione Mauro Boncompagni ce lo dice apertamente. Certe ballate o filastrocche nel romanzo poliziesco sono di una sfiga pazzesca. Portano morti ammazzati a go-go. E ne fa una lista impressionante. Fra cui quelle inserite in queste tre chicche.
Partiamo dalla prima Dolce, vecchia canzone di morte di Jonathan Stagge.
“Un gruppo di amici a un picnic, qualcuno canta un’antica ballata. Cala la sera, scoppia un temporale, e al rientro mancano all’appello due gemellini. Giacciono in uno stagno, uccisi seguendo le parole della canzone. E finché il dottor Westlake non fermerà il loro assassino, la sinistra filastrocca continuerà a scandire omicidi”.
C’è il dongiovanni rubacuori, la classica persona mancante occupata da altra parte, questioni sentimentali, una collana pregiata, una segheria con mistero incorporato. Ma c’è, soprattutto, la sfilza dei morti ammazzati che si rimpolpa sempre più. E il dottor Westlake, insieme all’ispettore Cobb che cerca di svelare il vero volto dell’assassino. Un pazzo pericoloso (e un po’ di pazzia serpeggia in qualche famiglia) o un terribile programmatore di morte?… Brividoso.
Nero Wolfe: delitto in mi minore di Robert Goldsborough.
“Lettere di minaccia perseguitano il direttore della New York Symphony Orchestra. Interpellato dalla nipote del musicista, Nero Wolfe accetta il caso in nome di un antico debito di gratitudine”. Chiaro che lo zio si ritrova morto ammazzato con un tagliacarte infilato dietro la schiena. Solito quadretto umoristico nella vecchia casa arenaria nella Trentacinquesima strada Ovest, vicino allo Hudson, con Archie Goodwin a raccontare la storia e flirtare con Lily Rowan, Nero Wolfe stravaccato in poltrona a bere birra, Theodore Horstman a vigilare sulle diecimila orchidee e Fritz Brenner a preparare succulenti menu. Questa volta il caso è complicato e il “poltronista” (mio conio) per eccellenza è costretto a chiedere l’aiuto dei suoi abituali collaboratori e a un investigatore privato di Londra. Poi, quando incomincia a muovere ritmicamente le labbra, il caso è risolto. Leggero e frizzante.
Passi che si avvicinano di Cornell Woolrich.
“Ceil è una ragazza che adora il jazz. Almeno una volta alla settimana, suo padre la vede tornare a casa con un nuovo disco. Lei lo suona e lo suona ancora, ad oltranza, prima di staccarsene e passare al successivo”. Ma nell’ultimo c’è qualcosa che non va. Matt Molley, il cantante, geme in modo più “realistico” del solito. “Ohhh, sto male: Ohhh, muoio” al posto del conosciuto verso. Impossibile, via. O possibile? Una perla.
Ancora una volta scelta perfettamente centrata del nostro curatore.

uno di noi deve morireUno di noi deve morire di Ursula Curtiss, Mondadori 2013.
“Andrew Sentry ha perso il fratello Nick durante la guerra di Corea. Catturato dalle guardie mentre cercava di evadere da un campo di prigionia e fucilato. Ormai sono passati anni, ma la ferita di quella scomparsa non si è mai cicatrizzata”.
Ferita che si riapre quando in un bar si trova davanti un tizio appollaiato su uno sgabello “Un albino dalla carnagione rossa, frutto di settimane alle prese col sole e di ore alle prese col whisky”. Ha conosciuto suo fratello tradito da un certo Sands. Un assassinio.
Chi può essere, ora, Sands? Sotto quali vesti può nascondersi? È, forse, James Court, l’amico della fidanzata di Nick, oppure Cy Stevenson, l’amico dello stesso Andrew, o Charles Farrar, il fidanzato dell’amica di Sarah? (scusate le ripetizioni). Tanto per citare quelli più probabili. Si cercano certe lettere di Nick che sono sparite, si cerca, soprattutto, un taccuino con lo schizzo di Sands che potrebbe rivelare la sua identità. Quando arriva un biglietto di minaccia del sopracitato il cerchio si stringe e c’è da lottare per la vita. Dubbi, assilli, un incidente del passato che getta nuova luce, la pioggia insistente, il tuono, tutto tende a creare momenti di tensione che percorrono l’intera vicenda.

nelle mani di dioNelle mani di Dio di Gianni Biondillo, Guanda 2014
L’ispettore Ferraro, più vicini i cinquanta dei quaranta, sta tornando a casa armato di cuffie e di pezzi tamarri. Importa assai l’età. Ma non ha fatto i conti con il truce Destino che si presenta sotto le sembianze del sovrintendente Vincenzo Ranieri. In macchina, e lo strappo è scontato. E non ha fatto i conti nemmeno con la maestra Loretta che si è fatta uccidere proprio vicino alla sua cattedra. Strangolata e presa a calci e pugni. Addio riposo. Ora si balla anche senza cuffie sotto controllo della dottoressa Giuliana Di Muro (tostina il suo).
Visti due balordi in zona. Via alle indagini. Al centro islamico (minoranza perseguitata), dalla famiglia Xiao (società ormai multietnica), da certi genitori degli alunni. Maestra tosta contro il lassismo imperante, colpa dei figli? Colpa dei genitori? Colpa degli insegnanti? E i talk show che ci ricamano sopra con il criminologo fisso.
Un assassinio “esagerato”, improbabile per mettere a fuoco certi malanni della società. Impostazione un tantinello meccanica con i pro e i contro come in quei dibattiti televisivi presi di mira. Scrittura che scivola via come un’anguilla.

il terrore che mormoraIl terrore che mormora di John Dickson Carr, Polillo 2013.
Il dottor Miles Hammond è invitato ad una cena del Club del Delitto dove parlerà il professor Rigaud (siamo nel 1945). Tredici uomini, tredici celebrità in vari campi del sapere, che discutono casi di omicidio ormai classici. Ma i membri del club sono assenti. Presenti solo Barbara Morell, ospite del dottor Gideon Fell come Miles, e Rigaud che espone ai due il suo caso avvenuto nella cittadina di Chartres prima della guerra. Qui vive la ricca famiglia Brooke, bella villa e una torre poco distante. Arriva la nuova segretaria Fay Seton, collo sottile, capelli rossi folti, occhi azzurri e sognanti che fanno fremere il giovane Harry Brooke. Ma dopo un po’ incominciano a girare voci spiacevoli sul suo conto, il padre del giovane chiede un incontro con lei sulla torre. Morto stecchito infilzato dal suo bastone che nasconde una lama, spariti i duemila dollari che probabilmente servivano per sbolognare la ragazza. Delitto impossibile perché la vittima era sola sulla torre!
Ora, combinazione delle combinazioni, la bibliotecaria richiesta da Miles per mettere in ordine i suoi libri è proprio Fay Seton, con i capelli che scintillano e il profumo che inebria…
Il mitico Gideon Fell arriva a pagina centonove con la sua stazza gigantesca, una lunga cappa nera, “rullando e beccheggiando con la maestà di un imperatore”, la faccia rubiconda, gli occhi ammiccanti, il folto ciuffo di capelli striati di grigio, i baffoni da bandito e i numerosi menti che si agitano. Sarà lui a risolvere il mistero gravato da una coltre di terrore e di vampiri che sembrano costituire il nucleo di una vecchia storia che si ripropone. Fremiti d’amore e colpi di scena a completare il tutto con il conte Cagliostro che fa la sua parte (giuro).
Troppo complicato? Al limite del credibile? Vedete un po’ voi.

doppia ombraLa nostra Patrizia Debicke (la Debicche) presenta Doppia ombra di Roberta Gallego, TEA 2014.

Come in Quota 33, il suo primo romanzo, anche in Doppia ombra la Gallego, pubblico ministero nella vita, ci presta le sua esperienza diretta sul campo per costruire diabolicamente uno strano poliziesco, con protagonista più la scenografia ambientale della Procura della Repubblica di Ardese, piccola e ordinata città lacustre di provincia, che non i veri personaggi della storia gialla noir.

Il pur articolato percorso giallo che ci presenta nei panni di “eroi” il sostituto procuratore Alvise Guarnieri e il suo team di investigatori, tirate le somme, si rivela alla fine solo un filo conduttore, quasi la “causa incidentale” di un’antologia di esperienze vive e reali, alcune sofferte, altre godibili, altre di ordinaria follia, ma tutte profondamente umane.

Questa volta Alvise Guarnieri e i suoi uomini si trovano tra le mani un efferato delitto, l’uccisione di un membro cittadino della locale società bene. La vittima è Fulvio Albastri, facoltoso farmacista di mezz’età, sadicamente assassinato nella sua villa. Alle sue spalle, una famiglia all’apparenza normale, una separazione amichevole, l’unico figlio a studiare in Inghilterra, larghi mezzi a disposizione. A prima vista il crimine, date le atroci modalità, con il morto torturato e mutilato, le stanze depredate, la feroce determinazione, sembra di facile collocazione e tutto farebbe pensare a un caso analogo successo poche settimane prima sull’altra sponda del lago…. E tutto sembra indirizzare le indagini degli inquirenti verso la criminalità organizzata di origine straniera.

Ma è solo apparenza. Solo apparenza ingannatrice.

L’indagine deve farsi largo tra le ombre e i misteri celati della vita apparentemente normale della vittima, in una gotica ragnatela che celava torbide relazioni e terribili segreti.

Un libro ricercato che con linguaggio lieve e raffinato umorismo riesce a narrarci le difficoltà e i più stupidi quotidiani problemi di uffici, dotati di attrezzature inadeguate, superate con il fax che non funziona mai… Ma davanti al Palazzo di Giustizia c’è il negozio di kebab di Mohammed e il suo fax non perde un colpo…

Però il sottile filo giallo della trama vuole una soluzione. E anche stavolta la saggezza del dottor Speranza, che ricorda la Fata Morgana – il fenomeno di chi dalla costa calabrese per effetto di un miraggio si illude di poter raggiungere a nuoto Messina in due bracciate – spingerà Guarnieri a scartare l’abbaglio iniziale, cambiare chiave di lettura e sbrogliare il delitto.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

“Non avevo capito niente” di Diego De Silva (2007)

Non avevo capito nienteNonostante suoi racconti compaiano in antologie dichiaratamente di genere come Crimini e Crimini Italiani, Non avevo capito niente (Einaudi, 2007 – finalista al premio Strega 2008) di Diego De Silva è narrativa mainstream. L’autore, in occasione di una presentazione, aveva precisato: «Non sono un giallista, ma poiché ho scritto un paio di libri “oscuri” sono stato inserito nel giro giallo-noir. Io però amo gli intrecci oscuri, ma non le trame gialle. Non avevo capito niente, in origine, doveva essere un libro buffo, o meglio un’opera letteraria di spessore drammatico ma che avesse la caratteristica della lievità. È un’insana passione italica, quella di “dare del lei” ai libri, di considerarli validi solo se sono “pesanti”: ma la narrativa che che ha il tratto della leggerezza, come Il giovane Holden, ha comunque dignità letteraria».

In Non avevo capito niente il protagonista, Vincenzo Malinconico, è un avvocato, ma è l’esatto opposto dell’avvocato figo da stereotipo. Ma poteva anche essere un ingegnere: il punto è che la classe dei liberi professionisti sta progressivamente scivolando lungo la china dell’indigenza sociale.
Vincenzo Malinconico è un “avvocato di insuccesso”: vive in una casa totalmente arredata Ikea, anzi ha talmente tanta familiarità con gli oggetti Ikea che li chiama per nome. È stato abbandonato dalla moglie Nives, psicologa di successo (lei sì), che lo ha sostituito con un architetto (ma non nel letto: qualche sana ora di ginnastica con l’ex marito è consentita anche dall’etica professionale, pare).
La carriera di Malinconico ha una svolta improvvisa quando arriva una chiamata dalla Procura: un piccolo camorrista, Mimmo ‘o Burzone, ha bisogno di un legale d’ufficio. Malinconico è preoccupatissimo, lui che da anni non tratta la materia penale. Ma per qualche strano motivo fa bella figura, così i capi di ‘o Burzone si convincono che lui sia un avvocato molto preparato che non ha ancora avuto la sua occasione. E decidono di farne un penalista di grido, mettendogli alle costole un guardaspalle molto poco discreto.
Contemporaneamente nella vita di Malinconico accade un altro miracolo: Alessandra Persiano, l’avvocatessa più gettonata del tribunale, si interessa a lui. Con esiti fino alla fine imprevedibili.
Pene d’amore e incerti del mestiere sono trattati con soave leggerezza. Lo stesso dicasi per il tema della camorra. Dati i tempi, sorge spontanea la domanda: la camorra dipinta da Roberto Saviano e la camorra di Diego De Silva sono la stessa cosa? Certo che sì. Ma se Gomorra sottolinea gli aspetti criminali, Non avevo capito niente ne evidenzia quelli grotteschi: «La camorra non è solo sangue: è anche cattivo gusto, stupidità, precariato, ottusità, cafonaggine, incapacità di evolversi. Le camicie che non si chiudono bene, la panza debordante, sono parte di una rappresentazione parodistica che può servire, se non a combattere, quanto meno a demolire un mito».
D’altra parte, per De Silva, «la letteratura dev’essere bella, non dev’essere un momento di rivoluzione delle coscienze. Se ottiene questo effetto, deve essere un elemento accessorio e complementare, e soprattutto spontaneo. Non può essere l’obiettivo principale».

Lettura godibilissima e raccomandata.

Lasciami entrare (2008)

Lasciami entrareChe differenza tra i vampiri patinati e trendy di Twilight e la piccola Eli. Magra, solitaria, selvaggia, Eli si rifugia insieme a Håkan in uno sperduto sobborgo di Stoccolma. Eli non ha freddo, non sopporta la luce e ha uno strano odore. Ha bisogno di sangue per sopravvivere e non seleziona le sue prede (anzi, è Håkan che le sceglie per lei). L’incontro con Oskar, anche lui un castaway (magro, pallido, figlio di genitori separati e bersaglio dei bulli della scuola), cambierà le vite di entrambi. Oskar scopre un sentimento nuovo, Eli lo aiuta ad affrontare i suoi problemi. Ognuno dei due permette all’altro di entrare nel suo mondo. Si innamorano, di quell’amore pulito e totale come sanno esserlo solo certi sentimenti infantili.
Il film – scarno, essenziale – è ambientato in un sobborgo di Stoccolma sommerso dalla neve. Vengono rappresentati bisogni semplici, basilari: mangiare, bere, dormire, amare qualcuno. E oggetti semplici: non ci sono cellulari, macchine di lusso, abiti firmati. Nel mondo di Eli e Oskar si lotta per sopravvivere e a volte nemmeno ci si riesce.

La metafora del vampiro come “diverso”, come predatore, è una metafora violenta, ma mai quanto certe realtà apparentemente normali. E l’amore come (àncora di) salvezza l’ultima favola a cui ci permettiamo di credere.

Dal romanzo omonimo dello svedese John Ajvide Lindqvist, che è anche sceneggiatore del film, un horror senza tempo, vincitore del Tribeca Film Festival 2008.

Lasciami entrare
Regia di Tomas Alfredson
Svezia, 2008

“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron (2007)

un giorno questo doloreA dispetto del titolo – che pure mi ha conquistata appena l’ho letto, su uno scaffale della libreria – Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron è un romanzo molto ironico. La storia nuda e cruda, quella di un diciottenne molto sensibile e privo di punti di riferimento, potrebbe apparire drammatica. Ma non lo è, perché il contorno della storia è involontariamente comico.
La famiglia di James è squinternata nel senso wasp del termine: la madre ha una galleria d’arte e colleziona mariti, il padre pranza al circolo e fa operazioni di chirurgia estetica, la sorella ha una relazione con il suo prof. James si sente alienato dalla famiglia, ma anche dai suoi coetanei: anzi, in occasione di una gita scolastica si allontana dal gruppo e questo suo comportamento antisociale lo porta dallo psicologo. Le sedute dallo psicologo sono esilaranti. E anche l’appuntamento al buio con un gay dichiarato – per il quale James viene aspramente rimproverato – è emblematico di un certo modo di “prendersi troppo sul serio” che gli adulti hanno.
Insomma è un ritratto lieve e al tempo stesso corposo della vita (di un certo tipo di vita) nella New York contemporanea.
Ovviamente (siccome non è un giallo posso dirlo) nel finale la crisi si ricompone nel migliore dei modi. Come a significare che il dramma era solo nella percezione di James, nei suoi complicati e difficili sentimenti di adolescente.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo.

Dopo Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato la raccolta di racconti Paura della matematica, Coral Glynn, Il weekend e Andorra.