“Un cadavere in presidenza” di Fabio Lotti

La diabolica setta di CaissaTratto da La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso, Prisma 2006. Ricordo che la seconda parte è stata scritta dal maestro di scacchi Mario Leoncini. (F.L.)

Bafio Tolti non ne poteva più. Erano già due ore che si discuteva sulla riforma Moratti che l’avrebbe strozzata se l’avesse avuta a tiro, sia per la riforma ma, soprattutto, per le discussioni che essa stava suscitando. Negli altri, perché lui era rintanato infingardamente e disonoratamente nell’ultima fila del collegio dei docenti di… con l’unico intento di asciugarsi la testa spelacchiata e di scambiare le solite battutine con Denara Tinco, uno dei pochi uomini dotato di fine arguzia che facevano parte di quel chiassoso consesso femminile. Ora la parola l’aveva presa una che le cantava chiare. E lunghe. “L’avete letto che cosa ci propone la nostra cara ministro?” e, poiché la maggior parte del nobile concistoro la riforma non l’aveva manco veduta e l’altra parte fu poco pronta e previdente nel dare un cenno di assenso, la M. S. scagliò una delle sue rinomate filippiche contro la Moratti, e già che c’era contro Berlusconi, Fini e tutta la compagnia del governo che tanto una qualche colpa ce la dovevano avere pure loro. A questo punto Bafio Tolti tirò fuori un sospiro così doloroso da intenerire gli animi più cupi. Ora sapeva come sarebbe andata a finire. Alla M.S. si sarebbe opposta la G.C. con una arringa altrettanto appassionata in difesa della ministro, poi sarebbe stata la volta di E.P a cercare una via di mezzo, quindi di F.Z. a completare il quadro con una ponzata filosofica delle sue e per ultimo sarebbe intervenuto il Preside, fino ad allora rimasto a sbrigare le sue faccende in presidenza, che avrebbe dato ancora una volta la stura ad altre estenuanti dissertazioni. Già, il Preside, perché non era presente? Di solito voleva assistere a tutte le riunioni, anche a quelle che non c’erano. Uno stakanovista del lavoro, duro, implacabile, inflessibile. Un rompiballe, insomma, con un attaccamento maniacale alla scuola. Anche lui avrà avuto da fare. Non si può essere sempre presenti a tutto.
Un urlo tarzanesco si sparse per tutta la scuola facendo sembrare la concione dell’insegnante di turno una preghiera sommessa. Proveniva proprio dal luogo dove era ubicata la presidenza. Bafio Tolti, che stava sfiorando la sessantina, fece un salto istintivo senza rendersene conto dalla sedia come Don Abbondio di fronte al tentativo del matrimonio a sorpresa e di corsa si sparò dalla porta che si trovava in fondo alla sala che portava direttamente al corridoio lungo il quale c’erano gli uffici amministrativi e la presidenza. Qui, davanti alla soglia, trovò la bidella Assunta con la faccia stralunata e paonazza che sembrava svenire da un momento all’altro.
“Prof… professore… guardi… guardi…” e queste furono le sue ultime parole perché effettivamente perse i sensi e cadde sul pavimento in tutta la sua formidabile larghezza. Il professore entrò di tre quarti, scrutò, vide e “Fermi tutti! Nessuno entri!” gridò con gli occhi stralunati alla folla di diplomate e laureate che stava sopraggiungendo come un fiume in piena.
“Qui c’è un morto, e Assunta svenuta che va aiutata. Io intanto telefono alla polizia”.
E la polizia arrivò quasi subito nella persona del commissario Marco Tanzini, del suo vice Manganelli e di alcuni giovani che dal loro atteggiamento timoroso si potevano intuire  alle prime armi. La scena che si presentò ai loro occhi era rivoltante, più rivoltante di quella già vista all’hotel Majestic  l’anno precedente quando il campione del mondo di scacchi era stato trovato ucciso con i pezzi di questo gioco conficcati negli occhi e nella gola. Manganelli represse a stento un conato di vomito. Conato dovuto non solo alla raccapricciante visione ma anche al fetore che proveniva dalla stanza.
“Sembra di essere in un porcile”.
“Sembra, ma non ci siamo. Fai finta di essere nella tua camera da letto, Manganelli”.
“Questo odore mi ricorda più quello del gabinetto”.
“Lo sospettavo che non tenessi molto alla pulizia”.
“Commissario, facevo così per dire”.
“Ed io ho fatto così per rispondere. E tanto che siamo a coniugare il verbo fare, facciamoci coraggio e vediamo di che cosa si tratta”.
“Intanto il preside, mi pare morto”.
“A Mangané!”.
“Okey, mi zitto”.
“Bravo”.
In effetti che il preside fosse morto non ci voleva molto per capirlo. Era seduto con il corpo allungato sulla scrivania ed il capo spappolato con la corteccia cerebrale schizzata dappertutto. Al momento del trapasso aveva avuto una specie di spasmo tanto da fargli uscire gli escrementi che sporcavano la sedia ed erano colati lungo i polpacci fino a bagnare le scarpe. Il motivo della morte doveva essere stato causato da un magnifica statuetta di marmo lunga all’incirca trenta centimetri raffigurante un cavallo con le zampe anteriori alzate che si trovava ora, sdraiato sulla scrivania, ricoperto di sangue e di materia cerebrale. Accanto al terribile destriero una piccola scacchiera tascabile con un diavolo nero al centro.
“Accidenti, che roba! Da come si è accanito sembra che volesse essere proprio sicuro di averlo ucciso.”
“Ma non è tutto. Guarda qui, Manganelli.”
“Porc… gli hanno…gli hanno cucito gli occhi!”
“Come ai falconi del…”
“Come a chi?”
“Lascia perdere. Glieli hanno cuciti con un filo rosso.”
“E perché?”
“Ti ringrazio per la fiducia, ma ti ricordo che stiamo iniziando le indagini solo da pochi minuti.”
“Questo è vero.”
“Appunto. Allora dato che siamo agli inizi di una indagine sai quello che devi fare.”
“Mando i ragazzi a prendere tutti i dati delle persone presenti, le interrogo personalmente per sapere i loro movimenti, faccio controllare i loro vestiti. Sarà un lavoro lungo.”
“Pazienza.”
“Pazienza, e poi…poi…”
“E poi, se non succede nulla di eclatante li mandi a casa.”
“Li mando a casa.”
“Sì, ma prima fai venire anche il medico legale.”
“Faccio venire il medico legale.”
“Che fai il pappagallo?”
“No, è che ripetere mi aiuta.” E il Manganelli se ne andò via veloce prima di sentire il solito grugnito del capo. Il quale se ne rimase nella stanza per esaminarla a dovere. Nella pozza di sangue che si era formata ai piedi del cadavere fu colpito da un luccichio che si rivelò essere dovuto al riflesso dorato di un orecchino di graziosa fattura che rappresentava un satiro che suonava una specie di piffero. La finestra che dava su un piccolo cortiletto era aperta, si affacciò e sull’erba impiastricciata vide delle impronte. Scavalcò la finestra, scese con cautela sul bordo di pietra e si mise ad osservare meglio quelle strane impronte. Strane perché si trattava evidentemente di un piede maschile di notevole stazza, ad occhio e croce un bel destro sul 48, e di un 36 o giù di lì che si allontanavano verso il cancello dell’uscita.. Il commissario tirò un sospiro angoscioso e ritornò nella stanza rendendosi conto che si poteva entrare facilmente. Sempre che uno avesse due gambe e due piedi normali.
La signora Assunta riprese conoscenza a fatica e per tutto il colloquio con il commissario mantenne un colorito a chiazze bianche e rosse che facevano il loro bell’effetto anche da lontano.
“Si calmi, signora. Non pensi a quello che ha visto e risponda alle mie domande. Senza fretta. Si prenda il tempo che vuole. Vogliamo provare?” La bidella fece un labile accenno di assenso con la testa.
“ Dunque, perché è andata in presidenza? L’aveva chiamata il preside?”
“In effetti ho ricevuto una telefonata dalla presidenza, una telefonata un po’ strana, a dir la verità.”
“Una telefonata ricevuta dove?”
“Al telefono che abbiamo qui sotto sul bancone riservato ai bidelli che è in contatto sia con gli uffici di segreteria sia con la presidenza.”
“Ho capito. Mi ha detto, però, che la telefonata le è parsa strana.”
“Sì, e ripensandoci mi sembra ancora più strana. Per due motivi: uno perché il preside mi ha detto di andare da lui fra dieci minuti esatti; due perché aveva una voce strana.”
“Anche la voce strana. Ma perché?”
“Perché…perché era come se fosse quella di un bambino.”
“Hmmm… E che ore erano quando ha ricevuto la telefonata?”
“Erano esattamente le diciannove”.
“E come fa ad esserne così sicura?”
“Perché ho guardato istintivamente l’orologio. Ed io sono andata a trovarlo alle diciannove e dieci e l’ho trovato… e l’ho trovato…” e qui scoppiò in un pianto liberatorio che durò qualche minuto.
“Su, su, coraggio, si riprenda. Un’ultima domanda e la lascio in pace. Lei è sempre stata al suo posto, qui sotto la presidenza.”
”Sì, non mi sono mai mossa.”
“E non ha visto passare nessuno?”
“Verso le diciotto e trenta è passata l’insegnante M.C. per andare… per andare… lei mi capisce… che si trova proprio in fondo al corridoio lungo il quale, all’inizio c’è la presidenza.”
“E l’ha vista ritornare?”
“Sì, sì l’ho vista ritornare anche se dopo un bel po’ di tempo, presumo necessario per… lei mi capisce.”
“La capisco, la capisco. Capita a tutti di avere bisogno di… Ancora una domanda.”
“Mi aveva detto che era l’ultima…”
“Questa è proprio l’ultima. Glielo prometto. Per andare in presidenza si deve passare per forza di qui?”
“No, si può passare anche da una uscita che dalla sala delle riunioni collegiali porta quasi alla fine del corridoio dove sono i bagni riservati agli insegnanti.”
Mentre Manganelli e gli altri giovani poliziotti si davano da fare con l’assemblea formicolante degli insegnanti il commissario ne approfittò per dare uno sguardo all’edificio scolastico. Uscì fuori partendo dal cancello che costituiva la prima entrata verso la scuola. Qui c’era un ampio spazio per il parcheggio dei pulmini che trasportavano i ragazzi, poi veniva la porta a vetri che costituiva la vera entrata nella scuola. A fianco, sulla sinistra e a bassa altezza tre finestre: quella della presidenza e quella di due stanze adibite al lavoro di segreteria. Sulla destra la palestra per la ginnastica. Appena entrati sulla sinistra un lungo tavolo delimitava il luogo adibito al lavoro di Assunta e degli altri bidelli che comprendeva una scrivania con relativo telefono, una fotocopiatrice, un computer ed un piccolo ripostiglio per gli attrezzi da lavoro per pulire la scuola. Da una apertura del bancone salendo alcuni scalini si accedeva, sempre sulla sinistra, alla presidenza e alle due stanze dove si svolgeva il lavoro di segreteria. Sulla parete in fondo al corridoio uno specchio piuttosto grande e sulla destra i bagni riservati agli insegnanti. Prima di arrivare ai bagni ancora sulla destra si apriva un breve corridoio che conduceva nella sala riunioni dotata di una accettabile biblioteca per gli alunni. Ritornando all’ingresso e non volendo svoltare a sinistra verso il corridoio leggermente rialzato della presidenza si poteva percorrere un altro lungo corridoio. Sulla destra si trovava  la sala insegnanti e poi due aule, il bagno delle alunne, altre due aule e il bagno dei maschi. Sulla sinistra, invece, due ingressi portavano alla già summenzionata sala delle riunioni ed un altro breve corridoio all’aula di educazione musicale. Sempre sulla sinistra, subito dopo lo spazio dedicato ai bidelli due brevi rampe di scale portavano ad un secondo piano dove erano collocate le altre aule, la sala di educazione artistica, il laboratorio di scienze e la stanza dei computer. A prima vista una scuola luminosa, spaziosa e bene organizzata. Peccato per il morto.
Già, il morto. Marco Tanzini scese le scale che lo avevano portato al piano di sopra proprio mentre arrivava il medico legale Giovanni Serbelloni con la sua devastante corporatura che traballava da tutte le parti. Dopo avere svolto il solito rituale, fu perentorio nella risposta. Il povero preside se ne era andato da questo mondo tra le 18.30 e le 19.00 minuto più minuto meno. La causa era tutta in quel cavallo di marmo sbattuto con troppa violenza sulla sua testa. E non ci fu verso di cavargli un’altra parola di bocca. Anche perché sudava che pareva uscito dalla doccia ed era tutto intento, senza alcun successo, a tenersi asciutto il faccione privo di mento con un fazzolettone verde bottiglia che sembrava un asciugamano da spiaggia. Dopo un po’ arrivò anche Franco Rinesi della scientifica a setacciare la presidenza per rilevare impronte e quanto altro di utile alle indagini. Un secondo Serbelloni dal punto di vista espressivo ma assai  diverso rispetto alla stazza. Secco striminzito da metter paura alla fame. Al quale ordinò di fargli sapere al più presto possibile i risultati del suo lavoro.
Poi fu la volta di Manganelli, lui, invece, fornito anche di troppe parole, che riferì i risultati degli interrogatori svolti con tanto zelo. “Bene, per ora fermiamoci qui. Manda tutti a casa e andiamoci anche noi che si è fatto tardi. Ci vediamo domattina in ufficio. Sul tardi, perché tu nel frattempo mi vai a cercare tutte le notizie su questo benedetto preside. Non so perché ma ho l’impressione di avere commesso un grave errore a riprendere servizio. Me ne stavo così tranquillo in pensione…”
A casa trovò un biglietto di Giulia, la domestica, piuttosto irritato con il quale spiegava che tutto il suo lavoro se ne era andato a farsi friggere per il grave ritardo, che il mangiare era in frigorifero, che non era colpa sua se, nell’attesa, aveva perso la naturale gradevolezza e che un’altra volta, magari, avesse il buon gusto di avvertirla. Ma l’appetito del commissario, che aveva assunto i terribili connotati della fame, non guardò tanto per il sottile e fece sparire tutto quanto come se fosse preparato al momento.

One thought on ““Un cadavere in presidenza” di Fabio Lotti

  1. Volevo solo sottolineare che si tratta di un gialletto, come gli altri già presentati, con l’unico scopo di una lettura gradevole e spero, in certe parti, pure divertente. Niente altra ambizione.

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