Carriera criminale di Clelia C. (2011)

Carriera Criminale di Clelia C.Era il 29 aprile come oggi, ma del 1981, quando la quindicenne Clelia C. inizia la sua carriera criminale. Erano gli anni delle guerre di camorra e il padre di Clelia (la madre è morta durante il parto) allontana la figlia da Napoli per proteggerla. Cinque anni dopo la ragazzina sognatrice è diventata una donna d’affari ed è pronta a prendere il posto del padre, ucciso in una guerra fra clan.

Al desiderio di vendetta si affianca la sete di potere, entrambi smisurati e incontenibili. Clelia usa ogni mezzo per raggiungere i suoi scopi (che non si dica che nella vita non sono stata capace di arrivare dove volevo) attraverso quarant’anni di storia italiana e internazionale.

Il mai abbastanza compianto Luigi Bernardi ci ha lasciato in eredità la sua visione del mondo. Se in Fantomax si ipotizza una fantomatica multinazionale del Male come causa di guerre e disastri, qua una donna sola, con il fatturato di uno Stato e nessuno scrupolo, è azionista di buona parte dei traffici illeciti che avvengono nel mondo e causa motrice di una devastante futura catastrofe naturale.

Ma è, appunto, una donna sola. Spinta da rabbia enorme. Usa il sesso per ottenere favori, perde gli uomini a cui si lega, chi la chiama “amore” è anche chi la tradisce.

Nelle mani di Grazia Lobaccaro, la Clelia adolescente spigolosa diventa una donna bella e poi matura, con la sicurezza di chi sta saldamente seduto sul trono del mondo. Intorno a lei, guerre, morti e distruzioni accuratamente ed efficamente riprodotte.

La storia di Clelia C. è la parabola dell’inarrestabile vittoria del Male sul Bene. Non c’è castigo o punizione, ma solo un’interminabile sfilza di successi nella vita di Clelia. È il simbolo della vanità di qualunque lotta contro il lato oscuro. La stessa Clelia legge Gomorra (anzi, ne compra anche una copia da far autografare all’autore) e lo trova interessante.
Ma è innegabile che la Storia si giochi su altri interessi, destinati a primeggiare.

Luigi Bernardi – Grazia Lobaccaro
Carriera Criminale di Clelia C.
BlackVelvet
Collana Piombo
Pagine 180

Verità imperfette – AA. VV.

verità imperfetteUna ragazza si suicida in un appartamento del centro di Roma. Chiara Maffei era una giovane donna problematica, appena tornata nell’appartamento (che divideva con una coinquilina) dopo il ricovero in una clinica specializzata in malattie nervose. Il quadro sembra coerente con l’impulso a togliersi la vita, ma ricostruendo la vicenda qualcosa non torna…

Verità imperfette è un progetto a più voci reso possibile dall’editore Del Vecchio e curato da Luigi De Pascalis, che lo definisce “una jam-session”.
Alcuni degli autori non sono nuovi a questo genere di operazioni: c’era un precedente, Delitto capitale, pubblicato da un editore che poi ha chiuso.
Verità imperfette invece prende le mosse da un articolo di cronaca su una ragazza anoressica che è stata curata in modo sbagliato: ognuno dei dodici autori ha raccontato questo episodio in 4 righe, assumendo il punto di vista di un diverso personaggio; il curatore ha organizzato la sequenza e gli scrittori hanno iniziato a scrivere. Quando sono emersi nuovi personaggi, la jam-session ha funzionato da sé in modo stupefacente. Ciascuno ha scritto ciò che gli sembrava opportuno, nel rispetto della cornice generale e del lavoro degli altri.
Risultato ancor più stupefacente se si considera che non tutti gli autori si conoscono “de visu” (vivono infatti in Toscana, nel Lazio e chissà dove altro) e sono diversissimi tra loro: a scrittori affermati si affianca un’esordiente, Maria Bellucci, e Luigi Cecchi, noto soprattutto per la striscia Drizzit.
Tra un capitolo e l’altro ci sono degli articoli di giornale (a firma del giornalista Marco Rubini, ossia De Pascalis) che raccordano le storie tra loro.
Ogni personaggio ha la “sua” voce e gli autori si sono ripartiti i personaggi in base alle loro peculiari sensibilità. Maurizio De Giovanni intepreta la morta, Roberto Riccardi un maresciallo dei carabinieri, Nicola Verde un personaggio abietto che trova una redenzione finale, Massimo Mongai un verboso e coltissimo anatomopatologo…
Si tratta di dieci racconti diversi che hanno trovato una coerenza grazie allo spirito di squadra di un gruppo di seri professionisti.

Verde De Pascalis Del VecchioIl volume è dedicato A Luigi Bernardi, che avrebbe voluto essere con noi e non ha potuto. Luigi avrebbe dovuto scrivere il capitolo sulla magistrata, che doveva chiamarsi Claudia Martelli, poi è diventata Antonia Monanni in omaggio a un personaggio di Bernardi (e il suo capitolo è stato scritto da Luigi De Pascalis). Di Bernardi c’è anche un (riuscitissimo) cameo nel racconto di Nicola Verde.

Il romanzo è stato presentato a Roma in aprile (nella foto sopra, da sinistra verso destra: l’editore Del Vecchio, Luigi De Pascalis e Nicola Verde).

Alla fine del volume, “istruzioni per l’uso” a cura dell’editore.

Lettura molto piacevole.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERALascio per un momento da parte gli incontri gabinettistici condominiali, sperando che vengano letti (se vengono letti) con lo spirito goliardico di un tempo che fu (per il lettore stagionato) o di un tempo che è (per il lettore giovincello). Naturalmente mi diverto a creare personaggi e situazioni paradossali.

Un giretto tra i miei libri
Questo Anthony Boucher (suo vero nome William Anthony Parker White), autore di Il caso dei sette del Calvario, Polillo editore 2004, è davvero straordinario. Intanto sapeva parlare un sacco di lingue, aveva una memoria eccezionale (si dice che ricordasse le trame di tutti i libri che aveva letto) e un interesse spiccato per un bel po’ di attività: l’opera, il teatro, la scenografia, la critica letteraria (in cui eccelse), la fantascienza, la teologia, la politica, per terminare su cosette più terra-terra come lo sport, il poker e perfino i gatti. Per non parlare, appunto, del giallo. Un vulcano in continua eruzione. Senza pedanteria ma aperto e disponibile con tutti. È perciò quasi naturale che tirasse fuori dal cilindro una storia interessante come questa.
il caso dei setteSi parte con un “Preludio”, una conversazione tra un certo Tony (lo scrittore stesso?) e Martin Lamb riguardo al fatto che nei gialli ci sia ancora bisogno di una spalla alla Watson. È vero che i vari Roger Sheringham, Reggie Fortune, Lord Peter Wimsey (Philo Vance è solo un fantoccio) sono troppo intelligenti per avere bisogno di una spalla, “Ma gli scrittori la usano ancora”, e lo stesso Martin una volta ha fatto la parte di Watson nel caso Schaedel. Che inizia a raccontare partendo quasi subito dall’assassinio del dottor Hugo Schaedel, ambasciatore della repubblica Svizzera, ucciso ad opera di uno sconosciuto con un punteruolo da ghiaccio di fronte ad una abitazione privata di Berkeley, in California. Dunque Martin Lamb, unico studente del primo anno di sanscrito nell’ Università di Berkeley, si trova in coppia con il professore John Ashwin a risolvere questo caso. Il primo sospettato è Kurt Ross, nipote di Schaedel per motivi di denaro accusato dallo stesso Martin. Arrivano in seguito altri due omicidi, uno in teatro e l’altro per strada, che scombussolano perfino le teorie di Ashwin-Holmes. Ma alla fine riunisce tutti e svela il colpevole.

assassinio in libreriaAssassinio in libreria di Lello Gurrado, casa editrice Marcos y Marcos 2009.
In seconda di copertina il nocciolo della questione con la Tecla Dozio (a cui va un saluto riconoscente) della mitica libreria Sherlockiana di Milano a tirare il calzino per un prosecco al cianuro, circondata dal fior fiore della intellighenzia giallistica italiana: Camilleri, Faletti, Lucarelli e via e via e via. I migliori dieci giallisti del mondo, di cui non vi dico il nome, arriveranno dopo. Non è la prima volta che qualcuno spicca il volo contro la sua volontà dal globo terracqueo in una libreria ma insomma vediamo cosa ti inventa il nostro Lello.
Intanto l’assassino è uno che scrive gialli. Una caterva di gialli (ventitré) che porta avanti tutti insieme con amore filiale. Per un verso o l’altro non vengono pubblicati e dunque ce l’ha con il mondo intero. Più specificamente con gli editori, gli agenti letterari e i librai. Suo piano divenire famoso per l’uccisione di Tecla, trovare uno pseudonimo, farsi pubblicare e pagare senza uscire allo scoperto (ma senti). Classico incontro con la bella giornalista di  turno (in un giallo che si rispetti c’è sempre), pedina importante per la soluzione finale.
Chi lo deve beccare sono il sostituto procuratore Luca Cassano (non male) e il commissario Antonio Spadavecchia. Ma i nostri eroi (leggi scrittori italiani, quelli stranieri lo vorrebbero fare ma ne sono impediti) mica stanno con le mani in mano. Indagano prendendo le sembianze dei loro personaggi.
Inizio interessante e poi… e poi viene fuori una certa ingenuità narrativa. Prosa agile, ironica, vogliosa di convincere. Un libro in cui trovo una grande passione, praticamente un omaggio a Tecla e a tanti illustri scrittori che l’autore ha amato e ama tutt’ora.

autentico assassinioAutentico assassinio di Maurizio Bettini, Nottetempo editore 2007.
In sintesi “Un uomo viene abbandonato dalla moglie nella casa spogliata di tutto fuorché di un libro, Candido di Voltaire. Leggendo e rileggendo prima il libro e poi il frontespizio, fa una straordinaria scoperta: il Candido non è stato scritto da Voltaire. A caccia del più importante scoop letterario degli ultimi secoli, l’uomo, un professore, va alla ricerca del misterioso autore e in una frenetica indagine filologica-poliziesca che lo porta alla biblioteca dell’Università di Yale, passa di rivelazione in rivelazione, fino alla stupefacente scoperta finale che rivoluziona tutta la storia della letteratura”.
Questo lo spunto che dà vita alla trama del libro scritto da un fior di professore di Filologia classica dell’Università di Siena, che tiene anche seminari presso la University of California a Berkeley. Tanto per gradire. Qualcuno potrebbe pensare che un simile cattedratico non possa che tirar fuori qualcosa di pesante, di orpelloso, di plumbeo. Di cattedratico, appunto. Idea sbagliata, sbagliatissima. Soprattutto per chi già conosce questo brillante studioso. E dunque anche il presente breve racconto esprime chiaramente le sue doti basate spesso su una spumeggiante ironia. Non mancano riferimenti a Raymond Chandler ed il solito, orripilante (nessuno è perfetto) “Elementare Watson!”.

BestieBestie di Sandrone Dazieri, Edizioni ambiente 2007 (ripubblicato da Einaudi, anche in ebook).
Un giallo classico. Che più classico non si può. “Un piccolo albergo nelle valli della bergamasca. L’omicidio di un ragazzo di passaggio. Un cuoco con trascorsi da rapinatore costretto a reinventarsi investigatore. L’ombra delle Triadi cinesi e della criminalità organizzata. Tra oscuri rimedi orientali e ambientalisti arrabbiati…”. Presentazione concisa senza tante lungaggini. Primo punto a favore.
Sam, il protagonista, racconta in prima persona e lavora come cuoco in un albergo in località Foppolo. Maurizio Ferri, un ragazzo di Milano che “Si era preso un po’ di denunce per azioni animaliste, come liberare le cavie di un laboratorio o tirare uova sulle pellicce alla Prima della Scala” viene trovato ucciso nella sua stanza. Aggiungo che Sam ha una relazione con la “Direttora” dell’albergo, aggiungo i ricordi della sua attività di ladro, del suo arresto in Svizzera, della prigionia, l’incontro con un investigatore privato Marco Sonetti che si occupa del caso da parte della famiglia di Maurizio, aggiungo anche il tentativo di uccidere il nostro bravo cuoco e… niente altro. Prosa asciutta, lineare, essenziale, senza tanti ghirigori o smagliature (si dice quello che c’è da dire). Ritmo ora lento ora in crescendo adeguato alle circostanze. Classico colpo di scena finale. Un racconto. Semplice e concreto come deve essere un racconto.

MarshallMarshall di Andrew Soltis, Prisma 2004.
Una volta mi sono messo di buzzo buono ad osservare le circonvoluzioni del Controgambetto Marshall della Spagnola e ne sono uscito fuori con gli occhi sbarrati e le mani tremanti. Il suo ideatore, quello spilungone di Frank Marshall, ci ha fatto sapere di averlo tenuto nascosto per molti anni per adottarlo alla prima occasione propizia. Peccato, però, che alla prima occasione si presentasse davanti a lui un certo José Raùl Capablanca e allora essa non fu proprio propizia. Questo temerario giocatore americano mi ha sempre suscitato una istintiva simpatia, sia per il suo gioco funambolico sia perché la sua figura mi ricorda uno dei primi interpreti di Sherlock Holmes, un attore alto e dinoccolato che da ragazzo aveva colpito la mia fantasia. E se si mettono insieme gli scacchi ed il giallo è amore a prima vista. Frank Marshall è stato, è vero, un campione discontinuo, un “Donchisciotte degli scacchi” come lo ha definito qualcuno, ma se non fosse per quello che ha fatto (e non è poco) andrebbe comunque ricordato per la mossa più bella degli scacchi, quella 23…Dg3!! nella partita contro Lewitskij a Breslau nel 1912 che ancora oggi suscita incredula meraviglia negli appassionati di tutto il mondo.

Spiluzzicature
Alla Feltrinelli di Siena ho leggiucchiato Maigret e il caso Simenon, Robin 2013, di Maurizio Testa, di cui ricordo il Dizionario atipico del giallo, Cooper 2009 e 2010, in cui appare anche la nostra splendida Buccherina. Se il naso non mente bel libro.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese di Franco Cardini mi riporta al mio primo esame di università a Firenze. Più precisamente di storia romana. Non ricordo il titolare della cattedra (fissato con le rovine di Leptis Magna), ma Cardini professorino assistente (poi si è buttato sul Medioevo) dallo scilinguagnolo sciolto, che praticamente condusse il colloquio facendomi beccare un bel ventotto!
E, a proposito sempre di storia, ecco La congiura di Catilina e La guerra giugurtina di Sallustio con quell’incipit formidabile Catilina, nobili genere natus… che mandai a memoria per un bel po’ di pagine e che mi procurò imperitura gloria (lieve sorrisetto della terribile prof. La Macchia), all’esame di latino ancora in quel di Firenze. Non vi dico i tremori viscerali con stretta spasmodica di labbra e tamponamento forzato dell’unica via d’uscita (poi gli detti sfogo con un senso di straordinario sollievo mai più riprovato).

Presentazioni
Luis RoldanLuis Roldán né vivo né morto di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.
Tre tizi di Saragozza (poco raccomandabili) incaricano Pepe Carvalho di trovare Luis Roldán, ex capo della Guardia Civil e delegato del governo in Navarra del PSOE, a cui hanno affidato un bel gruzzolo per acquistare una tenuta di caccia in Kenia. Vogliono Roldán “né vivo né morto”.
Carvalho con le sue “pastiglie per l’acido urico, la pressione, la depressione, l’euforia, la stitichezza e un piatto di trippa “alla fiorentina” contro l’effetto delle pastiglie” (tiè!) via in giro a trovare questo benedetto uomo che pare spunti dappertutto (che abbia dei sosia?). Insieme a rogne, botte, spari con relativo morto. E fogne. Miriadi di fogne, lungo le quali sguazzano le fazioni del potere economico, politico, militare multinazionale. E lungo le quali si trova a circolare Carvalho aiutato dal fido Biscuter, che si era ringalluzzito tempo addietro con “un corso di zuppe e minestre in una scuola di alta cucina di Parigi” (Cibo sempre presente nel libri di Montalbán e vedi mangiatona da blurp pag. 45).
Realtà e fantasia, metafore e contrometafore dove il linguaggio la fa da padrone per delineare la Spagna del tempo e un mondo decisamente schifoso. Gruppi e gruppuscoli, sigle su sigle, servizi segreti su servizi segreti che infestano il paese. Citato Holmes come da prassi giallistica.
Però sono sincero. Sarà perché l’ho letto in macchina durante una mattinata piovosa, sarà perché ogni giorno perdo milionate di neuroni, ma non l’ho compreso del tutto nei suoi incredibili risvolti. Comunque svergo un ottimo per non fare la figura del bradipo.

utilità dell'inutileL’utilità dell’inutile di Nuccio Ordine, Bompiani 2013.
Finalmente un libro che tira un po’ su il morale. Almeno a quelli come me che talvolta si chiedono a cosa serve leggere e scrivere ogni giorno. Soprattutto se non si guadagna un baiocco in una società basata quasi esclusivamente sul malloppone dollaroso.
E allora posso citare una bella trenata di capoccioni così (ho allargato le braccia) che vengono a darci una mano. Dove si pesca, si pesca bene. Per esempio partendo da Montaigne per cui “Non c’è niente di inutile, neppure l’inutilità stessa” (evviva!). E già Dante e Petrarca avevano condannato gli pseudo-letterati che scrivevano con l’occhio al guadagno, mentre il disprezzo per il vile denaro (ma non si esagera un po’?) lo si trova bello tosto nella letteratura rinascimentale dell’Utopia con Tommaso Moro, Campanella, Bacone e compagnia bella.
Lo stesso Shakespeare (e di’o po’o) afferma che “non è tutto oro ciò che luccica”, se poi ci si mette anche Kant per cui “il gusto del bello è un piacere disinteressato e libero” siamo con le spalle al sicuro. Ovidio confessa apertamente di coltivare l’inutile, il nostro Leopardi condanna l’utilitarismo di un “secol superbo e sciocco”. “Essere un uomo utile mi è sempre sembrato una cosa squallida” dichiara Baudelaire e Théophile Gautier rincara “Ciò che è utile è brutto” come “il cesso” e la pazzia di Don Chisciotte si ispira, come sappiamo, agli ideali nudi e puri. Ma il problema dell’inutilità, che non è per niente inutile, era già stato affrontato in un saggio di Zhuang-Zi addirittura nel IV° secolo a.C.!
Oggi, tutti presi dalla logica del profitto, non ci si rende conto degli effetti catastrofici sul mondo della scuola. Studenti clienti e professori burocrati. Nessuno che si preoccupi della qualità della ricerca e dell’insegnamento. A finire il saggio “L’utilità del sapere inutile” di Abraham Flexner.
Insomma, amici dello scrivere inutile, miei sfortunati compagni di viaggio, oggi possiamo tirare un sospiro di sollievo confortati da cotante menti e gridare al mondo intero ”Vedete, anche noi siamo utili!”.
O no?

il palazzo dalle cinque porteIl Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, Mondadori 2014.
“Sebastiano “Bas” Salieri è un illusionista e uno studioso di tradizioni occulte e di misteri. E al suo arrivo a Venezia per prendere possesso di un’eredità, i misteri certo non mancano. Prima di tutto il Palazzo dalle Cinque Porte, lasciatogli dallo zio Mattia, di porte ne ha quattro. La stessa morte accidentale dello zio solleva parecchi dubbi, e all’incidente non crede neanche il vicequestore Panitta, uomo pratico e con i piedi per terra”.
Per essere più precisi lo zio è stato bruciato vivo da un incendio mentre stava incatramando una vecchia gondola. Un delitto mascherato da incidente? La vicenda è complessa e intrigante. Si scopre che intorno al defunto circolano personaggi interessati all’occultismo, un libro e un simbolo misterioso, un quadro altrettanto misterioso di un pittore maledetto del Cinquecento, un delitto insoluto di dieci anni prima, una confraternita dedita a sacrifici umani, una figura femminile che appare e scompare all’improvviso sotto gli occhi dello stesso Bas.
Il quale Bas (ricordi di guerra e violenza) conduce le indagini insieme alla bella fotografa Martina (evitate le solite scene di sesso) e al vicequestore Panitta in una Venezia invernale avvolta nella nebbia. E quando incominciano ad arrivare i primi delitti la tensione aumenta, il ritmo si fa concitato, un’aria di brivido scivola lungo la vicenda tra realtà e irrealtà, in un continuo tourbillon di colpi di scena.
Una grande storia narrata con la perizia e la passione di chi ha dedicato una vita alla scrittura anche in campi diversi. E se il sottoscritto ha come avuto la sensazione che il tentativo di suscitare interesse e sbalordire il lettore sia rimasto talvolta sopra le righe, come un tambureggiare troppo insistente, questo si confina nel gusto personale.
Dice Stefano Di Marino “Scrivere, raccontare storie “vivendo” l’esperienza del narratore per davvero, significa anche accettare delle sfida. Vuol dire seguire a volte impulsi e suggestioni anche un po’ diversi (non contrastanti) con quello che si fa di solito e sembra “garantito”. Credo sia l’unico modo per migliorare e tenere via l’attenzione dei lettori”.
Sottoscrivo.

le mani insanguinateLe mani insanguinate di Maurizio De Giovanni, Edizioni CentoAutori 2014.
Come scrive nella prefazione Paola Egiziano, si tratta di “quindici racconti molto diversi fra loro per lunghezza, modalità di scrittura e soprattutto argomento: a storie di fantasmi si affiancano riletture di fatti di cronaca nera o rivisitazioni di eventi storici; a racconti a sfondo sociale se ne alternano di grotteschi o amaramente umoristici; e poi, più o meno esplicita Napoli con i suoi riti, i suoi Santi, il suo sangue”.
Aggiungo alcune tematiche senza un ordine preciso: la fame, il dolore, la forza di una bambina stuprata dal padre ubriaco, l’incontro fortuito, l’amore e il distacco, storie di sfruttamento e degrado, storie di tradimenti e morte violenta, di avvelenamento della propria terra, storie che si avviluppano e si incrociano, la miseria, la ricchezza, un posto per dimenticare, il mondo di oggi e di ieri, il giornalista, l’università, la scuola, l’aspirante scrittore e lo scrittore valutato anche, e forse soprattutto “per la sua bella presenza”, la violenza sulle donne e tanto altro ancora.
C’è, però, una linea sicura che percorre molti di questi racconti, e direi molto della produzione di De Giovanni. Una linea di grande forza psicologica, di ironia leggera e mordace, di fine sensibilità e “accompagnamento” del dolore (parola che si ritrova anche nel titolo di un suo bel libro) nelle sue varie sfaccettature, di intensa forza espressiva e commozione che coinvolge il lettore facendolo riflettere anche sulle proprie esperienze di vita.

il veleno è servitoIl veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014.
3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Alla moglie Angela un corposo testamento. Nel frattempo una certa boccetta di medicinale, fatta preparare dal medico di famiglia Glen Brougham per John, è sparita.
Mi spiego meglio. La suddetta boccetta è stata presa dal vicino di casa Douglas Sewell, frutticultore, che è il narrante in prima della vicenda, così, per istinto, in quanto poco convinto della cura. Solo che non la ritrova più nel suo cassetto.
La semplice storia di un delitto di villaggio (in ebollizione), si complica, si allarga, la segretaria di Angela, una nazista, fugge veloce in patria (perché?), arriva pure Scotland Yard (ancora perché?) e il cugino Alec Jeans con una notizia sorprendente (quale?). Quadretto umoristico durante l’inchiesta in un’aula della scuola con la cuoca nazista austriaca che ce l’ha con gli “eprei”.
Scrittura lenta, precisa, personaggi ben scavati come i rapporti familiari in un villaggio pettegolo (“Dove c’è un villaggio inglese, c’è il pettegolezzo”), sorprese e sorprese specialmente dal punto di vista sentimentale (chi mai avrebbe pensato che lei o lui… ma guarda un po’), e in tribunale arriva pure una lettera del morto (acc… mi è sfuggita). Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
La banda scatenata di Franco Forte ha colpito ancora.

Termino con il contributo di Patrizia Debicke (la Debicche) Un giorno a Milano, Novecento Editore 2013.
un giorno a milanoUn giorno a Milano è la vispa primogenita di Calibro9, nuova collana di gialli e noir diretta da Paolo Roversi.
In ordine alfabetico potete leggere in copertina: Besola, Cappi, Di Marino, Ferrari, Foderaro, Gallone, Lugli, Narciso, Pastori, Perizzolo e Roversi. La prefazione è di Andrea Pinketts.
Il 13 aprile 2013, la serata Borderfiction all’Hotel Admiral di Milano, dedicata all’ultimo romanzo di Paolo Roversi (seguita da prolungate libagioni), si è trasformata nella “scatola a sorpresa” di questa antologia di racconti noir, tutti rigorosamente ambientati a Milano. E tutti, pur spaziando nei diversi quartieri cittadini, datati lo stesso giorno il 12 novembre. Unica licenza qualche flash back.
Ne è scaturito uno shaker in cui, secondo Andrea Carlo Cappi, curatore e – ça va sans dire – autore di uno dei racconti: …per la prima volta nello stesso universo si muovono Chance e Butch, Medina e Sauro, Paleari e qualche altro personaggio già comparso altrove o in procinto di tornare…
Il risultato è un quadro molto noir, più vicino alla Milano calibro nove di Giorgio Scerbanenco che alla città raccontata da Renato Olivieri, per ricordare i padri indiscussi del giallo milanese.
Un avvio “a tutta birra” di Stefano Marino e del suo mitico Chance Renard per un nuovo episodio della sua Gangland/Milano, si prosegue con Jack Narciso e il suo sfigato detective privato, Butch Moroni, inguaiato da una cliente “bomba di carne”, che deve scovare un assassino nell’universo di via Padova. Nel terzo racconto, Federico Pastori sfodera il suo sfortunato ex poliziotto Fabio Paleari, ora battitore libero. Il quarto è di Paolo Roversi con Radeschi, ancora in caccia di scoop giornalistici, in sella al “giallone”, la sua mitica Vespa. Poi il trio (Riccardo Besola/AndreaFerrari/Francesco Gallone) con una scalcagnata e assurda rapina.
Al sesto posto: un nuovo episodio di Carlo Medina, ormai specializzato nella “rimozione dei problemi”. Subito dopo Giuseppe Foderaro fa “sistemare” a dovere uno stupratore seriale, nel penultimo racconto Francesco Perizzolo si confronta con la triste vendetta che cementa la fine di una storia. E, a conclusione, la terribile mattinata noir di un giovane ingegnere in caccia di lavoro, narrata da Francesco Lugli.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti