“Ricordi giallastri” di Fabio Lotti

perry masonPer gli amici del blog scrivo cose nuove e riprendo pezzi già scritti in qua e là. I ricordi giallastri si perdono nella notte dei tempi. In una soffitta di una modesta casa di un piccolo paese della Toscana. Un migliaio di anime divise tra il bar Sport e il bar del prete (praticamente i tempi di Peppone e Don Camillo). Moccoli che volavano in aria insieme agli ora pro nobis. Una vita da sbrindellato ragazzaccio di strada. Ma al momento opportuno il cambiamento. Indossati “panni reali e curiali” (una citazione passatemela) su in soffitta con i miei libri. Tra cui signoreggiavano i romanzi polizieschi.
“La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore americano Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato creato dalla penna di Erle Stanley Gardner”. L’ho scritto talmente tante volte che non mi pare nemmeno vero (ora ho addirittura qualche dubbio). Comunque più che dal personaggio libresco sono stato colpito da quello televisivo, interpretato proprio dall’attore sopraccitato. E anche dall’ambiente. Per un ragazzotto ignorantotto abituato ai vicoli di paese e alle case modeste (magari senza il water) le aule dei tribunali e gli uffici degli avvocati esercitavano un fascino irresistibile, quasi una morbosa curiosità unita ad una sorta di timida soggezione. A bocca spalancata insieme ad altri delinquentelli al bar “Italia” (citato) per seguire i dibattiti accesi fra l’accusa e la difesa e gli scontri con il procuratore distrettuale Hamilton Buerger, tra il fumo denso e qualche rutto improvviso che si spandeva fragrante nell’aria. Presi pure, diciamolo, dalle grazie rotonde di Della Street verso cui non mancavano risatine varie, fischi di apprezzamento e perfino proposte da futuro bunga bunga (senza sborsamento di sghei, però). Diversi anni più tardi gli attori, tutti imbolsiti sciuparono un po’ il mito… (peccato).
delitti della rue morguePoi arrivò il Verbo, ovvero Edgar Allan Poe, cioè Auguste Dupin. Verso gli anni sessanta veniva ogni tanto a fare visita nel mio paese il cosiddetto pulmino della cultura popolare, provvisto di libri di vario genere da dare in prestito, per cercare di interessarci in qualche modo alla lettura. Io diverse puntatine ce le facevo (di nascosto per non essere considerato un secchione), anche perché trovavo sempre qualcosa che stuzzicava la mia curiosità. Ed è proprio su questo pulmino polveroso che ho fatto il mio primo incontro con Edgar Allan Poe e Gli assassinii della Rue Morgue, pubblicati dalla BUR con una copertina grigiognola che metteva tristezza solo a guardarla. E il primo impatto con Dupin è stato ambivalente. Troppo sofistico, troppo arzigogolato, troppo matematico! E nello stesso tempo così intrigante, così complesso, così inquietante! Mamma mia bella, me lo divorai in quattro e quattr’otto  senza capirci un granché. In seguito lo avrei adorato e nello stesso tempo strozzato. E c’erano anche, sul suddetto pulmino, i drammoni dell’onesta gallina popolare Carolina Invernizio che mi solleticavano non poco e mi mettevano in ambascia (soprattutto per la scrittura), per esempio con La sepolta viva, che appare oggi straordinariamente attuale vista la donna detective e  l’assassinio generato da un amore lesbico (addirittura!). Su questa scrittrice beccatevi questo.
sherlock-holmes-oldPer terzo si piazzò Sherlock, il divino Sherlock che appena si presentava da lui un essere umano, ti sapeva dire quando aveva fatto il ruttino la prima volta e se la sorella del fratello era rimasta incinta. Bocca stretta e occhi sgranati. O come mi sarebbe piaciuto possedere le sue capacità divinatorie! Anche se il tipo, quando si “faceva”, mica mi garbava tanto, che in casa mia tutti ligi alla rettitudine sotto lo sguardo truce del babbo. Comunque Sherlock era Sherlock e gli si poteva perdonare tutto. Perfino qualche strombazzata di violino. La spalla, ovvero il dottor Watson, mi sembrava il classico bischero senza sugo di nulla, messo lì a giganteggiare il nume. Ed era proprio questo (lo capii in seguito) l’obiettivo dello scrittore! E vedete un po’ in che condizioni mentali si trovava il giovane Lotti…
poirotPoi giunsero gli altri. Niente di particolare, solo ricordi e prime emozioni. Poirot all’inizio mi pareva vanesio e altezzoso. No, non che non lo sia, ma questi difetti che ora mi tirano al sorriso, allora negli anni bui mi facevano pure incazzicchiare. Quella testa a forma di uovo con esaltate celluline grigie incorporate, i baffi ben curati, le scarpe di vernice, le ghette, il bastone e i guanti che si portava dietro perfino al gabinetto d’estate (immaginavo), quell’intercalare francese mon ami o parbleu solleticavano la mia balorda ironia paesana. Poirot un fighetto che avrei preso volentieri in giro. E poi quell’Ordine e simmetria! che facevano a pugni con il mio caotico disordine. Tutto preciso, tutto razionale. Casa squadrata, dalle stanze alle poltrone  dai mobili alle sculture di cubi ad una composizione geometrica a forma di rame. Mamma mia! Però, però, in fondo alla storia, quando radunava il gregge ammutolito ad ascoltare gli incastri degli eventi sanguinosi, tutto spariva dell’omuncolo freddoloso e veniva fuori il titano della logica.
Pausa. Letture nella classica soffitta e letture in treno. Quello dei pendolari divisi in classi. Da Staggia a Siena per le scuole superiori, da Staggia a Firenze per l’Università. Leggere in treno un’atmosfera incredibile tra il lusco e il brusco della mattinata incipiente (siamo alle sei e mezzo) con l’occhio assonnato e lo sferragliare ritmico della locomotiva che induceva, appunto, al sonno. Risultato: crollo in avanti della testa e giallo che scivola giù. Quando, però, seppi che sul treno avvenivano stragi senza fine (specialmente in galleria), allora l’occhio si fece più vispo e l’arrivo inaspettato di qualche passeggero o del controllore mi provocavano una specie di istintivo sussulto.
miss marpleMiss Marple amore a prima vista dato che incarnava perfettamente alcune signorine del mio paese dedite a scuriosare e spettegolare dappertutto. In particolare Gisella a cui noi ragazzacci ne combinavamo di tutti i colori (per esempio infilando uno spillo nel suo campanello di casa per farlo trillare in continuazione). E insomma una donnina curiosa. Dal suo giardino, vede, osserva, ascolta, cataloga le persone secondo il loro comportamento. È alta, snella, occhi azzurri, capelli bianchi, il viso arrossato segnato da molte rughe ed un dolce sorriso con il quale riesce a carpire molti segreti dell’animo umano. Mi ricordo una splendida interpretazione della Rutherford alla televisione che però non era snella, né aveva gli occhi azzurri ed i capelli bianchi. Ma ebbe lo stesso un successo strepitoso (anche per gli accompagnamenti musicali). Fascino del bianco e nero o fascino della passata gioventù? In seguito mi è piaciuta anche l’interpretazione della Geraldine McEwan più attinente al testo ma certo meno, come dire, prorompente e dinamica della Rutherford. Sull’attrazione esercitata da Miss Marple agiva anche il ricordo di vecchie zie che sapevano preparare dolci e torte come lei, e appena entrava in scena mi sembrava di riannusare (mio conio) quegli splendidi profumini. Una goduria.
maigret cerviUn altro “mostro” è Maigret, conosciuto più tardi. Che mi fa venire in mente ancora una volta la televisione. Avevo visto la bella interpretazione che il nostro Gino Cervi aveva fatto del commissario transalpino e così cominciai a fare incetta di gialli del suo autore George Simenon. Di Maigret mi piaceva quella sua aria solida, quel suo fare da buon padre di famiglia, quella sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone inerenti al delitto. Quel suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra. Comunque il nostro Simenon non avrebbe potuto creare il nostro Maigret se non lo avesse conosciuto di persona. Dico che nella realtà di quei tempi in cui Simenon scriveva le storie di Maigret c’era già nella polizia francese il commissario Marcel Guillame che per la sua bravura era stato soprannominato lo “Sherlock Holmes” francese. Simenon si mette sulle sue tracce, riesce a conoscerlo e fra i due nasce una lunga amicizia. Questo Guillame era alto, forte, dai lunghi baffi arricciati, con il caratteristico cappello a bombetta sempre sulla testa, testardo e profondamente onesto nei confronti degli indagati. E’ quello, tanto per capirci, che riesce a smascherare Henri Landru che ammazzava donne come fossero moscerini e poi le bruciava nel caminetto della sua villa risparmiando un bel po’ di legna. Insomma lo Sherlock Holmes francese insegna a Simenon molti trucchi del mestiere, soprattutto dal punto di vista psicologico, che poi lui riversa sul commissario Maigret. E poi c’è il ritmo. Ma sì, il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che lo scrittore belga riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto a quelli massacranti di certi giallastri moderni.

nero wolfeTra il 1969 e il 1971 comparvero alla televisione una serie di sceneggiati su Nero Wolfe interpretati magistralmente da Tino Buazzelli. Fu un trionfo. Me lo ricordo bene perché erano gli anni della contestazione studentesca per cui di giorno mi ritrovavo a blaterare con i “compagni” sciocchi slogan del tipo “Tutto e subito” (a me sarebbe bastato anche un pochino per volta) e la sera, invece di studiare come combattere l’Autorità con la A maiuscola, me ne stavo ignominiosamente rincantucciato sulla poltrona a godermi le esilaranti avventure nate dalla penna di Rex Stout. Una delle tante contraddizioni della non beata gioventù (mai una lira in tasca). Già l’autore mi restava simpatico. Nella vita, prima di giungere al successo, si era dato da fare. Aveva fatto mille mestieri per tirare avanti: da contabile a venditore di souvenir indiani, da guida turistica a stalliere, da venditore di libri a direttore (perfino!) di albergo. Lo avevo anche visto in una fotografia (dove?) e mi era parso alto, dall’aspetto agile e con la barba lunga. Tutto l’opposto della sua creatura. In quegli sceneggiati che davvero fecero epoca c’erano altri attori di gran pregio: Paolo Ferrari ad impersonare Archie Goodwin, Pupo de Luca che rappresentava il cuoco e maggiordomo belga Fritz Brenner e Renzo Palmer nelle vesti dell’ispettore Fergus Cramer. Un bel quartetto! Stout era stato astuto. Perfidamente astuto nella costruzione dei suoi personaggi principali. Nero Wolfe mostruosamente grasso e pigro (a proposito lo si ritrova giovincello in Il trio dell’arciduca di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2014), Archie Goodwin agile e scattante. L’uno fermo, inchiodato alla poltrona, l’altro in eterno movimento. Due piccioni con una fava: il giallo classico all’inglese coniugato con “l’hard boiled” americana. Il tutto servito su un piatto d’argento dove erano bene amalgamate la passione per le orchidee, per la buona cucina, per le raffinate conversazioni e la diffidenza verso il gentil sesso. Un vero e proprio capolavoro di alchimia “giallistica”.
Già, la buona cucina. E la buona tavola. Un elemento di successo di molti romanzi polizieschi a incominciare da Nero Wolfe e mi ricordo che proprio nel periodo in cui andava in onda lo sceneggiato uscirono alcuni libri  sulle sue (e quelle di Fritz) famose ricette che fecero il giro anche di noti ristoranti. Rex Stout dimostrò, tra l’altro, di avere una sorprendente conoscenza di alcune abitudini alimentari del nostro paese.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAl gabinetto casalingo, tra una lettura e l’altra, improvvisi ricordi…
Lo lasciai a vent’anni. O quasi. Era piccolo il mio paese. Alcune centinaia di anime tra Siena e Firenze. Lo lasciai per la città con il groppo in gola e con la sensazione che si strappasse qualcosa dentro. Salutai la mia infanzia, la mia adolescenza e parte della giovinezza. Lì c’erano i miei amici, lì c’erano le mie speranze, le mie paure, i primi battiti del cuore, i primi tremori lungo la schiena. Lì c’erano i luoghi dove avevo scorrazzato intrepido con l’animo rivolto al futuro. Conoscevo ogni angolo, ogni anfratto. Ad ogni ritorno, quando da lontano incominciavo a scorgere l’antico castello, mi sembrava di riabbracciare un vecchio amico. Ci ritornavo con l’orgoglio di chi aveva studiato e nel suo piccolo ce l’aveva fatta, con quel pizzico di vanità che colpisce le ingenue anime dei giovani. Saluti, abbracci, complimenti. Bevute al bar inframezzate da racconti mitici delle passate avventure. Forti strette di mano e il senso di ritrovare me stesso. Alla partenza, mentre vedevo svanire sul treno il vecchio castello, una specie di vuoto, un velo di malinconia. Poi il mio paese è cresciuto, è diventato grande. Diverso. Quasi non lo riconosco. Uno sguardo sorpreso (chi sei?), un saluto affrettato, volti cari che non ci sono più. Panta rei. Tutto scorre. Restano i ricordi a farmi compagnia.
Ogni tanto li sfoglio ricercando i momenti più belli e  allora rimango per un bel po’ sulla tazza a crogiolarmi in un estasiato brodo di giuggiole rotto dallo squillante “Esci fuori, nonno!”. La vita continua…

Un giretto tra i miei libri
caos a BrugesCaos a Bruges di Pieter Aspe, Fazi 2010.
Siamo a Bruges, nevica e fa un freddo boia. Il turista tedesco Dietrich Fiedle viene ritrovato ferito a morte (frattura cranica con emorragia interna) sul selciato di una strada. Tra gli oggetti personali del morto la foto della Madonna di Michelangelo, sul cui sfondo appare l’uva turca e… e qualcosa non quadra…
Ad indagare il nostro commissario Van In già incontrato ne Il quadrato della vendetta. Trasandato, con l’aspetto “di un barbone ripescato in un fiume”, se la prende con gli immigrati, beve e ribeve da tutte le parti tanto da beccarsi una specie di coccolone (cade pure per terra) e un’ulcera gastrica che tiene a bada con il Logastrit. Accanto all’omicidio l’esplosione della statua di bronzo del poeta Guido Gezelle. Pronta riunione del consiglio comunale che degenera nella solita bolgia di insulti (tutto il mondo è paese), lettera minatoria al sindaco di far saltare altri monumenti. L’opera di un pazzo o di un movimento anti fiammingo dei valloni?
Di mezzo una grande società di Tour Operator che cerca di rendere Bruges una città dormitorio e solo turistica come Venezia, la guerra, le SS, la deportazione in Germania dei capolavori artistici su ordine di Himmler, un vecchio attentato che ritorna in discussione, e dunque intreccio tra presente e passato.
Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.

cinque donne e mezzoCinque donne e mezzo di Francisco Gonzales Ledesma, Giunti 2009.
Ormai lo conosciamo l’ispettore Méndez. Un uomo all’antica, amante della poesia rivoluzionaria e poco amante dei regolamenti. Occhi metallici, magnetici, occhi “da vecchio serpente”. Senza pietà con “gli stupratori, con i corruttori di minori e con i pistoleri arroganti”. Sospetto a tutti i regimi e infelice sotto ogni regime perché “le dittature tagliano sempre le palle degli innocenti, mentre le democrazie non tagliano mai le palle ai colpevoli”. Uomo di pazienza ma al bisogno anche di azione. Duro, testardo e generoso. Preso dalle storie di strada che pesca nei vicoli della Barcellona più povera.
Questa volta si trova di fronte al caso di Palmira Canadell, persona dai “modi maneschi”, violentata e assassinata che ha una sorella gemella dal temperamento opposto, sorvegliata da un killer professionista. Insieme alle indagini per questo caso si sviluppa la storia di una bambina e di una madre costretta per bisogno a fare la prostituta. Chi racconta in prima persona è proprio la bambina, divenuta adulta, anche lei sulle orme della mamma.
Libro di forte impatto emotivo, di violenza, di prevaricazione, di potere e dominio dell’uomo sulla donna attraverso il denaro e il sesso. Ma anche storia di imbrogli, falsi fallimenti, finte vendite di terreni, di un sistema giudiziario corrotto dove “I giudici non sono tutti uguali”. Il rimpianto di un mondo che non c’è più. Violenza e dolore con qualche spunto di insperata nemesi.

come piante tra i sassiCome piante tra i sassi di Mariolina Venezia, Einaudi 2009.
La trama interessa fino ad un certo punto. Voglio dire interessa, sì, ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantatre anni, alta uno sputo, un po’ miope, faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.
Soliti personaggi di contorno: Diana, la sua assistente, “un’accanita spettatrice di fiction televisive”, il giovane e bell’appuntato Calogiuri, il maresciallo tuttofare Domenico La Macchia. Sulla trama è presto detto. Trovato morto ammazzato il giovane Nunzio (taglio alla gola) con mutande Dolce e Gabbana e sull’erba un santino di La Madonna della Sula. Di mezzo traffici illeciti e, come al solito, l’amore.
Attraverso le indagini vengono fuori in maniera naturale alcuni aspetti della società della sua terra: maschilismo e dura vita delle donne, smaltimento dei rifiuti tossici radioattivi, sfruttamento degli aiuti della Comunità Europea, abusi edilizi, sottrazione di reperti archeologici.
Ma, soprattutto, è lei, Imma (Immacolata) Tataranni, che giganteggia su impossibili tacchi a spillo e si muove di qua e di là attraverso paesaggi ricchi di storia antica, incespicando, osservando, pensando, rimuginando, ricordando, sognando. E, nei momenti critici, mangiando. Che, con lo stomaco pieno, si ragiona meglio.

confessioneConfessione di Bill James, Sellerio 2009.
Sarah Iles, moglie del dirigente di polizia Desmond Iles, frequenta il “Monty” di Ralph Ember e se la fa con il giovane amante Ian Aston. Un uomo arriva nel locale, cade in terra ferito e viene trascinato via dai suoi killer, non prima di avere detto a Sarah le ultime parole “Un giorno d’argento”. Questo episodio costituisce praticamente il punto di riferimento di tutta la vicenda che vede interessati i due amanti, le forze di polizia e le bande di delinquenti rivali (hanno paura che qualcuno parli). Insieme a Margot, la psicoterapeuta che segue le vicende amorose della pimpante mogliettina (un po’ di sesso fa sempre bene).
Dicevo delle bande rivali che si contrappongono. Da una parte quella di Loxton, dall’altra quella di Leo. Inutile dire delle false amicizie, dei complotti, degli agguati, dei pedinamenti,  delle sparatorie che costituiscono il contorno necessario di tali vicende. Con la polizia presa nel mezzo tra il bene e il male, corrotta e incorruttibile, con Sarah che tra un amplesso e l’altro riesce a far perdere le tracce ad una brancata di esperti inseguitori ed il marito tradito che sopporta stoicamente per salvare il matrimonio.
Buona introspezione psicologica, dubbi, tormenti, descrizione vive soffuse di ironia, riflessioni sociologiche al tempo della Thatcher (in una città portuale nel sud dell’Inghilterra).

crepa!Crepa! di AA.VV., edizioni Erasmo 2008.
Siamo a Livorno, in Toscana, dove non esistono le mezze misure e “Un accidenti a te!” vale da noi come un saluto. Figuriamoci “Crepa!”. È un abbraccio fraterno, una promessa di lunga vita.
Dunque trattasi di sedici racconti noir nei quali c’è di mezzo la CIA (sì anche la CIA) e la vendicatrice che ritorna nonna, l’infanzia che riemerge cupa nel presente, disgraziati che incendiano barboni e poi se la fanno sotto, depistamento delle prove per la carriera, il tormento dell’assassino, e poi si può uccidere per un manoscritto originale di Puccini? (sì che si può), ci si può fidare di un dottore del pronto soccorso? (no, che non si può), abbiamo la politica, il sessantotto, il razzismo, l’amore sognato che non c’è e l’amore vissuto che sparisce, la malattia che consuma e porta alla disperazione, un detective privato alle prese con la sparizione di gioielli, uno strano falò, un cadavere dentro uno squalo, amore etero e amore lesbico in conflitto e insomma un bel po’ di schifezze della vita.
Racconti sinceri, veri, scritti con il cuore. Alcuni scontati che non si può tacere l’evidenza. Prosa equilibrata, chiara, semplice e non è un difetto.
E allora lettori, leggete o crepate!

crimeCrime di Irvine Welsh, Guanda 2009.
L’ispettore detective scozzese trentacinquenne Ray Lennox della polizia di Edimburgo è in vacanza a Miami. Deve solo rilassarsi e poi sposarsi con la bella Trudi Lowe diventata “da impiegatuccia a icona della donna manager”.
Diciamolo subito. Lennox è ossessionato da un caso di pedofilia avvenuto qualche tempo prima ad Edimburgo contro la bambina Britney Hamil che gli squassa il cervello. Ne risente la relazione con Trudi e quando arriva Ginger “grosso valigione di pelle abbronzata”, poliziotto di Edimburgo in pensione, la cosa si complica e si ritrova a bere e sniffare cocaina. Si ritrova anche a difendere e a salvare una bambina, Tianna, dalla violenza di un pedofilo poliziotto.
Movimento, spazio, cielo, natura, animali, uomini che fanno paura e uomini che pescano tranquilli, flash back sulla sua storia ad Edimburgo, l’incontro con il pedofilo, gli scontri con quelli di Miami, l’angoscia di Trudi, il loro amore, il sesso, minimi particolari di realtà e di pensiero che si affastellano l’uno sull’altro e concorrono alla ossessione generale (vedi, per esempio il continuo ritornello delle partite degli Hearts) come un grido lacerante nell’aria. Rabbia, rabbia e rabbia trasmessa anche a Tianna. Fino all’abbraccio e al pianto liberatorio in questo mondo di merda.
Un po’ troppo urlato e ripetitivo ma in fondo ci stava.

tal magia dell'attaccoPer gli scacchi Tal magia dell’attacco di M.Tal e J. Damskij, Prisma 1997.
Gli occhi. Sì, gli occhi sono la “cosa” che ti colpisce di più in queste foto d’epoca che sfoglio con tanta cura. Lo sguardo brucia-caselle incorniciato, con il passare degli anni, in un volto mefistofelico (si sente odore di zolfo) fa riemergere dal mondo fiabesco visioni di Orchi cattivi, di Mangiafuoco terribili. Occhi scuri, profondi, capaci di bucare il futuro, di prevedere al di là di ogni possibilità umana.
Mikhail Tal (Riga, 9 novembre 1936 – Mosca 28 giugno 1992) era una furia scatenata, una forza tremenda della Natura, con lui la scacchiera diventava un vulcano in eruzione, una foresta in fiamme. I sacrifici scoppiavano come petardi impazziti. Che fossero del tutto corretti o meno poco importava. Stava agli avversari dimostrarne l’inconsistenza, la fallacità. Ma gli avversari continuavano a sbagliare e, quasi sempre, venivano travolti. Questo modo di giocare scatenò consensi e mugugni, lodi e critiche sia presenti che future.
Mentre sfoglio con devozione le foto dedicate alla sua vita, alla sua carriera agonistica, sono colpito dagli occhi. Sì, gli occhi. Anche quando il male ha ormai devastato il suo volto rendendolo simile ad un teschio vivente, gli occhi mantengono intatto il loro fascino, conservano il loro mistero. Gli occhi del grande, indimenticabile Michail Tal.

Spiluzzicature
Tra i vari libri spiluzzicati cito tre della Polillo, casa editrice a me cara: Enigma a Cape Cod di Phoebe Atwood Taylor, L’occhio di Osiride di Richard Austin Freeman e L’incredibile viaggio di Todd Dowing. Libro ironico, frizzante e leggero in senso positivo (sempre per quello che ho potuto leggere) il primo; pietra miliare il secondo nella Londra agli inizi del Novecento, dove si amalgamano perfettamente l’ambaradan poliziesco (complesso il giusto) con una bella storia d’amore (a dir la verità questo l’avevo già letto diverso tempo fa in altra edizione); il terzo è il classico esempio di come non ci si debba fidare troppo dei treni, soprattutto quando si imboccano gallerie. Prima o poi me lo becco.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Il capitale di Karl Marx mi riporta al momento dei fermenti rivoluzionari degli anni ’60 durante i quali si voleva cambiare il mondo e al “tutto e subito” che a me bastava pure un poco per volta. Solo aperto e sfogliato, e insomma messo lì per l’onore dei tempi. Invece lessi con avidità fanciullesca la Storia della rivoluzione russa di Lev Trotsky, due volumi in cofanetto Mondadori, che mi esaltò non poco. Mentre i tredici volumi della Letteratura italiana (Einaudi) mi scaraventano ad un momento particolare della mia vita quando mi misi a vendere i libri. Allora andavano di moda le enciclopedie come La storia del mondo moderno della Cambridge-Garzanti che riuscii a piazzare qualche volta con sospirato batticuore. Ho fatto anche questo.

Presentazioni
la mossa del cartomanteLa mossa del cartomante di Franco Matteucci, Newton Compton 2014.
Marietta Lack, la sarta di Valdiluce, muore nell’incendio della sua casa. Tragico incidente o attentato? Ad indagare l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori (mi ricorda don Attilio Verzi di Andrea Franco). Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi. Portatore di disgrazie al solo apparire il falco Trogolo, come in questo caso.
Sull’omicidio: Marietta nuda, odore di cherosene e, soprattutto, una impronta particolare sulla neve che potrebbe essere quella dell’assassino. In giro sette segrete, satanismo, feste mascherate con orge incluse. Colpa del “cartomante” che legge il futuro e porta alla perdizione un sacco di donne (urge beccarlo).
Tutto gira intorno alla Locanda della padella nera con la proprietaria Alma Bellini, il fido servitore nano thailandese Dan Chupong e il “Bamboccione”, un grasso Buddha a forma di vaso. Non mancano i personaggi tipici di ogni paese: il benzinaio che sa tutto e la signora “telecamera” che vede tutto. Momento sentimentale del Nostro con la campionessa del mondo di sci, di riflessione con il Poeta del luogo, gomma forata della Vespa (avvertimento?) e altri morti ammazzati. Citazione imprescindibile di Watson e Sherlock che se manca non c’è gusto.
Sulla fascetta gialla che circonda il libro la scritta “Geniale!”. Diciamo normale, via.

giochi criminaliGiochi criminali di De Cataldo, De Giovanni, De Silva, Lucarelli, Einaudi 2014.
Medusa di Giancarlo De Cataldo
Stefano Mallarmè, barone di Belcastro, viene trovato ucciso dall’amica Emma Blasi, professoressa di Lettere classiche in pensione, le mani legate dietro la schiena con un calzino da uomo infilato in bocca. Giochetti erotici fra loro due, ma niente di conclusivo che al barone piacciono i maschietti. Ha dilapidato il patrimonio con il gioco delle carte dove il Jolly, un “satiro barbuto dal membro esagerato”, vince tutto. Fa gola il suo castello alla malavita e quelli che girano attorno alla “faccenda” sono ex alunni della suddetta Emma, la “Medusa”, che impietriva a scuola con lo sguardo. Ma chi è l’assassino? Violenza, tradimento e un pizzico di ironia che la prof. terrorizza ancora.
Febbre di Maurizio De Giovanni
Al tempo del fascismo il commissario Ricciardi che ha il dono di sentire le ultime parole dei morti. Con i comprimari: il dottor Bruno Modo e il brigadiere Maione. Tante febbri in giro: amore, fame, gioco. Giocano tutti. Al lotto. Un defunto ammazzato al circolo Speranzella. Trattasi di Gaspare ‘o Cecato che parla coi morti e qualche numero buono poteva darlo. Ultime sue parole “Ventuno, nove e diciannove”. Cosa vorranno dire? Un po’di sbandamento e poi il gioco (passatemela) è fatto.
Patrocinio gratuito di Diego De Silva
All’avvocato Vincenzo Malinconico gliene capitano di tutti i colori. Ora arriva Clelia mandata dagli amici (accidenti a loro). Riceve telefonate che l’assillano. Addirittura una canzone “Parole parole” quella cantata da Alberto Lupo e Mina. La canticchia anche uno che abita al quarto piano del suo appartamento. Lo stalker sarà lui. Veda l’avvocato di indagare. Amore e sesso. E senza sesso non c’è amore. Almeno per la bisnonna Giulia di Malinconico.
A Girl Like You di Carlo Lucarelli
L’ispettore Grazia Negro dell’antimafia (quella che si mordicchia l’interno della guancia) aspetta un bambino da Simone (cieco). Tre suicidi e una ragazza scomparsa con stella tatuata sul dorso di un piede. Di mezzo una sala da giochi, l’Aids e la vendetta. E che tipo di vendetta…
C’è molto in questi quattro racconti lunghi. Il sapore e l’atmosfera di una città, l’ironia e la malinconia unite in una prosa cruda al momento giusto, una scrittura lenta e precisa, un’altra che scivola via a guizzi e lampi. C’è l’indagine con i suoi momenti di impasse e di luce improvvisa, ci sono i personaggi veri e concreti, colti nei loro tic umoristici e negli aspetti più umani. C’è il divertimento e la passione dello scrivere. E il gioco, naturalmente. Mortale.

casi da manualeCasi da manuale di Margery Allingham, Mondadori 2014.
Diciotto racconti, diciotto enigmi di una regina del mystery tradotti dal grande Igor Longo. Qui abbiamo Albert Campion, il detective gentiluomo, che ascolta le storie dell’ispettore capo del distretto Charles Luke, bello massiccio, zigomi prominenti, occhi a forma di diamante, lunghe mani ossute e quella (una) del sovrintendente Stanislaus Oates con il “volto smunto e perennemente malinconico”. Campion, dicevo, “magro, pallido, apparentemente innocuo”, capelli imbiancati, spesse lenti di tartaruga e “un gentile e ingenuo serpente velenoso” secondo uno dei personaggi. Spesso paragonato ad un gufo ascolta, osserva, deduce, qualche volta se le becca pure in un racconto piuttosto movimentato (Il professionista e i truffatori). Se non c’è lui ci sono altri che narrano le loro mirabolanti vicende in prima persona.
Di ogni genere: pistole, collane e pellicce che spariscono, addirittura persone che si volatizzano, un delitto premeditato (far fuori la terza moglie), tutto sembra andare per il meglio ma…, uno strano tipo che brucia il denaro, un pazzo che va in giro a strangolare donne di mezza età con i capelli rossi, truffatori alla ribalta, l’agente McFall che si crede furbo una cifra e fa tutto di testa sua, l’ostinazione di una ragazza che vuole sposare il fidanzato probabile assassino con dubbio fino all’ultimo, addirittura la madre di Luke a risolvere il problema della sparizione di una collana e tanto ma tanto altro ancora.
E insomma grande bagaglio tecnico e una scrittura leggera che scivola via da sé con brevi tocchi di umorismo. Una Margery di classe.

la trappolaLa trappola di Mignon G. Eberhart, Mondadori 2014.
“Innamorata di un assassino? Mary Kingery, figlia di un finanziere ucciso cinque anni prima in circostanze mai chiarite, non intende correre il rischio di sposare proprio il colpevole dell’omicidio. Riunisce allora nel padiglione di caccia di famiglia tutti coloro che erano stati presenti in quella tragica occasione, fra cui il futuro consorte. Per scoprire la verità e fugare ogni sospetto, convoca, a insaputa degli altri ospiti, anche l’investigatore O’ Leary e l’infermiera Sarah Keate, sua collaboratrice”.
C’è tutto e di più in questo libro della Eberhart. Ne elenco alcuni aspetti: un vecchio omicidio messo a tacere soprattutto per motivi finanziari, una casa circondata dalla neve dalla quale è impossibile fuggire, un morto ammazzato proprio nella stanza dove era avvenuto il precedente assassinio, un parrucchino e una lettera scomparsi, un diario importante da ritrovare, un cane avvelenato, la nostra Keate che spara ad una mano alla finestra e… e non aggiungo altro per non scoprire troppo la trama.
Tutto contribuisce a creare un clima claustrofobico e di paura come il vento che fischia, il lamento del gatto, qualcuno che entra al buio nella camera di Keate, il personaggio che grida “C’è la morte in questo padiglione!”, la stessa Mary che teme di avere preparato una trappola anche per lei. E insomma tutti pallidi, con gli occhi stanchi e lo sguardo allucinato.
Raccontato in prima persona dalla nostra infermiera che lascia, però, la scena principale della risoluzione del mistero all’investigatore O’ Leary. Assassino smascherato con un trucco piuttosto conosciuto nella letteratura poliziesca. Un buon lavoro con qualche cosettina da aggiustare.

la morte viaggia in autobusLa morte viaggia in autobus di Leslie Cargill, Polillo 2014.
“Caleb Wainwright morì per un colpo d’arma da fuoco a bordo di un autobus in viaggio da Colborough a Netherton”. Inizio niente male. Sull’autobus, poi, c’è un tizio altrettanto niente male. Un tipo strambo, fissato con l’enigmistica e gli scacchi, capace di perdere il treno ogni martedì e di risolvere i problemi più intricati.  Insomma Morrison Shape.
Il morto ammazzato viene fuori poco oltre metà del percorso, quando il motore dell’autobus incomincia a rumoreggiare. Un colpo di pistola al petto e arma sparita. Arriva la polizia nella persona del sergente Matthews (anche lui gioca a scacchi) e l’”ometto”, che si intrufola nelle indagini, suggerisce spunti e suscita discussioni. Intanto sembra che un passeggero si sia volatilizzato (ma come?) e al primo defunto forzato se ne aggiunge un altro per avvelenamento di stricnina.
Il caso si ingrossa, se ne possono notare gli echi sempre più vasti sulla stampa. C’è di mezzo un furto di gioielli e un intrigo gigantesco. Non manca la fuga del probabile assassino con relativo processo.
Insomma, fatemelo dire, gli scacchi al centro dell’attenzione e la vicenda, secondo Morrison Shape, come una partita in cui vince chi pensa sempre con una, due, o tre mosse di anticipo rispetto all’avversario. E, dulcis in fundo, lo ritroviamo seduto davanti ad una scacchiera.
Un lavoro apprezzabile con il connubio “nobil giuoco”- giallo che continua imperterrito il suo bel viaggio insieme a tanti altri compagni di avventura.

soglia criticaPer il contributo di Patrizia Debicke (la Debicche) ecco Soglia critica di Alessandro Prandini, Terra Marique, 2013.
Seconda avventura gialla per il commissario Scozia e il suo numero due Sara Fiorentino che stavolta devono affrontare un assassino che ama Maupassant… Due delitti infatti si susseguono a distanza di pochi giorni in una Bologna immersa nella calura estiva. Le vittime sono donne, la prima una giornalista affermata con brillante marito giornalista anche lui e giovane amante, la seconda una insegnante elementare complessata, con alle spalle una lunga storia di fragilità nervosa. Vengono ritrovate una dopo l’altra, a distanza di pochi giorni, nude nella loro camera da letto, con a fianco una scala e una citazione tratta da Bel Ami di Maupassant. Tutto potrebbe far pensare a un serial killer. Un serial killer letterato che colpisce implacabilmente, ma il commissario Scozia non ci crede e con il valido aiuto di Sara Fiorentino cercherà di risolvere il caso… Il vezzo dell’assassino di riferirsi a Maupassant, farà scoprire qualcosa che porta a legare questi omicidi al passato. E non è finita. Sotto i portici di una misteriosa Bologna, con uno zaino sulle spalle, si aggira uno strano assassino pronto a colpire ancora…
Ambientazione ben costruita, narrazione gradevole, scorrevole che incuriosisce e funziona. I due protagonisti principali, Scozia e Fiorentino, simpatici, umani – lui, divorziato e con un figlio adolescente, ama il cognac e la pianola e lei giovane, moderna con la verve della sua età – con i loro pregi e difetti cercano di mettere insieme e portare avanti un buon rapporto. La concatenazione dei fatti tiene, ma la trama che, a mio vedere, forza un po’ troppo il tema noir sociale di una pseudo vendetta o della folle programmazione di un’anormale giustizia fai da te, provocata da distorsioni mentali dovute a quelle che si credono terribili colpe del passato, mi lascia un po’ perplessa.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

giorgio_faletti_sito-ufficiale_ban_ita1Non sono tra coloro che lo hanno attaccato in vita e si stracciano le vesti dopo la morte: no, a  me i romanzi di Giorgio Faletti erano piaciuti davvero, soprattutto i primi due. Lo avevo anche conosciuto, ai tempi del Falcone Maltese.
Lo saluto con questi due vecchi pezzi, un’intervista del 2005 e una recensione del 2009. E tanto dispiacere. Ciao, Giorgio.

Intervista a Giorgio Faletti (2005)

AB –  Il successo di Io uccido prima, e di Niente di vero tranne gli occhi dopo, ti ha consacrato come uno dei migliori giallisti italiani. Ritieni che questa “etichetta” sia corretta o preferiresti essere considerato un bravo scrittore tout court?
GF – Nella mia carriera ho raccontato a tratti storie molto diverse fra loro. Ho iniziato scrivendo testi comici, successivamente canzoni, infine sono approdato alla letteratura, gialla nella fattispecie. Per questo motivo mi ritengo un narratore che per il momento prova interesse per le storie di suspence. Tuttavia, visto che la mia curiosità è praticamente ingovernabile, non escludo investigazioni in altri settori.
AB – Credi che esista ancora, nei confronti del giallo, una sorta di pregiudizio che lo relega al rango di letteratura “di serie B”?
GF – Sul fatto che ci sia una sorta di ghettizzazione di questo tipo di letteratura è innegabile, ma è altrettanto innegabile che scrittori cosiddetti “di genere” nel tempo abbiano fatto giustizia di molti contemporanei sostenuti da aspirazioni ben più ampie. Esiste a lato, nel contempo, la possibilità che un autore possa sopravvalutare la sua opera e ritenersi portatore di una valenza superiore alla semplice letteratura di intrattenimento.
AB – Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un boom del giallo nella letteratura, nel cinema, alla tv. Pensi che sia un fenomeno passeggero o che si tratti di un trend destinato a durare nel tempo?
GF – Il trend ha la possibilità di essere duraturo, sempre che la massificazione non faccia perdere alle proposte la qualità necessaria a interessare. Il giallo si evolve con i tempi: aumentano qualitativamente le prassi di indagine ma allo stesso tempo le vie per commettere un crimine.
AB – Per quanto riguarda i progetti futuri, cosa hai in serbo per i lettori (e non solo per loro)?
GF – Come sempre, storie. Il mio gusto per la contaminazione potrebbe anche far pensare che non siano solo storie legate al thriller…

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Io sono Dio (2009)

È stata la polemica dell’estate, rimbalzata dai blog ai siti web alla carta stampata. Due blasonate traduttrici, Franca Cavagnoli ed Eleonora Andretta, affermano che l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai), presenta un po’ troppi anglicismi. A sostegno della loro tesi riportano modi di dire che sembrano tradotti con BabelFish, il traduttore automatico. Espressioni incomprensibili per gli italiani ma adatte a un abitante del Bronx. Perifrasi (“il tavolino da notte” per indicare il comodino) che sembrano indicare che il romanzo è stato pensato in inglese. Ma l’autore, si sa, è italianissimo, e per quanto possa avere una certa familiarità con gli States non si giustificherebbe un uso così ampio, e ardito, dell’americano.

Da qui il dubbio, non esplicitato ma sottinteso: chi è l’autore di Io sono Dio? È davvero Giorgio Faletti, oppure la stesura dell’ultimo best seller è stata affidata a un ghost writer straniero? La polemica, a colpi di articoli sui giornali e sulla carta stampata, procede con diverse cadute di stile da entrambe le parti. Il dubbio è a nostro avviso infondato. Lo stesso Faletti, su La Stampa del 22 agosto, elenca articolatamente i motivi per cui un autore di successo, pubblicato in tutto il mondo da un editore serio, non può ricorrere a mezzi di bassa lega. Di più: lo scrittore dà pienamente conto del linguaggio utilizzato, spiegando che l’uso di anglicismi è giustificato dal fatto che il romanzo si svolge interamente in America.

La spiegazione sembra plausibilissima e non lascia adito a ulteriori sospetti. D’altra parte, aggiungiamo noi, se proprio avesse usato un ghost-writer avrebbe anche potuto pagare i servizi di un buon traduttore che eliminasse le evidenti “sbavature” anglofone. È più facile pensare che l’autore abbia scelto il proprio stile, assumendosene la responsabilità. Una storia ambientata negli Stati Uniti deve, ovviamente, utilizzare un registro e delle espressioni in sintonia con l’ambiente circostante.

Nessun mistero, dunque. Anzi, addirittura un blog arriva a lanciare la notizia che Faletti stesso sarebbe un ghost writer, e che le evidenti analogie strutturali tra i suoi romanzi e quelli di celebri autori americani sarebbero di origine falettiana. Lo scrittore nostrano, insomma, non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo ruolo, firmando – finalmente – i libri con il suo nome.

La polemica sembra placarsi solo con la fine dell’estate.

Sarà. Messe a tacere – si spera – le malelingue, ai lettori non rimane che valutare Io sono Dio per ciò che è, nudo e crudo. Un thriller, che inizia durante la guerra in Vietnam e continua nella New York dei giorni nostri. Un pericoloso dinamitardo minaccia di far esplodere una serie di bombe nel centro della città. Sulle sue tracce, un’investigatrice problematica e un reporter in cerca di riscatto dopo aver dovuto rinunciare al premio Pulitzer per aver usato una foto scattata dal defunto fratello. L’indagine procede serrata, i colpi di scena arrivano al momento giusto e, rispetto ai precedenti romanzi di Faletti, mancano le verbose spiegazioni finali. Anche se proprio sul finale il romanzo lascia un po’ a desiderare: se in Io uccido si diceva troppo, qua si dice troppo poco, rendendo il movente dell’assassino un po’ labile (e non sveliamo di più, ma chi ha letto il romanzo avrà probabilmente notato questa piccola pecca).

Sullo stile si può dissertare o dissentire, e non pochi hanno obiettato, ma la lettura è oggettivamente scorrevole e piacevole. Che Giorgio Faletti abbia stile e ironia lo ha già dimostrato nella sua carriera poliedrica e ultraventennale. A riprova di ciò, nel presentare il romanzo l’autore sottolineava come il titolo non avesse alcun riferimento autobiografico.

Nell’insieme, Io sono Dio è una bella prova d’autore per uno scrittore che deve resistere alla sindrome da bestsellerista. Non è facile mantenere ogni volta un livello di vendite da migliaia di copie, conquistare la vetta della classifica e rimanere in cima il più a lungo possibile. Giorgio Faletti si conferma l’unico italiano (alla pari, forse, con Donato Carrisi, che però deve ancora affrontare il banco di prova del secondo romanzo) in grado di competere sullo stesso piano dei grandi thrilleristi stranieri. D’altra parte il debito nei confronti di Jeffery Deaver non è mai stato nascosto, anzi lo scrittore americano è esplicitamente citato (un suo romanzo si trova a casa di un sospettato).

Potrà piacere o non piacere, ma Io sono Dio è ciò che dichiara di essere: un onesto thriller di buon livello scritto da uno dei più letti, e invidiati, scrittori italiani.

(A.B.) (Pubblicato sul Falcone Maltese nel 2009)

“Uccidi il padre” di Sandrone Dazieri

Dazieri Uccidi il padreIl 30 giugno, alla IBS di Roma, Sandrone Dazieri ha presentato con Francesca Reggiani il suo ultimo romanzo Uccidi il padre (Mondadori 2014, anche in ebook).

Abbandonato (per il momento?) il suo storico protagonista seriale, il Gorilla, Dazieri ha scritto un thriller psicologico prendendo spunto da una vicenda verosimile su cui ha poi costruito una trama articolata che dà spazio a due nuove figure: Dante Torre e Colomba Caselli.
Lei è una poliziotta in congedo (scopriremo perché nel corso del romanzo), una trentenne bella e atletica; lui, rapito quando aveva sei anni e imprigionato per undici anni in un silo, adesso ha 36 anni e collabora con le istituzioni nei casi di persone scomparse. Dante è un  claustrofobico con difficoltà relazionali, fa uso di psicofarmaci bilanciati da caffeina e alcol in un “circuito chiuso” grazie al quale sopravvive al suo trauma. Pensa e riflette, mentre Colomba è il braccio “armato” nel senso fisico del termine.
I due vengono chiamati a collaborare in un caso di omicidio e rapimento: un uomo è accusato di aver ucciso la moglie e aver fatto scomparire il figlio durante una gita in un parco alla periferia di Roma. Gli investigatori pensano che l’uomo abbia ammazzato anche il figlio e ne abbia nascosto il cadavere, ma qualcuno non è convinto e chiede Colomba di investigare con discrezione.

Uccidi il padrenon è noir ma thriller“, afferma Dazieri. “Il noir è una narrazione in prima persona che dà anche un giudizio morale sul mondo (il mondo che non funziona); il giallo rappresenta il mondo che funziona. Il thriller sta più dalla parte del noir ma non dà un giudizio: ti dà lo sguardo di vari personaggi e porta avanti la storia attraverso la tensione. È una costruzione molto più articolata“. La definizione di thriller psicologico nasce invece dal fatto che “i personaggi hanno una rilettura psicologica e di conseguenza sociale. La coppia di investigatori ha delle crepe dentro“. Sono “frantumati. Non mi piacciono i vincenti, mi piacciono i perdenti, certo non del tutto altrimenti non arriverebbero alla fine del libro“.

Colomba Caselli è, nelle parole di Francesca Reggiani, “un bellissimo personaggio femminile. È una dominante, realizzata in ciò che fa. Passa attraverso maglie strettissime della vita“. Dei due, Colomba è quella fisicamente forte. Dante è quello intelligente ma certe volte non arriva a comprendere le cose perché è come un alieno, distante dal mondo.

Colomba e Dante, proprio per le loro patologie, fanno un corpo unico e vengono utilizzati dalla Polizia. Colomba, prima del disastro, si sarebbe fidata della normale routine del poliziotto. Ma questa cosa che le è successa, e che si capirà nel corpo del romanzo, ha messo in discussione le sue certezze per cui adesso cerca “altro”, va “oltre”.

Un aneddoto: il nome di Colomba è stato scelto per caso. Dopo un concerto di Leonard Cohen a Firenze, passeggiando in un cimitero, Dazieri si imbatte in una lapide con quel nome e decide di usarlo per il suo personaggio femminile.

Alla domanda d’obbligo per chi ha fatto dell’editoria un mestiere: “Che ne pensi del fatto che tutti vogliono scrivere?” Dazieri risponde che “Non vogliono scrivere, vogliono pubblicare”. E, ripensando all’evoluzione degli ultimi quindici anni, afferma di aver modificato la sua scrittura soprattutto nella sottrazione: È una scrittura più diretta, più semplice ma più raffinata.

Uccidi il padre è il perfetto libro da ombrellone. Colomba e Dante poi, chissà, magari prima o poi torneranno…

P.S. personale: dopo mesi di latitanza, questa presentazione è stata una boccata d’ossigeno. Bentrovati a tutti voi che passate da qua. Buon inizio d’estate!