Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

giorgio_faletti_sito-ufficiale_ban_ita1Non sono tra coloro che lo hanno attaccato in vita e si stracciano le vesti dopo la morte: no, a  me i romanzi di Giorgio Faletti erano piaciuti davvero, soprattutto i primi due. Lo avevo anche conosciuto, ai tempi del Falcone Maltese.
Lo saluto con questi due vecchi pezzi, un’intervista del 2005 e una recensione del 2009. E tanto dispiacere. Ciao, Giorgio.

Intervista a Giorgio Faletti (2005)

AB –  Il successo di Io uccido prima, e di Niente di vero tranne gli occhi dopo, ti ha consacrato come uno dei migliori giallisti italiani. Ritieni che questa “etichetta” sia corretta o preferiresti essere considerato un bravo scrittore tout court?
GF – Nella mia carriera ho raccontato a tratti storie molto diverse fra loro. Ho iniziato scrivendo testi comici, successivamente canzoni, infine sono approdato alla letteratura, gialla nella fattispecie. Per questo motivo mi ritengo un narratore che per il momento prova interesse per le storie di suspence. Tuttavia, visto che la mia curiosità è praticamente ingovernabile, non escludo investigazioni in altri settori.
AB – Credi che esista ancora, nei confronti del giallo, una sorta di pregiudizio che lo relega al rango di letteratura “di serie B”?
GF – Sul fatto che ci sia una sorta di ghettizzazione di questo tipo di letteratura è innegabile, ma è altrettanto innegabile che scrittori cosiddetti “di genere” nel tempo abbiano fatto giustizia di molti contemporanei sostenuti da aspirazioni ben più ampie. Esiste a lato, nel contempo, la possibilità che un autore possa sopravvalutare la sua opera e ritenersi portatore di una valenza superiore alla semplice letteratura di intrattenimento.
AB – Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un boom del giallo nella letteratura, nel cinema, alla tv. Pensi che sia un fenomeno passeggero o che si tratti di un trend destinato a durare nel tempo?
GF – Il trend ha la possibilità di essere duraturo, sempre che la massificazione non faccia perdere alle proposte la qualità necessaria a interessare. Il giallo si evolve con i tempi: aumentano qualitativamente le prassi di indagine ma allo stesso tempo le vie per commettere un crimine.
AB – Per quanto riguarda i progetti futuri, cosa hai in serbo per i lettori (e non solo per loro)?
GF – Come sempre, storie. Il mio gusto per la contaminazione potrebbe anche far pensare che non siano solo storie legate al thriller…

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Io sono Dio (2009)

È stata la polemica dell’estate, rimbalzata dai blog ai siti web alla carta stampata. Due blasonate traduttrici, Franca Cavagnoli ed Eleonora Andretta, affermano che l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai), presenta un po’ troppi anglicismi. A sostegno della loro tesi riportano modi di dire che sembrano tradotti con BabelFish, il traduttore automatico. Espressioni incomprensibili per gli italiani ma adatte a un abitante del Bronx. Perifrasi (“il tavolino da notte” per indicare il comodino) che sembrano indicare che il romanzo è stato pensato in inglese. Ma l’autore, si sa, è italianissimo, e per quanto possa avere una certa familiarità con gli States non si giustificherebbe un uso così ampio, e ardito, dell’americano.

Da qui il dubbio, non esplicitato ma sottinteso: chi è l’autore di Io sono Dio? È davvero Giorgio Faletti, oppure la stesura dell’ultimo best seller è stata affidata a un ghost writer straniero? La polemica, a colpi di articoli sui giornali e sulla carta stampata, procede con diverse cadute di stile da entrambe le parti. Il dubbio è a nostro avviso infondato. Lo stesso Faletti, su La Stampa del 22 agosto, elenca articolatamente i motivi per cui un autore di successo, pubblicato in tutto il mondo da un editore serio, non può ricorrere a mezzi di bassa lega. Di più: lo scrittore dà pienamente conto del linguaggio utilizzato, spiegando che l’uso di anglicismi è giustificato dal fatto che il romanzo si svolge interamente in America.

La spiegazione sembra plausibilissima e non lascia adito a ulteriori sospetti. D’altra parte, aggiungiamo noi, se proprio avesse usato un ghost-writer avrebbe anche potuto pagare i servizi di un buon traduttore che eliminasse le evidenti “sbavature” anglofone. È più facile pensare che l’autore abbia scelto il proprio stile, assumendosene la responsabilità. Una storia ambientata negli Stati Uniti deve, ovviamente, utilizzare un registro e delle espressioni in sintonia con l’ambiente circostante.

Nessun mistero, dunque. Anzi, addirittura un blog arriva a lanciare la notizia che Faletti stesso sarebbe un ghost writer, e che le evidenti analogie strutturali tra i suoi romanzi e quelli di celebri autori americani sarebbero di origine falettiana. Lo scrittore nostrano, insomma, non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo ruolo, firmando – finalmente – i libri con il suo nome.

La polemica sembra placarsi solo con la fine dell’estate.

Sarà. Messe a tacere – si spera – le malelingue, ai lettori non rimane che valutare Io sono Dio per ciò che è, nudo e crudo. Un thriller, che inizia durante la guerra in Vietnam e continua nella New York dei giorni nostri. Un pericoloso dinamitardo minaccia di far esplodere una serie di bombe nel centro della città. Sulle sue tracce, un’investigatrice problematica e un reporter in cerca di riscatto dopo aver dovuto rinunciare al premio Pulitzer per aver usato una foto scattata dal defunto fratello. L’indagine procede serrata, i colpi di scena arrivano al momento giusto e, rispetto ai precedenti romanzi di Faletti, mancano le verbose spiegazioni finali. Anche se proprio sul finale il romanzo lascia un po’ a desiderare: se in Io uccido si diceva troppo, qua si dice troppo poco, rendendo il movente dell’assassino un po’ labile (e non sveliamo di più, ma chi ha letto il romanzo avrà probabilmente notato questa piccola pecca).

Sullo stile si può dissertare o dissentire, e non pochi hanno obiettato, ma la lettura è oggettivamente scorrevole e piacevole. Che Giorgio Faletti abbia stile e ironia lo ha già dimostrato nella sua carriera poliedrica e ultraventennale. A riprova di ciò, nel presentare il romanzo l’autore sottolineava come il titolo non avesse alcun riferimento autobiografico.

Nell’insieme, Io sono Dio è una bella prova d’autore per uno scrittore che deve resistere alla sindrome da bestsellerista. Non è facile mantenere ogni volta un livello di vendite da migliaia di copie, conquistare la vetta della classifica e rimanere in cima il più a lungo possibile. Giorgio Faletti si conferma l’unico italiano (alla pari, forse, con Donato Carrisi, che però deve ancora affrontare il banco di prova del secondo romanzo) in grado di competere sullo stesso piano dei grandi thrilleristi stranieri. D’altra parte il debito nei confronti di Jeffery Deaver non è mai stato nascosto, anzi lo scrittore americano è esplicitamente citato (un suo romanzo si trova a casa di un sospettato).

Potrà piacere o non piacere, ma Io sono Dio è ciò che dichiara di essere: un onesto thriller di buon livello scritto da uno dei più letti, e invidiati, scrittori italiani.

(A.B.) (Pubblicato sul Falcone Maltese nel 2009)

4 thoughts on “Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

  1. Belle interviste, Ale, non me le ricordavo. E quanto è vera la tua premessa! Il voltafaccia impera. Sarà perché è sempre molto facile comprendere un dolore, molto più difficile gioire per un successo. Ho incontrato Faletti una sola volta, me lo ricordo con un sorriso sincero.

    • Ho letto diverse cose che non mi sono piaciute, oggi.
      Anche nel passato credo che Faletti sia stato oggetto (soprattutto) di enorme invidia.
      Ma cosa resta di quei momenti, di quelle discussioni così accese? Niente. Il tempo, la vita, la morte riportano tutto nella giusta prospettiva. Purtroppo.

  2. Non sapevo della sua malattia e sono rimasto colpito alla notizia che ci ha lasciato. Anche a me è sembrato un autore dignitoso (lo scrissi su “Angolo nero”) al di sopra di tanti giallastri. Un saluto sincero.

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