“Ricordi giallastri” di Fabio Lotti

perry masonPer gli amici del blog scrivo cose nuove e riprendo pezzi già scritti in qua e là. I ricordi giallastri si perdono nella notte dei tempi. In una soffitta di una modesta casa di un piccolo paese della Toscana. Un migliaio di anime divise tra il bar Sport e il bar del prete (praticamente i tempi di Peppone e Don Camillo). Moccoli che volavano in aria insieme agli ora pro nobis. Una vita da sbrindellato ragazzaccio di strada. Ma al momento opportuno il cambiamento. Indossati “panni reali e curiali” (una citazione passatemela) su in soffitta con i miei libri. Tra cui signoreggiavano i romanzi polizieschi.
“La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore americano Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato creato dalla penna di Erle Stanley Gardner”. L’ho scritto talmente tante volte che non mi pare nemmeno vero (ora ho addirittura qualche dubbio). Comunque più che dal personaggio libresco sono stato colpito da quello televisivo, interpretato proprio dall’attore sopraccitato. E anche dall’ambiente. Per un ragazzotto ignorantotto abituato ai vicoli di paese e alle case modeste (magari senza il water) le aule dei tribunali e gli uffici degli avvocati esercitavano un fascino irresistibile, quasi una morbosa curiosità unita ad una sorta di timida soggezione. A bocca spalancata insieme ad altri delinquentelli al bar “Italia” (citato) per seguire i dibattiti accesi fra l’accusa e la difesa e gli scontri con il procuratore distrettuale Hamilton Buerger, tra il fumo denso e qualche rutto improvviso che si spandeva fragrante nell’aria. Presi pure, diciamolo, dalle grazie rotonde di Della Street verso cui non mancavano risatine varie, fischi di apprezzamento e perfino proposte da futuro bunga bunga (senza sborsamento di sghei, però). Diversi anni più tardi gli attori, tutti imbolsiti sciuparono un po’ il mito… (peccato).
delitti della rue morguePoi arrivò il Verbo, ovvero Edgar Allan Poe, cioè Auguste Dupin. Verso gli anni sessanta veniva ogni tanto a fare visita nel mio paese il cosiddetto pulmino della cultura popolare, provvisto di libri di vario genere da dare in prestito, per cercare di interessarci in qualche modo alla lettura. Io diverse puntatine ce le facevo (di nascosto per non essere considerato un secchione), anche perché trovavo sempre qualcosa che stuzzicava la mia curiosità. Ed è proprio su questo pulmino polveroso che ho fatto il mio primo incontro con Edgar Allan Poe e Gli assassinii della Rue Morgue, pubblicati dalla BUR con una copertina grigiognola che metteva tristezza solo a guardarla. E il primo impatto con Dupin è stato ambivalente. Troppo sofistico, troppo arzigogolato, troppo matematico! E nello stesso tempo così intrigante, così complesso, così inquietante! Mamma mia bella, me lo divorai in quattro e quattr’otto  senza capirci un granché. In seguito lo avrei adorato e nello stesso tempo strozzato. E c’erano anche, sul suddetto pulmino, i drammoni dell’onesta gallina popolare Carolina Invernizio che mi solleticavano non poco e mi mettevano in ambascia (soprattutto per la scrittura), per esempio con La sepolta viva, che appare oggi straordinariamente attuale vista la donna detective e  l’assassinio generato da un amore lesbico (addirittura!). Su questa scrittrice beccatevi questo.
sherlock-holmes-oldPer terzo si piazzò Sherlock, il divino Sherlock che appena si presentava da lui un essere umano, ti sapeva dire quando aveva fatto il ruttino la prima volta e se la sorella del fratello era rimasta incinta. Bocca stretta e occhi sgranati. O come mi sarebbe piaciuto possedere le sue capacità divinatorie! Anche se il tipo, quando si “faceva”, mica mi garbava tanto, che in casa mia tutti ligi alla rettitudine sotto lo sguardo truce del babbo. Comunque Sherlock era Sherlock e gli si poteva perdonare tutto. Perfino qualche strombazzata di violino. La spalla, ovvero il dottor Watson, mi sembrava il classico bischero senza sugo di nulla, messo lì a giganteggiare il nume. Ed era proprio questo (lo capii in seguito) l’obiettivo dello scrittore! E vedete un po’ in che condizioni mentali si trovava il giovane Lotti…
poirotPoi giunsero gli altri. Niente di particolare, solo ricordi e prime emozioni. Poirot all’inizio mi pareva vanesio e altezzoso. No, non che non lo sia, ma questi difetti che ora mi tirano al sorriso, allora negli anni bui mi facevano pure incazzicchiare. Quella testa a forma di uovo con esaltate celluline grigie incorporate, i baffi ben curati, le scarpe di vernice, le ghette, il bastone e i guanti che si portava dietro perfino al gabinetto d’estate (immaginavo), quell’intercalare francese mon ami o parbleu solleticavano la mia balorda ironia paesana. Poirot un fighetto che avrei preso volentieri in giro. E poi quell’Ordine e simmetria! che facevano a pugni con il mio caotico disordine. Tutto preciso, tutto razionale. Casa squadrata, dalle stanze alle poltrone  dai mobili alle sculture di cubi ad una composizione geometrica a forma di rame. Mamma mia! Però, però, in fondo alla storia, quando radunava il gregge ammutolito ad ascoltare gli incastri degli eventi sanguinosi, tutto spariva dell’omuncolo freddoloso e veniva fuori il titano della logica.
Pausa. Letture nella classica soffitta e letture in treno. Quello dei pendolari divisi in classi. Da Staggia a Siena per le scuole superiori, da Staggia a Firenze per l’Università. Leggere in treno un’atmosfera incredibile tra il lusco e il brusco della mattinata incipiente (siamo alle sei e mezzo) con l’occhio assonnato e lo sferragliare ritmico della locomotiva che induceva, appunto, al sonno. Risultato: crollo in avanti della testa e giallo che scivola giù. Quando, però, seppi che sul treno avvenivano stragi senza fine (specialmente in galleria), allora l’occhio si fece più vispo e l’arrivo inaspettato di qualche passeggero o del controllore mi provocavano una specie di istintivo sussulto.
miss marpleMiss Marple amore a prima vista dato che incarnava perfettamente alcune signorine del mio paese dedite a scuriosare e spettegolare dappertutto. In particolare Gisella a cui noi ragazzacci ne combinavamo di tutti i colori (per esempio infilando uno spillo nel suo campanello di casa per farlo trillare in continuazione). E insomma una donnina curiosa. Dal suo giardino, vede, osserva, ascolta, cataloga le persone secondo il loro comportamento. È alta, snella, occhi azzurri, capelli bianchi, il viso arrossato segnato da molte rughe ed un dolce sorriso con il quale riesce a carpire molti segreti dell’animo umano. Mi ricordo una splendida interpretazione della Rutherford alla televisione che però non era snella, né aveva gli occhi azzurri ed i capelli bianchi. Ma ebbe lo stesso un successo strepitoso (anche per gli accompagnamenti musicali). Fascino del bianco e nero o fascino della passata gioventù? In seguito mi è piaciuta anche l’interpretazione della Geraldine McEwan più attinente al testo ma certo meno, come dire, prorompente e dinamica della Rutherford. Sull’attrazione esercitata da Miss Marple agiva anche il ricordo di vecchie zie che sapevano preparare dolci e torte come lei, e appena entrava in scena mi sembrava di riannusare (mio conio) quegli splendidi profumini. Una goduria.
maigret cerviUn altro “mostro” è Maigret, conosciuto più tardi. Che mi fa venire in mente ancora una volta la televisione. Avevo visto la bella interpretazione che il nostro Gino Cervi aveva fatto del commissario transalpino e così cominciai a fare incetta di gialli del suo autore George Simenon. Di Maigret mi piaceva quella sua aria solida, quel suo fare da buon padre di famiglia, quella sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone inerenti al delitto. Quel suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra. Comunque il nostro Simenon non avrebbe potuto creare il nostro Maigret se non lo avesse conosciuto di persona. Dico che nella realtà di quei tempi in cui Simenon scriveva le storie di Maigret c’era già nella polizia francese il commissario Marcel Guillame che per la sua bravura era stato soprannominato lo “Sherlock Holmes” francese. Simenon si mette sulle sue tracce, riesce a conoscerlo e fra i due nasce una lunga amicizia. Questo Guillame era alto, forte, dai lunghi baffi arricciati, con il caratteristico cappello a bombetta sempre sulla testa, testardo e profondamente onesto nei confronti degli indagati. E’ quello, tanto per capirci, che riesce a smascherare Henri Landru che ammazzava donne come fossero moscerini e poi le bruciava nel caminetto della sua villa risparmiando un bel po’ di legna. Insomma lo Sherlock Holmes francese insegna a Simenon molti trucchi del mestiere, soprattutto dal punto di vista psicologico, che poi lui riversa sul commissario Maigret. E poi c’è il ritmo. Ma sì, il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che lo scrittore belga riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto a quelli massacranti di certi giallastri moderni.

nero wolfeTra il 1969 e il 1971 comparvero alla televisione una serie di sceneggiati su Nero Wolfe interpretati magistralmente da Tino Buazzelli. Fu un trionfo. Me lo ricordo bene perché erano gli anni della contestazione studentesca per cui di giorno mi ritrovavo a blaterare con i “compagni” sciocchi slogan del tipo “Tutto e subito” (a me sarebbe bastato anche un pochino per volta) e la sera, invece di studiare come combattere l’Autorità con la A maiuscola, me ne stavo ignominiosamente rincantucciato sulla poltrona a godermi le esilaranti avventure nate dalla penna di Rex Stout. Una delle tante contraddizioni della non beata gioventù (mai una lira in tasca). Già l’autore mi restava simpatico. Nella vita, prima di giungere al successo, si era dato da fare. Aveva fatto mille mestieri per tirare avanti: da contabile a venditore di souvenir indiani, da guida turistica a stalliere, da venditore di libri a direttore (perfino!) di albergo. Lo avevo anche visto in una fotografia (dove?) e mi era parso alto, dall’aspetto agile e con la barba lunga. Tutto l’opposto della sua creatura. In quegli sceneggiati che davvero fecero epoca c’erano altri attori di gran pregio: Paolo Ferrari ad impersonare Archie Goodwin, Pupo de Luca che rappresentava il cuoco e maggiordomo belga Fritz Brenner e Renzo Palmer nelle vesti dell’ispettore Fergus Cramer. Un bel quartetto! Stout era stato astuto. Perfidamente astuto nella costruzione dei suoi personaggi principali. Nero Wolfe mostruosamente grasso e pigro (a proposito lo si ritrova giovincello in Il trio dell’arciduca di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2014), Archie Goodwin agile e scattante. L’uno fermo, inchiodato alla poltrona, l’altro in eterno movimento. Due piccioni con una fava: il giallo classico all’inglese coniugato con “l’hard boiled” americana. Il tutto servito su un piatto d’argento dove erano bene amalgamate la passione per le orchidee, per la buona cucina, per le raffinate conversazioni e la diffidenza verso il gentil sesso. Un vero e proprio capolavoro di alchimia “giallistica”.
Già, la buona cucina. E la buona tavola. Un elemento di successo di molti romanzi polizieschi a incominciare da Nero Wolfe e mi ricordo che proprio nel periodo in cui andava in onda lo sceneggiato uscirono alcuni libri  sulle sue (e quelle di Fritz) famose ricette che fecero il giro anche di noti ristoranti. Rex Stout dimostrò, tra l’altro, di avere una sorprendente conoscenza di alcune abitudini alimentari del nostro paese.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

4 thoughts on ““Ricordi giallastri” di Fabio Lotti

  1. Magret con Cervi e Wolfe con Buazzelli sono pietre miliari del giallo “televisivo”. L’inevitabile “lentezza” delle riprese – questi erano i ritmi della televisione di quegli anni – ben si adattavano ai due investigatori: al loro modo di ragionare e di vivere.
    “Wolfe” di Pannofino, al di là della grande voce da doppiatore e della simpatia dell’attore, non rende a sufficienza la dicotomia tra la velocità di pensiero dell’arguto del personaggio di Stout e la sua bradipesca lentezza nella vita.
    Grazie di questi splendidi ricordi.

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