Estate 2014/3: Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza di Fred Vargas

20140820_113900 vargas[…] Temprata dalle dure prove, agguerrita dai fallimenti, avendo acquisito tra smacchi e insuccessi una lucidità letteralmente spaventosa e un’approfondita conoscenza delle trappole che la vita si diverte a disseminare qua e là sul nostro cammino, sono la donna giusta, e tante volte fui decorata per la mia eroica resistenza di fronte all’avversità (ritroviamo qui il tema centrale dell’eroe, che per certi versi incrocia quello dell’amore, della guerra e della filosofia). Grazie a questa esperienza poco comune ho potuto accollarmi ogni sorta di missione rischiosa, in fatto di amore, e fui più volte inviata al fronte in avanscoperta al solo scopo di risparmiare ai miei fratelli umani le insidie del cammino. E così come la conoscenza del passato permette di prevedere il futuro e diffidarne (qui si vede che la mia mente di storica m’incalza senza tregua), l’esperienza mi conferisce doti predittive fuori dal comune in fatto di amore. Potete quindi nutrire la più cieca fiducia nelle verità che espongo in questo compendio, magistralmente accorpate come le tegole di un tetto e le sue grondaie. […]

[Pag. 46, Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza, Fred Vargas, Einaudi 2014]

Dimenticate Adamsberg e gli Evangelisti: stavolta Fred Vargas aveva solo una settimana di ferie e l’ha impiegata interamente per questo divertissement che è l’esatto opposto di ciò che il titolo declama. Sono indecisa se considerarlo un’opera ironica (ma allora bisogna dire anche che è stato pubblicato solo perché è di Vargas) o un concentrato di supponenza (ed essendo Vargas francese propendo per questa seconda ipotesi). Leggendolo (rapidamente, sono poco più di cento pagine) mi sono convinta del fatto che, tutto sommato, quando il destino ha assegnato in sorte le sorelle mi è andata bene: essere la gemella di Fred Vargas deve essere una iattura non da poco.

Consigliato solo ai fan sfegatati.

P.S.: “A trecentosessantacinque gradi” (pag. 105)?? Mah.
P.S.2: E le formiche??

Estate 2014/2: Maurizio de Giovanni

in fondo al tuo cuoreNon uno, ma due romanzi di Maurizio de Giovanni letti a tempo di record. Buio per i bastardi di Pizzofalcone e In fondo al tuo cuore, i due ultimi usciti (notare che due uscite nell’arco di sette mesi sono già un record, in un panorama editoriale sempre più stitico, arido e superficiale).
Il primo fa parte della serie “moderna” di Lojacono, l’altro della serie “antica” di Ricciardi. Difficile stabilire una preferenza tra le due perché sono profondamente diverse tra loro, anche se in entrambe risuona la voce potente e inconfondibile dell’autore.
Non parlerò di trame perché avrebbe poco senso. Basti sapere che Ricciardi è alle prese con la morte di un celebre ginecologo, uno che per arrivare dov’era arrivato si era lasciato alle spalle i cadaveri di molti nemici. I Bastardi, invece, devono indagare sul rapimento di un bambino.
Le trame sono anche delitti, i delitti più efferati, ma quello che conta è la scrittura, il modo di raccontare, di incantare i lettori, di tenerli avvinti fino all’ultima pagina. Sempre nuovo ma senza tradire le aspettative. Con questi personaggi vividi, che si evolvono, che si immergono nei fatti della vita e ne escono cambiati. Come il commissario Ricciardi, ancora in bilico tra due donne, sempre più cupo; come il bel “Cinese” Lojacono e la sua vivacissima squadra di bastardi (prossimamente sul piccolo schermo? Speriamo), sempre più caratterizzati.
Se aggiungiamo i racconti e le pièce teatrali che l’autore ci ha regalato in questi anni, possiamo affermare con certezza che Maurizio de Giovanni ha affiancato (e forse anche scalzato?) i grandi autori contemporanei di giallo e non solo. Lo ha fatto con naturalezza, come se fosse nato per questo.

Sì, Maurizio de Giovanni è straordinario. Inutile raccomandarlo a chi lo conosce già. Chi ancora non lo conosce invece dovrebbe rimediare al più presto.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa faccio breve. Eravamo tutti lì, voglio dire nella stanza condominiale gabinettistica a parlare di libri, ed ero riuscito ad attirare l’attenzione dei miei compagni di water sulle nuove frontiere  del sesso nel romanzo poliziesco con salti sul letto per ogni dove, quando se ne esce fuori il sor Aspasio e i suoi strazianti dolori. No, non dolori esistenziali dello spirito, ma quelli belli concreti del corpo. I cosiddetti dolori reumatici di cui egli è assoluto depositario. Allora, storcignando sulla tazza, incomincia ad uggiolare di continuo come un cane che abbia perso il suo padrone. Di solito ognuno di noi fa finta di niente, che se gli diamo spago è finita. Ma questa volta al dolore “romantico” di Aspasio si è aggiunto inopinatamente quello cervicale della sora Carmela appetitosa, per cui tutti gli sguardi si sono rivolti verso di lei trascinandosi appresso l’argomento dolore e malattia. E qui è venuta fuori una trenata di disgrazie lunga che non vi dico: dalla fistola anale al rigurgito esofageo, dal corpo sciolto al prurito della Jolanda (come direbbe la Littizzetto). Non volendo sentirmi messo in disparte e restare tagliato fuori dalla conversazione, ho aggiunto i miei malanni, tra cui l’ingrossamento abnorme della prostata, per ricevere qualche sofferta comprensione seguita da una pacca di coraggio sulle spalle. A fine seduta ultimo ululato corale, tirata di sciacquone e tutti a casa un po’ rinfrancati. Mal comune mezzo gaudio.

Un giretto fra i miei libri
crimini di piomboE chi non ricorda gli anni di piombo, quelli del terrorismo, delle Brigate rosse, dei comizi di Capanna, dei tre squilli di tromba prima dell’attacco della polizia, dei capelloni, degli eskimo e delle barbe incolte, del tutto e subito, dei figli di papà, dei giubbotti neri e dei giacconi militari, degli espropri proletari, dei Mao, dei Lenin, di Ordine Nuovo, di Piazza Fontana, di Aldo Moro, dei gambizzati, degli infiltrati, e di tutte le vittime innocenti di quel tremendo massacro? Li ho vissuti a partire dai primi segnali all’Università di Firenze. Un po’ di sbieco, a dir la verità, che tutti quegli slogan, tutto quell’odio mi appariva enorme, esagerato, mostruoso. Incomprensibile.
Ma se me ne fossi dimenticato anche per una piccola parte ecco a ricordarmeli e a ricordarceli Crimini di piombo di A.A.V.V., Laurum 2009, a cura di Daniele Cambiaso e Angelo Marenzana.
Ventinove autori nostrani per ventisette racconti (se non sbaglio) che ti riportano indietro a quei momenti fatali attraverso un abile giuoco tra fantasia e realtà. Attraverso fatti storici accertati e personaggi che in qualche modo rappresentano i protagonisti di quel tempo: il rivoluzionario fanatico, il fascista picchiatore, il poliziotto infiltrato. Insieme ai tanti personaggi veri e sconosciuti, alle vittime sacrificali, ai figli dei rossi e dei neri che non c’entrano nulla, al fratello di fronte al fratello con l’arma puntata e la mano tremante.
Racconti diversi, sguardi diversi, angolazioni diverse. Anche qualità diverse se vogliamo, ma qui ciò che conta è la passione e l’impegno civile di scoprire dentro la storia un barlume di verità, un qualcosa di razionale che razionale non fu. O almeno cercare di capire cosa avvenne nell’animo di tante persone coinvolte direttamente o indirettamente.
Paura, odio e fanatismo. Rabbia, vendetta e morte.
E la domanda “Perché?”.
Già, “Perché?”.

cul de sacTra i vari personaggi che sfilano in questo Cul-de-sac di Alberto Custerlina, Dalai 2011, uno dei più originali e riusciti mi pare Zeno Weber.
Lo troviamo subito intento ad immaginare il futuro attraverso le “sinergie”, sua definizione, o “stronzate”, definizione del padre. Di solito fa cilecca ma questa volta ci azzecca. Licenziato in tronco da un supermercato dove il ladro è di casa e di bottega e lui avrebbe dovuto fare qualcosa. A San Silvestro per strada a prendersi una stecca di MS mobile e l’ultimo Batman al video noleggio. Per ora nevica ma in seguito arriva la bora e farà un freddo bestia. A casa il gatto Ben e pure un busto di Mussolini. Auguri agli amici attraverso Facebook, pappatoia e bevitoia (mio conio) con rutto libero.
Dal vicequestore Achille un lavoretto per tremila euro “puliti, puliti”. Sorvegliare il marito di un’amica che sospetta di tradimento. Lavoretto facile, solo che si trova invischiato in quattro morti ammazzati disposti in terra a croce e incaprettati. Sul pavimento dei simboli, forse roba satanica. Allora si cambia, si entra nella Fast Pack, una ditta di copertura, che si interessa di clandestini come “una supposta di antibiotico infilata nel culo dello Stato”. Deve essere un lavoro d’archivio per Zeno che trasforma subito in lavoro di movimento. E’ chiaro che si becca una botta in testa e si addormenta.
La storia globale è ben costruita. Di mezzo la mafia russa, gli albanesi, i negri e altri personaggi interessanti (non all’altezza di Zeno). Scrittura decisa, ironica e punzecchiante con un ritmo veloce, senza sosta. Personaggi ben delineati attraverso brevi tocchi, a volte basta una metafora inaspettata, un particolare evidenziato, un aggettivo ben calibrato per renderli vivi e lasciare una impronta precisa (qualche sbavatura ci sta). Movimento il giusto senza esasperazione, cecità e violenza, un po’ di intorcinamento finale per chi predilige le storie più lineari come il sottoscritto. Citati pure gli scacchi e questo mi pare un gran merito (sorriso autoironico).

dei gatti e degli uominiCopertina cartonata giallo scuro, un micino che ti guarda fisso negli occhi, titolo in rosso, nome e cognome dell’autrice in nero, pagine centododici. Ecco a voi Dei gatti e degli uomini di Patricia Highsmith, Archinto 2007. Un libro leggero che mi ha fatto compagnia lungo le passeggiate all’aeroporto di Ampugnano. Tre racconti, tre poesie e una esperienza personale dell’autrice che hanno per protagonista uno degli animali domestici più amati o disprezzati: il gatto. Ed essendoci di mezzo la nostra Patricia non poteva mancare un altro elemento essenziale nei suoi racconti: il morto. Dunque il gatto e il morto. Anzi il morto ammazzato. Una bella coppia.
Poi, dicevo, tre poesie viste con gli occhi di un gatto e l’esperienza personale della Higsmith, un piccolo peana a tutta la razza gattifera. Citati Chandler, Simenon, Poe e i loro gatti. Sta a vedere che me lo prendo uno anche io.

delitti di gente qualunqueSarti Antonio arriva a pagina quarantatré in veste di ricordo di quel talpone di Rosas. In carne ed ossa poche pagine più avanti alle prese con il cellulare. Prima c’è la storia della Rocchetta Mattei, già Rocca di Bonifacio, marchese di Toscana, passata a Matilde di Canossa e poi al Comune di Bologna, fino a diventare un cimitero e rimessa solo in parte dal suddetto conte. Un posto a vocazione militare venuto in mano ai tedeschi e di seguito agli americani che porta sfiga e provoca un tipo di morte per niente naturale. Aggiungo “un furto di radium commesso dall’esercito tedesco all’Ospedale sant’Orsola nel luglio del 1944” e una scoperta interessante del fotografo “Due Scatti” che coinvolge il ricercatore universitario Rosas già citato. Siamo in Delitti di gente qualunque di Loriano Macchiavelli, Mondadori 2009.
La domanda essenziale è che fine abbia fatto il radium rubato. Una brutta fine, invece, la fa “Due Scatti” praticamente come schiacciato da un compressore e la sua immagine speculare appiccicata al soffitto. E Rosas scompare. E Sarti Antonio, sergente, deve trovarlo su perentorio comando dell’Ispettore capo Raimondi Cesare, quello del “éverocomesidice”, che è tutto un bigiù.
Intorno a Sarti, sempre alle prese con la solita colite e il solito caffè, abbiamo Felice Cantoni che guida l’auto 28, Locasciullo che non si meraviglia più di niente e la giovane collega “Prenotato Salvatrice, di Giustiniano e Grandoli Maria, nata ventisette anni fa a Barletta, laureata in psicologia…” esperta di computer. Per trovarlo non deve fare altro che interrogare chi lo conosce: la Biondina (prostituta), il Lurido, Micron, la maga dagli occhi verdi e se non bastano questi deve pescare Settepaltò da qualche parte, nomi e soprannomi tutto un programma. A rendere più difficile l’impresa sospettato pure lui, licenziato dal servizio, riammesso e licenziato di nuovo. Come tragico contorno il problema dei baraccati, degli illegali, la miseria, il freddo, la tristezza, il ripristino della legalità in “Una città malata in un mondo malato”.
E poi via a Riola Vergato dove c’è la Rocchetta Mattei, con squarci di paesaggio e descrizioni affettuose e partecipi della vita di paese: la Trattoria del Galletto, il barbiere, il salumiere, il giornalaio (non manca neppure una partita a tressette). E nuovi incontri con Selmo e la moglie Delina, e poi Trebisonda che “legge” le tensioni emotive e Climét che parla con le piante.
E ancora cunicoli da investigare, momenti di tensione e paura, fino a ritrovare Sarti Antonio legato mani e piedi e incappucciato. Poco sesso ma buono (per lui). Ironia e sarcasmo contro le cose che non vanno, soprattutto contro i politici che non cambiano mai. L’autore che segue le vicende del Nostro con partecipata attenzione e affettuosa presa in giro.

delitti doc per il commissarioDelitti doc per il commissario Brunò di Martin Walker, Sperling & Kupfer, 2010.
St. Denis fine dell’estate. Incendio di un grosso capanno di legno e del raccolto circostante. Niente di particolare se non si trattasse di un incendio doloso relativo a coltivazioni geneticamente modificate di natura strettamente riservata. All’opera il commissario Brunò Courregès che vive in una casa di campagna con il cane Gigi e vari polli domestici.  Ginnastica e passeggiate mattutine prima di entrare al lavoro. Il fuoco lo terrorizza, ricordo della guerra dei Balcani, durante la quale si è beccato la croix de guerre.
Pochi indizi, una telefonata anonima ed una bandierina di metallo con una scritta che rimanda ad una società agricola. A dare manforte Jean Jacques Jalipeau, capo della sezione investigativa della police nationale per il department, “Omone grande e grosso il cui aspetto sgualcito celava un’acuta intelligenza”. In seguito arriverà pure l’ufficiale superiore del ministero dell’Interno generale Lannes a dimostrazione che la faccenda si fa seria. Tanto più che su quelle terre c’è l’interesse di Bondino, riccone californiano che vuole trasformare le attività artigianali in una produzione industriale. Di mezzo pure i Verdi con Max e la fidanzata Jacqueline (vispotta). E lo stesso Brunò alle prese con Isabelle e la sua voglia di portarlo a Parigi. Ma i formaggi, il buon vino, il paesaggio e le persone che sfornano ricordi continui lo tengono legato a St. Denis, seppure cambiata in dieci anni e diventata terra di turisti, supermercati e ipermercati. Tra una bevuta e l’altra, tra un discorso e l’altro arrivano i morti, le ombre, i sospetti (citato pure Sherlock Holmes) fino alla soluzione finale.
Un po’ lento e monotono come la figura di Brunò.

rubinsteinPer gli scacchi ho scelto il libro Rubinstein virtuoso della scacchiera di J. Razuvaev e V. Murakhveri, Prisma 1995.
Alla fine di un percorso dietro le orme di una esistenza umana affiora sempre qualche sensazione, qualche sentimento che determina un certo stato d’animo nel lettore. Così è stato per i Grandi già presi in considerazione e così probabilmente accadrà anche questa volta.
Se per Tarrasch era venuta fuori una specie di rispettosa soggezione, se le fortune di Capablanca avevano fatto nascere un po’ di accidiosa invidia, se Alekhine e Fischer avevano suscitato ammirazione mista ad una venatura di tristezza per motivi diversi e Lasker si era presentato con una simpatia irrefrenabile, ebbene la vita del polacco Akiba Rubinstein mi ha subito colpito per la sua “sfiga” incredibile. Impossibile non sentirsi solidali con questo pur geniale giocatore schiacciato da due più forti di lui e finito miseramente in un ricovero psichiatrico. Una vita da leggere che commuove e fa riflettere.

Spiluzzicature
Spiluzzicati con soddisfazione due libri della Guanda: Il buon informatore di John Banville e Fantasmi del passato di Marco Vichi che sembra abbia conquistato un successo internazionale (complimenti).

Spiluzzicature con atavici ricordi
Bagheria di Dacia Maraini mi riporta ad un anno atavico di insegnamento al liceo scientifico Galileo Galilei di Siena, quando la scrittrice venne a presentare il suo libro al comune della città. La conobbi e mi parve persona gradevole, aperta, disponibile al dialogo con gli studenti, gli occhi celesti che le brillavano di curiosità e di vita. Un bel ricordo.
Di lei non posso non menzionare lo splendido affresco La lunga vita di Marianna Ucria e il più recente L’amore rubato con il tema della donna sempre al centro del suo percorso letterario e di vita. Scrittrice di una sensibilità infinita.

Presentazioni
la piramide di fangoLa piramide di fango di Andrea Camilleri, Sellerio 2014.
Tuoni e fulmini. Non solo a Vigata, ma in tutta Italia. Forse è quello che ci meritiamo, commenta amaro Montalbano. Un brutto sogno con un uomo accoltellato in mezzo alle scapole. Nella realtà un morto ammazzato in contrada Pizzutello dentro a un tubo sparato alle spalle. In una condotta idrica dove lavorano da sette anni, ormai inutile perché non c’è più acqua (ecco l’Italia). Sparita la moglie tedesca che pare se la faccia con parecchi (un colpettino alla Merkel?), sparito dalla villetta in cui abitavano anche un “ospite” che doveva essere piuttosto importante. Giornalista coraggioso che collabora Gambardella, giornalista che lo attacca sempre Ragonese (tanto per pareggiare).
La piramide di fango è reale (visto il clima) e metaforica “Il fango delle mazzette, dei falsi rimborsi, dell’evasione, delle tasse, delle truffe, dei falsi in bilancio, dei fondi neri, dei paradisi fiscali, del bunga bunga…”. Un groviglio di interessi marci tra le società appaltatrici intrecciate con la mafia e continui depistaggi.
Il nostro Montalbano un po’ depresso per la lontananza di Livia malata, il solito Catarella che sbaglia tutti i nomi, i battibecchi con i sottoposti, la buona tavola di Adelina, lo sguardo un po’ depresso alla spiaggia inquinata dai rifiuti. Poi la ripresa, lo scatto improvviso, il coraggio per risolvere il caso.
Il tutto in quel siciliano stretto di Camilleri che ha conquistato milioni di lettori con la sua simpatica sonorità.

il trio dell'arciducaIl trio dell’arciduca di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2014.
“Giugno 1914: un mercante levantino viene trovato cadavere nelle acque del porto di Trieste. Oltre che un mercante, però, il morto è l’informatore di un giovane agente segreto imperialregio, Nero Vukcic, che sospetta subito un omicidio. Comincia così un’indagine che si trasforma ben presto in un percorso a ritroso, basato su indizi e deduzioni: dall’ultima tappa toccata dal mercante prima di morire annegato, Sarajevo, Vukcic arriva sino ad Istanbul, la capitale del vecchio impero ottomano, a quel tempo ancora Costantinopoli”.
Che questo Nero sia, in effetti, il futuro Nero Wolfe (senza aspettare la conferma finale) lo si può intuire, più o meno agevolmente, sia dal luogo di nascita, dalla corporatura già consistente, dalle labbra serrate che muove avanti e indietro ma, soprattutto, dalla buona cucina  che si spande per il racconto tra capperi e cipolline tritate, sardoni con vino bianco secco, pesci, crostacei, stinco di maiale al forno, polenta e funghi, formaggi di capra, luccio alla Regina, grappa forte e profumata, caffè alla turca…
E qui, da giovane, non se ne sta certo in panciolle abbarbicato alla sua poltrona, ma gira di continuo con un passaporto falso, viene seguito, cerca di sfuggire al pedinamento buttandosi da un camion e travestendosi da prete,  rischia più volte la vita. E insomma trattasi di un intrigo di spie dei tre imperi, l’austriaco, il turco, il russo, di mezzo società segrete e qualcuno che si prepara a fare la festa a Sarajevo. Citato Sherlock Holmes secondo prassi consolidata.
Prosa schietta da leggersi con l’occhio vispo che tra i casini spionistici ci si può confondere.

la bella addormentataLa bella addormentata di Ross Macdonald, Polillo 2014.
Esplosione di una piattaforma petrolifera a Pacific Point. Disastro ambientale. Una ragazza, Laurel, in stato confusionale e l’investigatore privato Lew Archer che l’accompagna, passando prima  da casa sua. Qui essa sparisce con un tubetto di sonniferi. Poi arriva la richiesta di un riscatto alla famiglia. Vero rapimento o montatura, come era già successo in passato, quando la stessa era scappata con il suo fidanzatino? Sulle sue tracce Archer ingaggiato dal marito Tom Russo. Guazzabuglio familiare con il padre, vicepresidente della compagnia petrolifera che ha combinato il disastro (vero proprietario il nonno che ha lasciato la moglie per una più giovane). Di mezzo il passato tremendo che ritorna (un delitto insoluto e l’incendio di una nave).
Selva di problemi e intrighi familiari dovunque ci si giri come il personaggio minore Ramona, piantata dal marito con tre figli, che si consola abbracciata di brutto ai boccali di birra. Arrivano i morti ammazzati, un uomo affogato e uno colpito al capo sulla spiaggia. Aggiungo amanti della stessa donna, matrimoni in crisi, divorzi (compreso quello del Nostro), gelosie, desolazione di sentimenti, vincenti e perdenti, il dio denaro e Archer, uomo onesto e pulito, che osserva, annota, quasi testimone distaccato dalla realtà.
Splendido libro con un senso di disfacimento generale che ti rimane appiccicato addosso dopo la lettura come una chiazza di petrolio.

gialli d'estateGialli d’estate di AA.VV., Einaudi 2014.
Vado all’impronta, così come viene. Partendo, per esempio, da Salute e libertà di Fred Vargas, l’ultimo dei racconti. Siamo con il commissario Adamsberg e il tenente Danglard, il primo guidato dall’istinto, il secondo dalla riflessione. Davanti al commissariato si è piazzato un vecchietto con i suoi carabattoli. Un biglietto ad Adamsberg in cui qualcuno afferma di avere ucciso impunemente e che lui è un perfetto cretino. Bella sfida e il vecchietto ci dovrà pure entrare in questa storia.
Inizio a dir poco stuzzicante quello di L’avventura della scatola di cartone di A.C. Doyle. Alla signorina Susan Cushing è stato spedito un pacchetto con due orecchie umane mozzate. Il solito ragionamento a ritroso e il mistero è risolto. Troppo facile per Holmes.
Se qualcuno vuole cimentarsi in una minuziosa tessitura razionale che ti faccia una capa così allora c’è pronto Il mistero di Marie Rogêt di Edgar Allan Poe con il Cavaliere Auguste Dupin a risolvere il caso della succitata ragazza scomparsa e trovata morta strozzata nella Senna. Magistrale analisi dei giornali che raccontano tutto sull’omicidio.
Improrogabile un classico della Christie con il testa d’uovo Poirot che si presenta così al signor Harrison “Sto facendo delle indagini su un delitto che non è ancora avvenuto” e il lettore è lì pronto a bocca spalancata.
Poi abbiamo Nero Wolfe, Arsène Lupin, Ellery Queen, una caterva di ragazze che spariscono, un fantasma dalle fattezze di Napoleone che gira per un paese, una ragazza morta china su un piccolo scrittoio, nella mano sinistra una rosa rossa, sullo stelo verde una goccia di sangue, un cagnolino anche ‘esso morto accanto a lei e a risolvere il problema S.F.X. Van Dusen, detto la Macchina Pensante.
Siamo d’estate, la stagione migliore per compiere delitti.

aspettati l'infernoAspettati l’inferno di Omar Di Monopoli, Isbn edizioni, 2014.
Dieci racconti. In Puglia. Prima di tutto il linguaggio, dal dialetto stretto a quello più semplicemente popolare, di sapore forte, tosto, che ci riporta alle origini (al mio paese natio, per esempio, seppure con accenti e articolazioni diverse), inframezzato di spunti ironici e grotteschi per alleviare una materia incandescente. In secondo luogo i personaggi, centrati, calibrati, veri, piantati lì come pioli in un mondo di bestiale violenza, compresa quella sessuale, dove ne fanno le spese soprattutto le donne e i bambini. Pure i lavoratori sfruttati che vincono, talvolta, con la loro superba dignità (vedi Medicina di cui non sapremo mai il vero nome).
Se c’è un apparire fievole di speranza, una piccola luce nel buio dell’esistenza subito viene spenta dallo sputo che arriva da tutte le parti. E non c’è limite, tutto è “oltre”, abnorme, pure nella spiritualità, nel credere a qualcosa che possa portare un po’ di conforto, e la superstizione più nera è lì pronta a ghermirti. Non c’è pianto, né urla in questi racconti da urla e da pianto, al limite un rannicchiarsi su se stessi, uno sguardo “supplice” come di un animale in gabbia. Ogni tanto, dicevo, il pizzicare ironico all’intorno o la forza incisiva di una storia ritagliata in due tratti, come quella del bambino “felice” in una foto che tiene un grosso pesce in mano, e lì vicino l’“oscura autorità paterna” a farci capire l’esito scontato della sua vita.
Fulcro fondamentale le donne. Bambine, giovani, mature, vecchie. Tutte con il loro pesante fardello, a soccorrere, a sopportare, a cercare di uscire dal recinto in cui sono state rinchiuse, a suscitare emozioni e passioni con gli occhi che “trivellano il torace e si agganciano al cuore”. Gli uomini a imprecare, picchiare e violentare, sgorbiati in caricatura nella loro ottusa animalità. O a subir botte e violenze quando la natura li ha fatti più deboli e indifesi. E se spunta lieve sentimento consolatorio lo si deve all’apparir di una figura femminile.
Non manca niente in questa maledetta terra del Sud. C’è la rabbia feroce dei cani, c’è il West con le scarrozzate, le sparatorie e il duello finale. C’è il caldo boia e il sole che ti brucia il corpo e l’anima. Può capitare di tutto in questa maledetta terra del Sud. Che un vermone tubolare di cinefila memoria venga a crear casino e che arrivino pure gli alieni e un mostro canino dei baskerville. Può capitare di tutto.
Di sicuro l’inferno.

tutti all'infernoE già che si parla d’inferno, ecco il contributo di Patrizia Debicke (la Debicche) Tutti all’inferno di Stefano Di Marino, Novecento media 2014.
Stefano Di Marino ci ha abituato ad ambientazioni squisitamente internazionali, a spy story fantastiche, in ultima battuta ci ha offerto un intrigo alla Arsene Lupin. Per Milano poi ci aveva regalato un’indimenticabile e terribile Gangland. Insomma ci aveva viziato in mille modi.
Con il suo nuovo libro per Calibro Noir della Novecento, Tutti all’inferno, imbocca una strada un po’ diversa, forse più introspettiva, vissuta, sofferta ma che non mi dispiace affatto. Il suo protagonista e personaggio principe è il cinquantacinquenne Pietro Mai, ex pugile, combattente leale con un passato incerto, sofferto e un immenso magone di affetti perduti che l’opprime paurosamente. Insieme a Camillo, nano geniale e simpaticissimo, gestisce la Palestra Mani di Pietra in un seminterrato di via Panfilo Castaldi, quasi in Porta Venezia. Di Marino dipinge Milano come sa fare con calibrate sfumate di grigio o a tinte forti, sanguigne. La sua Milano è reale, palpabile, come gli sfregi che segnano il corpo e le mani del suo eroe. Una città diversa da quella delle happy hours che reggono ancora con i denti un recente passato di maggior benessere. Una città nascosta, ma mica tanto, che alberga una fauna multietnica che si sopporta a fatica o si combatte, un mondo ai limiti della legalità, criminali redenti, ex prostitute e non, papponi, spacciatori, scippatori, piccoli truffatori, ricettatori, giocatori d’azzardo, che si possono incontrare in locali clandestini, sale massaggi, pseudo officine, bar e locali frequentati da tutto quel sottobosco cittadino.
Un città dura, cupa, contesa da mafiosi ucraini, cinesi, turchi, africani, arabi, che si spartiscono la torta con cinica spietatezza.
Coprotagonista nel romanzo l’ispettrice Liana Sestini, allieva della palestra del Mai, sua quasi pupilla e magari più… dritta, tutta d’un pezzo, vittima della protervia dei superiori che le appioppano le peggiori rogne.
E l’ultima, quella della storia, è il delitto camuffato da incidente che ha visto come vittima tale Damiano Marzucco che aveva in tasca un gioiello che faceva parte del bottino mai ritrovato di una sanguinosa rapina leggendaria. Una rapina che aveva visto l’eliminazione di tutti i partecipanti salvo uno, Marco Restelli, detto il Truce, miracolosamente sopravvissuto a una terribile ferita, che si sapeva organizzata e pilotata dall’Antico, misterioso deus ex machina di tutti i più grandi colpi del passato. Sconosciuto a tutti, imprendibile, peggio di un’anguilla. Quasi un’illusione. Ma l’amnistia sta per rimettere in circolazione il Truce che in galera si è alleato con…
Il Marzucco giocava, il gioco era legato anche alla famosa rapina, la prima e più logica pista da seguire pare quella dei giocatori e delle bische clandestine. Il cerchio con la morte di un ricettatore si allarga…
Liana Sestini si lancia con coraggio. Pietro Mai, angelo custode alla sua maniera aleggia. Si tratteggia una tenerezza fra loro che forse potrà diventare qualcosa di più.
Ma la refurtiva da ricuperare scatenerà un guerra crudele senza esclusione di colpi.
Un finale da “quasi fantasmi” per i nostri eroi, ma con i fuochi d’artificio, poi la quiete dopo la tempesta. Da leggere!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Estate 2014/1: Il cardellino di Donna Tartt

Il cardellino (2)Ci sono. Anche se non sono qua, ci sono. Un po’ come questa estate, presente solo sul calendario e non anche meteorologicamente.
Abbandonati (momentaneamente) i libri di diritto, ho letto molto volentieri alcune cose belle e altre spero di leggerne. E ho visto cose molto interessanti.

Il cardellino di Donna Tartt (Rizzoli, 2014, traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyuryokai).
Non potevo assolutamente perdermi le 800 e passa pagine della Tartt, non tanto perché abbia vinto il Pulitzer per la narrativa, ma soprattutto perché il primo Dio di illusioni rimane tuttora, nel mio immaginario, uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto. Anche Il cardellino è bellissimo, sebbene a mio avviso abbia una cinquantina di pagine di troppo verso il finale. Ma a una che scrive un libro ogni dieci anni si perdona anche questo.
È un romanzo di formazione, la storia di Theo Decker, un ragazzino newyorkese che rimane coinvolto in un attentato dinamitardo nel quale perde la madre (il padre se ne è già andato di casa a smaltire altrove la crisi di mezza età). Theo viene temporaneamente ospitato dalla famiglia di un compagno di classe, Andrew, che vive a Park Avenue. Ma le crepe, le voragini della psiche di Theo lo portano a cercare un antiquario, Hobie, legato a un uomo conosciuto in occasione dell’attentato. È qui che vive Pippa, coetanea di Theo rimasta gravemente ferita nell’attentato ed è qui che Theo ritrova se stesso prima di perdersi nuovamente a Las Vegas al seguito del padre e della nuova compagna. L’incontro con Boris, adolescente sradicato e problematico come lui, è l’inizio di un’amicizia che durerà fino alla maturità. Il filo conduttore del romanzo è un piccolo, prezioso quadro (quello che dà il nome al romanzo) del pittore Carel Fabritius che per Theo è l’unico prezioso ricordo della madre ma che costituirà anche la fonte di una serie indicibile di guai.
È un romanzo amaro, una storia in cui non c’è riscatto (se non a sprazzi). Dalle crepe dell’anima non si guarisce, al massimo si può aspirare a sopravvivere, ricordando che Qualunque cosa ci insegni a parlare con noi stessi è importante: qualunque cosa ci insegni a cullarci fino a uscire dalla disperazione. […] Che la vita – qualunque cosa sia – è breve. Che il destino è crudele ma forse non casuale. Che la Natura (intesa come Morte) vince sempre, ma questo non significa che dobbiamo inchianrci e prostrarci al suo cospetto. Che forse anche se non siamo sempre contenti di essere qui, è nostro compito immergerci comunque: entrarci, attraversare questa fogna con gli occhi e il cuore ben aperti. […]