Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiccolo ripasso per i nuovi lettori (vedete un po’ dove mi porta l’ottimismo). All’inizio le letture avvenivano nel mio gabinetto personale, in quello familiare, insomma, dove più alta e profonda è la concentrazione. Poi mi sono allargato convincendo altri amici a costruire un vero e proprio gabinetto condominiale, partendo da venti tazze disposte in circolo nella sala delle riunioni. Letture, discussioni appassionate, scontri, pause di lavoro con sgranocchiamenti vari, feste giulive di fidanzamento, una morte accidentale del sor Antonio che aveva denigrato i miei gialletti (è scivolato su qualcosa di viscido per terra sbattendo il capo sulla tazza), come a dire l’impotenza dell’uomo contro il Destino crudele. La fama del nostro circolo si è allargata all’intero paese, si sono costruite nuove tazze, è arrivato perfino il sindaco con la banda a festeggiare l’iniziativa e poi addirittura il prete con la benedizione urbi et orbi. Una bella soddisfazione (lascio da parte l’ultimo “incidente”).
Troppo comodo, signori miei, leggere spaparanzati sulle poltrone di casa, dove il cervello si impigrisce e addormenta. Sulla tazza, invece, tutti i sensi sono tesi, pronti a scattare e la lettura diventa parte integrante del momento. L’invito a chi mi segue è quello di creare a sua volta circoli gabinettistici di lettura nei quartieri in cui vive. Questo è il nostro compito per salvare il paese dal grigiore mentale in cui è caduto. Aspetto fiducioso risposte concrete.

un mare senza soleParto dai miei inseparabili G.M. Continuano gli inediti di Margery Allingham! Ultimo Provaci ancora, Campion con la Nostra sempre elegante e delicata dallo stile infiorettato di vaporosa ironia che ha ammaliato intere generazioni di lettori. Per gli apocrifi di Sherlock Holmes La casa della seta di Anthony Horowitz, dove il famoso violinista se la deve vedere con una terribile cospirazione.
Chi vuole un libro lento di qualità si butti su Un mare senza sole di Anne Perry con l’ispettore William Monk (siamo nel 1864) che ha tra le mani un cadavere orribilmente mutilato. Se c’è in giro Carter Dickson, pseudonimo di John Dickson Carr, non perdetelo. Come nel caso di La vedova beffarda dove troneggia il solito, imponente, stratosferico Henry Merrivale e la innata bravura dello scrittore (anche se la spiegazione finale ci lascia perplessi).
Tra gli autori nostrani segnalo Le immagini rubate di Manuela Costantini con l’avvocato Filippo Dolci, il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Veramente un buon inizio per Manuela.

troppi cuginiPolillo in gran spolvero con una serie di preziose novità, partendo da Troppi cugini di Douglas Gordon Browne, il cui titolo dà l’idea della trama. Sei cugini attendono fiduciosi la morte di qualcuno, per rimpinguare le proprie finanze con una bella eredità. Solo che, uno dopo l’altro, sono tre di loro a tirare forzosamente il calzino. E allora i restanti incominciano a preoccuparsi. Mi preoccuperei anch’io…

Aggiungo due “mostri” della letteratura poliziesca: La finestra sulla notte di Mary Roberts Rinehart con l’avvocato scapolo Jack Knox che deve ritrovare un potente uomo politico invischiato in affari loschi tra mille pericoli e Charlie Chan e la crociera tragica di Earl Derr Biggers con l’indimenticabile poliziotto dagli occhi a mandorla snocciolatore di esilaranti proverbi.

il venditore di cappelliElda Lanza ha novant’anni ma non demorde. Dopo Niente lacrime per la signorina Olga, Salani 2012, è uscito Il matto affogato (un tipo di matto negli scacchi, aggiungo io), Salani 2013, e infine Il venditore di cappelli, Salani 2014, con l’affascinante avvocato napoletano Max Gilardi a districarsi tra morti ammazzati, persone sparite e donne conturbanti.

Ultimo libro di Valerio Varesi, Il commissario Soneri e la strategia della lucertola, Frassinelli 2014. Il quale commissario è impegnatissimo con tre indagini in contemporanea, tra cui la scomparsa del sindaco di Parma e una corruzione dilagante (siamo proprio in Italia). Auguri!

missing NYE, ultimo arrivato di Don Winslow, Missing New York, Einaudi Stile Libero Big 2014.
Manhattan fine agosto, trentanove gradi all’ombra. Pantaloni kaki, giubbotto antiproiettile, fondina con la .38 Smith & Wesson. Ovvero Frank Decker che deve ritrovare la bambina scomparsa di cinque anni Hailey Hansen. Madre Chery, lasciata dal marito. Organizzazione della ricerca: interrogatori porta a porta, pattuglia cinofila con il superbo cane Nikki, buttati all’aria anche i cassonetti. Occorre fare presto perché quasi la metà dei bambini sequestrati sono uccisi entro un’ora dalla loro scomparsa.  Ricordi di Frank: casa piccola, quartiere tranquillo, padre che lavora per una compagnia elettrica, madre maestra alle elementari, caccia e pesca. Arriva la bella poliziotta Willie “gambe lunghe, bellissima” a dare una mano e arriva pure Kelly Martinson, reporter “con gli occhi brillanti” e una cascata di capelli. Purtroppo arriva anche la scomparsa di un’altra bambina ritrovata morta. La ricerca è infruttuosa, il caso deve essere accantonato ma Frank è tosto, duro, ostinato. Si dimette, l’obiettivo è riportare a casa Hailey Hansen.
È la ricerca dell’eroe onesto e puro, del cavaliere senza macchia e senza paura innamorato della moglie Laura (occhi di un blu stupefacente) che non si lascia vincere nemmeno dalla forza dell’istinto sessuale (non mancano donne affascinanti che potrebbero scatenarlo). Un viaggio in luoghi diversi (Jamestown, Kingstone, Bearsville, New York che “ti aggredisce”) ricreati con poche pennellate, di ricerche su internet, di colloqui, appostamenti, di cazzottoni ben piantati e di pistolettate senza creare il mattatoio sanguinoso tipico di vicende similari.
Un viaggio tra bande giovanili, prostitute bambine, papponi, commercio schifoso di innocenti, ambienti riccastri popolati da relativa fauna e relativa piscina con donna nuda incorporata, (Zoloft e Prozac a portata di mano che anche i vermi pasciuti abbiano i loro guai), mafiosi della vecchia guardia e c’è pure la festa di santa Rosalia a ricordarci il luogo di partenza.
Un viaggio punteggiato da sprazzi di soldato in Iraq senza le conseguenze nefaste, fisiche o psicologiche, di tanti personaggi prestampati, il sospetto che assale mentre la città scivola accanto con le sue speranze, le ambizioni, i sogni e le paure, la rivelazione finale aperta anche al subconscio. Un buon thriller, un ottimo thriller con una scrittura veloce e avvolgente (in corsivo la storia della bambina rapita parallela agli eventi) che non aggiunge, però, niente di nuovo al già conosciuto, partendo dal caldo boia  e dall’esperto in analisi del comportamento, senza quell’atmosfera forte e quei personaggi epici e potenti che avevamo incontrato nei romanzi precedenti. Dai migliori, dai Maestri bisogna pretendere, si deve pretendere di più.

il telefono senza filiIl telefono senza fili di Marco Malvaldi, Sellerio 2014.
Ci sono libri che ti fanno ritornare ragazzo. Come questo di Malvaldi che mi riporta indietro negli anni al mio paesello toscano, più precisamente al bar “Italia” con il fumo denso e appiccicoso, l’odore aspro del vino, la radio a tutto volume, le bevute, i motteggi, le prese per il culo e le maremme maiale che volavano nell’aria come le rondini a primavera. E con i suoi rappresentanti più significativi, vedi il postino dalla bocca storta, alto due piedi che per arrivare al biliardo si rizzava sulle punte rosso come un cocomero, pronto a tirarti addosso la palla se tanto tanto commentavi a suo sfavore.
Qui è il “BarLume” di Pineta il fulcro del racconto dove si raggruppano i soliti vecchietti che hanno fatto la fortuna dell’autore. Non ci sono le maremme maiale (mi pare) ma le prese per il culo volteggiano come le suddette rondini. D’altra parte siamo in Toscana, terra fertile di simili convenevoli. E vediamoli un po’ questi vecchietti: Ampelio il nonno, Aldo l’intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, Pilade unico juventino, senza contare Massimo il barista. Capaci, in gruppo, di risolvere i casi più difficili. Con l’aiuto del commissario Alice Martelli, figura slanciata, laureata in fisica, drogata di cappuccini, single e un bel cervello.
Ecco il nuovo caso. Vanessa Benedetti è sparita. Gestisce con il marito un agriturismo che tentenna. Dopo avere ordinato una montagna di carne per i suoi ospiti tedeschi, essi vanno a mangiare al “Bocacito”, nuovo ristorante tirato su da Aldo e Massimo. C’è qualcosa che non quadra (perché quella inutile spesa?). Attraverso le illazioni e il pettegolezzo che fuoriesce copioso dal bar arriva la sentenza: il Benedetti, marito della scomparsa, “ha ammazzato la moglie e l’ha buttata nel fosso”. Chiaro, lampante, lapalissiano. Buttiamolo in galera. A ciò si aggiunga la morte di Atlante il Luminoso, al secolo Marcello Barbadori (si è sparato o gli hanno sparato?), che ha profetizzato da una televisione privata la sua verità sul caso della Benedetti. Non manca il solito giornalista curioso, Saverio Brunetti del “Tirreno”, omino di mezza età con pancetta flaccida a fiutare le notizie come un cane da tartufi.
Tra una battuta e l’altra arriva il corretto alla sambuca, il prosecchino, il fernet, la minerale, l’analcolico (per Aldo) e il ponce per la “Portona”, la portalettere del luogo di notevole stazza. Strizzatina d’occhio al mondo del web, frecciatine sulla società (gli impiegati pubblici non fanno una sega), e al burocratese che non ci si capisce niente. Presente pure il “nobil giuoco” con scacco di scoperta e matto imparabile di Massimo ad un certo Cesare Bertoni a farmi trillare di gioia. Figure indimenticabili i nostri vecchietti, veraci maschere di teatro popolare, come il Rimediotti fornito di dentiera, due bypass, fumo incorporato, colpito a raffica da asma, ischemia, polmonite ed è sempre lì vivo e vegeto. Piccoli sprazzi di malinconia tra i pensieri di Massimo, solo ormai da tanto tempo.
Battute in vernacolo, dicevo, prese in giro, parolacce a babordo e tribordo, ironia pungente anche quando si stende in italiano vero. Seconda parte un po’ pallosetta e pur sempre gradevole.
E allora vai avanti così Malvaldone, ti pigliasse un colpo! Che non è un’offesa ma, qui in Toscana, come un abbraccio fraterno.

Il baco da seta di Robert Galbraith (alias J.K. Rowling), Salani 2014.
il baco da setaL’investigatore inglese Cormoran Strike è uno dei tanti reduci scatafascio di guerra che hanno trovato asilo sicuro sulle pagine di Giallo (nel primo libro Il richiamo del cuculo, Salani 2013, dorme in ufficio dentro ad sacco a pelo, si lava all’università, gira dappertutto insieme alla gamba mortuaria dolorante e ai ricordi dell’infanzia tribolata). Ora è cambiato, ha avuto successo, vive in una casa in affitto ed ha un suo standard di vita. Niente di eclatante ma certo di un livello superiore al precedente. Ed ecco che arriva la moglie dell’eccentrico scrittore Owen Quine a chiedere l’aiuto del nostro investigatore. Suo marito è sparito e sono successe strane cose: escrementi nella sua buca da lettere ed una donna che si presenta alla sua porta e fa “Gli dica che Angela è morta”.
Inizia la ricerca di Cormoran insieme al pedinamento di una segretaria ben pagata di cui il capo e amante non si fida mica tanto (sono bei soldi anche questi e intanto si inserisce una nota lieve nel contesto più pesante). Aiutato dall’insostituibile Robin Ellacot (sta per sposarsi con il fidanzato gelosetto Matthew ma la cosa non è per niente scontata), alta dai capelli biondo rame che qualche fremito stuzzicarello, subito rimosso, glielo provoca.
Il fatto è che Owen ha scritto un romanzo Bombyx Mori (nome latino del baco da seta), ancora da pubblicare, dove taglia e cuce su diversi personaggi, sotto nomi diversi ma facilmente identificabili, che girano nel suo ambiente: scrittori, editori, procacciatori di talenti. Chiaro che si ritrova barbarizzato (praticamente “una carcassa legata, maleodorante, marcia e sbudellata”) sul pavimento in una casetta dei Quine seguendo, idea non originale (dico io), il copione del suo manoscritto.
Ad indagare pure l’ispettore Richard Anstis distaccato con Strike in Afghanistan che gli aveva salvato la vita. La sospettata ideale sembra la moglie del morto e su di essa puntano gli sguardi della polizia. Ma i sospettati per Cormoran sono altri, soprattutto quelli presi di mira da Owen nel suo lavoro. Ergo un giro fra tutti i personaggi ben delineati e caratterizzati, anche i minori, in una Londra nebbiosa imbiancata dalla neve e intirizzita dal freddo (tipici i suoi ristoranti, pub e club) con la mezza gamba rimasta a farlo soffrire (ed il lettore con lui).
Aggiungo sesso al punto giusto senza strafare, ricordi, sogni, rimuginamenti continui intorno all’ex fidanzata Charlotte, qualche filosofia spicciola sull’amore e sulle coppie (si vedono davvero per quello che sono?), momento di tensione e pericolo, ma, soprattutto, un ritratto al veleno del mondo editoriale. Insomma la Rowling-Galbraith ha sfornato tutto il bagaglio tecnico di uno scrittore preparato: riflessione e movimento alternati con pause e riprese veloci, dialoghi  incalzanti e rivelatori (alcuni lungagnetti, via) sostenuto da una scrittura che si adegua alle necessità espressive. Finale estroso anche se poco credibile. Traduzione sontuosa di Andrea Carlo Cappi.

Spiluzzicature
Spiluzzicato con soddisfazione (diciamo che l’ho letto quasi tutto alla solita libreria di Siena) Gli sdraiati di Michele Serra, Feltrinelli 2013, che mi ha riportato ai tempi d’oro (per lui) in cui mio figlio (sulla quarantina) se ne stava stravaccato in poltrona a farsi quattro risate con il sottoscritto. Oggi ride un po’ meno con moglie e due figli a carico, mentre il nonno va matto per i nipotini.

Spiluzzicature con atavici ricordi
controstoria di romaHo tirato fuori Contro-Storia di Roma di Luca Canali (già citato in precedenti letture, come autore di Il sangue di Roma), Ponte alle Grazie 1997, praticamente “La politica imperialistica e le guerre civili a Roma nella testimonianza dei più grandi scrittori latini e greci” e sono andato in sollucchero saltellando da Dionigi di Alicarnasso (il primo) fino a Virgilio (l’ultimo), soffermandomi soprattutto sui grandi capoccioni della storia (altra mia grande passione) come Tacito e Livio.
Per gli scacchi consiglio I miei grandi predecessori di Garry Kasparov, vol. 1, Edizioni Ediscere 2003, in cui l’ex campione del modo propone una eccellente carrellata di altrettanti campioni e di partite memorabili da Steinitz ad Alekhine.

Un giretto tra i miei libri.
Delitto ai grandi magazzini di Cortland Fitzsimmons, Polillo 2011.
delitto ai grandi magazziniCon questo libro facciamo la conoscenza di una detective lady. Dunque Ethel Thomas, settantacinque anni suonati, “discretamente lucida”, porta una parrucca bionda, mai sposata anche se gli uomini le sono piaciuti (specialmente quelli più giovani). La gente la considera “un tipo piuttosto strano”, una anticonformista, è ricca e oltre agli sghei possiede una grande quantità di argenti, biancheria e cristalli.
E passiamo alla storia narrata in prima persona proprio da Ethel con l’aiuto degli appunti di un altro personaggio. Non facciamola lunga. Una visita della nostra ai grandi magazzini Doane di New York, per capirne il momento di crisi (ne detiene una quota) proprio nel giorno della grande svendita. Al suo arrivo un urlo, la signorina Oliver svenuta sul pavimento e la signora Briggs “accasciata sulla scrivania”, da una parte una bottiglietta di veleno, un calice d’oro, un rosario con i grani d’oro che pende dalla sua mano e intorno alla gola un cerchio livido. Sembra sulle prime un suicidio che si rivelerà in seguito un omicidio, dato che il cuore non ha retto al tentativo di uno strangolamento. Indaga il giovane detective di polizia Peter Concklin con il quale Ethel spesso battibecca volentieri. Durante le indagini vengono fuori anche degli ammanchi per merce rubata dai dipendenti al reparto gioielleria, passioni e amori nascosti e una serie di delitti nei posti più impensati. Non manca la paura e una nottata incredibile sempre ai grandi magazzini.
Che dire? Ethel non è Miss Marple, Cortland non è la Christie e dunque la storia si presenta  piuttosto artefatta e raffazzonata, con troppi morti ammazzati in poco tempo e poco spazio. Un minore passabile della letteratura poliziesca.

Diciamo la verità. Ci sono momenti della nostra vita, o meglio ci sono momenti della mia vita in cui anche il sorriso del sole pare una fontana che piange. Se poi è in inverno e il sole non si vede nemmeno con il cannocchiale ancora peggio. Tutto è scuro, tutto è triste. Per cui se in questo stato d’animo mi trovo a dover scartabellare tra i volumi di una delle librerie di Siena e mi appare un titolo in sintonia con il mio stato d’animo, visto e preso.
dopo lunga e penosa malattiaE così è stato per Dopo lunga e penosa malattia di Andrea Vitali, Garzanti 2008. Anche la copertina ha fatto la sua parte con certi toni grigio-scuri ed un uomo lugubre che sale le scale di un vicolo stretto che mette angoscia solo a guardarlo. Ideale. Me lo sarei goduto in una specie di eccitante “cupio dissolvi”.
Tanto più che il suddetto libro ha vinto addirittura il premio Boccaccio come si evince dalla quarta di copertina. Ora non so, e non voglio sapere, come il gran Novelliere sia finito tra le grinfie di una Giuria di un giallo ma il nome stesso dovrebbe essere sinonimo di una certa qualità (ho pensato).
E dunque mi sono messo a leggerlo con animo perturbato e commosso che una citazione ogni tanto ci sta bene. A tirare le cuoia il notaio Luciano Galimberti sofferente da tempo di angina pectoris. A dubitare di una morte naturale il dottor Carlo Lonati anch’egli colpito da questa malattia (si parte bene). Odore di fritto del morto, impronte di scarpe maschili sulla moquette, una pastiglia che non è trinitrina e invece deve essere di questa sostanza che cura l’angina, un conto di una trattoria, un annuncio mortuario un po’ strano, telefonate senza risposta. C’è qualcosa che non va.
Se a ciò si aggiunge la moglie Elsa in perenne tormento per la salute cagionevole di suo marito paragonata ad “una delle ultime foglie di quell’autunno, l’“inchiesta” che inizia il quattro e finisce il dodici novembre (per un pelo non è partita dal due), un oste che ha a casa la moglie ammalata, il vento freddo che fischia, il lago scuro, il rumore imponente delle onde, la luce faticosa dei lampioni, le foglie marce, l’odore disfatto dell’aria, il “bianco spettrale delle nubi basse”, il rintocco greve delle campane, il “De brevitate vitae” di Seneca e qualche altra leccornia mortuaria il quadro è completo.
Capitoletti brevi, ritmo lento, spezzato come una marcia funebre.
Perfetto.

Drive di James Sallis, Giano 2011.
driveIn una stanza di un motel vicino a Phoenix tre cadaveri, tre morti uccisi in un lago di sangue. A Driver, che non c’entra nulla, non resta che svignarsela con una brutta ferita ad una spalla. I suoi complici lo sapevano e glielo aveva detto chiaro e tondo, non voglio essere immischiato, io guido e basta. E come guida! Il più bravo tra gli stuntman di Hollywood, inserito in questo mondo sfavillante dal grande Shannon che lo aveva preso sotto le sue ali.
Per arrotondare, e per passione, direi, qualche lavoretto sporco al servizio di qualche banda di malfattori. Ora si ritrova una taglia sulla testa e duecentocinquantamila dollari che scottano fra le mani. Qualcuno lo vuole fermo e irrigidito, così è costretto a continui cambiamenti di abitazione, a girare in lungo e in largo per l’Arizona con la sua vecchia Dodge, a difendersi e uccidere.
E in questa continua, ininterrotta corsa ecco spuntare i ricordi: lo sfruttamento del padre quando era un ragazzetto per svaligiare case e negozi, la “vendetta” di una madre stranita che uccide all’improvviso il marito con un paio di coltelli da cucina. Qualche buona mangiata, diverse bevute, la TV, le sue acrobazie automobilistiche, gli applausi della troupe, pochi rapporti umani, l’occhio pronto a cogliere il pericolo, la mano pronta a colpire. Non c’è spazio per amore e passione e se si riesce a trovare è piccolo, piccolo. Ma il buon cuore non manca.
Di quello che succede intorno a lui, le cose del mondo, voglio dire, nada de nada. Poche parole come libertà, liberazione e democrazia che gli scivolano addosso sputate dagli altri. Ricordi del Vietnam di un tizio scampato alla morte.
C’è nell’aria, al di là del frenetico movimento, un grigiore, una malinconia di fondo che ti spezza il cuore. Con una scrittura semplice, scarna e nitida, senza sforzo apparente.
La vita è così. Panta rei. Tutto scorre. Va via veloce come le auto che guida con superba maestria il nostro inimitabile Driver.

e poi la notteSono sincero. Ho preso un po’ in giro l’arrivo di un’altra sigla coniata da Montanari. Quel post-noir, o post noir, o postnoir come diavolo volete. Poi, però, quando ci si avvicina allo scrittore, c’è poco da prendere in giro. Lo dimostra la raccolta di racconti E poi la notte di Raul Montanari, Mondadori 2010.
Quattro uomini di notte fuori da una clinica: Walid il principe, Köhler il duca, Christian e Vanni i barboni con le loro storie, i loro problemi, il loro passato, i loro destini. Il presente con Christian che viene portato in carcere per accertamenti, l’incontro sessuale, i pensieri sul mondo “Le parole degli umili sono semplici e dirette come quelle dei profeti”. Le riflessioni: meglio vivere come gli animali, la schiavitù della siringa e del televisore sempre acceso.
Nella clinica di fronte l’attesa della morte, ovvero l’ex commissario Astrea malato terminale seguito dal fratello Ricardo, il loro rapporto rarefatto con il passare degli anni, la morfina, allucinazioni, incubi, la lenta agonia. Il delitto. L’uomo della “camera in più” ucciso con un rasoio e dunque l’ultima indagine dell’ex commissario dal suo letto di sofferenza: il dubbio, il passato che riemerge, la molla che fa scattare la luce della scoperta del colpevole. Per ritornare tutto grigio, angosciante e la natura a chiudere il cerchio con il suo mistero.
Altri racconti tra sogno e realtà, ricordi, solitudine, la tristezza della vita, il finale inaspettato, lo strano rapporto tra due assassini: il pesce siluro (che se la cava) e l’uomo (che viene ucciso), il pescatore con i suoi ricordi.
E poi il mondo vacuo e torbido degli stilisti, amori gay, suicidio e morte, qualche spunto sulla vita e le sue trappole, qualche critica al mondo dei media, il trucchetto delle gemelle, l’uomo ombra che disegna per lo stilista di grido.
Scrittura delicata, sensibile, che si insinua lenta nelle pieghe dell’animo a creare un’atmosfera angosciante di attesa, una tristezza che aleggia con qualche sprazzo di humour a renderla ancora più triste.

La nostra Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta Come bestie ferite di Luca Bonzano, Todaro 2014.
come bestie feriteCosa potrà mai legare una professionista del poker, un ispettore di Polizia sfigato in amore, un killer amorale ed un camorrista in cerca di vendetta? La causa incidentale è Mattia, un bambino di cinque anni, che muore alle tre di notte correndo in strada, fuori da casa dietro a un pallone rosa, o almeno pare, e viene investito da un’auto. Perché Mattia correva come un pazzo? E perché chi stava al volante non si è fermato? Non l’aveva visto? Un pirata della strada? Magari ubriaco fradicio? E comunque omicidio colposo con omissione di soccorso? Oppure?
Le cose si complicano  per l’ispettore, un trentaseienne sfigato, depresso e rancoroso (si appura subito perché è stato abbandonato dalla sua Rachele per la quale si è trasferito tra i monti della Lunigiana) e per il suo vice, il sovrintendente capo Marietti perché si scopre che la madre del piccolo, la signora Sironi, è stata drogata, messa fuori uso insomma da un ladro. O da chi? E il padre del povero Mattia torna dal Messico dove era appena andato in vacanza a fare surf… Ma era una vacanza la sua? Mah? Il signor Amedeo Sironi, che dovrebbe essere un piccolo imprenditore locale, si rivela invece uno strano personaggio da prendere con le molle…
A conti fatti, saltabeccando tra la Lunigiana, il Messico e Milano, servendosi spesso del poker come inquietante leit-motive, Bonzano, senza privarsi di un richiamo e una condanna degli anni di piombo, ci appassiona a un intelligente e incisivo romanzo noir, celebrato da una scrittura corale con i diversi personaggi che, capitolo su capitolo e talvolta paragrafo su paragrafo, si passano il testimone. Gran finale con botto.

Sempre della nostra incontenibile Patrizia un suo e-book, Il segreto di Velasquez.
Il cadavere di una donna, sparita anni prima e accusata di un furto di opere d’arte di valore immenso, viene ritrovato nel caveau segreto di una vecchia villa fiorentina. La polizia non ha idea di come possa esserci finito. L’unico a conoscere il mistero di Villa Il Poggio è Bruno Massard, un antiquario internazionale che, durante la ricerca di un raro quadro del Velasquez, ha conosciuto il proprietario della residenza nobiliare poco prima del furto. L’unico che conosce il vero valore delle opere trafugate.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti