“La firma del puparo” di Roberto Riccardi

la firma del puparoUn nuovo incarico per il tenente Rocco Liguori: questa volta a Palermo, per “gestire” un collaboratore di giustizia. Il suo amico d’infanzia Nino Calabrò, in carcere, è disposto a dare informazioni sull’omicidio di un giornalista, Michele Sanfilippo, ma in cambio chiede protezione per sé e per la sua famiglia. E vuole parlare solo con Rocco.
Liguori si trova, ancora una volta, a confrontarsi con il suo passato calabrese, con quei due bambini-amici del cuore che hanno preso strade diverse, uno l’Arma dei Carabinieri, l’altro l’affiliazione alla ‘ndrangheta. E anche se le mani di Nino, sporche di sangue, gli fanno orrore, non potrà esimersi dall’offrire protezione ai figli di Nino, alla moglie Maria e alla di lei cugina Stefania, una ragazza “vivace”. Anche troppo: sarà  lei, infatti, la “falla” nel sistema di sicurezza approntato dalle forze dell’ordine.
Nel frattempo le indagini sull’omicidio Sanfilippo prendono una piega inaspettata. È possibile che persino il Puparo, il potente boss mafioso Mandalà, ignori ciò che è realmente accaduto nella sua “giurisdizione”?
Il nuovo romanzo di Roberto Riccardi, La firma del Puparo (edizioni e/o, 2015), affronta il tema della mafia con gli occhi di chi la mafia l’ha combattuta davvero (Riccardi, oggi colonnello dei Carabinieri, lavorava a Palermo negli anni tra il 1988 e il 1994, durante la stagione delle stragi). Con la sensibilità e l’esperienza raccolte sul campo, racconta la storia di un omicidio, le vittime, i carnefici, il lavoro appassionato e difficile degli inquirenti, e lo fa senza giudicare. Anche se il punto di vista dell’autore è scontato, tuttavia c’è l’attenzione all’aspetto umano dei cattivi, attenzione – racconta durante una presentazione – appresa con l’esperienza. Quando si interviene sulla scena di un delitto e si sa, che il morto è un mafioso e che mafiosi sono anche i suoi familiari, ma in quel momento sono anche persone che hanno perso un congiunto in modo violento. O quando si va ad arrestare un uomo in casa, davanti ai figli, magari bambini. Assistere a una presentazione di Roberto Riccardi è occasione per rivivere episodi di storia recentissima attraverso la testimonianza di chi era presente.
C’è poi il tema della protezione dei pentiti di mafia e delle loro famiglie: la scelta, non sempre facile, di abbandonare luoghi e affetti per reinventarsi una vita da zero, la difficoltà di garantire anonimato e protezione nell’era di internet, quando un messaggio su FaceBook può svelare troppo.
La firma del Puparo è un romanzo compiuto, scorrevole, che aggiunge ulteriori tasselli alla costruzione del personaggio e alle vicende di Rocco Liguori. Come si può immaginare, Riccardi ha “storie” da raccontare, quelle che derivano dall’esperienza lavorativa, seppur romanzata; ciò che era meno immaginabile è che avesse anche una buona tecnica narrativa, che si va arricchendo di romanzo in romanzo.
In attesa di sapere quale sarà la prossima destinazione di Liguori (forse Livorno…?), non si può non notare che Palermo deve aver lasciato un buon ricordo nel colonnello Riccardi, se il romanzo è dedicato alla città e ai sei anni trascorsi lì.
Guardando la donna, leggendo nei suoi occhi un dolore senza risposte, pensai all’iniquo rancio di verità e menzogne che sfama l’isola da tempo immemore. Al torto di assimilare alla piovra, in accuse frettolose e infamanti, una regione abitata da milioni di onesti, fra i quali spiccano le vittime di una lotta al canco mafioso che i siciliani li ha sempre visti in prima fila. (La firma del Puparo, pag. 59).

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