“Siamo tutti sull’orlo di un abisso”: R.I.P. Ruth Rendell

ruth rendellÈ morta oggi, dopo mesi di ricovero, Ruth Barbara Rendell. Lady Rendell of Babergh (questo il titolo che  le era stato conferito nel 1997), inglese, classe 1930, ha iniziato come giornalista; nel 1964 la pubblicazione del primo romanzo e l’avvio della fortunata carriera di scrittrice. Una serie di gialli ha come protagonista l’ispettore Wexford, molti altri sono “non seriali” e, tra questi, quelli scritti con lo pseudonimo di Barbara Vine. Dei suoi lavori sono state fatte trasposizioni per il grande schermo da Almodovar, Claude Miller e Chabrol.
Il suo ultimo romanzo è The Girl Next Door.

Dieci anni fa, circa, l’ho intervistata.

AB – Signora Rendell, c’è una leggenda che circola, sugli inizi della sua carriera. La leggenda narra che, dovendo scrivere un articolo su un public speech tenuto da un politico, una giovane giornalista, per non “sforare” con i tempi, inviò il suo pezzo alla redazione basandosi sulla copia del discorso che aveva avuto in anteprima. L’articolo uscì l’indomani sul giornale, ma l’oratore era morto a metà del suo discorso… questo significò la fine della carriera di quella giornalista, che subito dopo divenne scrittrice.
RR – È falsa. Assolutamente no. Qualcuno ha inventato questa storia, ma non è vera.

AB – Bene, abbiamo sfatato questo mito. Parliamo però della scrittrice. Numerosi i romanzi gialli pubblicati finora. Da dove prende l’ispirazione? Dai giornali o…?
RR – No, non dai giornali. L’ispirazione nasce da ciò che la gente mi dice, senza sapere che mi sta dando lo spunto per un libro. Non una cosa del tipo “Ho avuto un’idea per un libro”, no davvero. Semplicemente, un conoscente mi racconta un episodio accaduto a lui o a qualcuno che gli è vicino, e io inizio a pensarci su, ci rimugino, lo modifico, mi domando: come posso utilizzarlo?
Oppure prendo spunto da un luogo – una casa, magari. Le case mi interessano molto, diversi miei lavori sono ispirati da un’ambientazione particolare. Per esempio The Rottweiler (La bottega dei delitti), è stato ispirato da un negozio di antiquariato che si trova in una strada vicino a dove abito. È iniziato tutto da lì. I personaggi, le altre persone che abitano nella palazzina, si sono sviluppati man mano che scrivevo.

AB – Lei ha scritto anche con uno pseudonimo, Barbara Vine. Come mai?
RR – Beh, è un tipo di libri differente. Avevo già un certo successo con i miei libri, e mi è venuta l’idea per scrivere qualcosa di diverso dal mio genere. Quando finalmente l’ho scritto, ho preso il cognome da ragazza di una delle mie bisnonne e il mio secondo nome, e l’ho pubblicato con uno pseudonimo. E al pubblico è piaciuto, anche se non sapevano che l’avevo scritto io.

AB – L’ispettore Wexford, presente in molti suoi romanzi, è stato trasformato nel protagonista di una serie televisiva (The Ruth Rendell Mysteries per ITV, Independent Television Company). Che effetto le ha fatto la trasposizione sul piccolo schermo?
RR – ITV ha fatto diverse serie, tratte da altri libri, e quelle non mi sono piaciute. L’adattamento televisivo ha reso necessario che un romanzo fosse condensato, o un racconto “stiracchiato”, in un unico episodio, e non ha funzionato, peccato. Ma la serie di Wexford, con George Baker, quella sì, mi è piaciuta. Baker era “molto” Wexford, la serie era molto buona.

AB – E i film? Come le è sembrato l’adattamento sul grande schermo?
RR – Oh, c’è stato Live Flesh (Carne tremula), di Almodóvar, e due Chabrol, La cérémonie e La demoiselle d’honneur, e uno di Claude Miller, Betty Fisher et autres histoires. Erano buoni film, davvero. È strano, perché un sacco di film sono fatti da inglesi o americani, ma sono pessimi, spariscono subito; i film migliori sono stati fatti da francesi e spagnoli, non da inglesi.

AB – Di solito si parla delle British Queens of Crime: Agatha Christie, P.D. James, e lei. Qual è la differenza? Cos’è che rende i suoi libri diversi e attrae i suoi lettori?
RR – Oh, ma non sono io che devo dirlo… io non lo so, e anche se lo sapessi non lo direi… (ride)

AB – Io un’idea ce l’ho: secondo me, nei suoi libri l’aspetto psicologico è predominante.
RR – Maggiore introspezione psicologica? Analisi psicologica? Sì, sì, forse. Ma devi dirlo tu, non posso dirlo io. (ride)

AB – Nei suoi libri, gli individui hanno spesso dei comportamenti anormali. Pensa davvero che nella nostra società ci sia tutta questa devianza, questa anormalità?
RR – Sì, lo penso. La maggior parte delle persone sono abbastanza normali, sono soddisfatte e contente della loro vita. Ma tutti hanno qualcosa di particolare, di eccentrico, di anomalo. Qualche compulsione, o ossessione, o qualcosa che fanno, qualcosa di strano. E questo è quello che mi interessa. Ma non penso che tutti siano mentalmente disturbati, questo no.

AB – Molti scrittori contemporanei introducono nei loro libri descrizioni violente e dettagli macabri…
RR – (mi interrompe) Io no.

AB – No, lei no, infatti nei suoi libri il crimine è descritto meglio attraverso la suspense e l’idea che qualcosa di malvagio, di cattivo sta per accadere. C’è questo senso del pericolo che incombe. È una scelta?
RR – Sì, per me la suspense è molto interessante, più delle interiora sanguinolente. Anzi, ho deciso di non scrivere più di omicidi che avvengono con le armi da fuoco perché commetto degli errori. Anche se ho un libro che parla di pistole, e a volte chiedo consiglio sull’argomento, spesso mi sbaglio nei dettagli, semplicemente perché non mi interessa. Il mio unico tentativo di tiro al piattello è stato un totale fallimento. Non mi piacciono le armi: anche se sono una persona molto aggressiva, e mi tengo in forma, non riesco a maneggiarle, e quando sparo non riesco a reggere il contraccolpo. Le armi sono semplicemente orribili. E non mi interessa descrivere ciò che accade quando una persona viene pugnalata. Qualcun altro lo farà, non io.

AB – Il suo primo libro, From Doon with Death (Con la morte nel cuore, in precedenza pubblicato come Lettere mortali, Giallo Mondadori 1664), è stato pubblicato nel 1964. Molte cose sono cambiata nel mondo, da allora. Trova che questi cambiamenti abbiano influenzato il suo modo di scrivere?
RR – Oh, certo, e si vede nei miei libri. C’è un’enorme differenza, tra il primo e l’ultimo libro di Wexford, nelle condizioni sociali ed economiche inglesi, nella società… l’intera vita è cambiata. Ed è esattamente quello che volevo, scrivere dei libri che fossero un ritratto del modo di vivere inglese del ventesimo secolo, prima, e del ventunesimo, ora.

AB – In una vecchia intervista, di circa trent’anni fa, lei parlava del “senso dell’abisso”. Prova ancora questa sensazione?
RR – Oh, sì. Quello che volevo dire è che tutti noi siamo appesi a un filo. Per fortuna la maggior parte delle persone non lo sa, o non ci pensa. Questa è una delle cose che distingue il nevrotico, o lo psicotico, dalla persona normale. Il fatto è che proprio ora, nello stesso momento in cui stiamo parlando, uno dei nostri cari potrebbe essere ucciso in un incidente. Lo sappiamo, perché queste sono cose che capitano, ma non ci pensiamo: se ci pensassimo la nostra vita andrebbe a pezzi, perché non c’è niente che possiamo fare per evitarlo. Ma certe persone sono così, sono sempre al telefono per controllare che i propri cari stiano bene. Ci sono donne che quando il figlio prende l’aereo entrano in paranoia, non riescono a controllare il terrore fino a quando l’aereo non atterra. Ecco cosa volevo dire, quando parlavo del senso dell’abisso: noi camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio, sotto di noi c’è un abisso terrificante. Voglio dire, prendi una straniera come me: sarebbe facilissimo che io, uscendo da qui, venissi investita, soprattutto perché le vostre strisce pedonali fanno rizzare i capelli in testa…

AB – Molti i riconoscimenti durante la sua carriera: diversi Daggers, il Mystery Writers of America Grandmaster Award e infine la House of Lords, con il titolo di Baronessa Rendell of Babergh: cosa ha significato tutto questo per lei?
RR – È stato un grande onore. Incredibile, stupefacente, all’inizio. Ma poi ci si abitua a tutto. Essere chiamata Lady è terribile, così, tranne che nella House, tutti mi chiamano Ruth, e va bene così. Non mi piace essere chiamata Lady Rendell. Ma mi piace stare lì, come membro del partito laburista, e lavorare per il Governo. Mi piace parlare delle cose che mi interessano, mi piace votare soprattutto le risoluzioni che mi sembrano giuste, e soprattutto mi piace la gente. Abbiamo un bellissimo club, ho conosciuto molti nuovi amici, negli ultimi anni. Al momento siamo in vacanza, ma, sì, posso dire che non vedo l’ora di rientrare.

AB – Quali consigli darebbe a un giovane scrittore di gialli?
RR – Dev’essere per forza uno scrittore di gialli? Non può essere semplicemente uno scrittore?

AB – Touché! OK, uno scrittore.
RR – Beh, se è qualcuno che ancora non ha pubblicato nulla, gli direi: questi sono tempi molto, molto difficili, per chi vuole scrivere. Molto più duri di quando ho iniziato io. Sei sicuro di poter scrivere qualcosa di nuovo, di originale? Sei pronto ad affrontare la delusione, gli anni di rifiuti prima di essere pubblicato? E, peggio ancora, sei pronto a vedere il tuo primo libro pubblicato, e l’eccitazione, l’attesa, il grosso investimento emotivo… e poi nessuno vuole pubblicare il tuo secondo libro? Perché, molto spesso, questo è ciò che accade. Quindi, io direi a questo giovane autore: trovati un lavoro! Fai qualcos’altro! E, se proprio vuoi, scrivi le tue storie la sera.

AB – Fra i suoi libri, ce n’è uno che preferisce?
RR – No, non direi. Non nella serie di Wexford. Forse A judgement in stone (La morte non sa leggere) e Talking to strange men (Parlando con uno sconosciuto).

AB – A parte i suoi libri, naturalmente, quali altri autori di gialli raccomanderebbe di leggere?
RR – Consiglierei P.D. James, lei è molto brava. E Ian Rankin. Ma, in effetti, non ci sono molti autori contemporanei che raccomanderei: ci sono troppo sangue e troppi dettagli violenti nei libri, oggi, non mi piacciono. Tra quelli del passato, bisognerebbe leggere Dorothy Sayers, Josephine Tey e Dashiell Hammett, naturalmente. E Simenon, e Raymond Chandler. Sono un po’ superati, mi spiace, ma tra gli autori contemporanei non vedo niente di buono, a parte, appunto, P.D. James [1].

AB – …e Agatha Christie?
RR – Non la raccomando. Certo, le sue trame erano eccellenti, ma non mi è mai veramente piaciuta. Anche se, ovviamente, la gente la legge senza che io debba raccomandarla (ride).

[1] P.D. James era ancora vivente al tempo dell’intervista (registrata il 23 settembre 2004); è deceduta il 27 novembre 2014.

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