Le brevi di Valerio/49: Zeldin

Ventotto domande per affrontare il futuroTitolo Ventotto domande per affrontare il futuro
Autore Theodore Zeldin
Editore Sellerio
Pagine 468
Prezzo 16 euro
Traduzione di Roberto Serrai

L’esimio 82enne professore  inglese Theodore Zeldin, genitori russo-ebrea, innumerevoli multidisciplinari titoli accademici con curiosa intelligenza propone ora Ventotto domande per affrontare il futuro. Un nuovo modo per ricordare il passato e immaginare l’avvenire.
Non è un saggio, non è un manuale, non è un romanzo. Ogni capitolo di apre con la voce di una persona che proviene da epoca e civiltà diverse dalla sua, cui seguono, riflessioni stimolanti sulle ricerche trascurate (dal denaro al suicidio), sulle abitudini collettive (dalla religione all’umorismo), sulle relazioni uomini-donne, su noia e modi di lavorare (dall’arte alla politica), sullo scorrere del tempo (dagli incontri alle generazioni), uno zibaldone di spunti impossibile da riassumere, piacevoli per pensare in compagnia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/48: de Wenden

il diritto di migrareTitolo Il diritto di migrare
Autore Catherine Wihtol de Wenden
Editore Ediesse
Pagine 78
Prezzo 8 euro
Traduzione di Elena Leoparco

Pianeta Terra. Da qualche centinaio d’anni e, formalmente, dal 1948. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo riconosce a ciascuno un diritto di muoversi e migrare interno e un diritto di emigrare all’estero, sottoponendosi alle regole di che accoglie l’immigrato, ed eventualmente di tornare nel proprio paese. L’esperta politologa francese Catherine Wihtol de Wenden da quasi 30 anni studia, scrive, discute in merito alle dinamiche istituzionali dei flussi migratori e consegna oggi un agile utile volumetto su Il diritto di migrare.
Anche lei segnala come ormai i migranti ambientali siano più dei profughi politici. Forse sarebbe da valutare l’idea di distinguere un “diritto di restare” (violato per i palestinesi e i perseguitati in cerca d’asilo) e la libertà di migrare (il diritto chiama in causa una capacità migratoria difficile da garantire nel tempo e nello spazio).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/44: Carlotto

per tutto l oro del mondoMassimo Carlotto
Per tutto l’oro del mondo
Edizioni e/o, 2015
Noir

Nord Est. Fine primavera 2015. Marco l’Alligatore Buratti, indagatore sprovvisto di licenza su casi ai confini della legalità, pregiudicato coi baffi, ossessionato dalla verità, riceve due incarichi. Da un marito convinto che la moglie 45enne Cora, alta e slanciata, capelli ricci neri, infermiera al Centro grandi ustionati, abbia un amante: in un paio di mesi il nostro capisce che non è vero, gli ridà i soldi e si innamora di lei, che la sera canta jazz in un locale. Da un bimbo 11enne, orfano dopo che due anni prima la madre era stata uccisa crudelmente nella villa dove faceva la cameriera: prende venti centesimi e si considera ingaggiato pur di scoprire come sono andate le cose, non volendo rapporti con la banda complice del padrone di casa (avevano rubato molti ori e pietre), pure lui torturato e ammazzato. Gli amici e soci fanno la solita squadra d’azione. Con Marco vive nel centro storico di Padova Max la Memoria: grasso ex militante dei movimenti sociali dei Settanta, non riesce a far diete e aggiorna l’archivio di criminali e notabili. Li raggiunge da Punta Sabbioni l’elegante Beniamino Rossini, contrabbandiere e rapinatore, l’unico ben capace di qualche fisica violenza.

In venti anni Massimo Carlotto (1956) ha scritto una trentina di bellissimi testi, perlopiù noir; dopo 5 avventure fra 1995 e 2002, una ripresa nel 2009, a forte spinta popolare la serie dell’Alligatore ha ripreso ora a marciare con foga, siamo già al secondo del 2015 e l’epilogo anticipa almeno una prossima uscita, il genio del male Giorgio Pellegrini viene spesso qui evocato. All’inizio del titolo manca il “nemmeno” del modo di dire gergale e tutta la narrazione (come sempre in prima appassionata persona) ruota intorno all’esistenza di banditi perbene. Carlotto cita l’anarchico marsigliese Marius Jacob e sostiene che ce ne sono molti (anche se sempre meno) nella storia della criminalità europea degli ultimi centocinquant’anni, rilevanti anche per la coeva corruzione politica e istituzionale. Un certo cuore fuorilegge impone di cercare a qualsiasi costo risposte veritiere, di non usare tortura e violenza sessuale oppure sequestri e assalti nelle case, di evitare sempre danni collaterali alle vittime e ai loro parenti. Il contesto sociale e politico è il Veneto leghista delle elezioni del maggio 2015, pure il film di Moretti e il referendum greco. Ovunque musica blues e gran vini.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/47: Mankell

Sabbie mobili L'arte di sopravvivereTitolo Sabbie mobili. L’arte di sopravvivere
Autore Henning Mankell
Editore Marsilio
Pagine 320
Prezzo 18 euro
Traduzione di Laura Cangemi

Il mondo di Henning Mankell. 1948-2015. Se potete, leggetelo! Il grande scrittore svedese è morto il 5 ottobre. Il cancro nel polmone sinistro (in stato avanzato, già con metastasi sul collo) gli fu diagnosticato nel gennaio 2014, a 65 anni. Per dieci giorni ne fu sconvolto, il tempo si era fermato, la testa piena di paure, si sentiva sprofondare in una voragine carnivora, ne uscì e in sei mesi scrisse il suo ultimo bellissimo libro Sabbie mobili. L’arte di sopravvivere.
È il racconto della sua vita, dedicato alla moglie Eva Bergman e alla coppia di fornai di Pompei (79 d.C.), una vita “militante” in modo intenso e colto, il giorno forse più bello il 4 ottobre 1992, ultima replica di Lisistrata al teatro Avenida, mentre a Roma avevano appena firmato il trattato di pace in Mozambico. Mai lasciarsi privare della gioia!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/46: Camilleri

Le vichinghe volanti e altre storie d’amore a VigàtaTitolo Le vichinghe volanti e altre storie d’amore a Vigàta
Autore Andrea Camilleri
Editore Sellerio
Pagine 311
Prezzo 14 euro

Vigàta (Montelusa). Prima metà del Novecento. In copertina c’è il particolare (raccolta delle arance) di un disegno colorato trovato a Paternò su un motofurgone Ape e fotografato da Enzo Sellerio nel 1963. Il libro contiene otto nuove delicate storie di Andrea Camilleri, 8 racconti magici nei suoi luoghi con lo pseudonimo: Le vichinghe volanti e altre storie d’amore a Vigàta, ambientati un secolo fa o poco meno.
Quello del titolo descrive il trionfo democristiano delle prime elezioni amministrative del dopoguerra ed è dedicato alle quattro equilibriste svedesi che si presentano alla festa di fine agosto, biondissime e bellissime, a cavallo di quattro motociclette multicolori, Liv Annie Kaj Ingrid, gettando nello scompiglio lascivo l’intero paese.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/43: Manotti

oro neroDominique Manotti
Oro nero
Sellerio, 2015
Traduzione di Francesco Bruno
Noir

Marsiglia. 1973. Una domenica di marzo il 27enne possente omosessuale Théodore Daquin, occhi e capelli castani, spalle larghe e volto quadrato, laurea in legge, fra i primi alla Scuola dei commissari, dopo un anno all’ambasciata di Francia a Beirut arriva al Vescovado di Marsiglia, sede del Servizio regionale di polizia giudiziaria, dove è stato assegnato. Viene coinvolto nell’indagine su una sparatoria con due morti in un’auto, un regolamento di conti fra malavitosi; poi gli danno un piccolo ufficio e due uomini in squadra. Non c’è tregua, altro omicidio nella notte davanti al casinò di Nizza, stranamente gli chiedono di assumere il caso, la vittima è Maxime Pieri, un grande imprenditore di trasporti marini con un passato nella criminalità organizzata. Era in compagnia della bella Emily Weinstein, nipote del proprietario della Società Mineraria del Sudafrica, moglie di Michael Frickx, il creativo trader della società americana di compravendita di minerali, ora interessato al petrolio. Subito dopo viene ucciso Simon, il vice di Pieri e a Istanbul anche il capitano di una loro nave. Battesimo di fuoco per l’animalesco atletico Parigino Théo, con un triste passato alle spalle.

Dominique Manotti (Parigi, 1942), colta solida lucida ironica, già docente di storia e sindacalista, da venti anni si è dedicata alla bella e militante scrittura, oltre dieci splendidi romanzi molto apprezzati anche in Italia sugli intrecci fra criminalità e finanza nella storia europea e planetaria, con spunti francesi. L’ultimo (in terza varia al presente) è uscito nel marzo 2015 per la Série Noire Gallimard e affronta le premesse della crisi energetica del 1973, il momento in cui cresce vertiginosamente la sete di petrolio e le Sette Sorelle non riescono più a evitare raffinazione e commercio indipendenti, con conseguenze conflittuali (anche militari) all’interno di e fra gli Stati.
Daquin deve scontrarsi col contesto corso-marsigliese della French Connection, con il riciclo di denaro (in Svizzera soprattutto) e i mercati mondiali della droga e delle armi, con i nuovi investimenti di banchieri e finanzieri, con le complicità di avvocati e poliziotti, con l’avversione brutale verso i “finocchi”. È un sincero combattente (buon giocatore di rugby), quietamente non esibizionista, e impara presto a muoversi, cucina bene e beve meglio.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2015

toilet paperSulla tazza stavo rileggendo il VI canto del Purgatorio quando mi sono imbattuto per la centesima volta nei versi Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello! Bordello. Ecco la parola giusta nei secoli dei secoli per il nostro paese. Grande Dante! Aveva previsto anche il seguito.

La collera di NapoliLa collera di Napoli di Diego Lama, Mondadori 2015.
Napoli 1884, al tempo del colera. Si parte da una donna segata in due il cui artefice è un ragazzo di sedici anni e si continua con la vicenda dei fatidici delitti delle Sirene, ovvero giovani fanciulle mutilate e abbandonate sulla spiaggia delle Trecorone. Dalla mano di una di esse una medaglietta con incisa una rosa. Indaga il commissario Veneruso, brusco, di poche parole, caffè e sigaro al bisogno, con i suoi collaboratori: Salvo Serra (fissato con le donne), l’ispettore Antonio Polverino (fissato con i figli che gli muoiono uno dopo l’altro), l’agente Domenico Ruocco “cafone, sporco e privo d’educazione”.
Subito, però, in prefettura da sua eccellenza per risolvere il caso della sparizione di un bambino, poi al convento di Santa Maria Vergine di Porta Capuana diretto da suor Giuseppina dove vivono ben settecento ragazze lasciate nella famosa ruota degli esposti. Qui c’è qualcosa che non quadra, una suora bellissima, troppo bella, due preti e altre suore che forse nascondono un terribile segreto.
Al centro della scena Veneruso. “Non era un investigatore raffinato, i casi li risolveva sempre sul posto parlando con la gente, ascoltando, osservando, stuzzicando, studiandone i movimenti, interpretando gli sguardi, le esitazioni, i turbamenti, la rabbia e mascherando tutte le bugie”. Ogni tanto i dubbi, i rovelli, lo scambio di idee con i sottoposti, i ricordi della sua vita e le capatine alla Casina Rosa (si capisce che cos’è) per avere conforto corporale da una certa Annarella.
Ancora giovani uccise al solito posto e allora l’indagine si fa più dura e intensa, viene messo a nudo il convento sopracitato dove si formano le amicizie, i gruppi (le cosiddette famiglie) suscitatrici di pericolose relazioni, invidie e gelosie. Come contorno la città di Napoli invasa dal colera, i fuochi per bruciare le cose degli ammalati, l’ospedale della Conocchia, le sofferenze della popolazione in una società fatta solo per i signori che se la cavano sempre anche quando commettono un delitto.
La morte di una giovane donna sfracellata sulla strada (si è buttata o l’hanno buttata?) offre lo spunto al nostro commissario per risolvere il mistero delle Sirene. “Finalmente aveva capito tutto. Quasi tutto.” Perché al termine della storia non può mancare il colpo a sorpresa come nella migliore tradizione. Un classico.

Per “I racconti del giallo” ecco “Storia da un’estate romana” di Marco Minicangeli.
Un cadavere ridotto in condizioni pietose. Assassino Hassim, psicopatico. Di mezzo la droga ma qualcosa non quadra. Forse Hassim non è proprio l’assassino e il giornalista che racconta in prima persona si trova in pericolo… Il classico caso legato ad un altro caso scritto con bravura.

incuboIncubo di Anne Blaisdell, Mondadori 2015.
Pat Carroll, americana, già ce l’aveva con gli inglesi per le loro “strane” abitudini (ad esempio “guidare sul lato sbagliato della strada”), quando si trova con la sua Jaguar (questa, però, l’avevano fatta bene) sulla loro terra davanti ad un vero e proprio diluvio con “la spiacevole sensazione di avere deviato inavvertitamente dalla strada principale”. Deve andare a far visita alla madre di Stephen, suo fidanzato morto in un volo sperimentale. Una visita che si trasformerà in un vero incubo…
Lungo il viaggio soccorre l’automobilista scrittore in panne Alan Grentower e tra loro nasce subito una bella intesa che sfocia in un appuntamento a Newcastle dopo la famosa visita. Al dunque la scampata suocera, signora Trefoile piccola e grassa come la regina Vittoria, capelli grigi raccolti sulla nuca e “gli occhi di un azzurro slavato” che vive in una casa buia per le tende pesanti, piena di “mostruosità dell’epoca vittoriana” e “di odore di muffa” (brrr!). Prima di tutto in chiesa per offrire una preghiera alla memoria di Stephen. Ci vuole “pazienza e comprensione” pensa la nostra Pat. Quando però arrivano altri segnali di pazza bigotteria incomincia il dramma fino alla sua clausura con la forza nella camera del defunto marito e i susseguenti tentativi di fuga (ci sarà pure una lettera scritta col sangue), mentre Alan incomincerà, a sua volta, la ricerca della ragazza. Tralascio gli altri personaggi che in qualche modo servono a rendere più inquietante la vicenda.
L’obiettivo della scrittrice non è quello di proporre una trama complessa difficile da sciogliere, insomma il classico giallo ad enigma (dopo un po’ siamo in grado di immaginarci lo svolgimento), ma di creare un’atmosfera, una suspense, una ossessione con venature gotiche e di legare il lettore ai tentativi della giovane Pat Carroll di uscire fuori dalla situazione incredibile in cui è stata coinvolta. E ci riesce piuttosto bene.

Sherlock Holmes e la donna fataleSherlock Holmes e la donna fatale di Amy Thomas, Mondadori 2015.
“Sistemò il colletto e studiò il proprio riflesso nello specchio sporco appeso alla parete, trovandosi convincente come uomo d’affari americano, solido esponente del ceto medio”. È il nostro Sherlock Holmes, ufficialmente morto nelle acque di una famosa cascata, che si appresta ad andare negli Stati Uniti, su richiesta del fratello Mycroft, per proteggere una cantante lirica. Nientepopodimenoche Irene Adler (la “Donna”) già conosciuta nello “scandalo di Boemia” che lo aveva messo nel sacco (leggere alla fine del libro il bell’articolo Sotto la lente di Sherlock di Luigi Pachì). Anzi, la missione prevede la collaborazione fra i due che si presentano, addirittura, come marito e moglie, i ricchi coniugi James, per infiltrarsi nella buona società di Fort Myers, più precisamente da Mina Edison “giovane e adorabile moglie dell’inventore Thomas Edison”. L’obiettivo è quello di scoprire chi vuole recare danno a Irene e al suo patrimonio dopo la morte dell’odioso marito. Da tenere d’occhio lo stesso avvocato della vedova e un certo Alberto Sanchez, proprietario di vasti possedimenti di agrumi. Qui è d’uopo un altro travestimento ed i coniugi James diventano all’improvviso i meno abbienti signori Perkins.
Il racconto, scritto con gradevole leggerezza e alternato dai punti di vista dei due, è costruito sia sui fatti specifici della vicenda movimentata e ricca di colpi di scena, che sull’evoluzione del loro complesso rapporto. Sherlock ricorda spesso il rassicurante Watson e “i suoi familiari e concreti processi mentali”, mentre Irene era “un grecale, un ciclone americano che soffiava dove gli pareva e ribaltava tutto quanto gli si frapponesse lungo il cammino”. Collaborazione, tuttavia, che si fa sempre più stringente per giungere ad un finale bucolico nella pace campagnola del Sussex con Irene pronta “a diventare la signora Holmes”. Che ci scappi qualcosa?…

scarafaggiScarafaggi di Jo Nesbø, Einaudi 2015.
Bangkok, gennaio 1998. Dim, prostituta sventurata come tante altre. Appuntamento con un cliente. Solo che lo trova “sdraiato sul letto a pancia in giù” con un coltello che spunta dalla giacca. Un pezzo grosso, Atle Mones, diplomatico norvegese, cosa assai spiacevole per l’attuale governo. Occorre qualcuno che vada laggiù e risolva il caso “in silenzio”. Ovvero Harry Hole sbevazzone spilungone dai capelli chiari tagliati corti. Accetta solo se gli danno mano libera sul caso dello stupro della sorella down non risolto.
A Bangkok (umidità micidiale) in contatto con l’ispettore capo Crumley, testa rapata a zero, occhi blu, enormi scarpe da ginnastica Nike e la gonna. In cinque a sbloccare il caso. Coltello molto raro probabilmente del popolo montano degli Shan, ma in seguito ne sapremo di più. Gli scarafaggi (quelli animali, gli altri umani sono sparsi dappertutto) arrivano a pagina 110 e Hole rabbrividisce. Nella macchina del morto una fialetta di plastica con farmaco contro l’asma. Atle sotto usura e gay, moglie che lo tradisce, sarà lei l’assassina?
Tra una indagine e l’altra, non priva di movimento, di suspense e pericolo per il nostro Harry, ecco spiattellata una società dove emergono: la prostituzione di ogni genere compresa quella infantile, i gay, i travestiti, le scommesse, la boxe thailandese (colpi con ogni arto), i fumatori d’oppio, i combattimenti di galli a porte chiuse. Relazioni sessuali a go-go e situazioni inconcepibili rese del tutto normali, polizia marcia o che chiude un occhio. Momenti personali con il padre e la sorella, ricordi (una certa Brigitta svedese aveva detto di amarlo) inframezzati a inevitabili scontri con la malavita e i suoi superiori che non desiderano andare a fondo.
Finale in crescendo (Harry si incazza di brutto) e sogno dove il sentimento d’amore non muore mai, tanto per dire che nell’uomo qualcosa di buono c’è sempre. Un classico, come pure in Perfidia di Ellroy. Trama risaputella per chi ha letto qualche thriller riscattata da una scrittura che sa il fatto suo e da personaggi credibili. Ma dai migliori si pretende sempre di più.

l'uomo con la valigiaL’uomo con la valigia di Francesco Recami, Sellerio 2015.
Assemblea condominiale della casa di ringhiera a Milano. Tra i soliti inquilini un duo di architetti alla moda. Da attuare il rifacimento di un bel po’ di condominio. Incasinamento e rissa generale.
Il nostro Amedeo Consonni ha un appuntamento che non può rivelare alla sua compagna, la professoressa Angela Mattioli. Con Ketty, una bella ragazza di venticinque anni, incasinata il giusto, conosciuta qualche tempo prima, che ha sempre bisogno di soldi. Appuntamento. Al posto della Ketty una ragazza nuda dentro la vasca, “gli occhi sbarrati e un coltello infilato nel petto”. Consonni afferra istintivamente il coltello e nello stesso tempo scattano alcuni flash. Unica cosa che riesce a vedere tra i lampi un gemello del polso d’oro con al centro “l’inconfondibile simbolo rosso-nero dell’AC Milan”. Sono stato incastrato, pensa.
Da qui l’avventura del suddetto che scappa di casa con la valigia e un lingotto d’oro alla ricerca del colpevole con dubbi travestimenti (pure testimone di Geova, camionista e assistente sociale) prima di essere fermato dalla polizia. Aiutato dall’amico De Angelis. Tra l’altro il corpo della ragazza morta viene ritrovato in altro luogo. Perché?
Alla vicenda principale si alternano quelle di Angela incazzata fradicia per il sicuro tradimento, del nipotino Enrico e della madre (sua figlia), dei due architetti che vogliono fare ostinatamente i lavori di restauro, della Mattei Ferri “installata di fronte al suo osservatorio, la finestra di cucina”, ognuna con le sue sfumature di umorismo (a volte un po’ forzato).
Un tourbillon di situazioni fino all’epilogo con colpo a sorpresa in cui si ritrovano, uno dopo l’altro, i vari personaggi come all’aprirsi di un sipario (mi ricorda Il banchiere assassinato di Augusto De Angelis). Allora tutto si risolve tra un sorriso e una smorfia dubbiosa del sottoscritto che l’ambaradan recamesco questa volta (ho letto altri suoi libri) non mi convince appieno.

Senza ragione apparenteSenza ragione apparente di Grazia Verasani, Feltrinelli 2015.
Di Velocemente da nessuna parte, Colorado Noir 2006, della stessa autrice avevo scritto “Qui troviamo l’investigatrice privata Giorgia Cantini che lavora a Bologna e che racconta la sua storia in prima persona. Una quarantenne bene in carne con il “setto nasale deviato, la frangia irregolare sugli occhi scuri incavati, l’aria assorta di chi beve l’ultima birra della sera e poi va a casa a disfare la valigia e a addobbare le mensole con qualche souvenir tunisino”. Abita in una zona di periferia in un appartamento di settanta metri quadri incasinato come la sua vita. Veste sportiva, fuma e beve, fuma e beve. Caffè e liquori. Anche il vino se non c’è di meglio. Sua amica la sbronza. Ama la musica, o meglio una certa musica. Troviamo tra i suoi dischi i “Blue Zero One” dei Taxi, “Hotel Costes” di Jon Cutler e “Sound Travels” di Nathan Haines. Vita sentimentale sguaiata o sfortunata come dir si voglia. Non ha mai creduto all’amore a prima vista, anzi all’amore in generale. La vita è una recita “Aveva ragione Erasmo: la vita è teatro, tutti abbiamo battute e ruoli da recitare; difficile uscire dalla finzione”.  Ha suonato alla batteria in una band, ha frequentato l’Università ma vi ha rinunciato quando le mancava solo discutere la tesi. Rapporto freddino con il padre, madre morta per un incidente stradale, sorella impiccata. Un bel quadretto davvero”.
Ora la situazione è diversa. Da qualche mese Giorgia Cantini ha come compagno Luca Bruni, capo della Omicidi e si avvale per la sua agenzia dell’ottima collaboratrice surreale Genzianella. Caso da seguire un suicidio di uno studente senza ragione apparente. Ma la madre vuole vederci chiaro. Allora via attraverso il mondo degli adolescenti, il loro rapporto con il sesso, le trasgressioni, le inquietudini incertezze e paure. Sempre in costante rovello sul suo rapporto con Bruni (durerà?, non durerà?, ma quanto durerà?… mah.), l’incontro con suo figlio Mattia, il suicidio di un altro studente.
Ricordi e ricordi che si intrecciano con la storia presente, qualche spunto scontato sulla società: i romanzi facili che attirano i lettori, inutile scrivere bene, il paese che non legge, tempi frigidi signori miei, troppi palestrati e poco sesso, rum e Camel a babordo e tribordo, “Hot Cakes” a tutto volume e chi s’è visto s’è visto.
E ancora riflessioni amare sulla vita, sul rapporto con gli altri in cui la fiducia sembra bandita (solo sospetti), citazioni a go-go su scrittori, libri, canzoni e cantanti da tutte le parti. E se c’è Chandler con Hammett e Ellroy c’è pure il nostro Sherlock che se non si cita si fa una figura di merda.
Le indagini per scoprire la verità sono un pretesto per un altro tipo di indagine sugli altri e su noi stessi, sulla nostra umanità. Finale con rete ingarbugliata di sentimenti, tristezza grigia e piovosa come il tempo con qualche sprazzo di luce e di speranza.

Un giretto tra i miei libri
Il gioco dell’amore e della morteAvevo già conosciuto la bella raccolta di racconti Donne pericolose pubblicata dalla Piemme e quindi non ho avuto esitazioni di sorta a impadronirmi anche de Il gioco dell’amore e della morte a cura di Harlan Coben, della stessa casa editrice 2008. Se si offre un ottimo prodotto si pensa sempre che lo sia anche il prossimo. E non mi sono sbagliato.
Intanto le penne. Voglio dire gli scrittori. Tutta gente che mastica la lingua fin da quando succhiavano il latte della mamma. Basti pensare al curatore, quell’Harlan Coben che si è pure concesso il lusso di vincere i premi più ambiti della letteratura gialla: l’Edgar, lo Shamus e l’Anthony. Tanto per gradire. Oppure Laura Lippman che non avrà vinto l’Anthony ma si è beccata l’Agata e Nero Wolfe. Non so se mi spiego. E gli altri mica sono da meno.
Poi i racconti. Che si snodano belli fluidi (qualche intoppo c’è sempre via…) come una filastrocca: conseguenze di una ingiusta condanna, matrimoni falliti con inevitabile soppressione dell’altro/a, destini che si intrecciano, vendette compiute e non compiute, cambi improvvisi di prospettiva e di giudizio, discussioni sugli scrittori, sul perché si scrive (evasione, dissotterramento delle verità della vita, racconto di menzogne…), il dubbio che arrovella (l’avrà ucciso/a?), la solitudine confortata dalla presenza di un gatto, il sesso senza amore, rapporti irrisolti tra padre e figlio, tra moglie e marito, ricatti, inganni, tradimenti, il cane che ha visto l’assassinio, l’impostore che ha preso il posto del marito e il solito (ormai è di moda) richiamo ai rischi di chattare che ci si può trovare davanti a sorprese inaspettate.
Racconti che entrano dentro, sviscerano la psiche, suscitano fermenti e nello stesso tempo sono reali e brutali. Non manca l’esempio esilarante di “Finché morte non ci separi” di Tim Maleeny. Un chimico e una botanica. Marito e moglie. Festeggiano sessanta anni di matrimonio. Tutti carini e gentili. Si raccontano la loro vita durante il pranzo. I loro viaggi, i loro ricordi, i loro piccoli difetti. Un pranzo un po’ particolare ricco di sorprese. Con piatti particolari. Ora conditi con stricnina, o con l’olio di jatropha, o cicuta. E sorprese nelle sorprese con il gas al cianuro che si sprigiona al levarsi di un coperchio, o il curaro iniettato attraverso il contatto con l’anello matrimoniale. Uniti fino alla morte. Che bella coppia!
Lo stile, anzi gli stili dei racconti, pur nella loro diversità, mantengono quasi sempre un livello elevato. Riescono a trasferire al lettore quelle atmosfere di dubbio e incertezza, di strano e misterioso che circola nell’aria senza eccessivi appesantimenti.
Se “Le storie hanno il potere di cambiare le persone”, come afferma uno dei personaggi di “Ciance” (autore Steve Hockensmith), leggete queste storie. Se il cambiamento sarà in peggio o in meglio lo vedrete in seguito.

Il lago d’oroIl lago d’oro di Carter Dickson, Mondadori 2010.
Il Vecchio, ergo sir Henry Merrivale, arriva a pagina settant’otto quando viene fatto oggetto involontario di lancio di palle di neve con “una faccia così terrorizzante nella sua collera da non parere quasi umana”. Ruggisce e manda pure un accidente, indossa “un cappotto dall’antiquato collo di astrakan” e porta “mezzi guanti lavorati a maglia”, un orologio penzolante sul pancione che manda un bagliore d’oro sul vestito nero lucido dal troppo uso. Lo dico perché è uno dei personaggi più riusciti della letteratura poliziesca e non si vede l’ora che entri in azione.
Deve indagare su un fatto estremamente curioso dal risvolto mortale: nella lussuosa dimora Masque House di Dwight Stanhope, ricco uomo d’affari, è stato pugnalato a morte un ladro mascherato che ha cercato di rubare un quadro di El Greco che rappresenta Guatavita, il Lago d’oro dove gli indiani del luogo gettavano dentro il prezioso metallo due volte all’anno.
Tutto più o meno regolare se non fosse per il fatto che il ladro è il padrone di casa stesso! Se a ciò si aggiunge pure che il signor Stanhope aveva incaricato il giovane ispettore Nicholas Wood di sorvegliare i suoi quadri, si capisce bene come tutta quanta la faccenda sia piuttosto strana e misteriosa. Tanto più (altra aggiunta) che non sembra sia entrato nessuno nella casa e dunque il classico delitto della camera (in questo caso sala da pranzo) chiusa…
Qualche particolare: due sorellastre di primo e secondo letto, una moglie ancora piacente, un grande finanziere, un ufficiale di marina, un playboy, un piccolo teatro all’interno della casa dove in passato è morta una attrice “famigerata” (tanto per creare un po’ di tensione), e c’è  pure di mezzo un mago che non può arrivare per la neve. A sostituirlo nel piccolo teatro il nostro Merrivale che lascia a bocca spalancata per la sua bravura.
Atmosfera notturna inquietante, indizi sparsi ad arte, un po’ di attrazione sentimentale che non guasta mai. Classica riunione finale con la spiegazione di tutto l’ambaradan e l’assassino che esce addirittura da una botola ignaro di essere stato scoperto.

Il lato sinistro del cuoreIl lato sinistro del cuore di Carlo Lucarelli, Einaudi 2008.
Praticamente 50 (cinquanta) racconti scelti tra i più significativi dell’autore. Racconti più o meno lunghi (molti proprio bonsai), divertenti, grotteschi e spiazzanti nello stesso tempo: emozioni, turbamenti adolescenziali, l’eros che si sprigiona con pochi tocchi, il colpo di scena, il ribaltamento delle aspettative, la tensione che si accumula pagina dopo pagina, il dubbio che arrovella, il male che trionfa con agghiacciante naturalezza.
E poi personaggi che rimangono impressi nella mente come la domestica Etienne, Rita, Francesca, Cristina, Eleonora (figure estremamente sensuali), il maresciallo Leonardi e il più volte evocato Vittorio travolti da un Destino più grande di loro. E ancora bambini assatanati, gatti, tende nere, fantasmi, forze occulte che entrano in gioco, il trucco dei gemelli, fusi orari dimenticati, mele marce nei carabinieri, collusioni tra politici, loschi affaristi e cardinali, brividi di guerra, fascisti picchiatori, nazisti assassini, l’ossessione, la morte di Garcia Lorca (e c’entra di mezzo anche Goya), l’indifferenza verso gli altri, la sorte infame dei più deboli, i misteri oscuri del Vaticano e così via.
E non dimentichiamo l’umorismo, l’ironia che ci allarga la bocca al sorriso con il Lumegha che fugge troppo piano, o l’arresto per il culo di salame, l’urlo del lupo mannaro, l’ombra sul muro che c’è e non c’è, l’omino coi baffi, l’impossibile che diventa possibile e dunque Babbo Natale che uccide un grosso spacciatore e fugge con le sue renne verso il cielo.
Lo stile si adegua all’argomento: ora lieve, sottile, spumeggiante, ora realistico, duro e brutale (basti per tutti “Un chien andalou”). Sempre professionale, sempre sicuro. Ci si trova davvero di tutto in questa antologia. Non lasciatevela scappare.

Dalla nostra indistruttibile Patrizia Debicke (la Debicche) arriva Il romanzo di Matilda di Elisa Guidelli, Meridiano Zero 2015.
Il romanzo di MatildaLa Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde, o più correttamente Matilde di Toscana (1046-1115), uno dei personaggi più affascinanti del Medioevo – e bella la danno i ritratti arrivati fino a noi – fu contessa, duchessa, marchesa e regina medievale, contessa di un vastissimo dominio che si stendeva tra la Toscana e il Lazio.
Ricostruire una storia e un periodo ostico, complicato e confusionario come quello vissuto dalla immensa Matilde di Toscana, come si è accinta a fare Elisa Guidelli, deve essere stato impresa faraonica. Penso alla mole di materiale tra cui districarsi che si doveva consultare, le tante leggende attorno alla sua persona da combattere o convalidare usandole per la fiction, i miti da sfatare o rendere vincolanti.
Elisa Guidelli si è rimboccata le maniche e ha scritto una lunga biografia romanzata ma allo stesso tempo realistica e, se possibile, anche a tratti romantica della sua Matilda (vi confesso che nonostante la sua celebrata avvenenza ho sempre pensato a lei, come a un uomo in gonnella) rispettando scrupolosamente un pesante scenario fatto di date e vicende storiche medievali.
Realistica e romantica, dicevo, perché l’autrice pone l’accento sullo scontro con l’imperatore, cugino ed eterno nemico, che sostiene stregato di lei e che per una vita intera si sia battuto per domarla e forse sottomettere il suo provocante corpo di femmina. E dà una sua delicata interpretazione alle maldicenze sulla peccaminosa “puttana” di Gregorio VII, il “suo” pontefice.
Essere donna fu l’unico, insormontabile ostacolo di questa accorta protagonista politica e delle sue straordinariamente lucide intuizioni, condannata per questo e per la ragion di stato a due fallimentari matrimoni, il primo con un uomo per lei repellente, il secondo con un impotente ragazzino di cui avrebbe potuto essere madre.
A mio vedere una serena valutazione su una donna che sapeva combattere come un guerriero, tale infatti era Matilde di Canossa (per chi non sapesse il castello di Canossa si trova nel comune di Canossa in provincia di Reggio Emilia, nell’Appennino reggiano), mette subito in risalto il suo ruolo istituzionale in un momento cruciale della storia di allora e la sua fortissima personalità in grado di condizionare e tenere al laccio papi e imperatori e, contemporaneamente, di barcamenarsi nella lotta per il potere assoluto.
Per anni e anni ago della bilancia tra Papato e Impero, entrò nell’epocale scontro prima come pacificatrice, poi invece operò un’ideale scelta a favore della riforma di Gregorio VII, che andava contro i suoi interessi materiali e gli stessi doveri del suo rango, schierandosi apertamente al fianco del pontefice.
In nome dei propri ideali, mise più volte in gioco poteri e dominio. Intere città si ribellarono alla nemica di Enrico IV e “amante” di Gregorio VII, tacciandola di tradimento nei confronti del cugino imperatore.
Ma nonostante le conseguenze dovute alle sue scelte, mise in opera un progetto per creare nella penisola (l’Italia di allora era smembrata tra longobardi e normanni) un contraltare al dominio imperiale.
Alla fine della sua vita invece accettò di rientrare nei ranghi feudali, riconoscendo come imperatore Enrico V (figlio di Enrico IV), nominò duca di Toscana il figlio adottivo Guido Guerra dei conti Guidi e, reintegrata nei suoi pieni poteri, si dedicò al governo del suo dominio, privilegiando il sostegno a chiese e abbazie. Morì di gotta a Bondeno di Roncore nel 1115, novecento anni fa.
Un gigantesco personaggio, una persona vera o un mito favoloso?

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti