Le gialle di Valerio/58: Pennac

signor malaussèneDaniel Pennac
Signor Malaussène
Feltrinelli, 1995
Traduzione di Yasmina Melaouah
Giallo

Belleville, Parigi. Luglio. Arrivano gli ufficiali giudiziari e il Piccolo Malaussène, 6-7 anni, occhiali rosa, fa finta di inchiodarsi alla porta; i sette “cattivi” recidivi sono turbati ma capiscono il trucco e sfondano la porta mentre lui scappa dai complici. Secondo trucco: finiscono per sfrattare lo sfruttatore. Confusi e arrabbiati, distruggono e depredano l’appartamento (pieno di 2667 pannoloni colmi) della vedova proprietaria dell’immobile. All’ultimo cinema del quartiere il racconto diverte i 18 commensali e solo in parte Ben, fratello maggiore. Benjamin Malaussène fa il capro espiatorio: quando un cliente si lamenta deve farsi strapazzare, assumendo un’aria contrita e miserabile. Prima aveva l’ufficio in un supermercato con 855 dipendenti di rue du Temple (4°), ora alla casa editrice Edizioni del Taglione diretta dalla regina Zabo, dove respinge i manoscritti. Età e fisico indefiniti (i nostri), non ascolta musica, odia la tv, non porta cravatta, fa spesso sesso, racconta in prima persona (e pensa fra parentesi). È stanco di “guidare” la tribù di parenti e affini, ora la sua magnifica Julie è incinta. Non troverà pace per tutti i nove mesi di gravidanza, irraccontabili!

Daniel Pennac, nato Pennacchioni (Casablanca, 1944) si è trasferito a Belleville nel 1970, raccontando il multietnico 20° arrondissement con magnifica freschezza. Si tratta del quarto romanzo della saga, Signor Malaussène sarà infine il nome del figlio di Ben, troppo preso dal suo secondo (involontario) lavoro, l’investigatore, qui spesso fuori dalla capitale francese. Un continuo delizioso fuoco d’artificio di oltre 400 pagine: fantasia, dialoghi, incisi, significati di alta qualità. Lo accusano di 21 omicidi, lo mettono in galera, mentre è in coma lo svuotano di organi vitali… ma lui, alla fine, risolve tutti i gialli che racconta, con l’aiuto del commissario Rabdomant in pensione, a pesca nella natia Malaussène (paesino dell’entroterra di Nizza). Il capro espiatorio è la “causa misteriosa ma evidente di qualsiasi evento inspiegabile … all’origine di niente ma responsabile di tutto”, il mestiere di cui più c’è domanda. Molti si trovano i capri personali (amico o avversario, padrone o dipendente, compagno o compagna). Che professionismo: insieme terziario avanzato e artigianato artistico, fatica fisica e raffinato intellettualismo, creatività e alienazione, realtà e finzione!

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/65: de Giovanni

Il metodo del coccodrilloTitolo Il metodo del coccodrillo
Autore Maurizio de Giovanni
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 293
Prezzo 14 euro

Napoli, aprile 2012. L’ispettore Giuseppe Lojacono, occhi neri a mandorla (come Carella), zigomi alti, capelli spettinati, guadagna 1800 euro a mese per giocare a scopa al computer. Poliziotto di Agrigento, vocato e in carriera, un delinquente lo aveva denunciato come informatore; pur senza prove era stato sospeso e trasferito, moglie e figlia a Palermo da mantenere. Una notte va dove è stato ucciso un 16enne in odore di spaccio. Si rende utile, lo cacciano. Poi la ricca 14enne Giada viene uccisa con le stesse modalità (un proiettile alla nuca mentre l’assassino lacrima da un occhio), c’è un vecchio vendicatore in giro per la città, uccide ancora, lui indaga.
Bel giallo sentimentale per l’ottimo Maurizio de Giovanni, Il metodo del coccodrillo, l’incipit della serie dei Bastardi: appaiono anche Letizia e Laura. Prefazione inedita.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Le gialle di Valerio/57: Lansdale

Honky Tonk SamuraiJoe R. Lansdale
Honky Tonk Samurai
Einaudi, 2015
Traduzione di Luca Briasco
Noir

LaBorde, East Texas. Estate 2015. Hap Collins e Leonard Pine vivacchiano oltre i 50 facendo lavoretti per un investigatore che chiude bottega perché diventa il capo della polizia locale. Hap è un bianco di buon cuore, castano, un metro e ottanta, pigro e orgoglioso, ha fatto obiezione di coscienza lottando con la galera contro il Vietnam, brevemente sposato, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, arsenale nascosto in casa, vota democratico quando ci va, vive d’amore con la bella acuta rossa naturale, infermiera professionale Brett. Leonard è nero macho grosso, ateo megachecca, luce maligna negli occhi, decorato in guerra, appassionato di Dr Pepper e biscotti alla vaniglia, manovalente per lavorare e menare, magro ordinato pulito atletico, brizzolato ormai, si arrangia da Hap e Brett quando non convive con amanti (John è molto credente, va e viene), elettore repubblicano se vota. Hap e Leonard non fumano e sono come fratelli, si allenano insieme, dividono tutto. Brett rileva l’agenzia di Marvin e accetta da una vecchia signora l’incarico di ritrovare la nipote scomparsa cinque anni prima. Sarà dura affrontare la rete di prostituzione e ricatti.

Dopo cinque anni dal precedente esce il nono romanzo della divertente serie noir di Joe Lansdale (Gladewater 1951), i due protagonisti hanno ormai smesso di invecchiare e sono in gran forma. È sempre Hap a raccontare in prima persona, narrando qua e là fra uno scoppiettante dialogo e l’altro, lui che legge molti gialli. All’inizio salvano la cagnolina Buffy da un padrone violento, ben presto vengono alle prese con la Dixie Mafia di Houston e con i feroci Distruttori, motociclisti nazisti assassini a pagamento che ammazzano crudelmente, tagliando pure i testicoli alle vittime. E si presenta una graziosa ragazza dalla pelle scura che dice di essere la figlia di Hap, fa il test del Dna e si affeziona a Brett. Il corposo romanzo è uscito prima in Italia che negli Usa e frequenti sono i riferimenti al nostro paese (dove l’autore è molto amato e ha vari amici, premio Chandler 2015): Leonard cucina spaghetti con famosa salsa, vengono da noi quelli che acquistano auto vintage con ragazza inclusa e l’amica killer Vanilla Ride ormai si è trasferita qui (anche se poi vola per dare una mano). Peraltro, si mangia proprio male. Musica country e rock, segnalo “Restless” di Kasey Lansdale.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2016 special edition

Per Febbraio doppio incontro con gli amici lettori.

Questa volta meno libri e recensioni più ampie. Tanto per cambiare (alla prossima, invece, tutto a ruota libera).
Sherlock Holmes e gli omicidi del boiaSherlock Holmes e gli omicidi del boia di Dan Andriacco e Kieran McMullen, Mondadori 2016.
Londra, anni Venti. In un camerino dell’Alhambra Hall “Il cadavere dell’uomo che era stato William Power oscillava in alto sopra la testa di Hale, appeso per il collo all’estremità di un capestro, bluastro il volto, con gli occhi sporgenti dalle orbite. Sotto il lugubre pendolo del corpo giaceva, rovesciata, una sedia”. Precisiamo. William Power era un escapista noto come “lo Houdini inglese” e Hale, o meglio Enoch Hale, è un giornalista americano che scrive per il Central Press Syndacate.
Sembra un suicidio. Invece trattasi di un vero e proprio omicidio, secondo le deduzioni di Henry Wiggins, ispettore capo di Scotland Yard. A trovare il corpo la cantante Sadie Briggs che farà la conoscenza del nostro bravo giornalista e del suo amico poeta Tom Eliot immerso nella lettura di Poirot a Styles Court. Intanto un altro impiccato, questa volta in Air Street: tale Madame Sosostris, chiaroveggente con la carta della Morte in mano. Urge l’incontro con Langdale Pike che sa tutto dei pettegolezzi sulle persone che vanno a farsi predire il futuro da lei. Tra le quali (udite, udite) si annoverano Winston Churchill, George Bernard Shaw, Sarah Bernhardt ed Edward Bridgewater, conte di Sedgewood, tutti membri del Ghost Club (in seguito incontreremo anche Hitchcock agli inizi della carriera cinematografica). Altro morto ammazzato con le stesse modalità, un furfantello pure lui come gli altri due (la chiaroveggente ricattava i pezzi grossi), e un signor M. dei servizi segreti (addirittura) che cerca di frenare il nostro Hale.
Domanda continua e insistente “Da che cosa sono collegate le tre vittime tutte irlandesi?” (ne arriverà pure un’altra). Hale sempre in giro a cercare indizi ma la faccenda è troppo complicata. Allora via, insieme alla bella Sadie (tra i due è scoccata la scintilla), da Sherlock Holmes che se ne sta tranquillo nel Sussex dietro alle api in compagnia del dottor Watson. Ma… sorpresa. Il Detective è ritornato a Londra che gli eventi del cosiddetto Boia giustiziere (idea di Watson) lo hanno incuriosito. E qui mi fermo.
Racconto dallo stile leggero e gradevole con giusti colpi di scena e citazione degli scacchi (pag.97/98) che fanno sempre trillare il sottoscritto. Come scrive Luigi Pachì nella sua rubrica sotto riportata “A conti fatti abbiamo un libro che può piacere a chi ama mistero e azione, ritmo e arguzia, ma anche a chi ha voglia di cercare riferimenti sottili e intelligenti al Canone di Doyle. In più, un po’ inaspettatamente, può essere apprezzato anche da coloro che amano i classici letterari e gli scrittori del Ventesimo secolo.” Sottoscrivo.
A fine vicenda abbiamo “Una nota per i curiosi” sui personaggi storici che vi compaiono, inoltre per “Sotto la lente di Sherlock” ecco “Il detective e il giornalista” di Luigi Pachì, ricco di spunti sul libro e sugli autori. Per concludere “La logica e l’immaginazione: il contributo di Arthur Conan Doyle alla nascita dell’investigazione scientifica” di Luca Marrone. Così avremo l’opportunità di conoscere altri personaggi, ritenuti i padri della disciplina scientifica, come il criminologo e medico Alexandre Lacassagne, il criminologo e criminalista Edmond Locard, avidi lettori di Doyle, fino ad arrivare ad Edgar Allan Poe convinto “che l’uomo veramente dotato di immaginazione non è altro che un analista.”
Buona lettura.

La grande ideaLa grande idea di Edgar Wallace, Mondadori 2016.
Sedersi in vetrina e farsi guardare dai passanti mentre scrive per sei ore. Questo il nuovo lavoro dell’attrice Betty Carew ordinatole dal suo protettore (l’ha aiutata e tormentata dopo averla presa da un orfanatrofio) dottor Joshua Laffin. Praticamente “l’offerta di un tizio che vuole lanciare un nuovo tipo di scrivania”. Poi, dopo qualche giorno, entrerà un uomo a chiederle un messaggio e lei dovrà consegnargli una lettera riposta nel primo cassetta a destra. A questo punto fine del lavoro ben remunerato. Qualcosa non quadra, anche perché, tra l’altro, la scrivania è stata “ideata da un uomo che fu impiccato per avere ucciso la moglie.” Ed allora ecco Bill Holbrook, pubblicitario ex giornalista, che vuole vederci chiaro dietro “questa trovata umiliante”.
Impossibile riassumere, anche brevemente, una vicenda intricatissima, ricca di continui colpi di scena. Di mezzo la vera storia di Betty, una specie di setta, più precisamente i soldi della lotteria dei cosiddetti Nobili Figli di Ragusa e cinquanta milioni del prestito di guerra degli Stati Uniti all’Inghilterra che fanno gola a qualcuno. Dalla terra l’azione si sposta sulla nave Escorial con scontri anche a fuoco tra i ladri e i loro avversari, travestimenti, imprigionamenti, fughe, personaggi che scompaiono e ricompaiono all’improvviso, false apparenze e falso radiogramma, tenera storia d’amore ad alleggerire il tutto. Capitoletti brevi, brevissimi, sorprese ad ogni piè di pagina da far strabuzzare gli occhi e girar la testa. Da leggere con l’occhio vispo.

Per “I racconti del giallo” “Tre cose” di Diego Lama.
Napoli 1884. Efferato delitto in casa del fu dottor De Dominicis. Uccisa la moglie anziana con “un coltellaccio infilato nella pancia.” Caso da risolvere per il commissario capo Veneruso. Seduta in un angolo della stanza in cui è avvenuto l’assassinio la vecchia cameriera Emma Vitale. “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te” è il suo continuo ritornello. L’ha uccisa lei, dice. Una fissa o la verità? E quali sarebbero queste tre cose? Disperazione e malinconia. Ricordo dell’autore La collera di Napoli, edito sempre dalla Mondadori.

La moglie perfetta di Roberto Costantini, Marsilio 2016.
La moglie perfettaRoma, 2001. Intanto il dr. Giovanni Annibaldi (Nanni), psicologo di coppia, sulla quarantina, giovanile, ben pettinato e curato come i suoi baffetti e Bianca Benigni, pubblico ministero. In prima persona da Nanni, sua moglie perfetta “che tutti vorrebbero avere accanto”, magari non “sempre”. Passione svanita con il tempo. Il figlio Luca che parla e socializza poco. E, ancora in prima persona, dalla stessa Bianca a narrarci, dal suo punto di vista, il rapporto con il marito e il figlio Luca che non può seguire come vorrebbe.
Poi l’altra coppia composta da Victore Bonocore, alto e barbuto che sembra Mefistofele, e dall’americana Nicole Steele, capelli rossi e occhi di smeraldo, con un livido sotto un occhio. Di mezzo la sorella Scarlett, cameriera al Food and Drink, occhi verdi e culo esplosivo. “Bene, John, io mi chiamo Scarlett” riferito a Nanni e già ci siamo. La “principessa” e la “puttanella”…
Aggiungo due morti ammazzati, Donatella Caruso e, in seguito, il citato Bonocore (ce ne sarà anche un altro) e facciamo entrare in scena il commissario Michele Balistreri. Passati i cinquanta, whisky, sigarette Gitane e donne che non sono serviti a seppellire il passato (morte dolorosa della madre precipitata da una scogliera a Tunisi) e a fargli desiderare il futuro, pillole per dormire. Fa solo un lavoro, lo dice lui stesso “Cerco assassini”. Insieme alla spalla, l’ispettore Antonio Coppola, il Nano, un omino di un metro e mezzo dalla faccia simpatica che aggiunge un particolare “Uno senza cuore, dicono. Ma lei tiene il cervello, che è mille volte meglio”. E insieme alla citata Bianca Benigni con la quale avrà un rapporto complesso.
Come contorno Il Sordomuto, pronto a fottere anche la mamma quando serve (in romanesco), insieme agli appalti pubblici, al gioco d’azzardo e all’usura. Il cast essenziale è questo. E se volete ecco in più una giornalista in gamba (la troveremo anche nella seconda parte) e l’ambasciata americana che un po’ di palle le rompe. Almeno a Balistreri.
Un salto nel tempo e si vola al 2011 dove tutto si scioglie, tutto si risolve in un andirivieni di sospetti e false piste. Ricordo solo contatti tra il caso Caruso e il caso Bonocore, una partita a poker, una fotografia, una ricevuta, una borsa con una trenata di soldi (chi l’ha presa?) e qualche morto ammazzato.
In prima persona, al presente, con tutte le sfumature occorrenti, l’alternarsi continuo di narrazione e pensiero, l’intreccio di punti di vista diversi a creare un caleidoscopio di forti ritratti e sensazioni. Il tuffarsi nei meandri tenebrosi della coppia, l’amore, la passione, il sesso, la stanchezza, la solitudine, i ricordi. Alla fine un pizzico di speranza fra tanto disfacimento. Espressi con efficacia di stile.
Buona lettura e lunga vita all’autore.

Lo sguardo della farfalla di Mario Baudino, Bompiani 2016.
Lo sguardo della farfalla“Mi chiamo Demi K, sono un assistente di libreria e più in generale il factotum del molto onorato signor Duccio Tancredi, cartolaio di paese e cacciatore di libri…”. Ecco i primi due. Poi c’è Matteo Genisi che si è assunto da solo, senza parlare di stipendio, alla cartolibreria “Coraggi”. Tutti e tre in poltrona con il bicchiere in mano ricolmo di Barolo chinato. Da una parte Monsignore, il gatto. State a sentire. Una classica vicenda dello zio d’America, in questo caso di una zia, più precisamente la contessa Rita della Ruspa che lascia la sua magnifica biblioteca ad uno sconosciuto, ancora più precisamente a Giovanni Sterpa, single, bello robusto con “solida posizione economica.” (perché?). Il quale Giovanni ha chiesto a Duccio (il Capo) una valutazione della suddetta biblioteca. Misteriosa, a quanto sembra, piena di fruscii e rumori brividosi, forse da accostarsi alle “masche”, specie di streghe dispettose. Qualcuno, insomma, si aggira fra i libri, li sposta e non li rimette a posto. Che sia un fantasma? Ed un fantasma, verde tra l’altro, appare proprio a Giovanni sulla prima balconata della biblioteca (e giù miti e saghe nordiche, la storia di re Artù, del mago Merlino e dei cavalieri della Tavola Rotonda). A rendere il caso più fitto e misterioso la sparizione del libro “Il guardo della farfalla” citato dalla contessa nella sua lettera al solito Giovanni (sempre lui) insieme a un “tanti baci dall’Annwfyn” e buonanotte al secchio.
Completano il quadro dei personaggi principali Erminio, che vive nella casa del custode; Gegia, amica di Demi, laureata il lettere e maestra di sci; la giornalista Giuditta Salvatoni spigliata il suo con la quale ci può scappar qualcosa; il capitano Inghigliosi (che ci fa?); la “fastosamente bella” e sensuale con lieve accento francese Chantal Leduc, la vampirona cacciatrice di libri. E tanto basta.
Raccontato in prima persona da Demi, citazioni librarie a go-go, tenebre, ombre, spari nella notte, l’assillo continuo del perché di questo lascito ad uno sconosciuto (ci deve essere sotto qualcosa), un ritorno agli anni di piombo (addirittura) e un racconto di Edgar Allan Poe che potrebbe svelare il mistero. Ma io vi consiglio di leggere il libro attraversato da una prosa elegante, briosa e gradevole. Che poi la trama sia più o meno verosimile conta il giusto.

Il passeggero di Steffen Jacobsen, Kowalski 2010.
Il passeggeroSi parte con una giovane donna su una zattera di salvataggio il 14 aprile 2005 e si passa subito al 2006 con l’ultimo giorno di vita di Jacob Nellemann, ucciso da un arciere mentre è nel bosco a caccia di caprioli.
Ad indagare il commissario Robin Hansen della polizia di stato danese, cinquantun anni, “alto, agile e forte”, capelli “castano chiari spruzzati di grigio”, lineamenti “marcati e il viso grinzoso, il naso lungo e dritto e fitte sopracciglia”.  Divorziato e risposato vive con Ellen, le tre figlie avute dai loro precedenti matrimoni che litigano fra loro e tre criceti nani (Smut, Dongedik e John John). Ellen bella, intelligente e con spiccato senso dell’umorismo lo ha fatto riprendere da una crisi al suo ritorno dal Kosovo. Prima beveva e fumava troppo (Camel), ora corre, tira di boxe, pratica il kayak da mare con la moglie, legge “Le cronache di Narnia” alle bambine mentre Ellen si diletta con “Tre uomini in barca”. Suo capo Philipsen che soffre di allergie, fissato con i soldatini di piombo, lui tutto impeccabile e Robin invece con “i calzini scompaginati scesi”.
Buona scrittura, feconda osservazione degli ambienti, ritratti vivi e caratterizzati anche quelli minori (vedi la giornalista, la segretaria Cerberus, il tecnico del computer Fasil ecc…), capitoletti ora brevi (anche troppo) ora di più ampio respiro, e insomma un discreto racconto che scivola via magari un po’ monocorde senza troppi sobbalzi e con un certo grado di prevedibilità.

Il posto di ognuno di Maurizio de Giovanni, Fandango 2009.
Il posto di ognunoHo conosciuto Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della squadra mobile della Regia Questura di Napoli con Il senso del dolore. Trentun anni, nove dell’era fascista. Piuttosto bello, benestante, di famiglia altolocata. Eppure praticamente senza amici, senza una donna, vive nella grande casa patronale di Fortino con la tata Rosa di settanta anni che ha per lui un amore filiale. Grande lavoratore, cupo, silenzioso, ha allacciato un buon rapporto soltanto con il brigadiere Raffaele Maione. Già i suoi occhi sono pieni di un dolore vecchio ma sempre vivo, una “personalità complessa e travagliata”. Consapevole dei problemi della città ma anche consapevole “dell’impossibilità di cambiare lo stato delle cose”. Fatalista, rassegnato, eppure pronto ad andare in fondo al suo lavoro. E provvisto di una discreta dose di ironia.
In questo terzo romanzo (il secondo è La condanna del sangue) tutto ruota attorno all’amore e ai sentimenti che da esso si irradiano: passione, odio, gelosia (occhio anche alla cruda necessità…). Tre donne intorno a lui: la dolce Enrica (che vede dalla finestra), la sensuale Livia che lo vuole ad ogni costo, la premurosa tata Rosa.
Fatto da indagare la morte della duchessa Musso di Camparino sposata giovane ad un vecchio duca che sta morendo. Uccisa con un colpo di pistola attraverso un guanciale. Ma porta impressi anche i segni di una lotta…
Non mancano gli ingredienti necessari di un giallo che si rispetti: il giornalista (questa volta innamorato), l’informatore, il capo rompiballe preoccupato dei risvolti pericolosi (per la sua carriera) dell’inchiesta, il prete amico e l’assassino (o il probabile assassino) che narra in prima persona.
Aggiungo le visioni del nostro, scene di morti e le loro ultime parole (in questo caso “L’anello l’anello, hai tolto l’anello, l’anello mi manca”), una spiccata sensibilità agli odori. Ritmo lento, quasi faticoso come se risentisse del caldo dell’estate napoletana, istintiva ironia dello scrittore (esilaranti le quattro donne che in quattro posti diversi stanno tagliando le cipolle) tendente a stemperare l’aria talora sentimentaloide del racconto (qualche insistenza di troppo, via…),  fine penetrazione psicologica dei personaggi e dei loro cambiamenti, spunti sulla società (picchiatori fascisti, degrado di certi ambienti, le veline ai giornali, niente fatti di sangue, niente tragedie…) e sulla città che almeno il venerdì sera vuole dimenticare i suoi malanni, colpi di scena finali.
E lui, Luigi Alfredo Ricciardi che non può più restare fermo. Deve attivarsi, darsi da fare, prendere l’iniziativa. Quella amorosa, si capisce. Ci prova. Incomincia a scrivere una lettera Gentile signorina
Alla prossima.

Il pugnale del destino di Kenneth Flexner Fearing, Mondadori 2009.
Il pugnale del destinoSolito gruppo di artisti in senso lato (scrittori, pittori, musicisti ecc…) che si ritrovano in uno stesso luogo, qui Demarest Hall, a meditare sul loro futuro. Con tutto quel che comporta la convivenza di una simile stramba umanità alla continua ricerca della fama. Gelosie, invidie, battute, frecciatine, corna e battibecchi, brutti presentimenti fino all’assassinio che altrimenti non ci si diverte.
Dicevo delle corna. Chi le mette è Lucille Nichols, chi le riceve il di lei marito Walter, scrittore. Chi se la gode Christopher Bartel, pittore, “arrivista e ubriacone”. Ergo occorre vendetta, tremenda vendetta da parte del cornuto. Obiettivo far fuori Lucille con la complicità di P.C. Cooke, direttore di Demarest Hall. Ma a rimetterci le penne è… e in seguito anche…
La trama si svolge attraverso il racconto in prima persona di alcuni protagonisti in modo da offrire al lettore un quadro più ampio di punti di vista. Ad indagare il capitano di polizia Steve Wessex. Colpo finale a sorpresa con una autodenuncia e relativa condanna a morte. Ma la verità è proprio questa?
Prosa sicura venata di ironia che diventa più aspra nei confronti della combriccola di artisti. La staffilata più forte arriva dal maggiordomo Page “La nobiltà personificata: ecco quel che credevano di essere. Ma che cos’erano in realtà? Fango, nient’altro”.
Da manuale l’articolo “Nemesi ovvero La vendetta (nei gialli) è un’equazione” di Enrico Luceri.

Ascoltiamo ora l’indistruttibile Patrizia Debicke (la Debicche)
urla nel silenzioUn romanzo di debutto che dovrebbe essere il primo di una serie poliziesca con per protagonista la detective Kim Stone. Urla nel silenzio ha scalato le classifiche inglesi in e-book, raggiungendo in un anno una cifra da capogiro e diventando il romanzo più letto in ebook dopo La ragazza del treno.
Di Urla nel silenzio sono già stati venduti i diritti in diverse lingue e la sua autrice, Angela Marsons, inglese puro sangue e residente nella Black Country, dove è ambientata la sua storia che ha già conquistato così tanti lettori, sta diventando una promessa del thriller internazionale.
In arrivo in UK l’edizione cartacea, pubblicata ora anche in Italia dalla Newton Compton 2016.
Beh, è un libro che corre e si fa leggere. Parte da Rowley Regis, Black Country nel 2004 con un attacco magistrale che ci porta direttamente nel cuore di un malefico pentacolo, con cinque persone in piedi intorno a una piccola fossa, poco profonda. Ognuno di loro, dandosi il turno, ha dovuto scavare rompendosi le mani nella terra resa come la pietra dal gelo, per far sparire il cadavere di una giovanissima vita immolata per firmare un oscuro patto di sangue. Patto che cela un terribile segreto destinato a essere e restare sepolto per sempre sotto terra.
Ma anni dopo, Teresa Wyatt, composta preside di una locale scuola femminile, viene assassinata, annegata nella sua vasca da bagno. La casa non è stata svaligiata, quindi non si tratta di un omicidio per rapina.
Il caso viene affidato a Kim Stone, una trentacinquenne appassionata di moto, tutta d’un pezzo, anzi asociale al punto da sembrare priva di sentimenti, ma un ottimo detective anche se spesso fuori dalle righe, e alla sua squadra.
Salterà fuori l’interessante particolare che la vittima negli ultimi giorni aveva cercato di mettersi in contatto con il professor Milton, un docente e stimato archeologo che stava per cominciare lo scavo in un campo alla periferia di Rowley Regis alla ricerca di antiche monete preziose. E il professor Milton ha ricevuto una precisa minaccia che vorrebbe costringerlo a fermarsi.
Ma non basta, l’assassinio di Teresa Wytt sarà solo il primo di un’ondata di omicidi nella Black Country. E ben presto la detective Kim Stone arriverà a scoprire che tutti i morti ammazzati facevano parte del personale che lavorava a Crestwood: un orfanatrofio o casa ricovero per bambine abbandonate o maltrattate, andata completamente distrutta in un incendio.
E quando nel corso delle indagini nel campo destinato allo scavo archeologico, proprio vicino ai ruderi bruciati dell’istituto, tornano alla luce i resti di un corpo, sepolto tanto tempo prima, Kim Stone capisce che bisogna frugare a fondo nel passato perché tutto sembra indissolubilmente legato alle piccole ospiti dell’istituto di Crestwood.
Kim Stone è un bel personaggio, destinato a diventare seriale (e infatti l’autrice lascia molte cose in sospeso), credibile, duro, quasi crudele con se stesso, che crede nel suo lavoro e che vorrebbe garantire sempre giustizia per tutti.
Kim Stone, che è cresciuta affidata all’assistenza pubblica, prende a cuore il caso, vuole andare e riuscirà ad andare fino in fondo e, pagina dopo pagina, scopriremo di più sul perché delle sue difficoltà di rapportarsi con gli altri, legate alle sua terribile storia personale con una madre psicopatica.
Un buon ritmo, per numerosi colpi di scena ben calibrati. Chi sarà mai l’assassino? Un serial killer? Forse? Oppure chi ha ucciso, ha dovuto uccidere? Chi ha ucciso può uccidere ancora? E perché? E chi mai potrà essere?
Io non dirò altro.

La nostra Patrizia ci spinge a leggere anche Sangue nel Redefossi di Gino Marchitelli, Frilli 2015 e I figli sono pezzi di cuore di Giorgia Lepore, E/o 2015. E allora seguiamo i suoi consigli.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le brevi di Valerio/64: Bonura

Frida Kahlo. Arte, amore, rivoluzioneTitolo Frida Kahlo. Arte, amore, rivoluzione
Autore Stefania Bonura
Editore NdAPress
Anno 2016
Pagine 95
Prezzo 8,90 euro

Messico. 1907-1954. Magdalena Carmen Frieda Kahlo (cognome padre) Calderòn (cognome madre) nasce il 6 luglio a Coyoacán, terza di 4 sorelle, circa tre anni prima l’inizio della rivoluzione messicana (nel centenario dell’indipendenza). A 6 anni la poliomelite provoca una menomazione permanente alla gamba destra, a 18 è coinvolta in un incidente stradale, con fratture a entrambi i piedi, spina dorsale, bacino e gravi traumi al ventre. Diventa comunista, s’innamora del famoso pittore Diego Rivera (lui 21 anni di più, una relazione eterna e altalenante), inizia a dipingere e scolpire (spesso a letto). Avrà sempre una vita dolorante e tormentata la grande bella vitale disinibita (con uomini e donne) “Frida Kahlo. Arte, amore, rivoluzione”, ben raccontata dalla brava siciliana Stefania Bonura (1973), scienze politiche a Firenze, vita e lavoro (editoriale) a Roma.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/13: Mura

Non c'è gustoGianni Mura
Non c’è gusto. Tutto quello che dovresti sapere prima di scegliere un ristorante
Minimum fax, 2015
Costume

Ristoranti, trattorie, osterie. Da una vita. Come fare a non farsi fregare se si mangia fuori casa? Esistono piccole attività preliminari per divenire guida di noi stessi prima di sedersi a tavola e poi lì maturare, migliorare, affinare con curiosità gusto e memoria gastrica. La prima cosa è sapere cosa ci piacerebbe mangiare, orientandosi così su costi e contesti. Se saremo fuori dal nostro orizzonte abituale e abbiamo tempo, non è male leggere e comparare qualche guida cartacea (ben sapendo che anche le loro affidabilità e completezza sono verificabili) e frequentare il web con pulito giusto buon spirito critico (vari siti sono esagerati, parziali, mal gestiti; alcune recensioni risultano inventate, taroccate, commissionate). Imparare a leggere un menu e una carta dei vini fa del bene: la struttura, l’italiano, la lunghezza delle voci, il succo delle informazioni. Chiedere non fa mai male, come usare olfatto e vista. Mangiare è conversazione, comunicazione, condivisione; dar da mangiare un lavoro di squadra. Meglio fiori che candele, tovagliette e tovaglioli di carta che tavoli nudi, piatti e posate comodi che strumenti in mostra, ogni cosa che ci faccia stare a nostro agio.

Il grande giornalista e intellettuale milanese Gianni Mura (1945) collabora a Repubblica dal 1976, ha girato i continenti seguendo eventi internazionali, da 25 anni cura con la moglie una rubrica settimanale di enogastronomia sul Venerdì. Non è stato mai solo un inviato sportivo, racconta culture ed ecosistemi (rivolto “a umani ring”), mescola cronaca agonistica e informazione sociale, ha firmato romanzi e interviste. Dopo mezzo secolo di mangiate e bevute girando l’Italia e il mondo, col breve testo sul pre-gusto insegna a districarsi tra cibi preparati da altri (rivendica di non saper cucinare). I misurati cenni personali e le frequentazioni colte (verbali e letterarie) servono a motivare giudizi.
Il volume è dedicato a Veronelli, acute le pagine sul gastronomo ed editore, come pure su Carlo Petrini (che firma la presentazione), Franco Colombani, Barthes e Ceronetti, su ingredienti e ricette, produttori e annate, cuochi e locali. Emergono un filo e deliziose digressioni, consigli a clienti e proprietari, amori (gli anagrammi, per andare fuori tema) e gli odi (lo sproposito di termini stranieri, per restarvi). Segnalo che l’accenno ai costi delle verdure andrebbe riarticolato.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/63: Manzini

cinque indagini romaneTitolo Cinque indagini romane per Rocco Schiavone
Autore Antonio Manzini
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 247
Prezzo 14 euro

Roma. 2010-2011. Rocco è nato a Trastevere nel 1966, quando c’erano meno turisti e più omicidi. I suoi amici erano diventati ladri e spacciatori; così decise di entrare in polizia, ateo e manesco, facile alla corruzione e all’investigazione, alle donne e alla marijuana. Fece carriera e si sposò con l’amata Marina. Lei è morta da qualche anno, lui è divenuto vicequestore, con Clarks, Loden, Volvo, sarcasmo e ottimo intuito investigativo. Cinque indagini romane per Rocco Schiavone qui raccolte sono già apparse in altrettante antologie Sellerio (2012-2014) e si svolgono prima del trasferimento forzato ad Aosta, ove sono ambientati i 4 bei romanzi di gran successo, usciti dal 2013 al 2015. Il bravo attore regista romano 51enne Antonio Manzini sta ora scrivendo le sceneggiature per la serie tv. Attesa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/56: Bonini e De Cataldo

La notte di RomaCarlo Bonini e Giancarlo De Cataldo
La notte di Roma
Einaudi, 2015
Noir

Roma. 8 aprile 2015. Il giovane Sebastiano Laurenti, alto elegante ironico, figlio di un onesto ingegnere suicida per debiti, educato nei migliori collegi, contempla lo spettacolo del caos, in cinque giorni è riuscito a far bruciare Roma: rivolta contro i centri di accoglienza per immigrati, caccia allo zingaro, sistematica devastazione da parte degli ultras, sciopero selvaggio dei trasporti, blocco della raccolta rifiuti, militari in strada, unità di crisi permanente al Viminale. Ora che il Samurai è in carcere tocca a lui gestire gli affari del crimine organizzato. Non beve e non si droga, ma si sarebbe innamorato della magnifica fredda deputata Pd Chiara Visone e l’alto biondo vizioso Fabio Desideri vorrebbe fargli le scarpe, così è costretto a reagire per non restar fuori dagli affari della linea C della metropolitana e del nuovo giubileo, gestiti da delegati nuovi e forse sani, l’irreprensibile monsignor Daré per il Vaticano e l’ex senatore comunista Polimeni per il Comune. Il pestaggio di un geometra il 12 marzo e il suicidio di don Paolo il 13 marzo aprono per quasi tre mesi una guerra senza esclusione di colpi, di cui il vice del Sindaco prova a essere il regista pubblico.

Il giornalista Carlo Bonini (Roma, 1967) e il magistrato Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), dopo l’Ostia di Suburra (settembre 2013 il libro, ottobre 2015 il film, 2017 la serie televisiva), continuano a raccontare la criminalità fuori e dentro l’amministrazione pubblica capitale. Sembra di rileggere gli ultimi giorni di Ignazio Marino. Qui il sindaco è il coetaneo professionista prestato alla politica Martin Giardino, detto “er Tedesco”, gira in bici, permaloso e sospettoso, molto onesto, estraneo al vero Governo della città: Maggioranza, Opposizione, Partito dei Costruttori. Il Samurai assiste alla lotta di successione dalla sua cella di detenuto al 41bis in un carcere del Nord.
Il romanzo è in terza varia, personaggi principali e comprimari (alcuni presenti anche nel precedente successo) sono un miscuglio di personalità che vediamo tutti i giorni in tv, forte la tentazione di abbinar loro nomi reali. La colonna sonora rincorre i conflitti: Wagner, Doninzetti (a Seul), Bach (al funerale), De Gregori e il jazz di Adriano, che è un ottimo casalingo cuoco al Ghetto (carciofi alla giudia e rigatoni colla pajata). Vino bianco ma anche Chateauneuf-du-Pape Croix de Bois 2006.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

È così che si uccide di Mirko Zilahy

È così che si uccideMirko Zilahy
È così che si uccide
Longanesi 2015

Sullo sfondo di una Roma umida e piovosa, un serial killer si muove nell’Ombra. Semina morte, invia email criptiche (che si chiariscono una volta rinvenuti i cadaveri – ahimè troppo tardi), lascia macabri indizi. Talmente macabri che il questore Gugliotti decide di affidare il caso al suo uomo migliore: il commissario Enrico Mancini, formazione da profiler e master negli Stati Uniti, un’eccellenza della Polizia di Stato. Mancini, reduce da un lutto familiare, vorrebbe dedicarsi unicamente al caso che lo ossessiona, la sparizione dell’oncologo che ha avuto in cura sua moglie, ma alla fine accetta a malincuore di occuparsi dell’Ombra (così è stato soprannominato il serial killer), a condizione di poter scegliere la squadra che lo affiancherà: il suo vecchio maestro Carlo Biga come consulente, la fotografa Caterina De Marchi, l’Ispettore Walter Comello e l’anatomopatologo Antonio Rocchi.

Nel giro di pochi giorni si scatena una lotta contro il tempo. La Squadra deve evitare che ci siano altre vittime. L’Ombra deve condurre a termine la sua missione. Ma sulle scene del crimine non ci sono tracce, non ci sono impronte. Bisogna lavorare sul movente e sul modus operandi. Solo svelando il legame fra le vittime sarà possibile fermare l’Ombra…

La matita rossa di Marisa aveva cerchiato un paragrafo: «L’anamorfosi è una tecnica pittorica per cui un oggetto viene dipinto in modo che, guardando il quadro frontalmente, risulti invisibile. Se ti sposti, vedi l’oggetto. Ora, insisto, il mondo visto frontalmente è illeggibile». (p. 338)

Al suo esordio nel genere, Mirko Zilahy piazza i suoi tormentati personaggi in zone semisconosciute di Roma: Montesacro (Città Giardino), Ostiense (Gazometro), Testaccio (Mattatoio), Ostia (il Mitreo), la zona del Tevere. Lontano dal centro turistico e dai palazzi del potere, una squadra di onesti lavoratori deve fermare un assassino. Tra colpi di scena, intuizioni fortuite, incidenti di percorso e umori altalenanti, il caso arriverà ad un drammatico epilogo. Drammatico come il movente del serial killer, che a poco a poco si svela in tutta la sua dolorosa persistenza. Finale risolutorio che però non impedisce al lettore di chiudere il romanzo con l’amaro in bocca.

Un esordio ben riuscito che avrà certamente un seguito.

Mirko ZilahyQualche domanda a Mirko Zilahy

AB – La laurea in lingue, il dottorato in Irlanda, la passione per la letteratura, le traduzioni (tra cui quella, importante, di Il cardellino di Donna Tartt). E poi? Quando hai capito che era arrivato il momento di spiccare il balzo, di passare alla scrittura di un romanzo “tutto tuo”?
MZ – MI piace la scrittura in tutte le sue forme e prima o poi avrei dovuto mettermi alla prova con quella “creativa”. Il balzo l’ho compiuto quando ho deciso di mettere a tacere un sogno ricorrente, un incubo ad occhi aperti che ho fatto per tanti anni e che mi perseguitava. Mi sono detto: vediamo se mettendolo su carta… È stata una grande scoperta.

AB – Perché un romanzo di genere?
MZ – Perché il thriller era quello di cui avevo bisogno per parlare di vendetta, di morte di dolore e senso di giustizia in modo netto, senza preoccuparmi di addolcire la pillola.

AB – Come è stato trovarsi dall’altra parte della barricata? Se come traduttore avrai spesso dovuto confrontarti con gli autori che traduci per rendere il senso compiuto di un brano, come ti sei trovato nel gestire la tua libertà di autore e il rapporto con l’editor?
MZ – Tutto molto strano, sapevo tutto ma cadevo nelle tentazioni e negli errori in cui cadono tutti gli autori prima o poi. Affezionarsi troppo alle proprie parole, soprattutto.

AB – Roma, Latina. Si scrive di ciò che si conosce. Tu hai raccontato di luoghi che conosci con descrizioni dettagliate: un abitudine che nasce dalla televisione, dall’immaginare visivamente ciò che si scrive, o da altro?
MZ – La precisione delle mie descrizione nasce dallo studio sulla carta, in biblioteca, negli archivi, delle mappe e della storia dei monumenti dell’archeologia postindustriale. La mia immaginazione non parte dalla realtà, né da un’immagine fotografica o televisiva, è un’immaginazione che vive dalla componente ritmica, sonora delle parole, della prosa. Gli oggetti e i luoghi esistono prima come suoni poi si combinano per costruire immagini o scene.

 

Le gialle di Valerio/55: Lee

La guardia, il poeta e l'investigatoreJung-myung Lee
La guardia, il poeta e l’investigatore
Sellerio, 2016
Traduzione di Benedetta Merlini
Noir

Fukuoka. Marzo 1943. Il 17enne Watanabe Yuichi, dopo aver perso il padre sul campo di battaglia in Manciuria ed essere cresciuto a Kyoto fra i romanzi della piccola libreria gestita dalla madre, viene chiamato alle armi e, concluso l’addestramento, assegnato come guardia presso la lontana prigione nazionale vicina alla baia di Hakata nel Kyūshū. Da quando è nato il Giappone è sempre stato in guerra: con la Russia, la Cina, la Mongolia, la Corea, ora con l’America. Non gli piace. I vari blocchi di celle sono pieni di coreani, in particolare nelle 48 (con 349 reclusi) del suo terzo vi sono i dissidenti politici antigiapponesi e i condannati a morte. Una notte viene ucciso l’esperto violento odiato collega di oltre quarant’anni, Sugiyama Dozan, il corpo che penzola dalla trave, le labbra cucite con punti di sutura. Lo incaricano di indagare e si rivela un accorto osservatore. Capisce che sono coinvolti in strani modi due prigionieri: il 331, la canaglia Choi Chi-su e il 645, il poeta Hiranuma Dozu. Ci sono molte complesse e misteriose connessioni fra tutti gli abitanti di Fukuoka. Watanabe vi resterà fino alla fine delle ostilità e oltre, interrogato anche sui crimini di guerra.

Il giornalista e scrittore sud coreano Jung-myung Lee (1965) ha scelto la finzione narrativa di contesto noir per raccontare (originale 2014) le pratiche disumane di un carcere e la biografia del poeta Yun Dong-ju (1917-1945), che, dopo la laurea in Lettere nel 1940, chiese alla famiglia di chiamarsi Hiranuma per poter studiare Letteratura inglese in Giappone, dove dall’aprile 1942 fu perseguitato e arrestato per aver timidamente manifestato a favore dell’indipendenza della Corea, con reclusione a Furuoka dal marzo 1944, ove morì nel successivo febbraio. Tantissimi sono i (notevoli) versi riportati per esteso, pubblicati e celebrati solo postumi. È la guardia a raccontare in prima persona, una guardia che eredita l’incarico di censore e interroga i carcerati, espedienti per parlare molto di libri e letteratura, del loro potere di corrompere gli animi (secondo alcuni) alimentando pietà e sogni, o di elevarli (secondo altri) consentendo di sopportare l’indicibile. Anche le musiche pervadono. Tutto molto bello, in particolare quando il 645 aiuta ogni compagno di sventura a scrivere proprie cartoline che ottengano il visto, traducendo in parole sentimenti intimi non ostili.

(Articolo di Valerio Calzolaio)