È così che si uccide di Mirko Zilahy

È così che si uccideMirko Zilahy
È così che si uccide
Longanesi 2015

Sullo sfondo di una Roma umida e piovosa, un serial killer si muove nell’Ombra. Semina morte, invia email criptiche (che si chiariscono una volta rinvenuti i cadaveri – ahimè troppo tardi), lascia macabri indizi. Talmente macabri che il questore Gugliotti decide di affidare il caso al suo uomo migliore: il commissario Enrico Mancini, formazione da profiler e master negli Stati Uniti, un’eccellenza della Polizia di Stato. Mancini, reduce da un lutto familiare, vorrebbe dedicarsi unicamente al caso che lo ossessiona, la sparizione dell’oncologo che ha avuto in cura sua moglie, ma alla fine accetta a malincuore di occuparsi dell’Ombra (così è stato soprannominato il serial killer), a condizione di poter scegliere la squadra che lo affiancherà: il suo vecchio maestro Carlo Biga come consulente, la fotografa Caterina De Marchi, l’Ispettore Walter Comello e l’anatomopatologo Antonio Rocchi.

Nel giro di pochi giorni si scatena una lotta contro il tempo. La Squadra deve evitare che ci siano altre vittime. L’Ombra deve condurre a termine la sua missione. Ma sulle scene del crimine non ci sono tracce, non ci sono impronte. Bisogna lavorare sul movente e sul modus operandi. Solo svelando il legame fra le vittime sarà possibile fermare l’Ombra…

La matita rossa di Marisa aveva cerchiato un paragrafo: «L’anamorfosi è una tecnica pittorica per cui un oggetto viene dipinto in modo che, guardando il quadro frontalmente, risulti invisibile. Se ti sposti, vedi l’oggetto. Ora, insisto, il mondo visto frontalmente è illeggibile». (p. 338)

Al suo esordio nel genere, Mirko Zilahy piazza i suoi tormentati personaggi in zone semisconosciute di Roma: Montesacro (Città Giardino), Ostiense (Gazometro), Testaccio (Mattatoio), Ostia (il Mitreo), la zona del Tevere. Lontano dal centro turistico e dai palazzi del potere, una squadra di onesti lavoratori deve fermare un assassino. Tra colpi di scena, intuizioni fortuite, incidenti di percorso e umori altalenanti, il caso arriverà ad un drammatico epilogo. Drammatico come il movente del serial killer, che a poco a poco si svela in tutta la sua dolorosa persistenza. Finale risolutorio che però non impedisce al lettore di chiudere il romanzo con l’amaro in bocca.

Un esordio ben riuscito che avrà certamente un seguito.

Mirko ZilahyQualche domanda a Mirko Zilahy

AB – La laurea in lingue, il dottorato in Irlanda, la passione per la letteratura, le traduzioni (tra cui quella, importante, di Il cardellino di Donna Tartt). E poi? Quando hai capito che era arrivato il momento di spiccare il balzo, di passare alla scrittura di un romanzo “tutto tuo”?
MZ – MI piace la scrittura in tutte le sue forme e prima o poi avrei dovuto mettermi alla prova con quella “creativa”. Il balzo l’ho compiuto quando ho deciso di mettere a tacere un sogno ricorrente, un incubo ad occhi aperti che ho fatto per tanti anni e che mi perseguitava. Mi sono detto: vediamo se mettendolo su carta… È stata una grande scoperta.

AB – Perché un romanzo di genere?
MZ – Perché il thriller era quello di cui avevo bisogno per parlare di vendetta, di morte di dolore e senso di giustizia in modo netto, senza preoccuparmi di addolcire la pillola.

AB – Come è stato trovarsi dall’altra parte della barricata? Se come traduttore avrai spesso dovuto confrontarti con gli autori che traduci per rendere il senso compiuto di un brano, come ti sei trovato nel gestire la tua libertà di autore e il rapporto con l’editor?
MZ – Tutto molto strano, sapevo tutto ma cadevo nelle tentazioni e negli errori in cui cadono tutti gli autori prima o poi. Affezionarsi troppo alle proprie parole, soprattutto.

AB – Roma, Latina. Si scrive di ciò che si conosce. Tu hai raccontato di luoghi che conosci con descrizioni dettagliate: un abitudine che nasce dalla televisione, dall’immaginare visivamente ciò che si scrive, o da altro?
MZ – La precisione delle mie descrizione nasce dallo studio sulla carta, in biblioteca, negli archivi, delle mappe e della storia dei monumenti dell’archeologia postindustriale. La mia immaginazione non parte dalla realtà, né da un’immagine fotografica o televisiva, è un’immaginazione che vive dalla componente ritmica, sonora delle parole, della prosa. Gli oggetti e i luoghi esistono prima come suoni poi si combinano per costruire immagini o scene.

 

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