La Debicke e… Interruzioni

InterruzioniInterruzioni
di Camilla Ghedini
Giraldi, 2016
Prefazione di Marilù Oliva

Quattro donne e quattro storie che trattano in modo realistico il tema della maternità. Quella che tutte conoscono, serenamente o no, come figlie, quella sofferta che talune non possono o non vogliono vivere come madri. La maternità vista come travolgente felicità o come evento ineluttabile, un inevitabile baratro o peggio addirittura una drammatica e incontrollabile spada di Damocle.
Quelle di Camilla Ghedini sono storie che parlano di un preciso rifiuto della maternità, di una genitorialità che si desiderava ma poi…, di una sofferta vita, plagiata da una disumana figura materna e infine di una gravidanza o pseudo gravidanza forse interrotta volontariamente?
Il dizionario Treccani definisce interruzione: l’azione, il fatto d’interrompere o d’interrompersi, e più spesso l’effetto, cioè la sospensione o la cessazione nella durata, la soluzione di continuità di azioni, processi, fenomeni…
Nel suo Interruzioni, Camilla Ghedini prova a sviscerare a fondo una complessa tematica umana che viene spesso affrontata in modo scontato o magari con stupida presunzione e cruda arroganza.
E però ogni donna e ogni uomo sono diversi e ciascuno ha le sue problematiche che di volta in volta, vanno considerate “a modo loro”.
Estraggo, dalla conclusioni finali di Camilla Ghedini, pensieri e precise motivazioni del perché di questo suo libro (forse liberatorio?): «Questo scritto avrebbe dovuto essere altro. Era stato concepito per contenere alcune storie di mamme ree di infanticidio… Avrei dovuto scriverlo con la psicoterapeuta Maria Rosa Dominici…. Avevamo ottenuto il permesso dal Ministero. Nel mezzo però c’è stata la vita, anzi la morte, e io non sono riuscita a proseguire. Sono entrata in un dolore profondo, il mio, per la scomparsa improvvisa e traumatica di mio padre… Così ho virato, senza sapere dove stavo andando, con la morte tra le dita… Il risultato sono dialoghi e monologhi che parlano di morte e maternità nelle sue varie declinazioni. Io ci sono come figlia, come madre, come giornalista…»
Tutto che mi porta a tornare daccapo e rileggere e capire meglio la sofferta introduzione del suo  Interruzioni:«E poi succede che la vita si comprenda a un passo dalla morte, ma troppo tardi e senza la possibilità di riscriverla»….
Interruzioni sono quattro brevi storie. Si comincia con la prima, un dialogo esplicativo e che risponde a una precisa domanda: come e perché si può scegliere di non avere un figlio.
La seconda dura, quasi snaturata, narra un confronto diretto con un’infanticida immaginario.
Ḕ il tentativo di spiegare come si possa uccidere il proprio figlio e dopo riuscire ad accettarsi senza punirsi, senza continuare a punirsi. Senza chieder perdono. Continuando a vivere e magari fare normalmente sesso. Sarebbe mai possibile come spiegazione che questa imposizione di essere madre o peggio questa recita forzata a fare la madre, abbia sopraffatto, cambiato o meglio bruciato qualcosa dentro?
Nella terza storia, pesantemente permeata dal dolore, si scopre una ferrea e precisa volontà di subire la morte a quarant’anni per un cancro, da parte di una figlia poco amata. Nella quarta invece c’ è la presenza e il richiamo compulsivo di Giulia, questa bambina, forse voluta ma mai nata, che domina e continua a dilagare sulla scena come un’ossessione.
Provo a valutare con distacco. Non è facile scegliere, decidere, sopportare e vivere l’essere madri. E poi chi può dire quale sia il confine invalicabile che nessuna coscienza potrà superare?
Ai nostri giorni il mondo che ci circonda ci rende pieni di paure, ma non deve condizionarci a fare scelte dettate solo ed esclusivamente dalla ragione. Se si ripercorrono tutti i secoli passati, lontani e vicini, ci si rende conto che quello che oggi crediamo fosse meglio invece era peggio. Ma ora noi siamo qui. Desiderati? Cercati? Per errore? Per caso? In ogni modo ci siamo e credo che molti altri ci saranno dopo di noi.

Le varie di Valerio/17: Arpaia

qualcosa là fuoriBruno Arpaia
Qualcosa, là fuori
Guanda, 2016
Climate fiction (Cli-fi)

Napoli-Scandinavia. 2078. Livio Delmastro nasce nella città partenopea dopo il 2000, la fragilità e gli scarsi vincoli dell’accordo globale sul clima del dicembre 2015 a Parigi lo inducono a divenire un ecologista sempre più impegnato e determinato: le stime IPCC erano troppo ottimistiche, bisognava che la politica si desse una mossa per fare molto di più e meglio per la mitigazione e l’adattamento. Niente da fare, preferiscono enunciare proclami generici e far finta di nulla. Frustrante. Si era iscritto a medicina appassionandosi ai meccanismi del cervello umano, vedeva con apprensione i primi effetti locali concreti dei cambiamenti climatici (eventi meteorologici estremi, ondate di profughi), conobbe Leila (figlia di rifugiati siriani e studentessa di fisica) avviando una bella storia d’amore, si specializzò in neuroscienze alla Sissa di Trieste (mentre lei aveva vinto un dottorato con periodi intensi al Cern di Ginevra), pubblicarono molto come promettenti stimati studiosi e ottennero entrambi una borsa di postdottorato a Stanford in California, arrivandovi felici nel settembre 2038. Quarant’anni dopo l’intero mondo è cambiato. Livio è vecchio e solo; erano tornati a Napoli da 22 anni, da 16 si era trovato senza moglie e figlio, ormai quello che i “catastrofisti” avevano previsto (quasi un secolo prima) si è verificato. Là dove c’erano alberi ora non cresce nulla, i fiumi sono aridi, regole residenze città sono state abbandonate (da chi ha potuto) verso nord, sempre più a nord. Gli Stati sono rimasti quasi solo in Scandinavia, militarizzati e inaccessibili. Decide di partire, investe tutto quanto ha per pagare una società scandinava che organizza la migrazione armata di molti mesi a piedi. Partono in decine di migliaia.

Il competente coraggioso romanziere e traduttore Bruno Arpaia (Ottaviano, 1957), ormai da tempo promotore culturale a Milano, fa qui molto bene il suo pesante mestiere di bravo scrittore. I fondati allarmi scientifici li leggiamo sugli organi di informazione, il meccanismo di assuefazione è noto, la preoccupazione materiale per le dinamiche personali del presente finiscono sempre per avere la meglio sull’astratta ansia dell’incerto futuro collettivo. E allora proviamo a immaginarli i prossimi decenni (solo la specie umana ne potrebbe essere capace), con un romanzo di sentimenti Arpaia si accolla l’onere di narrarli! Il libro angoscia nella cura dei particolari, comunque non fossilizzatevi sui particolari! Chi saggiamente vorrà leggerlo ora, seguirà una storia ed empaticamente capirà qualcosa in più su almeno due fenomeni globali: i viaggi in corso dei profughi e il riscaldamento in corso della temperatura. Lasciare il posto dove si è nati è sempre doloroso e complicato, a prescindere che se ne sia praticamente capaci e liberi. Si determina una doppia assenza (verso la propria origine e verso un proprio destino), donne e uomini prima che arrivino in Scandinavia nel 2079 (o in Europa nel 2016) subiscono conflitti, traumi, angherie, scompensi. E c’è un punto di non ritorno (almeno nove confini) nella possibilità per il pianeta resiliente di adattarsi ai cambiamenti imposti da un’invadente pervasiva attività della specie predatrice Homo sapiens. Già prima, più ancora nel 2078 vi sono straordinarie nuove tecnologie e non un bel mondo dove usarle. Provare per credere. La buona letteratura non è solo un rifugio temporaneo, dà da pensare. Con lungimiranza verso il passato e verso il futuro. Il romanzo è ben scritto e, con echi di ottime letture (la cultura si mangia!), sviluppa il nuovo genere emerso con forza e successo nell’ultimo decennio: climate fiction.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… I pregiudizi di Dio

I pregiudizi di DioI pregiudizi di Dio
di Luca Poldelmengo
Sabot/Age, 2016

Tradotto con successo in Francia e finalista alla Scerbanenco con L’uomo nero, Luca Poldelmengo è approdato nelle librerie con il suo quarto romanzo, il secondo per la collana Sabot/Age di e/o edizioni (l’accoppiata di lusso Rossi-Carlotto).
La quarta di copertina riporta l’esplicativo stralcio di un dialogo tra zio e nipote:
«I bravi poliziotti fermano i cattivi»
«E quelli buoni?»
«Lo fanno nel modo giusto».
Ma quelli cattivi?
Bisogna leggere per saperne di più ma intanto ecco cosa anticipa una parte della breve sinossi introduttiva.
«L’occhio dei media si spalanca su Mandela, il paesino della valle dell’Aniene da cui è scomparsa una giovane mamma. L’evento lega i destini del commissario Valente, dell’ispettore Alfieri e del commissario Francesca Ralli…»
Chi ha letto L’uomo nero riconoscerà al volo alcuni personaggi e rammenterà la loro storia.
Stavolta Luca Poldelmengo, nel suo secondo Sabot/Age, lascia da parte il genere thriller giallo al limite della fantascienza e ci regala un’indagine quasi tradizionale. La missione è scoprire il colpevole dell’efferato omicidio di Margherita, moglie e madre di provincia, avvenuto tra Villalba e Mandela, vicino Tivoli, città di oltre cinquantamila abitanti che fa parte della città metropolitana di Roma.
Un’articolata trama noir che “nuota” abilmente nell’attuale realtà sociale e politica del nostro paese.
Protagonisti e principali interpreti: il commissario Valente e l’ispettore Alfieri, oppressi da problematiche reali e tormentata vita privata, e la bella commissaria Ralli, mandata in sovrappiù dalla capitale, anche lei in piena crisi affettiva esistenziale.
Insomma, per ciascuno di loro un complicato background personale e professionale in grado di provocare scintille e infiammare gli animi. Storie personali, scelte condizionate e una diversa concezione di etica vanno diabolicamente a mischiarsi con questa indagine. Tre teste, sei occhi e tre coscienze per arrivare a dipanare la stessa indagine che dovranno scendere a patti con una brutta realtà, dove possono coesistere cattivi innocenti e buoni colpevoli. Ma sappiamo tutti che la giustizia non è di questo mondo e che Bene e male sono i pregiudizi di Dio, disse il serpente. (Friedrich Nietzsche).
E poi, alla fin fine, che cosa intendiamo noi per bene e male?
Giunti all’ultima pagina del libro, i nostri eroi ci appaiono diversi. Cresciuti? Cambiati forse? Torneranno? E perché no? Non dispiacerebbe.

Le gialle di Valerio/65: Khadra

L'attentatoYasmina Khadra
L’attentato
Sellerio, 2016
Traduzione di Marco Bellini
Noir

Tel Aviv, Betlemme, Jenin, Israele e Palestina. Primi del Duemila. Amin Jaafari è un arabo figlio di beduini, naturalizzato israeliano e divenuto un bravissimo chirurgo all’ospedale di Ichilov, nella capitale, più volte premiato per le sue ricerche scientifiche, di ottima reputazione in tutta la regione. Ben conosce i terribili effetti degli attentati: morti devastati, decine di anonimi feriti da operare in un battibaleno, parenti da informare e gestire. Sposato con la bella affettuosa intelligente Sihem, moderni e ben integrati, vivono in uno dei quartieri più eleganti, dispongono di un cospicuo conto in banca, cercano casa al mare, viaggiano spesso in luoghi di sogno. Mentre è a mensa con i colleghi, sentono un’esplosione e spiegano loro che lì vicino un kamikaze si è fatto esplodere in un ristorante, trascorre pomeriggio e sera per salvare tante persone sul suo tavolo operatorio. Si cambia e torna a casa con la Ford bianca, gli agenti delle pattuglie lo fermano sospettosi a quattro successivi posti di blocco. La moglie a casa non c’è (ha lasciato solo il cellulare), era andata a trovare la nonna vicino Nazareth e forse avrà fatto tardi, prende una compressa e si addormenta spossato. Nel cuore della notte viene svegliato dal suo amico Naveed, alto funzionario di polizia: deve riandare in ospedale. Suo malgrado parte e… la vita gli crolla addosso. Sotto il lenzuolo, il cadavere del killer (17 vittime questa volta!) è proprio della moglie. Non può essere vero, è vero. Lo interrogano duramente per tre giorni e notti, poi comincia lui a cercare di capire, fra antichi parenti, rifugiati e altri potenziali attentatori.

Mohammed Moulessehoul (Kénadsa, Algeria, 1955) è un ex ufficiale nato nel Sahara francofono 60 anni fa, cadetto a 9 anni, testimone della guerra civile. Quando decise di divenire scrittore (quasi 20 anni fa) fu indotto dalla patria censura ad adottare lo pseudonimo Yasmina Khadra, usò il nome della moglie, significa “gelsomino verde”. Militare in congedo, si trasferì in Francia, pubblicando in francese ottimi romanzi (all’inizio gialli), talora molto avversati dalla critica parigina. Nel 2004 viveva a Aix-en-Provence con la famiglia e, sentendosi perseguitato dall’ostracismo intellettuale, aveva deciso di tornare in Algeria.  Di getto scrisse questo romanzo che ebbe un grande successo: candidato a vari premi, diritti a Hollywood, tradotto in una quarantina di paesi, oltre 4 milioni di lettori. Nel decennio successivo ha così continuato a fare la spola fra colonia ed ex-colonia, spesso anche in festival letterari europei (a protagonista a Pordenone nel marzo 2016). Nel 2014 si è presentato alle presidenziali algerine e continua a pubblicare romanzi interessanti. In Italia fu Mondadori a curare la traduzione nel 2006 intitolandolo “L’attentatrice”, una scelta che non convinse Moulessehoul. Lo ricorda ora nella postfazione. Il romanzo piacque subito a Mangialibri: “Amin si trova a dover affrontare non solo la tragica fine della sua compagna, la rovina della sua carriera e l’ostilità della società israeliana che lo considera una serpe in seno, ma anche una serie di strazianti interrogativi … Inquietante, appassionante, mozzafiato, il romanzo … mescola con abilità e buon gusto noir e cronaca, sentimenti e politica, e offre uno spaccato davvero vivo e sanguinante della crisi mediorientale“.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/76: Galateria

L'etichetta alla corte di VersaillesTitolo L’etichetta alla corte di Versailles. Dizionario dei privilegi nell’età del re Sole
Autore Daria Galateria
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 338
Prezzo 14 euro

Versailles. 1682-1789. Tre Luigi di Borbone vissero da re nella reggia costruita a Versailles: XIV, XV e XVI. Il primo (1638-1715) è stato chiamato “le Roi Soleil”, il terzo fu ghigliottinato a Parigi in Piazza della Rivoluzione il 21 gennaio 1793. La bravissima docente romana di Lingua e Letteratura francese Daria Galateria (1950) ha raccolto in “L’etichetta alla corte di Versailles. Dizionario dei privilegi nell’età del re Sole” un elenco di 160 brevi interessanti voci su quanto accadeva nel contesto monarchico. Prende spesso spunto dalle 50 mila pagine lasciate da un grande scrittore, il bistrattato duca memorialista Saint-Simon (1675-1755), appassionato ai diritti minati (dalla borghesia incalzante e dalle innovazioni reali) degli aristocratici, il più antico rango nobiliare. Segnalo il “corridore di vino della regina”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… I berretti di Bonnie Dundee

I berretti di Bonnie DundeeI berretti di Bonnie Dundee
di Niccolò Capponi
Porto Seguro, 2016
Pagine 205

Saggio storico e ben pepato di Niccolò Capponi, con il quale, da bravo esperto par suo, riesce a far digerire anche ai profani la sofferta preparazione e la complessa ricostruzione di sanguinose battaglie, legate alla prima rivolta giacobita in Scozia e che cominciarono a ridimensionare poderosamente le pretese di Giacomo II Stuart sul trono.
Il titolo del libro si rifà all’emblematico e tradizionale berretto scozzese o tam o’shanter, perché così ribattezzato dall’omonima opera letteraria di Robert Burns. Realizzato in lana, assomiglia a un basco con i colori dei tartan e con un pompon nel mezzo.
Recita aulicamente la quarta di copertina del libro: «La vulgata storiografica ha sempre sminuito l’importanza della prima rivolta giacobita, descritta come un episodio marginale ed ininfluente nella catena degli eventi britannici ed europei. La vedevano diversamente John Graham of Claverhouse, visconte di Dundee, e gli highlanders che componevano il suo esercito, mentre, la sera del 27 luglio 1689, attendevano il crepuscolo sulle pendici del Creag Eallaich , a nord ovest del passo di Killiecrankie: per loro la battaglia che stavano per combattere non era solo nel nome del re in esilio Giacomo II Stuart, ma anche per difendere la libertà dei rispettivi clan e del loro paese, simboleggiata dal grande stendardo con il rosso leone di Scozia e il motto Nemo me impune lecessit – Nessuno mi sfida impunemente».
Ma chi erano i rivali che erano pronti a fronteggiarsi sul campo di battaglia il 27 luglio del 1689?
Cominciamo con una brevissima sintesi tanto per chiarire le idee a quanti della storia anglosassone non ne sanno un’acca.
Le insurrezioni giacobite che rivendicavano l’indipendenza della Scozia dal governo inglese e la restaurazione del casato cattolico degli Stuart sul trono scozzese, provocarono tra il 1688 e il 1746 una serie di scontri tra i giacobiti scozzesi e l’esercito inglese, esaltati da The braes o’Killiecrankie, celeberrima canzone tradizionale.
Il titolo della canzone si rifà alla battaglia di Killiecrankie, avvenuta il 27 luglio 1689 e che fu combattuta tra le truppe inglesi del generale Hugh Mackay e i ribelli giacobiti guidati da John Graham di Claverhouse, visconte di Dundee (1648–1689), conosciuto come “Bonnie Dundee”, il bel Dundee.
Claverhouse si era rifiutato di giurare fedeltà a Guglielmo d’Orange che, dopo la deposizione del re Giacomo Stuart (II d’Inghilterra e VII di Scozia) stava tentando di conquistare il potere. Aveva già combattuto a fianco dei giacobiti e si adoperò con tutte le sue forze per radunare un esercito per sostenere il suo re.
Dunque i rivali in campo erano l’esercito regolare inglese, comandato da Mackay e un esercito scozzese, raccogliticcio ma pericolosamente combattivo, fatto di alcuni grandi lord (come gli Atholl e gli Argyll, sempre dubbiosi e pronti a voltar gabbana secondo come tirava il vento) molti alla testa dei clan più duri e feroci sotto la guida di Dundee. Tra loro cito, tanto per fare un esempio pratico, la leggenda vivente Sir Ewen Cameron of Lochiel, capo dei Cameron che, coinvolto in un corpo a corpo con un ufficiale inglese gli dette un morso sul collo e dopo ricordava sempre la sua prodezza dicendo: “un bel boccone saporito”.
Il micidiale attacco condotto da Dundee con abile e diversificata tattica portò i suoi uomini alla vittoria di Killiecrankie, ma in seguito la sua morte in battaglia, benché tenuta nascosta per giorni, riuscì a ribaltare le carte in tavola.
A tarda primavera dell’anno successivo, infatti, dopo un terribile inverno che aveva messo alla prova anche la rude tempra degli highlanders, l’esercito inglese agli ordini di Livingstone, vice di Mackay, si rifaceva brillantemente a Cromdale.
La morte di Dundee aveva provocato l’immobilismo, un vuoto di potere, la divisione, tra “galli dello stesso pollaio” in competizione tra loro, e poi il progressivo sfaldamento dell’esercito scozzese. Come aveva dichiarato allora il “quasi antropofago” Sir Ewen Cameron of Lochiel: «Tutte quelle grandi potenzialità assieme al diffuso spirito giacobita, svanirono nel nulla».
Ventisei anni dopo, il 13 novembre 1615,  il duca di Argyll alla testa dell’esercito inglese riusciva a controllare le soverchianti forze dell’ultima insurrezione giacobita comandate dal conte di Mar e, poco dopo, l’Inghilterra e la Scozia si fondevano definitivamente sotto un unico sovrano.

Le gialle di Valerio/64: Nesbø

Sole di mezzanotteJo Nesbø
Sole di mezzanotte
Einaudi, 2016
Traduzione di Eva Kampmann
Noir

Finnmark, a nord del Polo Nord. Agosto 1977. Ulf ha appena compiuto 35 anni, Leone. Sta fuggendo da settanta ore, milleottocento chilometri con treni e autobus (la capitale Oslo sta molto a sud, è più vicina a Londra o Parigi), tirando avanti col Valium arriva sfinito in capo al mondo, nel piccolo borgo di Kåsund, la contea confina con l’Unione Sovietica. È il periodo che non fa mai notte, non c’è bisogno di luce artificiale, il sole illumina quasi sempre il paesaggio piatto, monotono, brullo e silenzioso. Lunghi capelli da hippie, si presenta come un improbabile cacciatore in visita di piacere. Conosce un pastore luterano proprio basso con gambe storte e berretto da buffone, poi un bimbo con la madre, compra qualcosa da mangiare, affitta un capanno legnaia isolato, nasconde il marsupio con centotredicimila corone (un sacco di soldi), prova a riposarsi, è convinto che presto arriveranno per ucciderlo. In realtà si chiama Jon, lavorava per il potente pericoloso boss a capo di una pescheria e chiamato “il Pescatore”, non se l’era sentita di far fuori un tizio, così avevano spartito i soldi ed era scappato. Ora si sta ambientando bene fra renne e sami, il giovane Knut è proprio arguto e inventa freddure, la mamma 29enne Lea fa la campanara e la sagrestana, graziosa e sensibile. Lui scopre varie correnti religiose, frequenta sciamane, matrimoni e funerali, finché non torna il marito di Lea e arrivano i cattivi incaricati dal Pescatore. Ulf-Jon non riesce proprio a sparare e non sa se troverà il coraggio di perdere tutto un’altra volta.

Il famoso premiatissimo Jo Nesbø (Oslo, 1960) ha scritto dieci notevoli romanzi della serie di Harry Hole (1997-2013), quattro libri per ragazzi (2007-2012) e ora ambienta spesso nel passato le nuove storie. Nelle più recenti (2015-16, questo è del 2015) c’è sullo sfondo un genio del male (Pescatore) attorno a cui, bene o male, ruotano i veri protagonisti della narrazione, in prima persona, un buon killer dislessico prima, un buon criminale fifone qui. Jon Hansen aveva perso i genitori a 10 anni ed era cresciuto fino a 19 col nonno Basse ateo architetto (di chiese), assimilando approssimazioni in 13 anni di scuola; rimasto solo consumava parecchio hashish spacciando per procurarselo, poi il Pescatore gli aveva chiesto di fare il liquidatore (recupero crediti), per un po’ era andata bene, si era pure innamorato, aveva bisogno di denaro per le cure di Bobby, malata di leucemia, con la quale avevano fatto la piccola Anna. Ulf-Jon ha l’indice destro che non preme grilletti, non ama i dolci, fuma senza dipendenza, ascolta il jazz, beve molto. Col juke-box finalmente ballano più volte la canzone svedese d’amore di Monica Zetterlund, voce fredda e sensuale: “pian piano attraversiamo la città”. Nesbø è stato un discreto calciatore, giornalista, broker e continua a fare pure il cantante. Negli anni settanta e nei primi Ottanta aveva viaggiato e vissuto nel territorio della cultura sami e del læstadianesimo. Da quelle parti circolano varie porcherie alcoliche, raikas (latte di renna fermentato) e acquaviti; il merluzzo si beve con vino rosso.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/75: Pichi

Come una lamaTitolo Come una lama
Autore Maria Vittoria Pichi
Editore Italic Pequod
Anno 2011
Pagine 141
Prezzo 14 euro

Padova. 1981-82. È bene conoscere questa dolorosa storia vera, raccontata in prima con nitore e garbo. Il 17 dicembre 1981 venne rapito a Verona il generale Nato James Lee Dozier. Undici giorni dopo viene arrestata a Padova Maria Vittoria Pichi di Senigallia, laureata, contrattista in una farmacia a 20 km dalla città. Aveva appena compiuto 27 anni, viveva con Paolo, il cane Botolo e una coppia di coinquilini. La polizia dichiara di aver arrestato “quattro brigatisti della colonna veneta”. Falso, nonostante titoloni nazionali e marchigiani. Resterà in carcere fino al 6 aprile, Paolo fino al 10 ottobre. Il processo del 1988 dirà del “vuoto probatorio assoluto”, nessun clamore, nessun risarcimento.
Nel 2009, dopo altre due perquisizioni fasulle, Maria Vittoria ha trovato il coraggio di raccontare quella vicenda, quanto di brutto accaduto durante, quanto di complicato accaduto dopo. Leggetela, sarà meglio parlarne ancora.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Gli occhi neri di Susan

Cover Gli occhi neri di SusanGli occhi neri di Susan
di Julia Heaberlin
Newton Compton, 2016
Pagine 333

Black-Eyed Susan, che poi è il titolo originale del romanzo, è il nome di una pianta erbacea annuale o biennale che appartiene alla famiglia delle Composite ed è originaria delle regioni occidentali del Nord America. I fiori, simili alle margherite ma con petali giallo intenso o arancione, hanno il nucleo centrale fatto di tanti piccoli fiori di colore viola scuro o nero.
Di questa pianta si dice che “Esprime l’urgenza di lasciar penetrare la luce nel profondo del cuore. Per le persone che hanno vissuto un trauma o sofferenze talmente grandi che sono state rimosse, ma che hanno portato a stati di depressione, ansia, angoscia, che sembrano emergere senza un motivo apparente… Porta luce nel buio interiore, favorisce l’eliminazione delle tossine emozionali sviluppando il coraggio di sviluppare il lato oscuro della personalità… Quindi è utile nel caso di vecchi traumi rimossi, amnesie di tipo emozionale … per affrontare… gli episodi traumatici del passato che sono tenuti chiusi nei recessi della psiche e che operano come parti in ombra della personalità…”. E, dunque, è a ragione veduta che l’autrice ha dato questo titolo al suo libro, un bel thriller intenso, a tratti terrificante, vissuto e sofferto psicologicamente dalla protagonista su due diversi piani temporali a distanza di quasi vent’anni l’uno dall’altro.
Fino a che punto può arrivare la mente di una persona normale senza perdersi? Quanto si può pretendere da se stessi? Tessie era un’adolescente normale, orfana di madre ma circondata da una famiglia affettuosa, composta dal padre, dal fratellino e dai nonni. Era un’atleta in erba che correva ogni giorno per allenarsi, ma anche una ragazzina come le altre che si godeva la vita con Lydia, la sua migliore amica. Erano diventate inseparabili fin dalla seconda elementare, legate dalla solidarietà e da una complicità assoluta. Ma nel 1995 la vita di Tessie fu sconvolta. Venne rapita, gettata in una fossa sotto un mucchio di ossa, circondata da margherite gialle, le Black-Eyed Susan, creduta morta. E dopo tanti mesi di sofferenze e di lunghe e invasive terapie psichiatriche, dovette testimoniare in tribunale.
Vent’anni dopo Tessie, miracolosamente sopravvissuta, madre di Charlie, una deliziosa figlia adolescente, è ancora vittima dei suoi demoni, di quelle inquietanti e maledette Susan dagli occhi neri che erano vicino a lei in quel campo e che continuano a ballare dentro la sua testa.
Terrell Darcy Goodwin, il mostro, condannato come il serial killer delle Black-Eyed Susan, è nel braccio della morte e ormai l’esecuzione si avvicina, ma quando Tessa nota una margherita gialla spuntata fuori dalla finestra, il suo bozzolo, quel suo piccolo mondo di sicurezze che per tanti anni ha cercato di ricostruire, sembra miseramente destinato a crollare. Tornano i dubbi, riaffiorano i perché. Quali erano le vere stigmate del mostro? E se non fosse stato lui? Se Tessie, fraintendendo dei chiari segnali che avrebbero dovuto metterla in guardia, avesse involontariamente contribuito a far condannare un innocente? E se magari il vero mostro fosse sempre libero e pronto a colpire ancora?

Le varie di Valerio/16: Leogrande

La frontieraAlessandro Leogrande
La frontiera
Feltrinelli, 2015
Reportage

I confini del Mediterraneo. Ultimi decenni. Da qualche tempo molti migranti forzati arrivano ai confini marini o terrestri dei paesi di frontiera europea meridionale e orientale. Fuggono da eventi o persecuzioni noti e diffusi, ciascuno è un individuo diverso, con una propria identità e biografia sconvolte dalla fuga e dal viaggio. La migrazione non è una parentesi breve, spesso si lascia tutto (radici, affetti, ruoli), poi per mesi e anni ci si sposta pagando e subendo tutto, senza conoscere nulla di cosa si trova. Nell’ultimo decennio siriani, afghani e curdi hanno dovuto preferire la rotta orientale (prima Patrasso, poi l’Ungheria). A seguire rotte verso l’Italia (Lampedusa è a sud di Tunisi) continuano a essere soprattutto africani per ragioni storiche di lungo periodo: ci sono l’abbandono dei terribili gulag eritrei, la dissoluzione del Corno d’Africa, la crisi dell’Africa occidentale sotto il Sahara, guerre e tumulti in Libia. Muri, blocchi navali, rimpatri forzati sono violenti, pericolosi, inutili. È indispensabile risolvere le cause che generano la fuga in massa di interi popoli, capire che i viaggi vengono dopo stermini silenziosi e sono percorsi da cui si esce profondamente cambiati (quando si sopravvive: alle vessazioni, al deserto, al mare), prodigarsi con competenza e generosità. Contano i grandi numeri e le piccole storie: il sudanese (dal Darfur) Ali; il somalo Hamid; gli eritrei Syoum, Gabriel, R., Behran (transitato pure nell’inferno del Sinai); il curdo Shorsch; gli afghani Ahmad e Aamir; libici e palestinesi; trasportati e trasportatori; traghettati e scafisti; vittime e minorenni; sicari e capi.

Il giornalista narratore Alessandro Leogrande (Taranto 1977) ha raccolto in un libro serio e bello le domande e alcune risposte di venti anni di peregrinazioni fra migranti forzati di arrivo o transito nel nostro paese. Romano d’adozione, è vicedirettore del mensile “Lo straniero” (fondato da Goffredo Fofi nel 1997), collabora con vari organi d’informazione e ha pubblicato articoli, servizi, testi su mari di naufragi e terre di confine. Titolo e filo del volume coincidono: le “nostre” frontiere come termometro del mondo, non luoghi precisi ma territori in perenne mutamento e, come ripete alla fine, “una linea lunga chilometri e spessa anni… solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano”. La sua riflessione è fedele alla pluralità dei punti di vista, di qua e di là, andate e ritorni, prima durante dopo, testimonianza e pudore. Ci sono continui punti interrogativi, mai supponenza e iattanza. Si può ridurre il male? L’anno dell’operazione Mare Nostrum lo ha ridotto, utile perché ha salvato 160mila persone, imperfetta perché non ha evitato la morte di 3.400, utile perché ha fatto fare assistenza sanitaria e umana alla Marina Militare, imperfetta perché considerata presto troppo costosa. Forse manca un cenno alla questione della migrazione forzata di “Ecoprofughi”, comunque Leogrande esamina con sguardo acuto dati e informazioni sui centri di permanenza e sul colonialismo italiano, sullo schiavizzato bracciantato meridionale e sulle guerre d’indipendenza, su Alba Dorata e sui campi profughi, sulle associazioni di sostegno e sui processi giudiziari in corso.

(Articolo di Valerio Calzolaio)