Le gialle di Valerio/69: Tuzzi

Il sesto faraoneHans Tuzzi
Il sesto faraone
Bollati Boringhieri, 2016
Giallo

Alessandria d’Egitto. Aprile 1921. Mentre si trova a Cadice, senza soldi e senza patria, il giovanottone montenegrino Neron Vukcic, alto e atletico ma sovrappeso (arriva ad oltre un quintale), ora con il suo vero nome (aveva fatto la spia e poi trascorso sette anni ramenghi), viene invitato in Egitto dall’ultraottantenne uomo d’affari Taamar Margulies per un’indagine delicata. Gliela illustra in tedesco: dovendo dividere fra i quattro figli le quattro sedi della ditta (Costantinopoli, Trieste, Cadice, Alessandria) vuole valutare bene la situazione egiziana. Lì una delle due donne, la più piccola di tutti, la bionda serena Miriam è sposata dal 1909 con il fatuo mercante ebreo Aaron Peres (hanno un ragazzino, Ruben), sui comportamenti commerciali del genero Margulies non è tranquillo. La città mediterranea è meravigliosa e moderna, quasi 600mila abitanti di cinque lingue e una dozzina di religioni, luce elettrica e acqua potabile, arricchita dal traffico sul canale di Suez. Vengono presentati a Vukcic parenti e amici; mentre dormono, dopo un’ottima cena, si sente uno sparo. Nel padiglione ci sono morto il piccolo antiquario greco cipriota, traffichino e strozzino, Eleftherios Theofanous detto Lefteris, e svenuta Miriam, in pigiama, con la pistola in grembo, a lungo intontita. Viene arrestata e l’incarico evolve: l’avvocato Horne difende la donna, Vukcic deve trovare chi e perché ha ucciso. Ci sono di mezzo traffici occulti o illeciti, non solo di reperti archeologici. Avvengono altri omicidi, forse connessi. Il capitano Cyril Johnston usa cortesia verso Miriam ma è convinto sia incontrovertibilmente colpevole.

Un altro lindo colto giallo classico per il saggista e consulente editoriale Adriano Bon (Milano, 1952), ben conosciuto come affermato scrittore grazie allo pseudonimo Hans Tuzzi (personaggio di Musil) sia per la decina di avventure con il commissario Melis (2002-2015) sia per il precedente (2014, ambientato nel 1914) dell’annunciata trilogia storica dedicata all’ex agente segreto asburgico Vukcic, che molto richiama Nero Wolfe. È grosso e ateo, esperto di cucina, nato nel 1893 in Montenegro, amante della cioccolata e delle orchidee, poliglotta e decrittatore, grande osservatore curioso. Prepara un perfetto Tuxedo. E cita di continuo frasi e opere di grandi scrittori (pur non conoscendo ancora Agatha Christie): Marlowe Flaubert Carroll Baudelaire Platone Plutarco Congreve Shakespeare e via leggendo. Nella storia si incrociano personalità reali, anche del mondo culturale come Konstantinos Petrou Kavafis (1863-1933) e Margaret Alice Murray (1863-1963). Preferendo l’arabesco alle linee rette, nel deserto vanno con un decrepito furgone Fiat 15 ter ma trovano quel che cercano. Restano ben accennate sullo sfondo le dinamiche di politica internazionale di quegli anni, rispetto al protettorato inglese, alla vicina Palestina e alle crisi degli imperi (incipiente  per quello ottomano). Dettagli d’epoca: belli i gioielli della XII dinastia, i faraoni sono anche una marca di sigari. Menu stellati. Molto champagne, vari rossi francesi, pure fiaschi italiani e il Chianti. Dotte citazioni enogastronomiche, ad esempio sulla frittata poco sbattuta di Artusi, alla fine resta la curiosità di conoscere lady Consydine oltre alla ricetta della cioccolata in tazza degustata nel convento.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/68: Trapanese

chi mi ha uccisoGiancarlo Trapanese
Chi mi ha ucciso?
Italic, 2015
Giallo

2015 (e non solo). Una villa del ‘700 a un passo da luoghi lontani tra loro. Un Autore invita 19 personaggi di alcuni suoi libri a trascorrere due notti e tre giorni insieme, annunciando decisive rivelazioni con una lettera di convocazione perentoria e sibillina e fornendo un indirizzo periferico prossimo alle loro città. Arrivano alla spicciolata, il personale di servizio li accoglie con gentilezza, li sistema nelle camere, avvisa tutti che alle 19.30 ci sarà la cena collettiva e conosceranno lo stesso Autore. Scoprono che non possono più comunicare con l’esterno (cellulari e internet non funzionano, non ci sono telefoni fissi, radio o tv), che ognuno pensa di essere vicino casa (per quanto vivano in Sicilia, Lombardia o in altre regioni), che ognuno ha appena lasciato date di epoche differenti, dal 1970 a oggi (talora essendosi già conosciuti in periodi diversi e sapendo che qualcuno di loro era poi morto), che non possono andarsene, i vialetti del parco riportano sempre verso l’edificio, alla fine. Sono sospesi in una indefinita dimensione spazio-tempo, però vivono emozioni, si consolidano o nascono relazioni personali e sociali, per un paio di coppie forse si può addirittura parlare di un nuovo amore. Durante la cena capiscono poco, il giorno dopo potranno individualmente parlare con l’Autore prima dell’incontro che, nelle attese, dovrebbe sconvolgere le loro vite. Se non che, anche all’Autore la situazione sfugge di mano, si comincia a morire, il maresciallo dei carabinieri Luigi Braschi e l’amico caposervizio Rai Giorgio Catanese conducono le indagini, deduzione-induzione-abduzione non basteranno a risolvere il caso.

Il giornalista marchigiano Giancarlo Trapanese (Ancona, 1954) lavora alla Rai, per dieci anni ha scritto romanzi e racconti, i cui personaggi principali raccoglie qui insieme per un riuscito divertissement letterario. Narra in terza varia (più sugli ospiti che sull’Autore), al presente (qualsiasi esso sia). L’Autore ha capelli folti e brizzolati, è mancino, non risulta il proprietario della villa. Trapanese si diverte con il genere giallo: illustra alcune soluzioni pratiche del delitto della camera chiusa, richiama Eco e la semiologia per i metodi d’indagine, torna più volte sul binomio realtà – finzione per affrontare i punti di contatto fra universi paralleli, cura meticolosamente l’intreccio fra le singole biografie e la trama di questo giallo. Illustra principi della fisica (spazio, tempo, materia), della relatività, dei campi magnetici, della meccanica quantistica. Cita illustri scienziati e filosofi. Non arriva alla chimica, ma alla sensibilità vitale delle emozioni, all’amore, l’unica cosa trasversale a tutte le interpretazioni della realtà. La vita sarebbe un grande libro: persone, autori, lettori, personaggi, siamo tutti personaggi del libro, continuiamo a vivere, fare, scrivere, leggere e dovremmo (più e meglio) accettare l’altro (gli altri) come parte essenziale di noi. La chiave sta nei modi dei passaggi temporali: un dipinto, un amplesso. Segnalo la famosa veggente Pasqualina Pezzola di Civitanova, a pag. 68. I tortellini in brodo sono fatti in casa, l’abbinamento del vino non è specificato.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/23: Forse non tutti sanno che nelle Marche…

forse non tutti sanno che nelle MarcheChiara Giacobelli
Forse non tutti sanno che nelle Marche… Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti di una regione dai mille volti
Newton Compton Editori, 2015
Guida

Le Marche, una regione al plurale, 9.365,86 km² (69% collinari, 31% montuosi), 236 comuni, quasi 1.550.000 abitanti. Sia chi vi risiede, sia chi vi è capitato forse ha sfogliato qualche ordinata guida o mappa, ha memorie orali di tante storie e visive di tante geografie. In questo volume può trovare anche altro, ripercorrere biografie e descrizioni note sotto un diverso punto di vista, aggiungere riferimenti a personaggi, eventi, luoghi meno conosciuti. E chi poco ne sa potrà finalmente scoprire un territorio molto interessante fra i tanti dell’Europa mediterranea. Nel primo millennio a.C. vi si trovavano i piceni, probabilmente in seguito a una precedente migrazione rituale compiuta dalle popolazioni sabine (da cui il picchio verde). La “frattura” fra genti a nord e sud dell’Esino risale all’invasione dei galli senoni nel quarto secolo a.C. che condizionò i rapporti sia con la civiltà romana che con il cristianesimo romano (più intensi per i piceni restati nelle attuali province di Macerata, Fermo, Ascoli) e alcune dinamiche commerciali connesse agli sbocchi sul mare Adriatico verso il golfo di Venezia o l’Egeo, con la punta del Conero anconetano rivolta più verso est che verso l’interno. Oggi la regione si presenta più unita: chi percorre gli ecosistemi e i suoli delle Marche ha la sensazione fisica (motoria) di pettinarsi. La rete viaria (e in parte ferroviaria) è un pettine, il tronco segue la costa per circa 180 chilometri, i denti sono le vallate parallele, simili a prescindere dalla lunghezza dei torrenti (il Musone 65 chilometri, il Tronto 115, gli altri più o meno). Non ci sono pianure, l’andare è sempre ondulato, si pettina il paesaggio.

La scrittrice e giornalista Chiara Giacobelli (Ancona, 1983) ha pubblicato nel 2011 il fortunato volume 101 cose da fare nelle Marche almeno una volta nella vita, poi divenuto una pagina Facebook molto seguita. In questo nuovo testo dedica 50 argomentati capitoli a famiglie del passato (Della Robbia, Varano, Brancaleoni), personaggi antichi e moderni (Federico da Montefeltro, Renata Tebaldi, padre Matteo Ricci, Giovanni da Ripa, Silvio Spaccesi, Giuseppe Tucci, Carlo Urbani, Valerio Moriconi), musei insoliti (colori naturali, bronzi dorati, cinema a pennello), tradizioni e presidi enogastronomici (certo il vino doc e docg, ma anche stoccafisso, gelato, casciotta, mela rosa, amaro sibilla, favetta), come spunti per raccontare angoli inediti delle città medio-grandi e delizie artistico-culturali di piccolissimi comuni fuori dai grandi itinerari. Riserva ampia attenzione ai parchi naturali, quello nazionale dei Sibillini, quello regionale del Conero, agli altri e alle piccole significative riserve come la Sentina. Tutte le province sono rappresentate senza equilibrismi burocratici, il tentativo (riuscito) è fotografare con gli stessi metodo e stile una realtà fondamentalmente unitaria (anche se si esagera un po’ con le specificità caratteriali di “tutti” i marchigiani). Sono testi giornalistici, vengono citati esperti o autori o collezionisti vivi e vegeti, che potrete incontrare anche voi per le vie dei borghi, per castelli e chiese. Non vuole essere un testo esaustivo, non ci sono apparati e indici, piuttosto un bel volume cartonato e illustrato da consultare nelle debite occasioni.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Mare nero

Mare neroMare nero
di Gabriella Genisi
Sonzogno, 2016

Una doppia storia per questo Mare nero di Gabriella Genisi, un’indagine tradizionale su un tragico incidente in mare a metà settembre, al largo di Bari, che vede coinvolti due fidanzati prossimi al matrimonio. Il nostro commissario Lobosco interviene, si fa una lunga e penosa nottata in piedi per chiarire la dinamica della disgrazia che parrebbe dovuta a imprudenza o tragica fatalità. I due giovani infatti, approfittando della stagione ancora calda, erano usciti in barca con alcuni amici per fare delle immersioni subacquee vicino a un relitto, ma la giornata si è trasformata in tragedia. E il giorno dopo invece di festeggiare il suo compleanno – e i quaranta le pesano come macigni – toccherà a Lolita Lobosco, animata come sempre da sete di giustizia (pur senza dimenticare di preparare piatti da leccarsi i baffi e le sue slanciate Laboutin da capogiro), il compito di indagare sul caso. E via dunque ai lunghi interrogatori e alle perquisizioni. Però c’è qualcosa che non quadra, saltano fuori degli indizi e, quando arrivano i risultati dell’autopsia, tutto un altro scenario prende forma. Niente disgrazia ma duplice delitto… Qualcuno ha voluto uccidere. Ma perché? Certi quaderni di Marinella, la giovane fidanzata brillante studentessa in biologia marina, intrigano il nostro commissario in gonnella, alcune tracce suggeriscono un movente, una rapida soluzione del caso, ma…
Lolita Lobosco non è soddisfatta. Lei vuole andare avanti, approfondire. Riprende i quaderni di Marinella che la rimandano a indagini della giornalista Ilaria Alpi e del capitano Natale di Grazia su depositi illegali di rifiuti tossici. E sia Ilaria Alpi che Natale di Grazia sono stati uccisi. Quei quaderni citano fatti e luoghi precisi, ipotizzano logiche spiegazioni per alcune catastrofi ambientali ai danni del mare e degli abitanti della costa lucana. C’entrava la Mafia, la Corona Unita? O altri? La ricerca dell’intera verità si rivelerà più complessa che mai, tanto più che le acque dell’Adriatico nascondono pericolosi segreti che in molti, troppi, hanno interesse a non far mai tornare a galla. E perfino il questore non vuole impegnarsi e, attento a non pestare i piedi ai potenti di turno, spedisce il commissario in gonnella in vacanza negandole l’autorizzazione a procedere.
Ma la bella Lolita, non molla e con l’aiuto dei suoi più stretti e devoti collaboratori Esposito e Anto’ Forte, del sorprendente medico legale Franco Introna e, perché no, di un imprevisto nuovo amore, riuscirà a scavare a fondo nella sabbia per incastrare una dopo l’altra le tessere di un inquietante rompicapo. E non esiterà a seguire un veloce corso di immersione subacquea per potersi tuffare nelle gelide profondità del suo mare. Senza farsi fermare dai permessi negati dalla capitaneria di porto otterrà il nulla osta dalla sua inseparabile amica e procuratore capo, Marietta Carrozza, che le permetterà di scoprire le prove che il movente per l’uccisione dei due fidanzati era ben altro. Un criminoso “ben altro” destinato a far esplodere una bomba mediatica in grado di sconquassare tutto il marciume di potere della politica e nella vigilanza.
Personaggi indimenticabili, spesso sopra le righe, ma perché no? Impossibile non citare la dottoressa Marietta Carrozza procuratore capo, tanto professionale al lavoro quanto strampalata nella sua vita privata. In cui riesce a destreggiarsi funambolicamente con marito, due figli, amante in crisi e ultima trovata in cui ha coinvolto anche Lolita: un corso di burlesque.
Immancabile e servita al momento giusto la comparsata di Salvo Montalbano di Camilleri e mi piace l’azzeccata novità di Alice Allevi di Alessia Gazzola, di passaggio a Bari, in momentaneo prestito al prof. Introna.
E per non farsi mancare il contentino: un finale con le ricette, citate nel romanzo, che dicono tutte mangiami, mangiami.
Unica domanda, ma cosa potrà fare il questore Lolita Lobosco a Padova?

La Debicke e… La gazza ladra

La gazza ladraIl mistero della gazza ladra
di Emilio Martini
Corbaccio, 2016
Pagine 240

Lungariva, «il paese ligure dalla statica bellezza di un presepe», si avvia a diventare un posto molto pericoloso, tanto che ormai sono pronta a definirla la jungla urbana del Tigullio. Sissignori, sacrosanta verità, e a conferma di quanto affermo, propone un nuovo efferato e sanguinario delitto al lungocrinito e gigantesco (1,90 di altezza) vice-questore Bertè.
Un nuovo caso giallo, quasi da manuale, concepito e scritto con destrezza dal felice binomio che si cela artamente sotto lo pseudonimo di Emilio Martini, che ci ricorda il grande Georges Simenon (la burrosa Marzia mi richiama alle memoria una giovane signora Maigret con le sue succulente ricette) e con un corposo intrico poliziesco che ha molto delle trame della sempiterna regina del giallo, Agatha Christie.
Abbiamo già conosciuto e scritto di Berté, cresciuto e radicato a Milano, città che ama, ma trasferito in semipunizione nell’immaginaria e tigulliana Lungariva, ridente cittadina ligure sul mare, sonnolenta di inverno e shakerata dai turisti d’estate, così diversa dalla sua Milano. Ma Gigi Bertè ha saputo individuare molto presto i lati positivi della sua nuova situazione, a cominciare dalla buona cucina locale e, in particolare, quella straordinaria di Marzia, la proprietaria della Pensione Aurora dove il nostro si è istallato fin dall’inizio, e il buon sesso che lei generosamente gli dispensa.
Stavolta Lungariva mette Bertè di fronte dall’omicidio di Luciana Saturno, bella commercialista, molto conosciuta nella cittadina ligure ma astigiana di origine, trovata dalla cameriera nel suo appartamento con la testa fracassata, la bocca piena di monete e, appoggiate sul petto, tre carte dei tarocchi: la Morte, la Torre e il Diavolo. Intorno a lei, e per tutta la casa, il disordine regna sovrano.
Ben presto Gigi Bertè scoprirà che la commercialista, lungi dall’essere una specchiata professionista, era un’imbrogliona disonesta. Una vera e propria “gazza ladra” pronta ad arraffare dove e come poteva. Insomma una donna scomoda, spesso sopra le righe, odiata dalle sue vittime, tutte sulla carta potenziali assassini, ma il troppo stroppia. E non sarà facile mettere insieme abbastanza indizi per scoprire il colpevole.
Il nostro si troverà invischiato in un’indagine che vede implicate molte persone: Fred Donadei, il biondo e aitante giovane autista tuttofare, Enzo Carraro, ex fidanzato della Saturno, il pizzaiolo circuito, la moglie dell’imprenditore fallito con l’ictus, tutti più o meno raggirati in qualche modo dalle stravaganti operazioni finanziarie della Saturno. Il movente del delitto è la vendetta, oppure?
Poi, come se non bastasse, un contorto filo esoterico lega la vittima alla sua più cara amica, Linda Torre, conturbante cartomante antiquaria, e a suo fratello Folco, l’amore brasiliano della Saturno. Le tante piste, che si accavallano ostinatamente senza andare a buon fine, lasciano poco tempo per fare ipotesi e costringono la polizia a una conferenza stampa per accontentare i media assatanati di scoop.
Ma non c’è tempo da perdere perché ormai l’omicida ha fretta e può diventare molto pericoloso…
In guardia Berté!
Un giallo molto godibile con ottimi spunti narrativi e personaggi ben caratterizzati. Cito a braccio: Parodi il fattivo braccio destro del vice questore e suo traduttore privato, la frizzante e buona forchetta giudice Irene Graffiani, Fausto Sabatini l’agente giovane volenteroso, per non parlare degli spunti narrativi di Gigi Bertè arciconvinto di un suo grande futuro come autore, con le spassose avventure di Loretta, la scalognata editor/detective.

Le brevi di Valerio/77: Sarasso

Da dove vengo ioTitolo Da dove vengo io
Autore Simone Sarasso
Editore Marsilio
Anno 2016
Pagine 610
Prezzo 19,50 euro

New York, 1901-1927. Salvatore Lucania Charlie Luciano il Cervello, Meyer Suchowlańki Lansky il Giocatore, Benjamin Bugsy Siegel il Matto, Francesco Castiglia Frank Costello il Pistolero, erano figli di emigranti poveri italiani ed ebrei si conobbero nel Lower East Side e decisero di farsi Re. Riuscendoci. Attraverso gioco d’azzardo, furti, botte, sparatorie diventarono quattro padroni del crimine. E il Proibizionismo consentì loro il salto di qualità. Simone Sarasso (Novara, 1978) scrive bei gialli da quasi una decina d’anni. Con Da dove vengo io inizia una saga (di almeno 9 volumi) su un secolo della storia criminale di New York, dal 1901al 2001. Il novanta per cento è storia vera, tutto è romanzato, la colonna sonora dei Green Day, 19 citazioni dell’ottavo album (2009) “21st Century Breakdown”, una per capitolo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/67: Marco Malvaldi

La battaglia navaleMarco Malvaldi
La battaglia navale
Sellerio, 2016
Giallo

Pineta, Pisa (e Lisbona). Fine aprile 2016. Il Pisa è promosso in serie B con 5 giornate di anticipo, il barrista Massimo Viviani e la (più giovane) fidanzata Alice Martelli stanno per andare in vacanza in Portogallo (prenotata da sei mesi), nella spiaggia dei Sassi Amari di Pineta trovano l’annuale cadavere ma il caso lo segue la Questura del capoluogo. Tutto sembra scorrere come al solito. I tifosi nerazzurri festeggiano, i due innamorati partono, la morta viene identificata come Olga, giovane badante ucraina allergica al latte (non alla cocaina). Poi tutto si intorbida. Si tratta di una gufata per la squadra del Pisa (in realtà alla “griglia play off”), le belle serene vacanze si interrompono a metà quando qualcuno sporca con bombolette di vernice spray rossa le facciate di 4 delle 5 ville della Passeggiata del Saracino escludendo proprio quella dell’avvocato della badante (tal Alessandro Rossi, esperto di stalking), c’è del giallo e c’è della matematica anche nel nuovo romanzo della deliziosa serie del BarLume (dal 2007). Massimo è il proprietario del bar e da un po’ gestisce con Aldo (ultra70enne vedovo) anche l’attiguo Bocacito, ormai il più elegante ristorante della cittadina (musica barocca, biblioteca specializzata, bistronomie, “master” chef). Al bar le indagini le fanno pure gli altri tre noti vecchietti prostatici (tutti ispirati da personaggi reali): l’86enne nonno Ampelio ex ferroviere col bastone, il pensionato di destra Gino Rimediotti operato alla carotide (parla malissimo e solo premendo un pulsante della protesi), Pilade Del Tacca-del-Comune. Del resto, la 30enne Alice è il vicequestore di Pineta, bella e incazzosa. E questa volta chiedono aiuto anche al vecchio nostalgico compagno Armando Mastrapasqua che parlava “sovietico” e capisce quel che le badanti superstiti si dicono ai giardinetti ogni sera prima di cena.

Un altro successo per Marco Malvaldi (Pisa, 1974), la solita godibile comica narrazione in terza persona con pensieri in prima dei nostri amici e incursioni in prima del narratore. Il titolo richiama il giocare (lo sparare) alla cieca all’inizio dell’indagine per vedere la reazione che fa, dove le caselle sono vuote, in quale relazione le prime piene con le altre. Tanto più che Olga non è la sola a essere scomparsa. Innumerevoli sono le digressioni scientifiche e numeriche, sempre care al chimico pisano (già allievo di conservatorio e buon pongista) che da un decennio continua ad alternare i personaggi seriali di (finora) sei romanzi e otto racconti e di sei episodi televisivi Sky (uno era tratto da racconto), pezzi unici gialli storici o contemporanei (già quattro), competenti e pure divertenti saggi scientifici vari, con forte seguito di critica e di pubblico per lo stile curato e scanzonato insieme. Torna anche qui la teoria del “telefono senza fili” (Data Processing Inequality), si spiega cosa è l’informazione (potenziale) in matematica, si elucubra sugli errori del campionamento (sampling bias), si usa il servizio app TapeACall e si gioca con la scala empirica delle rotture di coglioni inventata dal collega di Alice, Rocco Schiavone (personaggio di Manzini, complice Sellerio). Le minestre per i vecchietti sono “clisteri per bocca”. Meglio il risotto con ceci e borragine di Massimo che la trippa di seppia alla mi’ maniera del cuoco Otello Brondi “Tavolone”. Troppo prosecco; e il brunello Mastrojanni Schiena d’Asino costa 130 euro al ristorante. Wagner sulla suoneria di Alice, che beve con goduria e di continuo i cappuccini preparati dal fidanzato.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… I cavalieri del Nord

Cover CavalieriDelNord_Copertina_LowI cavalieri del Nord
di Matteo Strukul
Multiplayer, 2015
Pagine 430

Una fantastica avventura, con un tocco di fantasy che non guasta, incasellata con consumata abilità in un pezzo di medioevale storia vera che ci parla di mondo lontano e sconosciuto.
Chi di noi ha qualche familiarità con le aride e gelide steppe dell’Est Europa? Sì, lo so, cavalieri teutoni dice qualcosa a tutti e anche la Transilvania e Vlad l’impalatore o Dracula. Io, che scrivo di storia, ho frequentato nelle mie ricerche anche re Mattia Corvino, del quale faccio cenno anche nel mio ultimo libro, ma qui siamo due secoli prima e più. E poi Matteo Strukul ha artamente mischiato la storia alla favola e noi tutti abbiamo bisogno di favole. E lo confesso quanto mi piacerebbe disporre per qualche ora di certe straordinarie arti magiche. So bene io cosa ne farei… Ma passiamo a noi.
Scopro con piacere, leggendo la trama, di re Andrea II d’Ungheria che fece appello ai Cavalieri dell’Ordine Teutonico per difendere il Burzenland dai Cumani, seguiti nel 1241 dai Mongoli, e vi informo subito che il grosso dello scenario di I cavalieri del Nord è  proprio questo.
E infatti siamo nel 1240 dopo Cristo, durante quel crudele Medioevo sanguinario dominato da pochi (più forti, più istruiti?). Comunque l’imperatore, i re, le caste religiose guerriere e la Chiesa Cattolica Romana, accerchiata ancora dai tanti culti pagani, facevano ovunque il bello e il cattivo tempo.
Il protagonista  del romanzo è un ragazzo di nome Wolf, miracolosamente salvato dai lupi quando era ancora bambino dal cavaliere teutone Kaspar von Feuchtwangen.
Allevato e adottato dal suo salvatore e ormai padre putativo, che si è fatto suo mentore e maestro, Wolf è stato istruito alla guerra, secondo i duri usi e costumi dei cavalieri teutoni, il severo ordine monastico di valorosi guerrieri fondato ai tempi della terza crociata in Terra Santa, insomma quasi un fratello gemello dei Templari.
A diciassette anni, Wolf, agli ordini del padre putativo e maestro, supera con valore il suo battesimo come cavaliere teutone nel primo sanguinoso scontro con i Russi a Izborsk. Ma poco dopo il loro ritorno a Pskov (circa trecento km a sud dell’attuale San Pietroburgo) dove è di stanza la guarnigione, a Kaspar von Feuchtwangen viene assegnata un’importante e pericolosa missione. Al comando dei suoi cavalieri, dovrà intraprendere un lunghissimo viaggio in pieno inverno per raggiungere il Burzerland e difendere dall’orda degli infedeli la roccaforte di Dietrichstein in mano ai loro confratelli.
Dietrichstein è l’ultimo avamposto della fede cristiana in una terra ormai in preda a orde di barbari e diaboliche forze oscure e “Deus vult” va protetto a prezzo della vita.
Alle prime luci dell’alba settanta cavalieri con la croce nera sul petto a farli crociati,  partono  con per guida spirituale il probo Abate Anton Bederke.
Dopo lunghi e faticosi giorni di viaggio attraverso foreste innevate e terre scarnificate dall’inverno, arrivati a Bayemburg, un piccolo villaggio della Livonia, si trovano davanti a un brutto spettacolo: una ragazza, accusata di stregoneria, viene frustata a sangue dal boia e dopo dovrebbe morire sul rogo, condannata senza neppure un processo sommario, dalla follia e dal fanatismo dell’abate del villaggio.
Lo stesso fanatismo, aggiungo io, che metterà a morte nei successivi secoli tante vittime innocenti, solo colpevoli magari di avere idee diverse e che si trasfigurerà, sublimandosi nella crudele e sanguinaria istituzione della Santa Inquisizione.
I cavalieri presenti, spronati da Wolf, intervengono appena in tempo. Liberano la ragazza che, scopriranno, si chiama Kira  e decidono di  portarla con loro per sottoporla a regolare giudizio divino all’arrivo a Dietrichstein.
La sua presenza, ingabbiata in un carretto che segue la carovana, provoca però nei cavalieri di guardia, poco avvezzi alle femmine, una tempesta ormonale e in seguito scompiglio, rabbia e sospetto, quando la ritengono responsabile delle strane morti di alcuni di loro, causate invece da un misterioso morbo che si annida nella segale (l’ergotismo causato dall’ingestione della Claviceps purpurea) ma, soprattutto, farà innamorare di sé Wolf. Però Kira si riscatterà ai loro occhi combattendo con loro e per loro.
Per una “fantavventura” che si rispetti come questa ci vogliono un eroe, Wolf, un’eroina, Kira e dei cattivi, anzi dei cattivissimi. E allora a voi, pronti e serviti su un piatto d’argento, alcuni tra i ferocissimi nemici dei nostri eroi. I peggiori sono due e si chiamano Vjsna e Kam.
Vjsna è una donna, senza sentimenti pare e anche una formidabile e indomabile guerriera Cumana, il cui odio per i teutoni viene solo dopo l’immane sofferenza patita per loro colpa. Kam è uno strano essere, una specie di mago albino dotato di poteri druidici con i quali comunica con la Natura e guida i corvi.
Fra magia e religione, feroci combattimenti tra cristiani e pagani, brucianti passioni e biechi tradimenti, Wolf riuscirà a resistere ai  suoi nemici trovando la forza e il coraggio per affrontare Vjsna, la terribile guerriera che si fa chiamare La Madre dei Morti, Kam il diabolico negromante e le loro schiere pagane, con l’amore per Kira che gli apre piccole ma profonde ferite nel cuore.
Wolf non può, non deve cedere perché è un cavaliere, ha promesso e la regola dell’ordine proibisce di amare una donna. Neppure quell’irresistibile e meravigliosa creatura. Non si può, a meno che, per lei, per Kira si possa andare contro tutto quello che gli è stato insegnato dall’Ordine e da Kaspar von Feuchtwangen.
E visto che il finale mi pare apertissimo, io aspetto il seguito a piè fermo.

La Debicke e… Splendi più che puoi

Splendi più che puoiSplendi più che puoi
di Sara Rattaro
Garzanti, 2016

Un romanzo che affronta un tema attuale, di cui ormai si parla molto e senza paura, ma sempre delicato: la violenza familiare.
La violenza familiare è una situazione che nasconde spesso segreti, inimmaginabile e inspiegabili per gli altri, gli estranei.
Come si può parlare di amore infatti quando invece che amore siamo davanti solo a una folle e disumana violenza?
Emma, la protagonista di Splendi più che puoi – il romanzo è tutto in prima persona – ricostruisce e spiega la sua vita da quando, studentessa diciottenne alla fine degli anni Ottanta, si innamora e, con una scelta azzardata e impulsiva, rinuncia a frequentare l’università e abbandona la sua famiglia per andare a vivere con Tommaso, uomo separato e molto più grande di lei, decidendo di lavorare come designer. Era brava, guadagnava bene, girava l’Europa, aveva successo.
Un giorno, dieci anni dopo, Tommaso le dice che è finita, che non l’ama più. Il loro rapporto si spezza così, all’improvviso, senza un reale perché e senza spiegazioni.
Buttandosi il passato e l’orgoglio ferito dietro le spalle, Emma torna a casa e comincia a ricostruire la sua vita. Continua a lavorare bene e con caparbietà, cerca nuovo spazio e incontra Marco, un collezionista d’arte. Tra loro è il coup de foudre, scoppia l’amore, o forse è una rivincita?  Marco sembra un uomo gentile, premuroso, solare e il suo essere diverso e un po’ eccentrico fa presa su Emma, sempre ribelle, anticonformista e controcorrente.
Decidono di sposarsi sei mesi dopo, di nascosto, conoscendosi appena, ignorando i dubbi e le preoccupazioni delle loro famiglie.
Ma, durante il viaggio di nozze, muore all’improvviso il padre di Marco, e lui per la prima volta picchia Emma. Lei tace, non ne parla e scusa l’improvvisa violenza del marito, violenza che si ripeterà anche nei giorni successivi, come un raptus passeggero, provocato dal grande dolore.
Ma non è così! Perché la morte del padre ha solo scatenato la grave patologia di Marco che li legherà subdolamente per sei lunghi anni. Giorno dopo giorno, Marco comincia a imprigionare sua moglie. E quando arriverà una figlia, Martina, ecco trovata la scusa per portarle in montagna a riposare per qualche settimana. Qualche settimana e poi… mesi, anni: un non ritorno alla vita, per sei lunghissimi di anni di violenze fisiche e psicologiche, subite da Emma, giorno dopo giorno. Oltre alle violenze corporali l’angoscia di quelle che attaccano la mente, che riducono e poi tolgono completamente la libertà a una donna un tempo autonoma e padrona di se stessa.
Un infinito calvario che costringerà Emma ad allontanarsi da tutto e tutti, a perdere il lavoro, a essere succube e vittima in casa sua. Tutto e soprattutto per proteggere sua figlia! Che Marco, suo marito, con la complice e orrenda connivenza della famiglia, trasformerà in strumento di ricatto per ottenere il suo silenzio.
Come un trito copione già visto, la protagonista ha perdonato i primi segni di violenza, li ha accettati e, nascondendosi dietro la vergogna, è arrivata fino al limite di un annientamento fisico e morale. Un incubo pazzesco che sembra non poter mai finire.
Ma Emma è una donna intelligente e preparata, dovrà solo rompere le catene che la legano e riuscire a trovare il modo di sfuggire da quell’inferno. Anche per Martina, anzi, soprattutto per amore di sua figlia Martina che ha bisogno di una madre vera.
Le restano grande intelligenza, caparbietà, volontà e coraggio. Li saprà usare.

Sara Rattaro, classe 1975, è una scrittrice genovese che ha già pubblicato romanzi di successo, anche internazionale. Vincitrice del Premio Città di Rieti 2014 e del Premio Bancarella 2015, con Garzanti ha già pubblicato Non volare via e Niente è come te.

Le varie di Valerio/22: ancora Xiaolong

nuove storie dal vicolo della polvere rossaQiu Xiaolong
Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa
Marsilio, 2015
Traduzione di Fabio Zucchella
Racconti

Un vicolo di Shanghai. 1953-2008. Nel gennaio 1953 ha preso avvio il primo piano quinquennale e il Comitato centrale del partito si prende qualche mese di tempo per redigere la Costituzione, la Cina sta facendo passi da gigante nell’edificazione del socialismo e della rivoluzione. A dicembre Piccolo Long si trasferisce nella viuzza e osserva i notiziari ufficiali sulla lavagna, in attesa della conversazione serale. Si tratta di una delle vie più antiche (realizzata durante la dinastia Qing), vicino al parco Bund, al centro delle vicissitudini della città, indifferente al logorio del tempo. Il testo trascritto per l’ultimo numero dell’anno riassume tutti gli eventi politici ed economici avvenuti fino a quel momento. È come se fosse il vicolo stesso a spiegarlo a Piccolo Long, è lo stesso ecosistema sociale a porsi le domande e ad assistere alle trasformazioni, insieme narrando delle vicende di alcuni e altri abitanti: cittadini del quartiere, i loro intrecci e ospiti, emigrati e immigrati, fughe e ritorni, avanzate e discese di classe, finché perde il residuo feng shui positivo e diventa un’isola squallida nel mare dei grattacieli nell’anno delle Olimpiadi di Pechino del 2008. I fidanzati Tian Hanru e Rondine Yan Nan sono entrambi cresciuti in una stessa shikumen, lei nel sottoscala in una stanzetta buia con tutta la famiglia, lui al secondo piano avendo a disposizione l’intera ala. Hanno legato fin da piccoli, ora lui è funzionario editoriale, lei fa l’infermiera ma è costretta a partire, nel 1953 diventano di pubblico dominio le dolorose vicissitudini. Per loro, e poi per tanti altri.

Il grande cinese di lingua inglese, docente scrittore e poeta Xiaolong Qiu (il nome è il primo e significa “piccolo drago”) nacque a Shanghai in una famiglia di commercianti proprio nel 1953 e, dopo che una sua raccolta di poesie fu messa al bando dal governo cinese nell’anno di Tienanmen (1989), decise di restare negli Usa, dove insegna letteratura cinese e comparata all’università. Dal 2000 al 2015 ha pubblicato 9 ottimi gialli con protagonista il colto ispettore Chen Cao (altri sono in via di pubblicazione o gestazione), che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Le venti sagge meste deliziose connesse storie dal Vicolo della Polvere Rossa edite nel 2014, originariamente uscite a puntate su “Le Monde”, sono il seguito (in terza molto varia) di una raccolta di racconti analoghi del 2005 e raccontano stupendamente la Cina comunista, con frequenti intensi cenni autobiografici, strada e personaggi “terroir”. Lo spunto sono le conversazioni serali fra vicini, un popolo accatastato in minuscole stanze sovraffollate, capace di mostrare le ironiche causalità provocate dallo squilibrio tra yin e yang: una cosa conduce a un’altra e poi a un’altra ancora, e il risultato può essere irriconoscibile (come nel telefono senza fili). La biografia di Chen Xiaohiu (giovane nel 1971) ricorda quella dell’autore che imparò l’inglese da autodidatta sulle panchine del parco Bund. Come sempre, sono innumerevoli le citazioni di poesie, proverbi, canzoni (più o meno popolari), massime (di Mao e Confucio perlopiù). Buono il vino di riso di Shaoxin.  Assolutamente da leggere e meditare.

(Articolo di Valerio Calzolaio)