Le varie di Valerio/25: Pennac

Abbaiare stancaDaniel Pennac
Abbaiare stanca
Salani, 2006
Traduzione di Cristina Palomba
(Illustrazioni di Cinzia Ghigliano)
Teen YoungAdults

Nizza e Parigi. Tempo fa. Il Cane sentiva che la sua padroncina Mela era irritata e preoccupata, da due giorni aveva pure smesso di mangiare, lui digiuna come lei, lo chiudono in cucina e sogna, trema e singhiozza ripercorrendo dolori e gioie della propria breve vita. È un randagio, nato brutto in una cucciolata di 5, scartato dalla vendita e quasi annegato, finito nella discarica di Villeneuve vicino Nizza. Lì la vecchia stanca autorevole Muso nero lo svezza e alleva, gli insegna a riconoscere odori e trovare una pista, a capire alcuni pericoli senza esitare, a schivare la roba buttata via dal camion della spazzatura, cose così. Un giorno lei viene travolta dallo sportello di un frigorifero, lui si avventura in città per cercare una “padroncina”, come suggeritogli. Scopre gerani, aranci, case ocra e cielo azzurro, ordine e pulizia. Trova subito come amico un macellaio, segue alcune passanti, ma poi viene preso dall’accalappiacani e portato al canile. Un postaccio: con la recente ordinanza del primo luglio, se qualcuno non riconosce o sceglie quelli senza padrone verranno soppressi. Stanno tutti insieme, fanno comunità, crescono legami, attendono la fine con coraggio. Quasi all’ultimo momento una coppia di turisti accompagna la figlia e, senza alcuna apparente giustificazione, viene salvato. Grazie Mela! La bimbetta è gracile, magrissima, la testa a sole acceso (capelli rossi dritti), un profumo di mela. In campeggio stanno benissimo insieme, corrono e giocano, si coccolano. Decide di dargli come nome “Il Cane”, il più originale che esista. Al ritorno a Parigi cambia tutto. I genitori restano antipatici, Mela riprende vecchi amori, lui infine fugge e trova un’altra sistemazione, finché per caso non la reincontra e decide, questa volta, di ammaestrarla meglio. Ora è di nuovo il tempo di partire per le vacanze, Mela e Il Cane digiunano, i genitori Spepa e Muschioso si sono stancati di lui

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) aveva 38 anni quando pubblicò questo romanzo per ragazzi (“Cabot-Caboche”), era insegnante e padre. Alla fine della narrazione inserì un breve testo (in corsivo): “Né ammaestrato, né ammaestratore”. Dichiarava di non considerarsi uno specialista di cani, pur avendone avuti tanti per amici: Pec (il primo, bastardo cocker biondo) , Kanh (dobermann), Louke (compagnia per le vacanze, pastore beauceron), Diane, Fantou, Susi, Benjamin, Ubu, Petit, Alba, Swann, Bibi, Bolo, Julius, Blackie, J.B., Ouapy, Xango (cane di un amico, sotto il tavolo mentre scriveva). A loro (suoi, amici di parenti, personaggi letterari) il libro fu dedicato. Peccato non abbia mai conosciuto Brio e Lilla. La postfazione è molto utile a noi umani sapienti che da migliaia di anni conviviamo con varie specie canine, serve a far capire che è necessario un certo rispetto per la dignità di entrambi. E che, se si hanno amici che ne hanno paura, i cani non vanno imposti. E che si possono lasciare senza risposta le sciocche psicoanalisi sull’incapacità di amare. E che ognuno può verificare tranquillamente di persona che sono compatibili con i gatti. E che comunque non li si abbandona mai. Nel libro si capisce anche altro: la gelosia dei genitori, l’idiozia di alcune norme, il punto di vista animale sulle città e sulle relazioni civili. È in terza persona fissa sul Cane, una bella intelligente fiaba per adolescenti e adulti. Poche e graziose le illustrazioni, ottima la copertina originale e azzeccato il titolo dell’edizione italiana (la prima del 1993).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

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