Le gialle di Valerio/90: Winslow

lora-dei-gentiluominiDon Winslow
L’ora dei gentiluomini
Einaudi, 2016
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

San Diego e Pacific Beach. Agosto 2011. Tornano i sei della Pattuglia dell’Alba ed è una meraviglia. Erano sempre stati una squadra di grandissimi amici (due anche una coppia, più o meno), surfisti perlopiù poco oltre i trent’anni, prima di lavorare tutte le mattine facevano insieme un’ora di chiacchiere e di onde (pure a oceano piatto). Il capo (stipite) Boone BD Daniels vive per cavalcarle, era un poliziotto (incappato in una drammatica vicenda di pedofili), fa il possente buttafuori e l’acuto investigatore privato (a tempo perso, giusto per sopravvivere, con l’aiuto contabile del miliardario Cheerful). Brian BrouesseauHang Twelve” è il più giovane, commesso nel negozio di articoli sportivi, secco e pallido, pizzetto, sei dita per piede, uno stomaco immenso. Dave “the Love God” è sempre in spiaggia, prodigioso bagnino di salvataggio (4 fallimenti incolpevoli), leggendaria cintura nera di sesso occasionale (nessun fallimento), fisico e viso scolpiti, biondo, dalle elementari in siamese sintonia con BD. Josiah Pamavatuu “High Tide” alza la marea perché pesa oltre 170 chili, peloso di origine indonesiana, ex membro di gang, ex stella di football, responsabile pubblico della manutenzione dei tombini e dei canali scolmatori, moglie samoana, tre figli. John Kodani “Johnny Banzai” di origine giapponese, ottimo sportivo, vero judoka, si realizza come leale detective della Omicidi al dipartimento di polizia cittadino, bella famiglia, moglie medico, due figli. L’unica donna se ne è andata via da qualche tempo, a fare professionismo in giro per il mondo: Sunny Day era stata quasi per un decennio con BD. Ora lui si frequenta, in reciproca pudica attrazione, con la stupenda simpatica minuta ambiziosa trendy avvocato in carriera Petra Hall, capelli corvini, occhi viola, pelle delicata, single per ambizione, figlia unica di un importante legale inglese. E lei gli propone un incarico insopportabile: dovrebbe aiutare lo studio del bravo Alan Burke a difendere Corey, il ricchissimo ragazzo teppista arrestato da Johnny, visto che aveva ucciso di fronte a testimoni la leggenda del surf Kelly Kuhlo K2, cui tutti volevano un gran bene. Nel fascicolo Boone rintraccia qualcosa che non lo convince, accetta e si trova amici e ambiente aspramente contro, costretto a surfare nel turno successivo.

Un altro libro meraviglioso, poco da aggiungere. Nell’ultimo venticinquennio Don Winslow (New York, 1953) ha scritto innumerevoli grandi romanzi, pubblicati in Italia a partire dal 2008 con crescente meritato successo. Sono tutti pezzi unici pur se si alternano varie “serie”. Questo (del 2011) è il secondo della serie surf noir (poi a febbraio 2016 è uscito su Playboy un racconto con lo stesso protagonista: Boone Daniels’s Rogue Ride), mentre il primo era uscito nel 2008 (in Italia nel 2010) ambientato nella finzione meno di un anno prima. Contano i personaggi, tutti, anche i cattivi, narrati in terza varia, per quanto si ruoti sempre intorno ad azioni, esperienze e pensieri di BD. L’intreccio non è mai limitato e monotono, tantissime le personalità e i dialoghi memorabili (credo che un poco del merito vada anche all’ottimo traduttore). Sullo sfondo resta il vecchio caso del pedofilo libero (prossimo romanzo?). Dietro i casi matrimoniali dei gentiluomini (che non surfano all’alba) ci sono le corruzioni immobiliari e le reti del potere di un’area ricchissima e criminale; dietro il caso Corey-K2 ci sono le onde neonazi e le gang del narcotraffico, sia del posto che messicane, e i torturatori al loro servizio; dietro la pattuglia c’è la storia californiana del surf, l’ecosistema, il localismo, violenza e non-violenza. Poi capita di pescarsi la cena di notte: un paio di belle bistecche di tonno a pinna gialla sulla graticola. Purtroppo con la birra! Il vino rosso lo ha lei (che però mantiene vuoto il frigo). La suoneria del telefono squilla Misirlou di Dick Dale, pur se si ascolta di tutto, dall’heavy metal al reggae.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/98: Pagliariccio

morire-senza-saluteAutore Gabriele Pagliariccio
Titolo Morire senza salute
Editore Dissensi
Anno 2016
Pagine 156
Prezzo 12 euro

Italia 1948-2016, Ecuador 2006-2016. L’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “ogni persona ha diritto a un adeguato livello di vita che assicuri a lui e alla sua famiglia la salute e il benessere … cibo, abitazione, assistenza medica, servizi sociali …”. Il medico chirurgo marchigiano Gabriele Pagliariccio (Corinaldo, 1963) nel bel volume “Morire senza salute” illustra contenuti ed evoluzione del principio, collocandolo nell’esperienza italiana. Un anno spartiacque fu il 1978: conferenza Onu di Alma Ata sull’assistenza sanitaria di base, nostra legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Mostra con dati ed esempi un diritto sotto attacco e largamente inapplicato. Così aggiunge un terzo capitolo (e una stupenda appendice fotografica) dedicato all’innovativa solidale esperienza del piccolo Ecuador. Efficace l’introduzione di Luigi Ciotti, che ricorda i problemi italiani: squilibrata distribuzione, logiche partitiche, favoritismi, corruzione.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/89: Maimone

sicilia-terra-bruciataVincenzo Maimone
Sicilia terra bruciata
Frilli, 2016
Giallo

Acireale. Primavera 2015. Il segaligno anziano ex preside Orlando Roncisvalle viene casualmente investito all’alba mentre fa jogging. L’autista del furgoncino che lo ha investito fugge e prova a non lasciar tracce. Solo che quella morte innesca la rabbia attiva di qualcuno che vuole vendicarsi di un vecchio torto, dà inizio a una serie di efferati omicidi fra i docenti del liceo scientifico. E il “clima” cittadino è di crescenti intimidazioni di stampo mafioso, l’esplosione di una bomba carta sotto casa del sindaco, una testa di capretto con pallottola piantata in fronte attaccata al cancello di un deputato regionale. Il buon commissario Giacomo Costante, rientrato anticipatamente in servizio dopo la lunga convalescenza per la grave ferita alla gola, indaga su tutti e tre i fronti. Il clamore e l’urgenza si riferiscono soprattutto al serial killer, esperto di materie tecniche. Prima la professoressa di francese 50enne Maria Santonocito, irretita legata uccisa, alla quale viene tagliata la lingua, come trofeo. Poi l’abitudinario e separato docente di inglese Alfio Barbagallo, scarnificato del volto. Poi e poi, ma perché? Inizia a domandarselo anche Tancredi Serravalle, amico di Giacomo, docente di storia e filosofia alla stessa scuola superiore, il cui collega più caro sta proprio andando in tilt. Tancredi, in permanente colloquio col proprio demone socratico, cerca di non preoccupare la figlia Chiara e la moglie Camilla. Cresce l’ansia anche in Carla, affettuosa compagna bancaria del poliziotto (lui molto annota nel taccuino mentale), tutti si concentrano per capire in tempo.

Vincenzo Maimone è un colto ricercatore di filosofia politica, nato (1970) e laureato a Messina, docente a Catania, residente quasi a metà strada (l’anticamente potente Acireale, appunto). Oltre che con famiglia, cucina e moto si diletta voluttuosamente nella letteratura di genere con il duo Costante-Serravalle, godibile spunto per commentare le contraddittorie cronache contemporanee di una terra amata e complicata. È giunto al quarto romanzo della serie, una parziale svolta. L’elemento più riuscito questa volta sono forse le ultime quindici pagine (da cui anche il titolo), la definitiva opzione per il noir rispetto ad altre tradizionali componenti pur presenti: la commedia umana delle relazioni sociali, l’introspezione psicologica del protagonista più autobiografico, alcuni caratteri tipici del genere giallo ironico, la descrizione accurata e appassionata del “proprio” territorio. E, certo, il possente antico centro storico merita una ricognizione guidata. Segnalo l’associazione culturale “Vie traverse” che fra l’altro organizza visite al tragitto della vecchia ferrovia che si snodava lungo la bellissima Timpa. Narrazione in terza varia, un po’ su tutti i protagonisti delle “scene”, ogni contesto con una specifica musica: l’Ave Maria di Schubert, le canzoni francesi (Charles Trenet e Edith Piaf ad alta voce), l’Imitation of life dei REM.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Mangiando bene si indaga meglio (I)

Viaggetto culinario fra i nostri detective
marpleOgni tanto i romanzi polizieschi mi stuzzicano l’appetito. Tema non principale, ma nemmeno troppo secondario, il cibo. Siamo lì che arzigogoliamo su chi possa essere l’assassino e ci ritroviamo ad un tratto tra forchette e coltelli ad occhieggiare ed annusare come piccoli porcellini. Dopo tutto il detective è una persona come noi, con i suoi istinti e le sue passioni. Tra cui, non ultima, quella della buona tavola. E allora, invitati o non invitati, ci sediamo insieme a lui…
Vado un po’ a caso in qua e là senza un filo ben preciso che mi viene meglio. Non è uno studio particolare, né una ricerca personale. È un estrapolare dalle mie letture e da qualche spunto tratto dagli scritti del poeta-giornalista Attilio Lolini che abita proprio al primo piano della mia abitazione (meglio un idraulico ma è andata così. Ciao, Lolus!).
marple-2All’inizio, in verità, furono torte (ai mirtilli, ai lamponi, alle fragoline di bosco…), focaccine, crostate, biscotti fragranti appena tirati fuori dal forno, preparati dalle abili mani della signorina Marple, conditi con rosoli, anisette, millefiori ben disposti su tavole apparecchiate con meravigliose tovaglie ricamate. Tutto lindo e pulito, insomma, e quando arriva il nipote Raymond West tutto sparisce in un batter d’occhio nella sua insaziabile bocchina. Ma la modernità incombe e la vecchia bottega di cestini fatti a mano del signor Tom è stata trasformata in un supermercato, mentre si aggira la voce, terribile, dell’apertura di un terribile negozio: una pizzeria a taglio (mamma mia!).
Sul dolce si butta a pesce Hercule Poirot che va matto per la cioccolata in tazza, la zuppa inglese, i pasticci con la besciamella, gli zabaioni conditi con marsala e vini, sempre dolci si capisce, come lo Xeres, il Porto, il Moscato (un paradiso per i diabetici).
A Philip Marlowe (di palo in frasca) va bene, invece, qualsiasi liquore purché non sia dolce, caffè nero e amaro. Pasti semplici ma più che mangiare fuma. Il fumo è il suo piatto preferito (infilato un po’ a forza).
nero-wolfeLa palma di esperto in arte culinaria e di instancabile golosità, va assegnata, lo sappiamo, a Nero Wolfe che si avvale di un esperto coi fiocchi come Fritz Brenner, con il quale spesso battibecca per un pizzico in più o in meno di pepe o zafferano. Il cuoco più famoso della letteratura poliziesca possiede ben duecento ottantanove libri di cucina, per lo più rarissimi tra cui un Libro d’Ore che riferisce una ricetta per cucinare l’arrosto di cerbiatto e la frittura del cervello dell’usignolo. Inoltre una serie di pentole antiche fra cui una adoperata addirittura da Giulio Cesare in persona! (ma Wolfe smentisce). Favolose le frittelle mattutine e le salsicce di mezzanotte (così la giornata è completata) la cui ricetta è riuscita ad accaparrarsi in cambio della risoluzione di un caso. Altra idea favolosa è lo stufato d’anatra ripiena di granchi che prevede pure tartufi bianchi freschissimi, scalogno e una droga tibetana. Anche l’insalata brasiliana non è male e comunque chi ne vuole sapere di più acquisti Le ricette di Nero Wolfe e le metta in pratica. Archie Goodwin, invece, si accontenta di patatine fritte e bistecche che escono dai distributori già incartate e beve latte che fa inorridire il suo datore di lavoro. Però anche lui ha il suo lato debole: i tortini di riso con il miele (acquolina in bocca).
Piatti ugualmente complicati per l’agente nero della CIA, il principe Malko Linge, creatura dello scrittore e giornalista francese Gerad de Villiers, aristocratico austriaco proprietario di un bel castello che gli costa un occhio ed è costretto a lavorare per l’agenzia americana. In giro per il mondo tra grandi alberghi e ristoranti alla moda si gode insalate d’alghe rosate, stufati di porcospino con mirtilli, arrosto d’iguana con patate lessate in brodo d’armadillo, paté di fegato di ghiro…e insomma avete capito che si casca nel raffinato.
gino-cervi-maigretDi gusti più semplici è, invece, il commissario transalpino Maigret che non ama per nulla la cucina sofisticata. Lo scrive papale papale George Simenon, quando lo fa invitare da un amico d’infanzia diventato ricco e decisamente snob “I cibi erano senza dubbio speciali ma Maigret non provava alcun piacere in quei piattini complicati, con salse invariabilmente costellate di tartufi e di code di gamberi”. Sua moglie Louise prepara piatti semplici, tipici della piccola borghesia francese di campagna, tratti da ricette scritte in un quaderno regalatogli dal marito. Naturalmente sono state anche queste frutto di studio e pubblicate. A volte certe pietanze segnano quasi un refrain alla storia come un piatto di cozze con patatine fritte o una torta di riso. Se non è in casa a mangiare spesso lo si trova nei bistrot o nella Brasserie Dauphine con un piatto di cipolla e un “formidable”, praticamente un litrozzo di birra a portata di mano. In ufficio, insieme alla birra, gli basta un gustoso sandwich al prosciutto ma non chiedetegli un assaggio che mette il broncio. Beve aperitivi, il vino bianco fresco e il calvados e, più per compiacere la cognata che per gusto personale, anche un distillato di frutta, la “prunella d’Alsazia”. Poi carica la pipa e viva la vita!
montalbano-tavolaMontalbano segue un po’ le orme del noto transalpino in Sicilia per quanto riguarda il mangiare semplice e genuino (si sa che Camilleri è un grande fan di Simenon). Lo troviamo spesso da Calogero per la frittura di pesce e gli antipasti di mare oppure, qualche volta, invitato dalla moglie del questore o del preside e anche in trattorie gestite pure da ex delinquenti come Tonino. A casa c’è Adelina che gli prepara “pasta fredda con pomodoro, vasilicò e paassuluna, olive nere”, alici con cipolle e aceto, gamberetti bolliti, peperoni arrosto, polipi affogati, spaghetti al nero di seppia, pasta con broccoli, involtini di tonno, triglie al forno. Insomma, come si vede, il mare viene sfruttato a dovere.
Per restare in tema Sicilia vediamo come se la cava il maresciallo dell’Arma Saverio Bonanno di Roberto Mistretta. Siamo alla sua prima apparizione ne Il canto dell’upupa, Cairo 2008. E scrutiamolo un po’ più da vicino questo Saverio Bonanno che non ha la stessa fama di Montalbano. Lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi il secondo del mattino lo consuma al bar Excelsior fatto dalle manine “sante” della signora Maruzza, capace di preparare “una cioccolata densa che serviva a farcire i cornetti lasciati a lievitare l’intera nottata. Era marrone, cremosa, profumata” (miezzeca!). Nuova macchina da caffè sul posto di lavoro e giù a “inebriarsi dell’aroma inconfondibile dello scuro di Sicilia, miscela catanese tostata a dovere. Sapeva di lava profumata”. Fuma in continuazione, ottima forchetta (come anticipato), risultato la pancia. Che cosa mangia? “Grosse e tenerissime fettine di vitello, farcite con uova sode, pisellini di campagna, bocconi di pecorino, un filo d’olio, cipolletta tagliata fine e rosmarino”, oppure pasta al forno, coniglio con olive nere, patate con la crosta e doppia razione di cardi impanati con uova di casa, il tutto innaffiato con rosso siculo di Liscialba, o ancora ditali con le lenticchie insaporite con due palmi di cotica, ancora olive, pecorino, funghi di ferula arrostiti e insaporiti con aglio e prezzemolo tritati e amalgamati con olio e aceto e poi un inno alle sarde e via dicendo. A casa preparati da donna Alfonsina o al ristorantino di Za Lisa dove può trovare i “cavateddi”, la pasta antica impastando farina di grano saraceno e acqua fredda. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono in maniera umoristica. Osservando una signora “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. E qui mi fermo…
Dal sud al nord con il commissario Soneri di Valerio Varesi. Il suo preferito è un piatto tipico parmigiano, vale a dire i tortelli. Essi possono essere cucinati nelle tre versioni classiche della tradizione, vale a dire con ripieno di patate, di erbette e ricotta o di zucca. C’è una quarta versione molto rara che si prepara in montagna col ripieno di castagne. Gli altri piatti gustati da Soneri sono gli gnocchi al pomodoro e gli anolini in brodo che rappresentano “una delle poche continuità della sua vita”. Il tutto innaffiato con il buon vino della sua terra (alla salute!).
Si mangia e si beve bene anche seguendo il Tour de France con Gianni, cronista sportivo, in Giallo su giallo, Feltrinelli 2007, di Gianni Mura, davvero famoso cronista sportivo nella realtà e incallito buongustaio. Praticamente parla di sé e delle sue preferenze culinarie: panini con rilettes (morbido paté di maiale. Preferisce quelle di Tours e di Le Mans perché più magre), Côtes du Rhône di Jaboulet, e poi sfilza di formaggi: Brie, Camembert, Bleu de Bresse, Roquefort, la Forme d’Ambert, Bleu d’Auvergne, e poi ravanelli, olive nere, burro salato sul pane. Non manca una dissertazione sul cassoulet (il piatto ricco dei poveri) fatto di fagioli bianchi e pezzi di carne. “Solo maiale a Castelnaudary, aggiunta di agnello e pernice rossa a Carcassone, un po’ meno d’agnello e anitra al posto della beccaccia a Tolosa” tanto per riportare le sue stesse parole.
Un peana a William Ledeuil che sui piatti tradizionali (foie gras, lumache, animelle, guancia di vitello) “innesta una vena orientale”, con tamarindo, valanga, curcuma, zenzero fresco e basilico thai. Sul bere ho trovato: caffè, birra, Vittel, Muscadet, Vieux Calvados di Heurteven, Saint Nicolas, Merlot Costières de Nîmes, Riesling, Quetsch, Roquwfort (praticamente una cantina). Per finire una tirata di MS o Gauloises, tanto per rendere allegro e spensierato il polmone. Anche nei momenti più dolorosi uno sguardo fugace alla buona tavola, al rognoncino intatto di Dédé e alla salsa di senape che ha formato una specie di velo solido. Se entra in un albergo nota subito “Salsicce affumicate, crauti, stufato di coda di bue”. E ironia “Non ho dormito per il dolore, l’angoscia e anche la fame. Va a finire che torno dimagrito dal Tour, sconcerto generale” (voi ci credete?).
Fabio Jonatan Jessica(Continua)

La Debicke e… Erano due bravi ragazzi

erano-due-bravi-ragazziErano due bravi ragazzi
di Mattia Giuramento ed Emiliano Scalia
Newton, 2016

«Un viaggio all’inferno senza ritorno. Erano due bravi ragazzi non è solo un’altra storia di malavita» commenta Giancarlo De Cataldo
Mi permetto di dissentire. Erano solo due ragazzi, ma bravi? Beh, forse no… Comunque a Napoli, dove la criminalità detta legge, se si vuole emergere bisogna accettare le regole. Poi, però, diventa difficile immaginare un lieto fine.
Cominciamo dal primo “bravo ragazzo”: Fabrizio de Julio, ventisei anni, bello, bruno e riservato, legge molto, si è diplomato brillantemente nel miglior liceo classico di Napoli. Fa parte della Napoli bene, la “haute” fatta di nobiltà e denaro: padre medico famoso e madre di antica famiglia patrizia. Fabrizio, fidanzato con la stessa ragazza da quattro anni, non ha mai avuto o creato problemi. Ha un fratello maggiore, Arturo, con cui va poco d’accordo e che, in un accesso di rabbia, riempirà di botte e manderà all’ospedale. Iscritto a Medicina per fare contento il padre, ma il ruolo di figlio di papà gli sta stretto, non ama il suo ambiente e si annoia a vagare tra feste e uscite in barca. Il suo fortuito incontro con Andrea e l’immediata amicizia che ne nascerà cambierà completamente la sua vita e il suo destino.
Andrea Imbriani, coprotagonista del romanzo, viene invece da Miano, quartiere di periferia a nord della città in mano alla Camorra, dove vive con madre e sorella in una palazzina fatiscente. Biondo, ha quasi 28 anni, finora si è arrangiato, vivendo di espedienti e di piccoli affari illeciti con cui ha mantenuto la madre e la sorella all’Università.
Il contatto con Fabrizio lo spingerà a tentare il salto, a lasciare i piccoli traffici per puntare sempre più in alto in un incontrollabile e scellerato meccanismo di potere e violenza.
Fabrizio e Andrea sono giovani e per conquistare il mondo sono disposti a tutto. Anche a diventare due criminali. Si sono conosciuti a una festa per caso e subito, pur tanto diversi tra loro, si sono piaciuti e quando Fabrizio, il figlio di papà, seguendo Andrea, si è trovato immischiato in un duplice omicidio, invece di tirarsi indietro ha subito il fascino del pericolo e dell’ignoto. Da quel momento l’immediata corrente passata tra loro li ha resi complici per sempre.
All’inizio tutto è semplice e l’ascesa per scalare i vertici della criminalità sembra facile: Fabrizio e Andrea sanno conquistare la fiducia di Totonno, l’affermato boss di Miano, e cominciano a lavorare per lui.
Ma sono giovani e ambiziosi, quello che hanno non basta loro: puntano molto più su, convincono Totonno a farsi largo nel mercato della cocaina intrecciando alleanze con i potenti cartelli messicani. All’inizio tutto procede bene, poi, pian piano, qualcosa della loro pur ben oliata organizzazione s’inceppa. Il mercato chiede sangue e, da allora, sarà un’inarrestabile catena di sequestri di droga, denunce sui giornali, morti scomode fino a quando il patto con Totonno si spezza. E la vendetta, legata alla più crudele punizione, si scatena…
Scritto a quattro mani da due giornalisti di Sky, Mattia Giuramento ed Emiliano Scalia, con stile asciutto e ben calibrato, con l’indovinata scelta di privilegiare il presente storico. Drammatico e crudele talvolta. Ambientazione centrata, irrinunciabile lo scenario di una Napoli molto diversa dall’azzurro delle cartoline, personaggi credibili e una storia straordinaria nella sua disumana perversione.
Indifendibilità della legge? La brutta figura del povero e incorruttibile carabiniere Colonnello Roberto Ortigia dei ROS fa pena e rabbia allo stesso tempo. Certo la morale che si trae dalla storia è che non c’è scampo all’attuale camorra, collegata saldamente alle tentacolari mafie mondiali.
Vincono mai i buoni? Eh no! Vincono sempre i cattivi, siamo di fronte a una discesa agli inferi senza scampo, con la criminalità che schiaccia i rivali e, francamente, mi è spiaciuto di non trovare in Erano due bravi ragazzi un po’ dell’apertura e dell’humour disincantato di Massimo Lugli. Stavolta non s’intravede possibilità di riscatto, solo le fiamme dell’inferno e la crudeltà umana fanno da incontrastati padroni mentre la nemesi aspetta, affilando silenziosamente la sua falce.
Gli autori:
Emiliano Scalia Romano, legato a Napoli dall’amore. Sua moglie è del quartiere Chiaia, ma lavora con lui nella redazione di Sky Tg24. Giornalista, fotografo, quattro figli e tanti libri. Una vita impegnativa.

Mattia Giuramento Pugliese di nascita e di elezione, vive a Bisceglie – dove abitano moglie e figli – ogni volta che può, ma lavora a Roma ogni volta che deve. Giornalista a Sky Tg24, da sempre legge moltissimo.

Le brevi di Valerio/97: Stella

tutta-unaltra-scuolaAutore Giacomo Stella
Titolo Tutta un’altra scuola
Editore Giunti
Anno 2016
Pagine 125
Prezzo 10 euro

Italia. 2010. La legge n. 170 dell’8 ottobre 2010 per la prima volta riconosce disturbi come dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia (DSA) che, ecco il punto e la differenza dai ritardi cognitivi (!), “si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana”. Il “padre” culturale delle norme è Giacomo Stella, un bravissimo professore universitario di psicologia clinica, fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia. Il suo ultimo libro è “Tutta un’altra scuola” e andrebbe letto da chiunque frequenta le scuole per studiare, insegnare, sistemare, amministrare, o accompagnare altri. L’idea centrale è che il sistema scolastico continua a immaginare una realtà (sociale e familiare) che non esiste più, fa male e rende spesso fragili e devianti. Non a caso la legge 170 non viene ancora applicata. Studiare per capire.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Le brevi di Valerio/96: Malvaldi

sei-casi-al-barlumeAutore Marco Malvaldi
Titolo Sei casi al BarLume
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 259
Prezzo 14 euro

Pineta. 2011-2016. Dal 2007 Marco Malvaldi pubblica i romanzi della sua famosa serie (finora sei), alternandoli ad altri gialli (spesso storici), a saggi di divulgazione scientifica, ad articoli e recensioni sulla stampa e a deliziosi racconti seriali nelle belle raccolte Sellerio a tema. Massimo e i quattro vecchietti sono stati protagonisti di sei racconti (dal Natale al Capodanno, dal calcio alla crisi). I Sei casi al BarLume sono qui ripubblicati in ordine cronologico, con un’interessante introduzione. L’autore spiega che l’editore chiese ai propri autori di far confrontare gli affermati personaggi con problemi e argomenti di quotidiana attualità. E riassume l’origine autentica e familiare della propria narrazione frizzante: lo zio, il cugino e soprattutto il nonno Varisello, furbo e iracondo (come Ampelio). Da non dimenticare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/88: Carlotto

il-turistaMassimo Carlotto
Il Turista
Rizzoli, 2016
Noir

Venezia. Marzo 2014. Il 43enne Abel Cartagena è uno psicopatico criminale che si diletta a strangolare donne con belle borsette. Si affida molto al caso ma ha un preciso rituale: le atterra, le uccide e si porta via l’oggetto ricolmo degli oggetti personali, eccitandosi nel tirarli fuori con calma su un letto. Incappa in una preda con pregiata e leziosa Legend, non gli è facile sopraffarla, non esce nessun auspicato strillo giornalistico sulla sua nuova impresa (lo chiamano “Il Turista” visto che agisce in città diverse), allora torna con rischio ulteriore sulla scena del crimine, questa volta una minitelecamera gli riprende il volto. La vittima era una persona speciale: Damianne Roussel, francese, moglie del giovane magistrato Pascal Gaillard, assassinato due anni prima, entrambi parte di un piccolo gruppo investigativo franco-italo-spagnolo nato da un accordo segreto e temporaneo tra i servizi di intelligence dei rispettivi paesi. Amici e colleghi vogliono punire il colpevole e recuperare la foto e la chiavetta USB contenuti nella borsa, erano a Venezia sulle tracce dell’organizzazione clandestina dei Liberi Professionisti, ex agenti trasformatisi in killer prezzolati al soldo della criminalità ricca. Chiedono aiuto al solitario precario intuitivo disprezzato Pietro Sambo, ex capo temuto e rispettato della locale squadra Omicidi, da oltre un anno cacciato dalla polizia per aver preso una prima e unica mazzetta in ragione dell’affetto verso una vecchia fiamma, abbandonato anche da moglie e figlia dopo l’espulsione con disonore. Per motivi ovviamente opposti, Abel e Pietro vengono arruolati rispettivamente da cattivi e buoni, in una guerra condotta da tutti in uno stesso violento modo. Trappole, ricatti, tradimenti, stragi si susseguono. E non finisce qui.

Con consueta maestria e incipit straniante, Massimo Carlotto (Padova, 1956) sceglie ancora di sperimentare nuove strade. Narra in terza, alternando capitoli con al centro uno dei due protagonisti (che da un certo momento in poi hanno pure conversazioni e incontri), primo romanzo di una serie. Principale specifica materia di descrizione risulta la vita degli psicopatici criminali. Nella band di cattivi ce ne sono molti. Abbiano o meno letto la Psychopathy Checklist, i capi li utilizzano volentieri: sono assassini perfetti, non provano emozioni né sensi di colpa, torturano con successo ed eventualmente reggono le carceri segrete di massima sicurezza. Abel è ricco di famiglia, ha una moglie e un’amante ignare in Danimarca, scrive servizi per una rivista importante di storia della musica in giro per il mondo, finge empatia (anche verso i musicisti), si traveste e recita con straordinaria abilità. Ha realizzato un’ottima autovalutazione psicologica (quand’era al riformatorio inglese la madre aveva già previsto tutto) per trarre beneficio dai tratti (egocentrici, manipolatori, criminali) della propria personalità e gestire inevitabili momenti di perdita del controllo (anche con tecnica yoga). Pietro è più simile a noi, ne trae meno benefici e più ansie. Vedremo cosa riserverà loro la penna dell’ottimo scrittore con il nuovo editore, qui le organizzazioni clandestine quasi si eliminano a vicenda, i due perdono le coperture, pur con belle donne attorno. Intanto accettiamo qualche refuso di troppo e qualche pigrizia stilistica, visitiamo angoli di una sempre sorprendente Venezia, conosciamo marca e forme di molte borse internazionali, degustiamo vini notevoli (Muscat, Marzemina, Verduzzo, Ribolla e altri ancora), ascoltiamo musicisti del passato (da Ravel a Mahler) in un contesto volutamente secco e contraddittorio.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2016

book-toilet“Professore!…professore!”. Mi sono girato verso la voce insieme al mio nipotino Jonathan lungo una strada di Siena (eravamo stati a scegliere un libro per lui), più precisamente quella che porta alla basilica di San Domenico. “Mi riconosce?” quasi urla un giovanotto sorridente dai capelli rossi. Beh, insomma, penso io, la faccia non mi è nuova, e poi questi capelli… “Sono… allora si ricorda?”. Eccolo, laggiù quasi in fondo alla classe, vispo come un furetto, sempre pronto a far girar le scatole. Segue l’abbraccio, i soliti ricordi, i volti degli altri compagni che vengono fuori lentamente dalla nebbia del tempo, gli scambi di battute e… e un groppetto in gola che fatico a nascondere. Il saluto, una stretta di mano, lo guardo allontanarsi fino a perderlo di vista. I miei ragazzi. I miei ragazzi diventati grandi. “Era un mio alunno” dico a Jonathan che mi guarda con ammirazione. “Anche tu diventerai grande”. E continuiamo, mano nella mano, per la nostra strada.

Iniziamo, come al solito, con gli imprescindibili G.M.
Perry Mason e il grido nella notte di Erle Stanley Gardner, Mondadori 2016.
perry-mason-e-il-grido-nella-notte“Vorrei che sottoponeste mio marito ad un interrogatorio, avvocato” chiede la signora Joan Kirby a Perry Mason, “Mi ha raccontato una storia che non deve ripetere a nessuno”. Ed ecco la storia del magnate John Northrup Kirby. Praticamente l’incontro notturno su una strada con una ragazza a cui hanno portato via l’auto e la borsa insieme ai documenti. Colpito dalla penosa situazione l’uomo l’ha portata in un motel, dichiarandosi marito e moglie, e non l’ha più trovata. A questo fatto si connette l’aggressione, rivelatasi poi mortale, contro un certo dottor Babb. I vicini hanno sentito uno strillo di donna e poi hanno visto uscire dalla casa una ragazza quasi identica a quella aiutata dal signor Kirby.
La faccenda si complica. Soprattutto quando risulta che il dottor Babb “si occupava di fornire figli posticci a chi non ne aveva”. Due cliniche private: in una donne ricche falsamente in gravidanza, nell’altra donne povere o ragazze madri che non avrebbero mai voluto un figlio.
Poiché le ultime parole del morto, alla domanda di un poliziotto su chi è stato a colpirlo, sembrano essere “John Kirby”, questi viene arrestato e si inizia il processo. Inevitabile scontro fra il procuratore distrettuale Hamilton Burger e il nostro Perry Mason, difensore dell’accusato. Solite schermaglie movimentate con il primo che latra, bercia, tuona, sbraita, ruggisce (mi ricorda Gideon Fell) esasperato, eccitato e frenetico, mentre l’avvocato ribatte impassibile con una serie di “Mi oppongo” e di contromosse forensi micidiali. Il giudice Cameron, munito di fermezza e pazienza, guida il dibattimento.
Comunque uno dei problemi da risolvere è sapere chi c’era effettivamente nella casa del dottor Babb, come si sono svolti realmente i fatti e che cosa ne farà Mason di un documento compromettente venuto in suo possesso, per avere il quale un altro avvocato, “uno dei più noti azzeccagarbugli del foro”, aveva fatto una proposta indecente (con quel libretto si potevano tenere in pugno le famiglie più ricche della città) subito respinta. Situazione difficile che preoccupa Della Street e lo stesso super avvocato, che ad un certo punto si sente come “nel centro di un banco di sabbie mobili”. Ma, con la consueta abilità, l’aiuto della segretaria “più carina del solito” e del fidato Paul Drake, riuscirà ugualmente a sbrogliare l’intricatissima matassa. Dialoghi veloci e martellanti su una storia che presenta problematiche ancora attuali (purtroppo).
Ah, dimenticavo. Occhio ad un gatto e ai pesci rossi!

I delitti della camera chiusa di Rino Cammilleri, Mondadori 2016.
i-delitti-della-camera-chiusaOgni volta che mi accingo a presentare una raccolta di racconti non so da che parte incominciare. Scrivere succintamente di tutti, impossibile. Sceglierne solo alcuni, limitativo. Perciò di solito inizio e vado avanti secondo l’estro del momento. Come in questo caso.
Il titolo stesso ci fa capire che non c’è scampo. Voglio dire per il povero assassino. Che si tratti di una camera, di un bagno, di uno studio, di una cella, di uno scompartimento in un treno, dentro una macchina…, insomma di uno spazio perfettamente chiuso da tutte le parti, c’è sempre qualche bell’ingegno che ti butta all’aria in quattro e quattr’otto tutto l’ambaradan costruito con infinita pazienza dall’omicida. Un fatto impossibile che si risolve in una dannata, lucida, semplice esposizione chiarificatrice. Neanche fossero tutti degli Sherlock Holmes quelli preposti alle indagini. A dir la verità uno c’è che gli assomiglia parecchio, anche se sotto mentite spoglie. Così come molti altri a rappresentare, secondo intento esplicito dell’autore, celebrità acquisite della letteratura poliziesca, partendo, per esempio, da quello che non smuove il culo dalla poltrona nemmeno se viene il terremoto, per finire, la butto lì, a quell’altro tutto impomatato e impettito come un dandy. Al lettore il gusto di scoprirli.
Stanze chiuse, dicevo, luoghi chiusi o, comunque, con spazio circoscritto, dove il malcapitato passa la sua ultima ora (forse anche meno). I mezzi per farlo fuori non mancano, ce n’è per tutti i gusti, dai classici veleno, pistola, coltello etc… fino alla spada che ti si infila nel deretano mentre sei tranquillo a ponzare sull’apposito vaso (giuro). Delitti e delitti da far rizzare i capelli (per chi ce l’ha), e se non sono delitti saranno suicidi che l’uomo talvolta non ne può più anche di se stesso. Suicidi, però, che sembrano omicidi, magari sempre nella stessa stanza sigillata a far bollire le cellule grigie del nostro Sherlock di turno, pardon, in questo caso, del nostro Poirot. E se non sono suicidi saranno disgrazie che anche il Fato vuole avere la sua parte funesta. Comunque, omicidi, suicidi o disgrazie, c’è sempre qualcosa, una pur minima traccia, un pur minimo, imperscrutabile indizio, che passerebbe inosservato ad un tizio qualunque dotato di una superba intelligenza, che inchioda il colpevole, compreso il Fato, naturalmente. Impossibile farla franca e il lettore, spesso, sono sicuro, fa un tifo tremendo perché non venga scoperto. Del tutto inutile. Qui, a sbrogliare l’incredibile, inestricabile matassa, non abbiamo il più bravo della classe ma il genio fuori dal comune (in contrasto con il solito pigrone mentale) che, magari, si avvale pure di un Tacito o della Bibbia per risolvere il diabolico crimine (tanto per dirne una).
Luoghi chiusi, dicevo, per ogni dove e in qualsiasi tempo. Siamo scaraventati, per esempio, nell’anno di grazia 1273 fra domenicani e inquisitore, oppure nel 1628 a Siviglia, in India, in Giappone, ad Alessandria, a Roma, nell’Irlanda “profonda e superstiziosa”, in Sicilia, durante il fascismo e chi più ne ha più ne metta. Luoghi e tempi diversi, anzi, diversissimi.
Rino Cammilleri riproduce lo stile di certi famosi autori e scrive con il proprio estro presentando personaggi nuovi (vedi Corrado da Tours e don Gaetano Alicante), disegna trame complesse credibili, inserite in un particolare contesto storico vivo e pulsante, perfettamente rappresentato, talora, anche con tocchi di felice ironia.
Bella lettura.

L’archivista di Loriano Macchiavelli, Einaudi 2016.
larchivistaBologna, anni Ottanta. A dir la verità non verrebbe voglia di parlare della trama quando c’è di mezzo un personaggio come il vicequestore aggiunto Poli Ugo, detto lo Zoppo. Lui, da solo, basta e avanza. Un personaggio che riempie, che straborda lungo tutta la vicenda con una personalità che lascia allibiti. Per la potenza e la perfezione con cui l’ha creato l’autore. Al suo cospetto il più noto Sarti Antonio sergente, tormentato dalla colite, che abbiamo già conosciuto in tanti libri precedenti, fa la figura della comparsa.
Lo Zoppo è fantastico nella sua insopportabile, odiosa, schifosa presenza fisica e morale. Sciancato (un incidente gli ha massacrato la gamba destra), cammina aiutandosi con un pesante bastone, gira su una bicicletta completa di accessori come vuole la legge. Non fuma, non beve, non prende neppure il caffè. Forte con i deboli, remissivo con i forti. Rapporto brusco con tutti (eufemismo), perfino con moglie e figlio (a dir la verità manco ci parla con quest’ultimo). Una specie di Tersite omerico, come è stato puntualmente evidenziato da Tommaso De Lorenzis nella postfazione, e un “Figuriamoci!” ripetuto a iosa per ogni dove.
È lui, l’archivista, quello costretto a restarsene in compagnia delle pratiche, a condurre questa volta una indagine del tutto personale. D’accordo, due parole sulla vicenda sono inevitabili. Dunque una macchina, una mano che esce dal finestrino per strappare la borsa ad una ragazza, Norma Valini, diciotto anni in coma per la caduta. Il rapporto di Sarti Antonio, sergente, arriva sul tavolo dello Zoppo per essere protocollato (scontro fra i due). Nello stesso pomeriggio altro fascicolo scritto di pugno dall’ispettore capo Cesare Raimondi “Pratica Romolo Lucito. Incidente sul lavoro”. Una scorsa al documento. Morto nella Cineteca Comunale colpito da una scarica elettrica mentre azionava una moviola attinente ad un film che un gruppo di cineasti sta girando in città. “Incidente sul lavoro, figurarsi!”. Un altro caso insoluto, sogghigna. Buoni a nulla! È venuto il tempo dell’indagine, della “sua” indagine. Via da casa in hotel, riscaldato al bisogno da una “coperta”, una settimana di permesso e vediamo chi riesce a risolvere i due casi. In giro di qua e di là con la sua bicicletta che se tentano di rubargliela il bastone su cui si appoggia è pronto a calare, tremendo, sulla testa del ladro (e accadrà). Intanto fra i due casi si scopre un punto di contatto. Norma Valini è andata in Cineteca la stessa notte in cui è morto Romolo Lucito. Perché? Lo Zoppo si frega le mani.
Una storia ottimamente architettata dal nostro Macchiavelli con una scrittura veloce e incisiva tra onorevoli, professoroni, cineasti, pornofilm e puttane, le Urap (unità rivoluzionarie armate proletarie per la presa del potere), mentre un anonimo narratore segue la vicenda e commenta in particolare le azioni e gli sproloqui dello Zoppo. Spunti sulla città “di merda con le strade fra le più scassate d’Italia e non se ne accorgono né il sindaco, che viaggia in automobile supermolleggiata, né i suoi assessori” e siamo scaraventati in avanti di trentacinque anni.
Niente paura, dunque, che il libro, pubblicato nel 1981 nel catalogo de Il Giallo Mondadori, e il personaggio principale siano datati. Oggi lo Zoppo farebbe la sua porca figura nei talk show televisivi e avrebbe un successone perfino in parlamento.
Figuriamoci!

I delitti della laguna di Letizia Triches, Newton Compton 2016.
i-delitti-della-lagunaVenezia 1990. Quadri veri, quadri falsi, musica, malattie mentali, odio, amore e morte. Ricapitolando all’osso mi viene così. Ma nemmeno, che poi c’è la città della laguna a pretendere, giustamente, la sua parte.
Il romanzo è complesso e, dunque, difficile farne una recensione che non diventi una palla per il lettore (mi è capitato più volte, sia di leggerla che di scriverla). Vado un po’ a braccio. Personaggi principali: Otis Moore, “un magnetico bluesman afroamericano, soprannominato “il Moro di Cannaregio” che suona negli Indigo Blues e lavora pure per una casa d’aste di Filippo Severato; Bianca, voce solista del gruppo; Stelio Luni, suo marito più vecchio, che produce falsi d’autore; Alvise Volpato psichiatra, proprietario di un bel palazzo sul Canal Grande; la sorella Matilde, esclusa dall’eredità; Loris Favero, marito della suddetta…
Basta, la faccenda diventa uggiosa. Due morti ammazzati, il primo proprio il nostro Otis, attrattiva delle belle donne, incaprettato e mascherato (un delitto di mafia?). Il secondo lo scoprirete. Ad indagare la vedova Chantal Chiusano di Ischia, coadiuvata dal restauratore fiorentino Giuliano Neri che ha pure un discreto fiuto per queste cose. Una specie di “casalinga robusta” dai fianchi generosi, occhi azzurri e limpidi, lo sguardo gentile.
Due morti ammazzati, dicevo, un commissario donna, un restauratore-detective, una discreta serie di personaggi sbalzati a tutto tondo con le loro complesse individualità. Storia ai limiti del credibile (ci può stare), immersa negli intrighi degli odi familiari, delle pazzie, dei ricoverati malati di mente, tra truffe, ricatti, sesso, musica e pittura, falsi d’autore a creare un’atmosfera allucinata e straniante riportata, ogni tanto, al concreto da piccoli tocchi di realtà (vedi le bellezze e gli intrichi di Venezia, o lo sguardo posato sui gabbiani che volteggiano…), insieme al passato che riemerge funesto come nel più classico dei classici.
Occhio ad una fotografia particolare e al colore!

Spiluzzicature

Spiluzzicato alla Feltrinelli di Siena Vite minuscole di Pierre Michon, Adelphi 2016. Vite brevi di un mondo contadino povero e tragico che attraggono e appassionano più di tante vite illustri. Una scrittura colta come un omaggio ai personaggi umili del libro.
Chi vuole conoscere le donne di Hitchcock, ovvero le donne che hanno partecipato ai suoi film con relative foto, vada qui nel blog di Omar Lastrucci dove si possono trovare interessanti articoli sulla letteratura gialla (purtroppo sta chiudendo).
Chi vuole, invece, confrontarsi con tre delitti impossibili e un quarto andato storto si becchi Promessa mantenuta di James Roland, Polillo 2016, e poi vada a leggere cosa ne dice Pietro De Palma e scoprirete un altro, ottimo blog.
Eccellente La trilogia di New York di Paul Auster, Einaudi 2016, che raccoglie i tre volumi Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Siamo catapultati nelle atmosfere hardboiled degli anni Trenta, quelle, tanto per intenderci, di Chandler e compagnia bella tra pedinamenti, scarrozzate e pistolettate da tutte le parti. Con l’obiettivo di suscitare domande sulla vita e sull’uomo. Qui il discorso si farebbe più complicato parlando del “giallo metafisico” e di Borges. Infatti non ne parlo.
Il mistero della giovane infermiera di Dario Crapanzano, Mondadori 2016, ci presenta ancora una volta il commissario cicciottello Mario Arrigoni di Milano. E, ancora una volta, qualcuno si è messo a fare il confronto con il Maigret di Simenon e con Simenon stesso. Io il libro l’ho solo spiluzzicato (quindi non faccio testo), però, così a naso, il confronto lo lascerei perdere. Comunque ci ritornerò sopra.

Un giretto fra i miei libri

Il tè delle tre vecchie signore di Friedrich Glauser, Sellerio 2010.
il-te-delle-tre-vecchie-signoreDue di notte, in place du Molard (Ginevra) un giovane, pupille dilatate e tratti del volto rigidi, incomincia a spogliarsi, si mette in mutande, e cade a terra. Sul posto l’agente Malan e il prof. Louis Dominicé che diagnostica un caso di avvelenamento. Perquisiti i gabinetti Malan si becca una botta allo stomaco e intravede scappare un tizio con pantaloni bianchi da tennis. All’ospedale il dott. Thévenoz (fidanzato con la dottoressa Madge che lo stressa) e il dottor Wladimir Rosenstock osservano una strana puntura nella piega del gomito, forse per una iniezione di iosciamina. Ad indagare il commissario Pillevuit con lunga barba bionda assillato dai superiori.
Per non farla lunga ad un certo punto del racconto un personaggio (Natascia) spiega ad un altro (Jakob) la trama degli eventi e quest’ultimo esclama “Non ci capisco niente”. In seguito un altro personaggio fa un breve sunto dell’accaduto “Ma la prego, consigliere, mi spieghi come pensa di conciliare giacimenti petroliferi indiani, missionari americani nelle vesti di delegati della Standard Oil, agenti segreti dei soviet, gnosi basilidiane, erbe velenose, ricette della strega, maharaja indiani, psicologi che fanno esperimenti su materiale umano, psichiatri scomparsi, uomini innocui ricoverati per improvvisa pazzia, il Maestro dei cieli dorati con il volto di legno, cartelle rubate e ritrovate, e per finire vecchie signore che bevono il tè!”. Aggiungerei freccette avvelenate e un paio di citazioni degli scacchi.
Anche il sottoscritto a fine lettura, sballottato dalla mole degli eventi, ha avvertito un leggero senso di smarrimento, ma sverga comunque un “ottimo”, per non fare la figura del cretino.

Il veleno nella mente di Thomas H. Cook, Giallo Mondadori 2012.
Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. La Morte ha visitato la sua famiglia, a partire dal padre ucciso per gelosia dal marito di Lola (così sembra). Un percorso all’indietro nel tempo con riprese continue, la sua vita, la sua intelligenza, la voglia di sfondare in una prestigiosa università. Il padre meschino, rozzo, non adatto alla madre dedita alla lettura e al figlio con i suoi pressanti consigli “Non accontentarti di Glenville, Luke”.
C’è un grande sogno, una grande speranza in questa storia, ci sono letture, citazioni di film, tutto appare vago, incerto e nello stesso tempo inquietante e spaventoso. Sprazzi di cinismo, sprazzi di amore, un senso di desolazione, un tocco al cuore. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità. “Tu vai avanti, vai avanti e credi di sapere chi sei e come girano le cose. Ma poi, da un momento all’altro, cambia tutto” (Lola). Se vogliamo anche un libro sulle apparenze scritto in maniera magistrale. Una riflessione su noi stessi.

Una sfiga pazzesca potrebbe essere il titolo più appropriato di In caso di mia morte, di Carlene Thompson, Marcos Y Marcos 2004.
in-caso-di-mia-morte“La prima a morire è Angela Ricci, un’attrice di successo. Barbaramente assassinata nel suo appartamento a Manhattan. E Laurel, una giovane fiorista di provincia, potrebbe essere la seconda. Ha trovato un messaggio raccapricciante nella cassetta delle lettere. Tredici anni prima, un macabro gioco organizzato da un gruppo di amiche, in una notte che nessuna ha più dimenticato, era costato la vita a una di loro, Faith. Laurel, Angela e le altre avevano giurato di non rivelare a nessuno l’accaduto. Ma qualcuno, evidentemente, ha scoperto quell’orrendo segreto, e ha deciso di vendicare la morte della povera Faith…”
In quarta di copertina in corsivo “Lasciate perdere Mary Higgings Clarke e compagnia… al suo sesto thriller, Carlene Thompson si annuncia ormai come uno dei nuovi maestri del brivido…” Ora, sfortunatamente per la nuova maestra del brivido, a meno di metà libro ero già sicuro del colpevole (la forza dell’esperienza), per cui la cosa che mi è rimasta più impressa di questo thriller sono le disgrazie familiari che si allargano a cerchi concentrici verso gli amici della protagonista principale Laurel Damron.
Sentite un po’. Abbiamo Crystal che per prima cosa perde i genitori, poi partorisce un bambino senza vita, ed infine viene lasciata dal marito. Monica (altra amica) è più fortunata. Perde solo la madre, poi il padre si sposa di nuovo ma la moglie non ne vuole sapere di lei e viene spedita presso una prozia. Anche Mary, sempre sfortunatamente amica della suddetta, (e sorella di Faith finita morta impiccata, e incinta tra l’altro, per un gioco pazzesco), viene abbandonata dal marito Neil Kamrath (e qui non c’è niente di nuovo sotto il sole). Il quale marito perde moglie e figlio in un incidente stradale.
Una sfiga pazzesca!

In due si indaga meglio di Rex Stout, Colin Dexter e Arthur Conan Doyle, Giallo Mondadori 2011.
Introduzione di Mauro Boncompagni (e questo è già un ottimo viatico).
Partiamo dal primo, Non ti fidare di Rex Stout. Gli ingredienti ci sono tutti. Voglio dire quelli che hanno fatto la fortuna del grande Stout: un Archie Goodwin in forma smagliante (specialmente con le donne) come il suo corpulento datore di lavoro, il classico scontro Wolfe-Cramer, una storia stuzzicante.
Praticamente un manoscritto assassino che lascia dietro di sé un bel po’ di cadaveri. Il pachiderma ad escogitare stando incollato alla poltrona e Goodwin, insieme agli altri compari, a mulinar gambe di qua e di là. Stile brillante, ironico, ricco di battute.
Passiamo al secondo L’ispettore Morse e la ragazza scomparsa di Colin Dexter. La coppia qui è formata da l’ispettore Morse e dal sergente Lewis alle prese con la scomparsa di una ragazza, Valerie Taylor, sparita due anni prima, dopo che l’ispettore capo Ainley aveva seguito il caso senza risolverlo.
Una ricerca lunga, difficile, interminabile, densa di dubbi, false certezze e continui ripensamenti. Morse scapolo, Lewis sposato, buon affiatamento insieme a qualche contrasto, specialmente quando “Le acrobazie mentali di Morse cominciavano a mettere in crisi le capacità di analisi di Lewis”. Insomma il lettore in tensione (bravo l’autore) fino all’epilogo.
Per terminare il racconto Il vampiro del Sussex di A.C. Doyle.
Un classico che fa sempre piacere rileggere. Una lettera con una strana storia con una signora “vampiro” che succhierebbe il sangue del figlio, una antica e isolata fattoria, un cane ridotto male e la coppia famosa, Sherlock e Watson che vanno un po’ a vedere di che cosa si tratta.
Seguiteli!

Concludiamo con la nostra intramontabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Testimone. Sette indagini per Antonio Mariani di Maria Masella, Frilli 2016.
testimone-sette-indagini-per-antonio-marianiIn Italia, le antologie, le raccolte di racconti insomma, se dimentichiamo il passato, e tanto per fare un esempio le favolose Novelle del Boccaccio (ma quanti le hanno lette davvero?) hanno avuto rara fortuna. Al giorno d’oggi le antologie sono poco amate dai più e bistrattate dagli editori, che le sminuiscono riducendole a palestra di brillanti spunti di autori di grido da mettere in copertina, unite a creazioni amatoriali. E da aggiungere, purtroppo, che difficilmente risultano vincenti.
Maria Masella invece, zac! Si introduce controcorrente sul mercato e ci offre sette racconti, sette gioiellini incastonati fra i tanti romanzi del suo commissario Mariani, pubblicati finora. Sette storie brevi, ben misurate e che interagiscono con i romanzi mettendo meglio a fuoco certe sfaccettature della personalità dell’uomo Mariani. Per meglio orchestrare la sua trama, Maria Masella fa risalire in scena alcuni “amati” personaggi e con consumata abilità riesce a coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine. Bello ed emotivamente molto intrigante infatti il primo racconto in flash back con cui la raccolta si avvia.
Bari, solstizio d’estate, un giovanotto, ventotto anni, sbarca qui, pensando di fermarsi solo qualche giorno. Il giovanotto è Antonio Mariani, laureato in giurisprudenza, che, dopo la prematura morte del padre, ha scelto di arruolarsi come marinaio. Perché? Irrequietezza, voglia di scoprire altri orizzonti oltre a Genova sua città natale? O altro? Chi può dire. Ma l’aver messo piede a terra a Bari, dove si troverà coinvolto come testimone in un omicidio, cambierà completamente la sua vita, costringendolo a restare in Italia e indicandogli la sua vera strada.
Maria Masella ha scritto queste sette storie per il commissario Mariani, un uomo giusto che sente ogni indagine un “caso personale”. Lo tutela e l’accompagna dai primi passi della sua scelta di vita alla maturità come persona e come funzionario pubblico al servizio della legge, da quando era solo “un comune di coperta” alle sofferenze e tragedie vissute negli ultimi romanzi.
Scrittura semplice e lineare che introduce le calibrate descrizioni introspettive dei protagonisti. Una Genova diretta, palpabile, amata ma anche valutata senza paraocchi. Si ritrovano fatti, punti di riferimento ed esperienze sostanziali nella vita di Mariani. Ci sono i ricordi legati a episodi che hanno contribuito alla sua formazione. Alcuni piacevoli, altri forti e altri ancora struggenti e impregnati di pathos.
Vedo che Testimone è il sedicesimo capitolo della serie Mariani, un regalo e, allo stesso tempo, un gustoso aperitivo che Maria Masella ha voluto offrire ai suoi lettori, in attesa delle nuove avventure del suo commissario cult.
L’aspettiamo!
Altri libri suggeriti da Patrizia:
Falsa testimonianza di Salvo Toscano, New Compton 2016, “un romanzo ambientato in una fosca Palermo di più di venti anni fa che si barcamena pericolosamente tra i nuovi metodi e orizzonti mafiosi e i grevi segreti di Stato”.
E Morte di un ex tappezziere di Francesco Recami, Sellerio 2016. “Confermata la notizia! Siamo all’ultimo episodio della serie. Francesco Recami, che non si smentisce mai, e l’aveva annunciato fin da La casa di ringhiera, il primo dei suoi sei romanzi, uno all’anno, che vedevano l’ex tappezziere come protagonista di rocambolesche avventure, e al sesto zac ha fatto fuori l’Amedeo Consonni. Come? Va bene che non era più un ragazzino, aveva sessantasei anni anche se fisico e forma lasciavano un po’ a desiderare. Ma insomma va là. E invece…”
Per chi ama gli e-book Patrizia consiglia inoltre “La Sherlockiana”, l’unica collana al mondo che ogni settimana pubblica un apocrifo o “pastiche” con (e il nome della collana ce lo dice) l’insopprimibile Sherlock Holmes. Qua il link con tutti i 125 titoli pubblicati finora.
Fabio Jonatan Jessica

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le brevi di Valerio/95: Dogliani

costituzione-e-antipolitica-il-parlamento-alla-prova-delle-riformeAutore Mario Dogliani
Titolo Costituzione e antipolitica. Il Parlamento alla prova delle riforme
Editore Ediesse – Crs
Anno 2016
Pagine 244
Prezzo 13 euro

Italia. 1948-2016. Tra qualche settimana voteremo per il referendum costituzionale. Con grande serietà l’emerito costituzionalista Mario Dogliani (Torino, 1946) spiega perché sia meglio scegliere il “no”. L’utile e tempestivo volume Costituzione e antipolitica. Il Parlamento alla prova delle riforme rielabora e aggiorna precedenti saggi pubblicati fra il 2011 e il 2015; non si tratta quindi di giudizi contingenti e strumentali. C’è un filo forte del pensiero scientifico italiano che mostra la fragilità culturale e l’intrinseca contraddittorietà del testo (pure scritto male a detta degli stessi estensori), approvato definitivamente il 12 aprile 2016 da una modesta maggioranza. Basta vedere come verrebbe complicato enormemente l’iter di “formazione delle leggi”, articolo 70. La collana è del Centro per la Riforma dello Stato, il saggio finale di Roberta Calvano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)