Le brevi di Valerio/104: Un anno in giallo

un-anno-in-gialloAutori Vari
Titolo Un anno in giallo
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 358
Prezzo 14,50 euro
Traduttori Vari

Da gennaio a dicembre. Anni e luoghi vari, comunque molti decenni fa e lontano da qui. Si possono leggere dodici racconti di genere verso il 2017 (per metà tradotti appositamente). Gli autori della raccolta Un anno in giallo sono tutti grandi e morti: Burke, Agatha Christie, Conan Doyle, Derr Biggers, Daphne Du Maurier, Futrelle, Patricia Highsmith, Jepson, Leblanc, Le Rouge, Poe, Queen.
Il volume è stato curato da Christian Delorenzo, assenti prefazioni o postfazioni, schede o note. Alcuni più brevi (Futrelle, Christie, Highsmith), alcuni più lunghi (Poe, Du Maurier), l’ordine segue i mesi e le stagioni dell’anno, da Capodanno a Natale, senza lode e senza infamia (letterari).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/93: Gradozzi

il-mandatoFrancesco Gradozzi
Il mandato (The Italian Lawyer)
Giallo
Autoproduzione, 2016
(www.ilmandato.it, www.gradozzi.it)
Pagine 407
Euro 15
(Amazon, Youcanprint.it, ilmiolibro.it)

Macerata. Dall’estate all’inverno 2014. L’avvocato civilista 49enne Alessandro Loggia, alto 1,80 e asciutto, mascella squadrata e capelli scuri corti, ha ormai una doppia vita: quella reale fatta di continua angoscia ed estrema moderazione di consumi, quella di facciata, completamente inventata, ispirata ai trascorsi ricchi ed eleganti d’inizio carriera. Di famiglia umile, spirito da giocatore d’azzardo, si era laureato proprio a Macerata con il massimo dei voti, tesi in diritto internazionale privato sul tema dei patti parasociali nelle società per azioni, si era fatto le ossa in uno studio importante, aveva messo su con due colleghi lo studio LML e furono 13 anni di successi entusiasmanti, poi la lenta progressiva crisi dal 2009, studio sciolto e ognuno per la sua strada, lui pieno di debiti e sul lastrico. La professione aveva smesso di essere redditizia e cominciava a non garantirgli più neanche una misera sussistenza. Da un po’ sta pensando di mollare, di cambiare settore, di andarsene povero all’estero e ricominciare in qualche modo. La moglie Sara non c’è più, gli resta il figlio di 4 anni Tommaso, unica passione e consolazione, che faticosamente gestisce. Finché riceve una mail da Boston, il ricchissimo Jason è stato arrestato a Numana su uno yacht di 52 metri, pare che il futuro erede della immensa Barrett Chemicals abbia ucciso una ragazza trovata da un peschereccio a largo di Civitanova Marche, l’azienda cerca per la difesa il suo ex collega penalista, Alessandro ha bisogno di soldi e si spaccia per lui, inizia una mirabolante nuova avventura legale (e non solo) di bugie e complotti, ricatti e depistaggi, RIS e medici legali, spionaggio e manovre finanziarie internazionali, in cui rischia e interpreta più ruoli, altri da sé: attore, pedina, vittima.

L’avvocato cassazionista Francesco Gradozzi (1972) è 7 anni più giovane di Loggia (1965), avendo ottimamente in comune la professione e la regione, un bel territorio raramente descritto nella letteratura di genere. Narra in terza varia, cambiando continuamente scena e soggetti, con qualche fatica e frequenti curati colpi a effetto. Autopromuove il suo romanzo d’esordio, non è una scelta da guardare con sufficienza. In fondo, non è troppo complicato procurarselo. Il mercato è saturo, gli editori funzionato talvolta come ministeri, il tempo di scrivere è poco per chi non vive scrivendo ed editare ha tempi spesso lunghissimi e procedure contorte. La qualità di alcuni testi (anche di questo) non ha nulla da invidiare ad alcuni inseriti in collane prestigiose di case importanti. Certo non c’è solo il testo, un lavoro specifico e professionale per la confezione (titolo, copertina, quarta) e l’editing avrebbero aiutato; però intanto ora il libro circola vivo e vegeto, descrive luoghi che meritano di essere conosciuti (la guida è addirittura troppo dettagliata, sconfinando ad Ancona e Ascoli), offre personaggi di qualche interesse (pure in secondo piano), circuita una trama ben congegnata e ricca di spunti attuali. Ne emerge uno scontato fastidio dei liberi professionisti per l’avverso e complementare incarico dei magistrati (pubblici ministeri e giudici, insieme), mitigato dall’”elogio” di Calamandrei. L’arringa finale è una confessione. Specialità e vini marchigiani trovano spazio. In sottofondo sia Mozart che Coltrane.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La vedova Van Gogh

la-vedova-van-goghLa vedova Van Gogh
di Camilo Sànchez
Marcos y Marcos, 2016
Pagine 188

In una casa olandese di campagna, a pochi chilometri da Amsterdam, Johanna Van Gogh-Bonger, trentenne vedova di Theo Van Gogh e cognata di Vincent, si è trasferita per crescere il figlioletto e gestire una piccola locanda, con le pareti tappezzate da variopinti quadri di girasoli, cieli stellati e campi di grano con corvi. Suo marito Theo, fratello di Vincent, pittore quasi sconosciuto in vita ma destinato a diventare uno tra i più celebri del mondo, è morto da pochi mesi, dopo il suicidio di Vincent a cui lo legava un affetto incommensurabile. A Joanna è rimasto il bambino, Vincent Wilhelm, un centinaio di quadri del cognato e tutte le infinite lettere che Vincent e Theo hanno continuato a scriversi per anni.
La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez (Marcos y Marcos, 2016) idealizza poeticamente un’importante parte della vita della giovane donna che più di tutti si dedicò e contribuì a far conoscere alla critica e al mondo intero i capolavori del geniale pittore fino ad allora trascurato e incompreso.
Una protagonista straordinaria, Johanna Bonger e il suo diario intimo, che parte dall’infanzia, rivela la sua struggente e straordinaria storia attraverso il dramma del suicidio di Vincent, e la precoce morte di Theo, il fratello minore. Un diario che evidenzia i ricordi di Johanna a Parigi, dove ha vissuto con il marito nell’appartamento a Citè Pigalle di Montmartre, nel quartiere degli artisti, prima della lunga e angosciante agonia di Vincent, morto dopo essersi sparato un colpo al petto.
Theo Van Gogh, coinvolto in una spirale di lutto e dolore, si ammala gravemente, smette di lavorare e non si muove dal letto, scendendo a sua volta rapidamente i gradini della follia e dell’autodistruzione. Joanna prova a salvarlo lasciando Parigi, rifugiandosi presso la sua famiglia in Olanda, seguita da Zuleica, fedele domestica spagnola. Ma tutto sarà vano perché Theo, minato anche dalla sifilide, malgrado tutte le migliori cure muore nel 1891, lasciandola in difficoltà economiche.
Dopo i primi mesi ospite nella casa dei genitori, Johanna ottiene da suo padre, un ricco broker, il denaro per acquistare Villa Thelma, una casa abbandonata che lei renderà un luogo straordinario e da dove comincerà la sua missione, rendersi indipendente e promuovere la pittura del suo geniale cognato
Ed è merito suo se oggi tutti conoscono tanti particolari della vita di Vincent Van Gogh. Pochi sanno che oltre ad essersi rivelato il padre del moderno espressionismo, Vincent Van Gogh scriveva ogni giorno al fratello. Queste lettere (centinaia, addirittura) sono state lette, selezionate da Johanna e pubblicate per la prima volta nel 1913 in tre volumi.
E tutte queste lettere, indirizzate a Theo e che dimostrano un legame quasi di dipendenza psicologica tra i due fratelli, sono importanti perché in esse Vincent descriveva il suo lavoro ed esprimeva i suoi stati d’animo, le sue angosce, le sue gioie, talvolta la sua follia, una follia artistica spesso confusa con la pazzia. Cos’era poi la follia di Van Gogh? Forse l’allontanarsi coscientemente dalla realtà, dall’ambiente circostante e dalle regole? Certo la manifestazione di una completa astrazione dal mondo con una tale passione per le sue opere da dimenticare le necessità primarie quali mangiare e dormire. In queste lettere ritroviamo i commenti che faceva ai quadri dei colleghi e le sue riflessioni, il perché della sensibilità della sua pittura, l’incontro con gli impressionisti a Parigi, il suo lavoro con i minatori di carbone, le delusioni amorose e professionali, la fame, il viaggio ad Arles, il progetto dell’associazione di artisti indipendenti del sud, suggerito dal suo bisogno di essere giudicato, migliorarsi e mostrare i suoi dipinti agli altri… Un progetto però mai realizzato.
Bel libro, il primo romanzo dello scrittore e poeta argentino Camilo Sánchez, denso di umanità e di poesia, con per vivida cornice la grande storia europea e globale fatta di lutti, scoperte, scelte politiche e sociali, avvenimenti pubblici straordinari che segnano gli anni che passano.
Un libro che ruota con accorta delicatezza attorno alla figura di Johanna, una donna di un’altra epoca, una figura femminile a tutto tondo capace di giocare serenamente con il suo bambino ma contemporaneamente dotata di tale forza e tenacia, in un mondo ancora quasi tutto al maschile.

Le brevi di Valerio/103: Ma il mondo, non era di tutti?

ma-il-mondo-non-era-di-tuttiAutori Vari
Titolo Ma il mondo, non era di tutti?
Editore Marcos y Marcos
Anno 2016
Pagine 159
Prezzo 10 euro

I confini del e nel pianeta. I secoli contemporanei. Otto autori italiani di differente ambito o genere (saggi, romanzi, poesie, fumetti e così via) si cimentano sui confini in un interessante volume curato (anche con breve prefazione) da Paolo Nori, in collaborazione con l’Arci, Ma il mondo, non era di tutti?. Sono Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi.
Massari riassume una decennale raccolta di storie di donne e uomini migranti attraverso il mar Mediterraneo: bisogna ascoltare i linguaggi dell’inquietudine con attenzione ed empatia, e parallelamente dotarsi di una griglia critica di precisi riferimenti bibliografici. Pascale con garbo e ironia fa la propria autobiografia del mondo, Lucarelli traccia una riga italiana fra Eritrea ed Etiopia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/92: Persson

presunto-terroristaLeif GW Persson
Presunto terrorista
Marsilio, 2016
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Spy Noir

Stoccolma ed Eskilstuna. Primavera 2015. La bionda esile pallida sportiva investigatrice 40enne (1974) Lisa Mattei, occhi azzurri e sguardo onesto, genitori separati e sereni, ricchissimo padre biochimico tedesco e madre Linda pensionata da commissario capo, buon marito Johan più giovane di 7 anni (e colto docente di storia del cinema), figlia Elina Ella di 5 anni, dopo un dottorato in filosofia e una brillante carriera di poliziotta, è divenuta capo operativo dei servizi di sicurezza svedesi, restando incline a basarsi più sui dubbi che sulle certezze. Mentre si è finalmente organizzata per trascorrere una giornata da madre, la chiama il Direttore generale, deve andare d’urgenza a Londra per una faccenda scottante, i colleghi inglesi sono convinti che terroristi di origine somala (già drammaticamente protagonisti a Manchester) stiano ora preparando un attentato in Svezia per la festa nazionale del 6 giugno. Mette insieme la sua squadra fidata e partono. Tornano dopo poche ore, la notizia sembra fondata, debbono tenere sotto controllo un’intera potente famiglia allargata, è davvero probabile che tramino da anni e forse hanno pure una talpa. Le indagini impongono di coordinare molte strutture, finanche l’esercito. E si svolgono soprattutto nella contea a est della capitale. Il fatto è che gli inglesi non spiegano bene tutto quel che sanno (come sempre in quel mondo), che la normativa e la magistratura sono garantiste verso i “presunti” (il che non è un male), che i somali continuano a vivere come se nulla fosse e che chi tradisce è infiltrato da decenni.

Leif Gustav Willy GW Persson (1945) è un noto professore di criminologia che insegna alla Scuola nazionale di polizia a Stoccolma ed è stato consulente del ministero di Giustizia e dei Servizi segreti svedesi. Da una quindicina d’anni scrive lunghi gialli spionistici (la vicenda Palme insegna) tradotti in Italia, da noi mai in testa alle classifiche, ed è un peccato! Non perdeteveli, perlopiù sono capolavori assoluti, ritratti vividi e ironici delle opulente società contemporanee, anche questo, denso e competente, senza un rigo di troppo, terza fissa al passato, quasi sempre su Lisa e raramente sui colleghi in campagna. Una goduria di dettagli ed emozioni: si scherza e si pensa, si odia e si ama, si ride e si piange, ci si stupisce e ci si commuove, incantati dai dialoghi con deliziosi retro pensieri (femminili), in punta di piedi, con raro senso della musicalità. Si mente spesso, più o meno onorevolmente, nell’interesse del servizio. E il sesso non è soltanto un obiettivo, è anche un mezzo. Tornano molti personaggi e intrecci dei precedenti romanzi, di continuo il primo mitico protagonista Lars Martin Johansson, umanista convinto, ex amato capo di Lisa, amante di enogastronomia italiana, ormai morto da cinque anni. Comunque si continua a bere solo eccellente vino italiano, possibilmente con un classico sottofondo di Beatles. In copertina la costosa cravatta del Pink Elephant Club (elefanti rosa che attraversano una savana blu), che porta un messaggio: non bisogna credere a tutto quel che si vede!

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Il Filo Rosso di Paola Barbato (2010)

il-filo-rossoPaola Barbato
Il filo rosso
Rizzoli, 2010

[Il post originale è del 2010]

«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi. Tu sei un eroe, Antonio. Anche se non lo credi, anche se Lara non lo crede, anche se il mondo intero non lo crede, tu sei e rimani un eroe.»

Antonio Lavezzi conduce un’esistenza ordinata in modo maniacale. La sistematica e metodica ripetizione di gesti gli serve per riempire tutti i momenti di un’esistenza ridotta a mera sopravvivenza da quando la sua vita familiare si è frantumata. Il brutale assassinio della figlia, il coma e la separazione – senza una parola di addio – dalla moglie Lara, hanno costretto Antonio a ricostruirsi una facciata in una città diversa. Lavora come ingegnere edile nella ditta di un amico di infanzia che, di settimana in settimana, gli propone qualche potenziale fidanzata. Ma Antonio non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita, non fino a quando una parte del suo cervello dovrà necessariamente rimanere sigillata per non pensare alla tragedia che gli è successa. Tragedia della quale non è mai stato trovato il colpevole.
Un giorno, nel cantiere di cui Antonio è responsabile, viene rinvenuto un cadavere. Pochi essenziali indizi lo inducono a pensare che tra la sua personale tragedia e quel cadavere ci siano dei legami. È solo l’inizio di un’incredibile spirale che coinvolge Antonio. Manovrato da un burattinaio ferocemente etico, Antonio diventerà strumento di vendetta e dispensatore di giustizia privata. Nella speranza che prima o poi arrivi il momento catartico della sua personale rivincita. Ma quando arriverà, quel momento sarà il peggiore di tutti.

Il nuovo romanzo di Paola Barbato, Il filo rosso, ha tutti i numeri per competere ad altissimo livello nel panorama editoriale nostrano. Sia per la scrittura, a cui Paola presta molta attenzione, sia per la trama, ingegnosa e avvolgente. Ma ciò che colpisce è l’emotività “di pancia” con cui viene raccontata la storia di Antonio. In un romanzo (noir? thriller?) che parla di dolore e dolore, ci sono infiniti spunti e molteplici facce da cui guardare alla sofferenza. La conclusione è che la sofferenza genera altra sofferenza, che si perpetua indefinitamente e si irradia come i cerchi concentrici nello stagno in cui viene lanciata una pietra.

Paola Barbato, in prossimità dell’uscita, ha tenuto un blog in cui racconta a ritroso la genesi del romanzo – una foto – e la progressione della scrittura. Si potrebbe dire che il blog fa parte integrante del libro: in chi non ha ancora letto il romanzo suscita curiosità, a chi lo ha letto dà delle risposte alle prime, facili domande che possono venire in mente. L’autrice – già vincitrice del premio Scerbanenco nel 2008 con il romanzo Mani nude) si è gentilmente prestata a rispondere a qualche domanda.

AB – “Gli scheletri non escono mai senza permesso”: questa è la frase che dà al protagonista, Antonio Lavezzi, la forza di gestire razionalmente un’esistenza che sotto il profilo emotivo è andata in pezzi. Nel momento del dolore, a quali forze bisogna fare appello?
PB – Non c’è una ricetta né per affrontare né per elaborare il dolore. Per un dolore assolutamente IDENTICO (nei fatti) ho visto persone cercare di buttarsi dalla finestra e altre iniziare compitamente a organizzare il funerale. Personalmente adotto il metodo “alla Rocky” e mi ripeto “Non fa male, non fa male, non fa male…”. Non risolvo niente, ma mi consente di fare quello che va fatto (e in ogni dolore c’è sempre qualcosa che va fatto).

AB – “L’apparenza, questa grande, infinita risorsa”: alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi e andare a lavorare. Fare finta di vivere anche quando dentro qualcosa si è spezzato. Nel tuo libro racconti come una vita finita (che avrebbe teoricamente potuto rimanere così per sempre) trovi improvvisamente una nuova ragion d’essere, sebbene feroce e adrenalinica. È pur sempre una via d’uscita. Ma se la vita di Antonio non avesse avuto questa svolta inaspettata, cosa gli sarebbe accaduto?
PB – Come dice lui stesso, avrebbe aspettato la vecchiaia, un giorno dopo l’altro, un giorno uguale all’altro. Finchè sarebbe morto.

AB – Nel romanzo viene menzionato Facebook, questo nuovo strumento infernale che ha cambiato le relazioni, che permette di nascondersi, sparire e rinascere sotto falso nome. Oltre che di incontrarsi, come è accaduto a te e a me. Come vivi il rapporto con i social network e le relazioni virtuali?
PB – Bene, a me Facebook piace. Non ho mai tempo per telefonare, scrivere, mi perdo un sacco di gente per strada. Attraverso Internet almeno so come stanno, cosa fanno, riesco persino a scambiarci due parole. Pare poco, ma è tanto, invece.

AB – “Antonio X, non l’uomo in linea retta, non il povero Lavezzi”. Ciò che accade ad Antonio muta la percezione che lui ha di se stesso. Fino a un certo punto, però. Dovendo scegliere fra Antonio e il suo carnefice (di cui parleremo dopo), a chi vanno le tue “simpatie”? A quale dei due ti sei sentita più affine?
PB – Indubbiamente io sono tutta dalla parte dell’assassino. L’abulia di Antonio è anni luce lontana da me. Quanto meno l’assassino crede in qualcosa, e FA qualcosa, pur se con una percezione totalmente distorta del bene e del male. Io detesto i rimpianti, preferisco i rimorsi. Ecco: Antonio è un uomo fatto di rimpianti, l’assassino potrà avere solo rimorsi.

AB – “Il dolore è un filo sottile”: solo? Il dolore è più spesso una tempesta fisica, almeno nella mia esperienza. Quando diventa un filo sottile è già passato. Anche se certi dolori si portano fino alla morte, e a volte portano alla morte. È solo una considerazione…
PB – No, la definizione è precisa. Il dolore è una cappa che ti isola dall’esterno? No, l’esterno c’è e si intromette. È una bomba che ti distrugge? No, perchè ci sei ancora. È qualcosa di subdolo, che ti avvoltola come una mummia, prima fuori, poi dentro, ti copre tutta, ti sembra di non vederlo, impari a guardarci attraverso ma c’è. E quando credi di esserti abituata comincia a segarti la carne a penetrare, a essere IN TE più di quanto tu stessa sia IN TE. Questa è la mia esperienza personale.

AB – Nel tuo romanzo hai creato un carnefice spavetosamente intelligente, adattativo e manipolativo al tempo stesso. Che però è talmente alienato dal mondo da non avere possibilità di reinserimento, al punto che sceglie volontariamente la morte. È lui l’eroe vero del romanzo, quello che ha trovato da solo la via del riscatto e che paga per tutti, nonostante si sia macchiato di crimini infami. Condividi?
PB – A suo modo, pur involontariamente, sì, è quanto di più vicino a un eroe si riesca a immaginare in quel contesto.

AB – Paola, tu vivi di incubi: li scrivi per Dylan Dog e li descrivi nei tuoi libri. Di cosa bisogna avere paura? E di cosa NON bisogna avere paura?
PB – Non bisogna avere paura di ciò che si è. L’ignoranza di sè, il non conoscersi, il non volersi conoscere ci rende pericolosi per noi stessi e per gli altri. Accettare i lati oscuri e anche quelle cose brutte che pure fanno parte di noi è fonte di grande sicurezza.
Di cosa avere paura? Della società? Del genere umano? Non vedo nessun pericolo che non arrivi dalla nostra specie.

Le lunghine di Fabio Lotti: Mangiando bene si indaga meglio (II)

Prosegue il viaggetto culinario fra i nostri detective… (qua la prima puntata)

le-ricette-di-pepe-carvalhoPassiamo ora in Spagna con Pepe Carvalho, creatura di Manuel Vasquez Montalbàn (La bella di Buenos Aires, Feltrinelli 2013, tanto per citarne uno). Riprendo un po’ in qua e là che mi sento pigro. “Ex studente contestatore, ex militante comunista, ex agente della CIA, Carvalho si dedica alle sue indagini in perenne contrasto con le forze dell’ordine “ufficiali” e non si fa certo scrupoli pur di scoprire i colpevoli: non è raro trovarlo ubriaco in qualche bettola o a letto con un’indagata. Di caratteristiche particolari Carvalho ne ha parecchie (è l’amante di una prostituta, vive con un avanzo di galera che gli fa da cuoco e segretario, brucia ogni sera un libro nel camino), ma soprattutto vanta un amore sconfinato per il cibo, che per lui è una vera e propria religione. Benché non sia certo ricco, Carvalho ama i grandi piatti e i grandi vini, e sa apprezzare ogni tipo di cucina, dalla più artigianale a quella dei ristoranti di lusso”.
Preferisce, soprattutto, la nuova cucina: lumache con besciamella alla menta e chicchi di melagrana e come secondo una spallina di capretto con acquavite alle erbe. Cibo come seduzione in Le ricette di Pepe Carvalho pubblicate dalla Feltrinelli nel 1994, che raccolgono piatti preparati dal Nostro nei precedenti quattordici volumi. Ricordiamolo anche autore di Ricette immorali che molto hanno a che vedere con il sesso (altrimenti la seduzione va a farsi friggere). Carvalho “ha cucinato piatti assurdi ad ore assurde, bevendo quantità spaventose di vini e liquori, e chiudendo il tutto con dei sigari, a volte buoni (Lusitania Pertegaz, Montecristo), e altre volte pessimi (Rey del Mundo, Macanudo). Come tutto nella gastronomia di Carvalho: egli ama accostare alla nouvelle cuisine il peggior vino da tavola, e al piatto piú semplice il bordeaux piú pregiato”. Non male eh…
Più lontano ancora in paesi esotici (si sarebbe detto una volta) Chen Cao di Qiu Xiaolong (Cyber China, Marsilio 2014), poeta e ispettore di polizia a Shanghai. È un personaggio che vive nella contraddizione tra la fedeltà ai vecchi schemi di partito e il desiderio di dare sfogo alla propria individualità. Uomo onesto in conflitto con il nuovo, non sempre onesto appunto, che sta emergendo e dunque costretto a compromessi.
Cibo bello tosto: ravioli con ripieno di germogli di bambù, carne e gamberetti, zuppa di nidi di rondini con orecchie d’albero, ostriche fritte in pastella di uovo strapazzato, anatra ripiena di riso, pesce vivo al vapore con zenzero fresco, cipolle verdi e pepe secco, tartaruga dal guscio molle e chiocciole di fiume. Oppure torta di riso, fritto con maiale, spaghetti ai funghi, sauna di gamberi…
Ci sono anche delle cosettine particolari come la “Testa di Budda”, praticamente una zucca bianca a forma di testa con dentro un passero fritto dentro ad una quaglia alla griglia dentro a un piccione brasato. Una specie di scatola cinese mangereccia. Poesia per l’animo e cibo per lo stomaco.
vish-puri-e-il-caso-della-domestica-scomparsaIn India troviamo Vish Puri di Tarquin Hall, cinquantun anni, fisico pienotto, soprannominato “Cicciotto” per la sua propensione verso i cibi grassi che non dovrebbe nemmeno guardare, secondo una raccomandazione del suo medico, data la pressione alta ed il rischio di diabete. Ma lui se ne frega assai e ogni tanto manda qualcuno a comprare qualcosa di proibito come Zerbino, il ragazzo tuttofare, che gli procura “due in voltolini di mortone con extra chutney” (oppure lo vediamo saziato con “papri chat con chutney al tamarindo” ad un chiosco). Li divora stando attento a “non lasciare macchie rivelatrici di grasso”. Che altrimenti si becca una lavata di capo dalla moglie Rumpi (il cui nome è tutto un programma). Tra le cose che beve e mette sotto i denti trovo in qua e là tè e biscotti, scotch, pomodori a fettine, cetrioli e cipolle, niente sale che gli fa male al cuore, (il solito dottor Mohan glielo ha proibito insieme al burro). Ma un po’ di sale con il peperoncino (che coltiva sul tetto) lo mangia lo stesso “Per molta gente, sarebbe stato come toccare piombo fuso con la punta della lingua” (non ho capito il perché della virgola).
In cucina sorveglia con particolare cura la preparazione del “barfi” al pistacchio e del latte dolce allo zafferano, e poi in fondo al libro (Vish Puri e il caso della domestica scomparsa, Mondadori 2009) troviamo tutta una serie di stuzzicanti (per gli indiani) prelibatezze: come il “bhang”, bevanda popolare ottenuta mischiando cannabis con mandorle, spezie, latte e zucchero; l’”halva”, dolce fatto con farina, semolino, lenticchie o carote grattugiate, con zucchero e burro chiarificato, ricoperto di mandorle; il “ladu”, palline di farina cotte nello sciroppo di zucchero (una manna per i diabetici); il “lassi”, bevanda di siero di latte dolce o salato, oppure ottenuto dalla frutta come la banana o il mango; il “matthi”, biscotti salati fritti, serviti spesso con il tè; il “panir”, formaggio fresco ottenuto cagliando il latte riscaldato con succo di limone e via discorrendo, fino a farvi venire voglia di una sana spaghettata di qualsiasi tipo.
lalbero-dei-giannizzeriCucina profumata (anche troppo!) di spezie varie quella di Yashim Togalu, di Jason Goodwin (primo libro L’albero dei giannizzeri, Einaudi 2006). Vediamo un po’ più da vicino questo personaggio che opera in Turchia. Yashim Togalu “Era un uomo alto e robusto sulla quarantina, con una gran massa di boccoli neri e qualche filo bianco; niente barba, ma baffi neri ricciuti. Aveva gli zigomi alti da turco e grigi occhi a mandorla di un popolo che viveva millenni sulla grande steppa eurasiatica”. Ha parecchie doti “fascino innato, disposizione per le lingue, e la capacità di sgranare quei suoi occhi grigi all’improvviso. Gli uomini e le donne rimanevano stranamente ipnotizzati dalla sua voce, prima ancora di capire chi stesse parlando. Però non aveva le palle” (e non in senso metaforico). Eunuco, dunque. Parla quando c’è da parlare, cioè quando occorre, altrimenti risponde a gesti, sbatte le palpebre o si stringe nelle spalle. Sensibile, delicato, arrossisce spesso. Sa rendersi invisibile nel senso che la sua presenza è diafana. Sempre pulito ed ordinato, agile e silenzioso. Ottimo cuoco e buongustaio, gli piace il caffè nero, dolce e denso senza spezie. Fuma preparandosi la sigaretta da solo, come gli aveva insegnato un mercante di cavalli albanese “arricciandone una estremità e infilando un pezzetto di carbone dall’altra”. Conduce una vita tranquilla, spesso in gellaba e pantofole. Il suo sogno è di avere un appartamento più grande con una bella biblioteca. I libri sono bene allineati sugli scaffali, i tappeti anatomici sul pavimento. Quando c’è bisogno è veloce nel prendere le decisioni, vedi per esempio quando deve domare un incendio scoppiato vicino alla sua casa. Ha digerito la sua menomazione che lo aveva fatto soffrire. “Era vivo. Bastava questo”. E vince il dolore con il distacco e l’ironia.
Nelle sue storie troviamo il già citato caffè nero privo di spezie con una punta di zucchero, zuppa di trippa senza l’innovazione del coriandolo tritato che l’innovazione porta all’inferno, dolce tè alla menta, in genere pesce e verdura, cipolle, noci, aglio, pane bianco, ciotolina d’olio, qualche seme di sesamo e olive.
Fabio Jonatan JessicaE ora basta… che… burp… mi sento pieno!

Le brevi di Valerio/102: Camilleri

la-cappella-di-famiglia-e-altre-storie-di-vigataAutore Andrea Camilleri
Titolo La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 321
Prezzo 14 euro

Vigàta. 1862-1950. Chiariamolo, Vigàta si legge ma non si visita. È una città immaginaria siciliana, ispirata a Porto Empedocle (per il solo nome anche alla vicina Licata) nell’altrettanto immaginaria provincia di Montelusa (Agrigento), in cui sono ambientate le indagini del commissario Salvo Montalbano e altri romanzi o racconti storici di Andrea Camilleri, che in quel territorio nacque e si istruì.
Gli otto deliziosi racconti raccolti in La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta sono stati scritti negli ultimi quindici anni, un paio già pubblicati in allegato alla rivista “Stilos” nel 2010, con il solito linguaggio inventato e mutevole e frequenti richiami a Pirandello (nelle cui novelle Agrigento talora diventava Montelusa). Il non uso dei toponimi reali ha varie motivazioni, una riguarda i crimini: Porto Empedocle ha diciottomila abitanti e “non può sostenere un numero eccessivo di delitti, manco fosse Chicago ai tempi del proibizionismo”. Eventi strani tanti, però!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/27: Pennac

la-lunga-notte-del-dottor-galvanDaniel Pennac
La lunga notte del dottor Galvan
Feltrinelli, 2005
Traduzione di Yasmina Melaouah
Teatro

Parigi, pronto soccorso della clinica universitaria (CHU) Postel-Couperin. Un tale incontra un misterioso grande scrittore e subito gli racconta quanto accaduto venti anni prima. Il giovane dottor Gérard Galvan stava trascorrendo il giorno (dalle 9) e la notte (di luna piena) come guardia medica tirocinante. La medicina era la più diffusa malattia ereditaria della sua famiglia, tutti medici sin dai tempi di Molière. Medico per tradizione dunque, oltretutto fidanzato con Françoise (figlia di un medico, vedi tu), avevano ossessivamente in gestazione il primo futuro biglietto da visita (ben curato graficamente), come docente e primario di medicina interna, esperto in punture lombari. Il corridoio era sempre pieno, continue le verifiche, ogni malato uno scalino. Verso le 2 dopo mezzanotte, non sentendosi tanto bene, ancor peggio in seguito alla lunga attesa, un signore (rimasto quasi solo) crollò a terra. Durante l’ora successiva venne portato in vari reparti, affermati specialisti (chirurgia addominale, urologia, pneumotisiologia, cardiologia) riscontrarono segni e sintomi di svariate patologie, talune mortifere: occlusione intestinale, attacco di malaria, eruzioni cutanee, globo vescicolare, angina pectoris. Alla fine l’anziano paziente andò in coma. Galvan decise di assisterlo per il resto della notte, ormai era diventato un caso clinico di studio multidisciplinare; quando successe pure a lui di addormentarsi, il paziente scomparve. E lo stesso Galvan finì per cambiare mestiere, è lui a raccontarlo ora, venti anni dopo, in flash back, il finale è noir.

A un certo punto della sua eccelsa carriera letteraria, il grande Daniel Pennac (Casablanca, Marocco, 1944) riadattò o contribuì a riadattare per il teatro vari testi o racconti, realizzando pregevoli opere in Francia e in Italia, perlopiù brevi monologhi teatrali come questo, che andò in scena per l’ottimo Teatro genovese dell’Archivolto a partire dal novembre 2005, efficace protagonista Neri Marcorè. Regista e attore inserirono nel testo originale tre farseschi incisi tratti da commedie molieriane (uno da “Il malato immaginario”, due da “La gelosia del Barbouillé”). Esilarante! Da mettere nelle affollate sale di dolorante attesa notturna di ogni pronto soccorso, per sorridere di sé e del nostro superficiale rapporto con la medicina, e pure per prepararsi al peggio!! Come veterani degli ospedali siamo tutti camaleonti; ancor più quando (di continuo) pretendiamo tranquillamente di curare noi stessi, enfatici fantasiosi indulgenti, straordinariamente concentrati, concretamente inverosimili. È un piccolo delizioso volume, come ovvio in prima persona, tredici capitoletti (ancora una volta la traduzione è eccelsa), integrati dai concisi testi del regista e delle citazioni di Moliére. Sono a confronto il malato dei malati e il dottore dei dottori, per generare dubbi, con affettuosa ironia, sui soliti abitudinari incidenti domestici, suicidi abortiti, aborti mancati, bambini bollenti come pentole, automobilisti in polpette, spacciatori fatti a colabrodo, adolescenti fumati o catatonici.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/101: Micheletti

per-giorgio-nebbia-ecologia-e-giustizia-socialeAutore Giorgio Nebbia e i suoi amici
Titolo Per Giorgio Nebbia. Ecologia e giustizia sociale
Editore Fondazione Luigi Micheletti
Anno 2016
Pagine 146
Richiedere a micheletti@fondazionemicheletti.it

Bologna, Bari, Roma. 1926-2016. Giorgio Nebbia ha compiuto 90 anni il 23 aprile 1926. Laureatosi in chimica nel 1949, fu assistente di Walter Ciusa all’Università di Bologna fino al 1959, anno in cui divenne professore ordinario di merceologia presso la Facoltà di Economia dell’Università di Bari, incarico mantenuto fino al 1995; è ora professore emerito. Da decenni vive a Roma, è stato deputato dal 1983 al 1987 e senatore dal 1987 al 1992.
L’archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell’Ambiente della fondazione bresciana Luigi Micheletti, che ha riunito a Roma il 10 maggio amici e colleghi ecologisti. Il volume “Per Giorgio Nebbia. Ecologia e giustizia sociale” raccoglie quanto quel giorno dissero Giorgio e 32 di noi, suoi “allievi” a vario titolo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)