Le varie di Valerio/30: Benacquista e Pennac

Tonino Benacquista e Daniel Pennac
Lucky Luke contro Pinkerton
Disegni di Achdé
Traduzione di Marco Farinelli
Nonaarte, 2010
Illustrazione e grafica

Far West. 1861. L’avvocato Abraham Abramo Lincoln (1809-1865) fu il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo ad appartenere al Partito Repubblicano. I sudisti ce l’ebbero subito a morte con lui. Si era appena insediato e dovette sfuggire a un attentato a Baltimora. Lo aiutò a salvarsi Allan Pinkerton (1819-1884), fondatore dell’omonima celeberrima agenzia investigativa da Chicago nel mondo. Pinkerton sosteneva che il leggendario eroe Lucky Luke, senza macchia e senza paura, usava metodi ormai sorpassati nella lotta contro il crimine. Sono ormai i suoi tempestivi agenti ad arrestare i fratelli Dalton e poi una banda di falsari con le banconote fasulle. Sfruttano la nuova era delle comunicazioni e delle tecnologie (schedature, spionaggio, indagini scientifiche), nuove politiche e parole d’ordine (carcerazione preventiva, diffamazione, tolleranza zero). Il cowboy solitario subisce vari colpi alla credibilità e all’immagine, rischia il linciaggio, ormai si atteggia a pensionato. Le prigioni vengono sommerse di tantissimi nuovi detenuti senza il suo contributo: inchieste e delazioni abusive, prove sommarie, poteri di sicurezza concentrati e segreti, processi lampo, molti errori. E gli stessi Dalton protestano per l’arrivo in carcere del ministro della giustizia, rimpiangono Luke, beneficiano addirittura di un condono per sovraffollamento e sconto di pena, odiano Pinkerton, ricominciano a rapinare. Bisogna reagire!

Le prime avventure di Lucky Luke apparvero nel 1947, creatore il belga francofono Morris, pseudonimo di Maurice de Bévère (1923-2001), per una saga giunta a quasi 90 volumi. Il protagonista è indimenticabile e indimenticato: l’uomo che sparava più veloce della sua ombra. Dice la scheda: “originario del Texas, ha contribuito all’arresto di Cards Devon, Doc Dokey, Joss Jamon …” e molti altri. Il principale sceneggiatore fu René Goscinny, noto poi anche per Asterix con Albert Uderzo, artisti. In onore di Morris, due grandi scrittori francesi, anche discendenti di italiani, Daniel Pennac (Casablanca, 1944) e Tonino Benacquista (Choisy-le-Roi, 1961) hanno benissimo sceneggiato qualche anno fa una nuova avventura disegnata da Achdé, allievo di Uderzo. Si sono divertiti immaginando una sensata rivalità con il furbo arrivista destrorso inventore della moderna investigazione burocratica. I personaggi ci sono tutti, dagli animali (l’arzillo cavallo dell’eroe Jolly Jumper e lo stupido cane poliziotto Rantanplan) ai tanti comprimari reali di varie epiche epoche e scorribande western o noir: non solo Lincoln e Pinkerton, anche Eliot Ness, Buffalo Bill, Davy Crockett, Billy the Kid, Jim Thomson, Mac Carthy. Ne vien fuori uno scoppiettante colorato testo con continui rimandi e battute, rispettoso dell’originale, documentato nei riferimenti storici, attento ai temi del (nostro) presente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… I segreti tecnologici degli antichi Romani

I segreti tecnologici degli antichi romani
di Giulia Fiore Coltellacci
Newton Compton 2016

Mi piace questo secondo incontro con Giulia Fiore Coltellacci dopo I libri ci aiutano a vivere felici.
Per cominciare ho apprezzato l’argomento che ha affrontato e trattato con humour (da lei non mi aspettavo altro) ma anche con sapiente analisi di costume che va a fondo come l’accuminata punta di un pugnale.
La sua indagine sulla maggior parte degli antichi usi e costumi dei romani ci dimostra che a ben vedere non avrebbero potuto essere più attuali e che tutto ciò che al mondo d’oggi ci sembra moderno e innovativo, o magari tecnologicamente à la page, esisteva già quando Roma, nata come villaggio di pastori sulle rive del Tevere, riuscì nell’impresa di trasformarsi prima in florida repubblica, poi in un immenso impero, dilagante in Asia e Africa, una longeva potenza in grado di regalare alla Città Eterna il nome di “caput mundi”.
Giulia Fiore Coltellacci, servendosi di cronache e di aneddoti con il suo brillante I segreti tecnologici degli antichi romani, ci dimostra quanto il “sistema Roma” sia ancora vivo e applicato giornalmente nella società contemporanea.
E lo fa, pagina dopo pagina, usando come dotto filo conduttore la tecnologia (dal greco tékne-loghia) che da sempre accompagna la vita dell’uomo. Sappiamo che se il suo primario significato era “discorso (o ragionamento) sull’arte” nella sua accezione antica, indicava soprattutto il “saper fare”, ovvero saper trovare soluzioni tecniche per migliorare le condizioni di vita della collettività.
Proprio questa eccezionale e duttile capacità sarebbe stata la chiave del grande successo di Roma. Pensiamo alle loro “viae” tuttora esistenti e paragonabili a moderne autostrade, a temi come il mercato globale allargato dai romani a ogni nuovo paese conquistato, al loro cosmopolitismo, al Foro, inteso sia come centro della vita politica che come luogo di “struscio” cittadino per incontri e affari di ogni genere e alle loro civilissime terme, forse migliori delle attuali Spa e gratuite per tutti. Poi i tanti esempi di coerente emancipazione femminile, donne che scesero in piazza per difendere i loro diritti umani ed economici, talvolta in veste di capi famiglia o magari di imprenditrici. Il più esilarante e stuzzicante fu la loro rivolta a seguito della promulgazione da parte di Augusto (con la zampino di Livia è evidente), per controllare il crescente malcostume delle dame di alto lignaggio, della Lex Julia de adulteris coercendis. Questa legge considerava il tradimento di una donna alla stregua di un pubblico reato e condannava le manifeste adultere a un forzato esilio su un isola deserta e inospitale. Dalla punizione erano esentate le prostitute e le pubbliche concubine. Ma voila! Fatta la legge trovato l’inganno. Le matrone si recarono in massa a iscriversi al registro delle prostitute (che pagavano regolarmente le tasse sui loro lauti guadagni). L’unica soluzione fu promulgare un’altra legge per vietare alle “signore” dell’upper class di farlo.
Passiamo ad altro gossip. L’attuale esaltazione e messa in trono degli chef è paragonabile solo alla fama degli “stellati” cuochi romani che coltivavano una raffinata cultura del cibo. E poi lo star system, rappresentato sia dalla sfrontata pubblica esibizione di smodate ricchezze che dagli spettacoli offerti dagli aurighi che correvano nel Circo e dai gladiatori che combattendo guadagnavano sesterzi a palate. Spettacolo, spettacolo e tanta sete di sangue. Orrore? Forse ma non tanto diverso da quanto gli attuali mezzi di comunicazioni portano a ogni ora nelle nostre case. Per non parlare della corruzione dilagante dappertutto e che coinvolgeva anche le “insulae”, i fatiscenti e spesso pericolanti grattacieli di allora (condomini a buon mercato destinati alla plebe), perché vivere a Roma aveva raggiunto costi proibitivi.
Capitolo dopo capitolo l’autrice svela le storie, le indiscrezioni e gli aneddoti di un popolo dalla mentalità aperta, pragmatica, lungimirante e moralmente disinibita ormai compenetrata nel moderno DNA.
Curiosando sul sistema di vita dei romani, che hanno saputo governare per secoli il resto del mondo, su come hanno progettato le loro città, gestito l’Impero e organizzato il tempo libero, ci rendiamo conto che il modo di vivere e operare di gran parte della contemporanea società non è altro che una moderna trasposizione di quello di allora. E quindi non ci sarebbe certo da meravigliarsi se S.P.Q.R. finisse col significare: “sono pragmatici questi romani”…
Secondo Giulia Fiore Coltellacci, il libro rappresenta un originale viaggio nel passato che è, allo stesso tempo, un ritorno al presente e con chissà? Tanti possibili suggerimenti per un futuro? Di questi tempi potrebbe fare a tutti un gran comodo.

Giulia Fiore Coltellacci È nata a Roma nel 1982. È giornalista e ha collaborato con la RAI scrivendo e conducendo trasmissioni radiofoniche dedicate alla cultura. Ha pubblicato Rome sweet Rome. Roma è come un millefoglie e, per la Newton Compton, 365 giornate indimenticabili da vivere a Roma, I libri che ci aiutano a vivere felici e I segreti tecnologici degli antichi romani.

Le brevi di Valerio/109: Fantini e Pariani

Autore Nicola Fantini e Laura Pariani
Titolo Che Guevara aveva un gallo
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 266
Prezzo 14 euro

Paraguay. Estate 2016. Per festeggiare i quarant’anni di matrimonio Mirella e Beppe Isnaghi decidono di fare un viaggio da Milano via Londra in Paraguay: le vestigia degli ultimi indios, la più grande “zona umida” del mondo, le rovine delle reducciones gesuitiche. Fra l’altro, quindici giorni prima, il loro figlio Adriano li aveva avvisati di aver temporaneamente lasciato il lavoro agli scavi archeologici nella zona argentina di Misiones per partecipare a una manifestazione ecologista contro il disboscamento delle foreste del Chaco proprio in quel paese. Arrivano ad Asunción e non lo trovano, inizia l’avventura. La colta coppia scrittrice Nicola Fantini (1962) e Laura Pariani (1951) consolida la collaborazione con il nuovo bel romanzo il cui titolo riecheggia il film dei Taviani: “Che Guevara aveva un gallo”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il Maestro delle Ombre di Donato Carrisi

il-maestro-delle-ombreDonato Carrisi
Il Maestro delle Ombre
Longanesi, 2016

Roma, in un momento imprecisato. Il maltempo ha danneggiato una centrale elettrica creando un sovraccarico sulle altre. È necessario programmare un blackout d’emergenza di 24 ore per risolvere il guasto. Niente luce, niente telefoni. Le forze dell’ordine sono allertate: in quelle 24 ore di blackout, di totale isolamento dal mondo, può accadere di tutto. L’ispettore Vitali, a capo dell’ufficio statistiche su crimine e criminalità, deve monitorare la situazione dalla sala dell’unità di crisi della Polizia. Qua viene portata la fotorilevatrice Sandra Vega: sebbene ormai presti servizio all’ufficio passaporti, la poliziotta è considerata ancora la migliore, l’unica a cui possa essere chiesto di analizzare il video di un efferato omicidio rinvenuto in un cellulare smarrito – o forse appositamente abbandonato – in un taxi. Ma è veramente questo, il motivo per chiamare in servizio Sandra? Fermare un serial killer violento?
Nel frattempo Marcus (già visto in Il Tribunale delle Anime, nel 2011), dopo essersi liberato da una trappola mortale, riceve un incarico: il vescovo Gorda è morto, nel suo appartamente in Vaticano, in modo “sconveniente”; a Marcus tocca fare pulizia sulla scena del decesso per fugare le ombre che intaccherebbero la memoria dell’alto prelato. Ma sulla scena Marcus rinviene degli elementi che lo inducono a pensare che il prelato possa essere stato ucciso dallo stesso uomo che ha tentato di intrappolare Marcus. Al centro la scomparsa di un bambino: Tobia Frai.

Partendo da uno spunto visto al cinema (nella trilogia La notte del giudizio: cercatela, bello soprattutto il primo episodio), la situazione di pericoloso isolamento, di buio tecnologico in cui “tutto può accadere” fa da scenario all’ultimo, brillante thriller di Donato Carrisi. Col ritorno di Marcus, il penitenziere tormentato, e di Sandra, la poliziotta triste. Dalle 7.41 del giorno X alla stessa ora dell’indomani, Roma sfida la bolla di Papa Leone X, che prescrisse che la Città Eterna non dovesse «ma mai mai» rimanere al buio. Provvidenziale, ai fini della trama, l’amnesia di Marcus, che costringe il penitenziere a indagare su indizi che lui stesso ha disseminato, senza sapere come e perché: anche qui il richiamo cinematografico immediato è al celebre Memento di Chris Nolan. Dal canto suo, Sandra è costretta a rivedere la sua visione del mondo e a cambiare alleanze in corsa. E poi… niente, non si può aggiungere altro senza togliere piacere alla lettura.

Buone feste!

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le brevi di Valerio/108: Polci

voce-fuori-coroAutore Valentina Polci
Titolo Voce fuori coro di Dolores Prato
Editore Quodlibet
Anno 2016
Pagine 509
Prezzo 25 euro

Dolores Prato (Roma, 12 aprile 1892 – Anzio, 13 luglio 1983), padre sconosciuto, abbandonata dalla madre a due anziani cugini di Treia (Macerata), vi trascorse infanzia e adolescenza (ricordate nel suo romanzo più noto), per poi diventare un’ottima insegnante di lettere (costretta a smettere per le leggi razziali del fascismo) e una grande scrittrice italiana. La brava giornalista e ricercatrice Valentina Polci ci consegna ora “Voce fuori coro di Dolores Prato”, un ricco interessantissimo testo con i frammenti e gli appunti autografi scritti su Roma capitale d’Italia, in occasione del centenario del 1971, in controtendenza rispetto alla tradizionale storiografia risorgimentale, un progetto allora non accolto da vari editori, finora mai pubblicati. Quasi un terzo del testo è dedicato a ricostruire criticamente la personalità e il percorso biografico-letterario di Dolores Prato.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/29: Robinson

un-piacere-selvaggioJo Robinson
Un piacere selvaggio. La giusta alimentazione per una salute di ferro
Einaudi, 2016
Traduzione di Giuliana Lupi
Salute e gastronomia

Prima di mangiare. Ovunque siate. Tutti gli abitanti del pianeta si nutrivano di piante e animali selvatici fino alla diffusione dell’agricoltura (dopo l’ultima glaciazione) da diecimila anni fa sporadicamente diacronicamente in avanti. Poi, quattrocento generazioni di agricoltori e decine di migliaia di genetisti, hanno avuto un ruolo nel trasformare le piante spontanee, che (per millenni inavvertitamente) sono stati privati di alcuni nutrienti “chimici” importanti contro le malattie, gli insetti, la dannosa luce ultravioletta e gli erbivori. Le nostre colture selettive hanno sottratto potere terapeutico a ciò che mangiavamo e mangiamo. Da oltre un secolo l’industrializzazione degli alimenti ha fatto perdere molti sapori e altri nutrienti, oltre a inquinare. Eppure alcune varietà hanno conservato ancor oggi molto del contenuto nutritivo dei loro antenati selvatici, a prescindere da grandi immagazzinamenti e distribuzioni. E molto possiamo salvarne ancora se gli alimenti vengono conservati, preparati, cucinati da ciascuno in modo attento e consapevole. Ciò riguarda in particolare frutta e ortaggi. Da una parte le lattughe, gli agli, le patate e le altre radici commestibili, i pomodori e gli avocadi (frutti della famiglia delle bacche), broccoli e crocifere, legumi, carciofi, asparagi, mais. Dall’altra parte mele, mirtilli e more, fragole e lamponi, i frutti a nocciolo, l’uva e l’uvetta, gli agrumi, la frutta tropicale, i meloni e i cocomeri. Si tratta di riconoscere le varietà più salutari, controllare bene cosa comportano freschezza e colori, trovare le modalità appropriate in cucina (se e come cuocerli, a esempio). Si può fare.

La giornalista americana Jo Robinson (1947) da decenni conduce ricerche sul rapporto fra alimentazione e salute. Collabora con quotidiani e organi di informazione, ha scritto tantissimi apprezzati testi corredati (come questo) di ricca bibliografia storica e scientifica. Un piacere selvaggio (Eating on the Wild Side. The Missing Link to Optimum Health, 2013) è stato appena tradotto e fa riferimento al piacere per la salute e per il gusto del mangiare meglio, consapevole che alcune delle selezioni umane delle varietà non contemplavano gli effetti sulla prima e che il secondo può essere educato, affinato e mediato con opportune mescolanze. Ogni singolo ortaggio o frutto viene analizzato per la sua più antica origine alimentare geograficamente collocata (prima delle migrazioni delle specie e umane), per le caratteristiche nutrienti mantenute o perse, per modi e colori con i quali arriva oggi nei supermercati e nelle tavole, per come (tempi e forme) andrebbe conservato, cucinato e mangiato a casa o eventualmente coltivato nell’orto. Rispetto alla necessità di cibi buoni, puliti, giusti si tralascia un poco sola la terza, guardando a correggere e strutturare i consumi individuali; anche così si può retroagire sul mercato che guarda solo i profitti e trascura il benessere. Frutta e verdura possono avere fibre, proteine, vitamine, minerali, acidi grassi essenziali e zuccheri in quantità e qualità molto differenti, meglio saperlo. Sono originariamente mediterranei le crocifere (dalle coste orientali) e i carciofi (dal Nord Africa), i pomodori solo da qualche secolo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/107: Miraglia & Gubbini

rifugiati-conversazioni-su-frontiere-politica-e-dirittiAutore Filippo Miraglia con Cinzia Gubbini
Titolo Rifugiati. Conversazioni su frontiere, politica e diritti
Editore Edizioni Gruppo Abele
Anno 2016
Pagine 108
Prezzo 10 euro

Primavera 2016. Europa. Pochi giorni dopo l’entrata in vigore (il 4 aprile) del pessimo accordo dell’Unione Europea con la Turchia di Erdogan per impedire l’arrivo di profughi e migranti, il vicepresidente dell’Arci Filippo Miraglia e la giornalista Cinzia Gubbini propongono riflessioni intelligenti in “Rifugiati. Conversazioni su frontiere, politica e diritti”. L’agile volumetto ha una breve prefazione di Leogrande e Manconi e risulta capace di offrire indicazioni alternative e concrete sia su “come accoglierli” che su “dove dislocarli”. Molti temi dell’attualità italiana vengono trattati in modo chiaro: le leggi in vigore, il fallimentare sistema di accoglienza, l’arretrato contesto istituzionale continentale, i ritardi delle sinistre, l’Arci, le belle iniziative di Sant’Egidio, FCEI e Tavola valdese, la Carta di Roma.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/95: de Giovanni

pane-per-i-bastardi-di-pizzofalconeMaurizio de Giovanni
Pane. Per i bastardi di Pizzofalcone
Einaudi, 2016
Giallo

Napoli. Fine giugno 2016. In una stretta viuzza senza uscita, proprio Downtown, qualcuno spara alle spalle del Principe dell’Alba. Muore così il fornaio Pasquale Pasqualino Granato, uscito come al solito per assaggiare un panino della prima infornata mattiniera, fatta con il lievito madre del giorno prima, sana abitudine già del nonno e del padre (quasi come da copertina). Arrivano Lojacono e Romano del vicino commissariato di Pizzofalcone, ma vengono cacciati dal famoso potente sostituto procuratore Buffardi della Direzione distrettuale antimafia e dalla Squadra Mobile: tempo prima l’assassinato aveva assistito a un delitto della criminalità organizzata riconoscendo il tatuaggio del figlio del capo del clan Sorbo (anche se poi aveva ritrattato la testimonianza), sono certi che siano coinvolti loro. Lojacono ha osservato la scena del crimine con esperienza e acume, non gli sembra sia opera di killer professionisti, convince il commissario Palma, i colleghi e poi il magistrato Laura Piras (con la quale ha oltretutto una complicata relazione sentimentale) a chiedere la co-assegnazione dell’indagine, pur mettendo a rischio il loro stesso posto di lavoro, sono una squadra di reietti chiamati a sostituire poliziotti corrotti, sempre a rischio di chiusura. Buono e tranquillo, Granato si era separato tre anni prima da Loredana, insegnante alla scuola media, troppo dedito solo al lavoro; non avevano figli ma uno piccolo e bravo ne ha la sorella Filomena Mimma, sposata con Fabio Marino, ormai comproprietario del forno e preoccupato che l’antiquato eccelso schema produttivo non regga più sul mercato. Altre indagini incombono: lo stalking di una bellissima a uno bruttissimo, i suicidi assistiti, gli affetti di ciascun agente.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) offre alle tante lettrici e lettori il miglior romanzo della sua ottima (seconda) serie Einaudi, giunta in tre anni al quinto romanzo, a gennaio 2017 anche su Rai Uno. Una decisiva stimolante chiave critica sta nella dedica: “A Ed McBain. Il più grande di tutti”. Dopo un volume contemporaneo (ben diverso dalla serie Ricciardi) uscito per Mondadori nel 2012, su consiglio e guida del grande Severino Cesari, coinvolgendo pochi fidati amici, l’autore scelse di narrare in terza varia storie collettive (criminali e private) di una “squadra” di poliziotti di servizio nel cuore della sua città, ispirandosi a quello straordinario autore americano (1926-2005). Certo Ed (o Evan o Salvatore che dir si voglia) aveva ruotato New York di 90° gradi e cambiato nome a ognuno dei cinque “quartieri”, oltre che alle innumerevoli aree delle migliaia di incroci Avenue-Street; descriveva un police procedural con decine di poliziotti in squadre di due investigatori organizzati all’americana; dovette ben presto capire che c’era un agente preferito dal pubblico e che non poteva farlo morire. Qui i toponimi sono proprio della magnifica città che conosciamo (quattro universi in poche centinaia di metri quadrati, i Quartieri Spagnoli, piazza Martiri, via Chiaia, lungomare Partenope); non si uccide (volutamente e per ora) causa mafia; il protagonista di trascorsi siciliani resta il punto di partenza. E, tuttavia, sia la serie che l’ultimo sono sapientemente pervasi dallo spirito dell’87° distretto: il titolo ha una parola sola (che viene declinata poi in tutti i possibili significati), si parte da un vitale cadavere, l’indagine coinvolge tutto il commissariato (a partire dalla riunione di prima mattina), siamo a pochi mesi dalla storia precedente (anche se le date editoriali hanno evidentemente intervalli più lunghi), a tratti parlano il clima e i ritmi della Città, elegie e drammi shakespeariani aleggiano in azioni, reazioni, dialoghi. E il tono, i registri emotivi sono insieme gialli e rosa, tragici e umoristici, noir e culturali, con risultati sempre maturi e alti, senza corsivi. De Giovanni possiede notevoli qualità letterarie sue proprie, in Pane raggiunge un picco. Conferma anche uno specifico obiettivo “dimostrativo” della colta scrittura “di strada”: come ovunque, anche a Napoli si uccide forse più per la famiglia che per la camorra. E qui siamo al compimento: due magistrati seguono le due diverse piste, esplicitamente. Ora tocca al passo successivo: lasciare spazio alla fantasia del genere, per gli intrecci oltre che per le passioni (ah, Giulia!): purtroppo si uccide per troppe cose e casi. Viva l’artigianale lievito madre. Piras si rifà a Proust. Sempre vino bianco col pesce. Barry White al supermercato, Pisanelli con Vivaldi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/106: Erpenbeck

voci-del-verbo-andareAutore Jenny Erpenbeck
Titolo Voci del verbo andare
Editore Sellerio
Anno 2016
Pagine 349
Prezzo 16 euro
Traduzione di Ada Vigliani

Berlino. 2014. Richard è un filologo classico appena andato in pensione, vedovo e senza figli: che fare? Per caso incontra un gruppo di donne e uomini, esuli africani in un campo profughi. Vengono dal Ghana, dal Ciad, dalla Nigeria, erano sbarcati l’anno prima nell’isola siciliana di Lampedusa, dopo molte peripezie. Comincia ad ascoltare, gli sovvengono Omero ed Esiodo, Seneca e Tacito, Ovidio e l’esploratore marocchino del Trecento Ibn Battuta, Shakespeare e Goethe, capisce che chi parla è costretto a una doppia assenza e non ha certo finito di soffrire.
Con Voci del verbo andare la brava scrittrice Jenny Erpenbeck (Berlino est, 1967) ci consegna un reportage letterario sul misconosciuto diritto di restare e sulla scarsa libertà di migrare, una doppia presenza fra noi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)