Le brevi di Valerio/114: Bradley

Autore Alan Bradley
Titolo La morte non è cosa per ragazzine
Editore Sellerio
Traduzione di Stefania Bertola
Anno 2017
Pagine 408
Prezzo 15 euro

Bishop’s Lacey (fittizia England). 1950. Flavia, 11enne di nobili origini, occhi azzurri e freddi, udito sopraffino, talento per la chimica (si è pure attrezzata un magnifico laboratorio), vive nelle antiche magione e tenuta di Buckshaw, a sud del villaggio e gira con la fida bicicletta Gladys. La madre Harriet è morta in un’escursione in Tibet dieci anni prima. Il babbo Haviland, colonnello con baffetti, è un filatelico collezionista di francobolli in ristrettezze finanziarie, le sorelle maggiori Ophelia Feely 17enne e Daphne Daffy 13enne, ferocemente scherzose, la fanno fuggire spesso nel bosco e nei dintorni, dove incontra strane persone. Investiga su un assassinio con l’aiuto del bell’ispettore Hewitt. Graziosa la serie Flavia De Luce’s Mysteries iniziata nel 2009 dallo scrittore canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è il secondo degli otto (6 già in italiano), appena ripubblicato, La morte non è cosa per ragazzine, come sempre in prima persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/97: Silvis

Piernicola Silvis
Formicae
Società Editrice Milanese SEM, 2017
Noir

Provincia di Foggia. Autunno 2016. Viene ritrovato il cadavere di Livio Jarussi, un bimbo scomparso due anni prima a Manfredonia, quando stava per compiere 11 anni. Da poco tempo l’assassino lo ha buttato dentro una fossa in una collinetta di spazzatura vicino Siponto, per poi chiamare Padre Leonardo, un monaco del convento di San Giovanni Rotondo, presentandosi come zio Teddy; la vittima viva indossava la maglietta di Teddy Bear. Sul cadavere viene trovato un foglietto con un messaggio rivolto a Bruni. Così viene richiamato al commissariato di zona Gianlorenzo Renzo Bruni, l’investigatore capo della seconda divisione del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, inviato in Puglia a seguire il caso fin dall’inizio, senza successo. Renzo saluta moglie e figlio, si fa accompagnare dall’amico assistente Massimo Rio Riondino e ricomincia le indagini. Ora arriva pure una busta indirizzata sempre a lui ancora da zio Teddy con strane parole e viene ucciso Alex Burresha (9 anni), albanese che viveva a Foggia. Conosciamo subito chi uccide, oltretutto si va a confessare dal monaco: è Diego Pastore, 33enne commesso nella farmacia del padre don Gegè, consigliere comunale ammanicato con la criminalità organizzata, che sospetta di lui, come la madre casalinga invadente. Diego non si è mai laureato (un anno a Camerino, dove aveva studiato il padre), carino, abbigliamento curato alla moda, discreto cuoco e ordinato feticista, maltrattato nell’infanzia è terrorizzato dal sesso e impotente vicino ad altri, si eccita con filmati tipo snuff movies, pratica fanaticamente la religione, va in psicoterapia da un anno per sindrome di Ekbom (sensazioni di presenze di insetti nel proprio corpo). Lo prenderanno prima che uccida ancora?

Dopo qualche anno d’assenza, torna in libreria il questore Piernicola Silvis (Foggia, 1954), laureato in Giurisprudenza, dirigente dei commissariati di Vicenza, Vasto, Verona, Osimo, Senigallia, poi nelle questure di Ancona, Macerata, infine questore a Oristano e ora nella sua Foggia. In passato aveva pubblicato tre buoni romanzi di genere (usciti nel 2006, nel 2008 e nel 2010), da tempo ragionava su nuove scritture e trame, all’inizio del 2017 arriva il quarto, narrato in parallela, la prima persona sul poliziotto, la terza sull’assassino seriale che sente le formiche, programma omicidi e sfida la giustizia. Il tema è dunque quello del perché talvolta non si riesca a prenderli prima: la famiglia che copre e depista per malinteso affetto, pur non essendo direttamente complice; gli organi d’informazione che orientano e condizionano (spesso male) le indagini, solo per crescere gli ascolti, pur se provocano arresti sbagliati; la Società organizzata del crimine che non sempre ben convive con la delinquenza comune, qualche volta la sfrutta, qualche volta (pedofilia) ne è infastidita, qualche altra vuole addirittura debellarla perché attira corpi di polizia e attenzione mediatica. Non a caso, in tutto il testo aleggia un personaggio multifunzionale (con un ruolo pure significativo in vari episodi, alla fine decisivo), il giornalista infiltrato dai servizi (e dal governo) nel quotidiano Nuova Puglia Alessandro Clement, cognome francese e inflessione della Roma bene, una cinquantina d’anni, barba brizzolata, fisico snello e robusto, abbigliamento sportivo, operativo nell’Aise, comparto delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio. Fra cibi tipici, troccoli e pizze un po’ di Nero di Troia. E De André nella suoneria.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/113: Leopardi

Autore Giacomo Leopardi
Titolo Inno a Nettuno, Odae adespotae
Editore Marsilio
Anno 2016
Pagine 285
Prezzo 26 euro
A cura di Margherita Centenari

Recanati. 1816-1817. Giacomo Leopardi cominciò a “narrare” con un inno e un’ode, misti di imitazione, traduzione e scrittura poetica originale. Non aveva ancora nemmeno vent’anni, aveva studiato già troppo, realizzato favole o liriche e già pubblicato trattati orazioni saggi. A partire dalla primavera 1816 compose in casa alcuni testi, poi stampati a Milano l’anno dopo, presentati da una rivista letteraria come inni greci ritrovati in un fantomatico codice di un’ignota biblioteca romana. Era il suo modo di reinterpretare e rivitalizzare (già da filologo classico) il mondo antico nella modernità, con molteplici risvolti teorici e poetici, già sperimentando una propria scrittura lirica, pensieri e passioni. La ricercatrice Margherita Centenari (Parma, 1986) ha discusso in materia la tesi del proprio dottorato nel marzo 2015. Ci ha lavorato ancora e presenta ora gli scritti leopardiani “Inno a Nettuno, Odae adespotae” con una ricca introduzione critica, note e appendici colte.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (II)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Se il nostro G.M. ripropone storie dell’Agatha internazionale, come C’è un cadavere in biblioteca, il sottoscritto trilla come un passero all’arrivo della primavera. Fu uno dei primi libri che lessi con fervore negli anni giovanili. Il sogno meraviglioso della signora Bantry, vincitrice con i suoi piselli odorosi del primo premio dell’esposizione dei fiori, viene spezzato dalla voce “isterica e strozzata” di Mary “Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!”. E un cadavere c’è davvero, anche se suo marito, il sonnacchioso colonnello Bantry, non ci crede. È quello di una fanciulla bionda strozzata da una fascia di satin della sua stessa veste. Ragazza poco raccomandabile se fa la ballerina (vedi i tempi). In un batter d’occhio la “cosa” gira per St Mary Mead, il villaggio della nostra Miss Marple (anche perché ci pensano la signorina Wetherby e la signorina Hartnell a dargli una mano). E la matassa sarà sbrogliata dalla nostra inossidabile vecchietta che si avvale degli esempi tratti dalle storie del suo paese e da una incredibile conoscenza del cuore degli uomini, perché “la natura umana è sempre la stessa”. Libro sempre fresco, inossidabile, nonostante il passare degli anni.
Avevo da poco lasciato un cadavere trovato e poi sparito in Uscendo di casa una mattina di George Bellairs, che ecco ribecco la stessa idea in Il testimone muto di R. Austin Freeman. Là era Mrs Jump la “trovatrice”, qui il dottor Jardine durante una passeggiata notturna nella zona di Hampstead. Il morto sembra un sacerdote anche perché sul posto rimane un reliquiario dorato con alcune iniziali incise. Volatilizzato al ritorno sul luogo con la polizia. Caso interessante per l’amico dottor Thorndyke, tanto più che Jardine ha subito un attentato rischiando di morire soffocato con il gas, e c’è un uomo cremato troppo alla svelta che desta qualche sospetto. Iniziano le operazioni di ricerca, partendo dal luogo della scomparsa.
Azione, riflessione, osservazione, piccoli indizi sparsi, un uomo sospetto sempre alle calcagna, una signora che si incontra dappertutto, una bella ragazza amante della pittura, passi nel buio, travestimento, pericolo ancora per Jardine. Il tutto attraverso una scrittura precisa, minuziosa, “millimetrica” direi, senza la noia mortale che segue operazioni di tal fatta.
E ancora cadavere sparito (non stanno mai fermi!) in Un posto rosso per morire di John D. MacDonald (vedi un po’ come vengono variati, giustamente, gli autori).
“Travis McGee non accetta mai casi troppo facili d’affari. Mezzo investigatore e mezzo avventuriero, vive a bordo di una barca e non ama lavorare. Perciò, quando è costretto a farlo per mancanza di soldi, che almeno ne valga la pena. Questa volta il cliente è Mona Yeoman, moglie di un ricco uomo d’affari. La donna ha una relazione con un professore squattrinato, e vuole che Travis la aiuti a recuperare la sua dote dalle grinfie del marito per andarsene a fare la bella vita con l’amante”. Sogno spezzato da una pallottola che la stende ai piedi di Travis. Cadavere poi sparito (come nei libri già citati) ma la polizia non gli crede e pensa che i due piccioncini siano volati via.
John D. MacDonald delinea contorni, coglie le sfumature, scende dentro ai personaggi, critica la società, in special modo la scuola con gli studenti come polli da allevamento e la cricca che comanda su tutti e su tutto (c’è però anche il positivo in un avvocato integerrimo). Si perde un po’ nel finale secondo gusto lottiano (ma spero, invece, che piaccia ai lettori).
Con Bill Pronzini e I cospiratori bandita la noia. Si passa veloci da una storia all’altra, ci si intrufola nel passato, si scava nei rapporti del presente, nei ricordi insieme allo svolgersi della vita reale con squarci di natura e di realtà urbana che si inseriscono nelle storie popolate di personaggi vivi, concreti. Un bel miscuglio di cellule grigie e di azione, di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.
Se non bastasse questo c’è pure I dissimulatori dello stesso autore. Gli investigatori privati Bill e Tamara devono ritrovare la prima delle tre ex mogli di David Virden per firmare l’annullamento del matrimonio. Cosa piuttosto facile se non ci fosse il piccolo particolare che la donna trovata è, per Virden, quella sbagliata, anche se porta le stesse iniziali e rivela una certa somiglianza. Tra l’altro il cliente sparisce pure… Altro parto riuscito della coppia felice di Pronzini.
Una data per morire di Mignon G. Eberhart è una bella raccolta di racconti. Personaggio di alcuni Susan Dare, scrittrice di romanzi gialli dalla “testa leonina”, coadiuvata dall’amico giornalista Jim. Al tavolo di un ristorante. Scena sotto ai suoi occhi, la vecchia signora Farish alle prese con un nipote e la frase “Non la farò lunga. Ma ho deciso. Basta, soldi, mio caro”. Sicuro che rimarrà stecchita prima del tempo. Tra l’altro mentre si sta facendo le manicure.
Altre vicende hanno come protagonista James Wickwire, vicepresidente di una banca, “scapolo più o meno incallito e piuttosto anziano”, suo amico Happy un “cane enorme bracco dal pelo rossiccio”. “Una data per morire” è la storia che dà il titolo alla raccolta e insomma viene fuori un biglietto dove si stabilisce che il sig. Brown deve schiantare il 9 ottobre e oggi è l’8. Si potrà evitare questa morte prematura?
Con Avventura a mezzanotte di Brett Halliday il nostro Brett non solo si è divertito a scrivere una storia ma ci si è buttato perfino dentro. Siamo ad un gran gala del premio letterario Edgar Allan Poe. Volti noti e meno noti con qualche frecciatina in qua e là. Poi l’incontro con Elsie Murray che ha letto tutti i suoi libri. Ergo accompagnamento a casa e la solita idea del salto sul letto. Che va a farsi fottere perché lei ha in serbo il manoscritto “Notte tragica” (giuro) e vorrebbe il suo parere. Bene, leggiamolo. Solo che la ragazza si ritrova strangolata e l’autore dei gialli incasinato perché è l’ultimo che l’ha vista viva.
Fatto sta che Brett ha bisogno dell’aiuto della sua creatura letteraria: Michael Shayne “un uomo alto, slanciato, con i capelli rossi”, maniere spicce, whisky, cognac, Martell o Monnet lungo il gargarozzo. C’è pure un caso di assassinio rimasto insoluto ad infilarsi nella vicenda, raccontata da par suo dal nostro Halliday che, tra l’altro, è sparito.
Chi cerca il surreale e la suspense, arricchita di un pizzico di humour nero si butti su Pezzi d’uomo scelti di Boileau-Narcejac.
Pezzi d’uomo scelti, ovvero pezzi d’uomo morto trapiantati in corpi vivi che hanno subito terribili ferite. Gambe, braccia, organi interni. Perfino la testa. Sì, proprio la testa. In questo caso del condannato a morte René Myrtil che viene smembrato in sette parti per “rifornire” sette sfortunati, sotto la direzione del professor Anton Marek. Ma ad un certo punto questi operati incominciano a suicidarsi… Perché?.
Lacrime innocenti di Rhys Bowen è un romanzo dalle tinte gotiche con un pizzico di soprannaturale e la chiusura decisamente classica. Molly Murphy e Daniel Sullivan, capitano della polizia di New York, in luna di miele a Newport in un cottage offerto dal consigliere comunale Brian Hannan. Gli amici sono amici. Però io ti faccio un favore a te e tu fai un favore a me perché c’è qualcosa che mi turba. E questo qualcosa deve essere piuttosto grosso se il suddetto Brian si ritroverà sfracellato su una scogliera, dove anni prima era stata rinvenuta morta una sua nipote. C’è un collegamento fra queste due fini drammatiche? Molly incomincia ad indagare da sola dato che il maritino si è beccato una bella polmonite.
Si va sul sicuro con Perry Mason e il siero della verità di Erle Stanley Gardner.
Nadine Farr è in cura dal dottor Logbert P. Denair per problemi psichici. Sottoposta al siero della verità dichiara di avere avvelenato lo zio Mosher Higley che non voleva farla sposare con l’amato John Avington Locke. La faccenda scotta, urge un parere di Perry Mason, tanto più che il tutto potrebbe essere la conseguenza di una allucinazione provocata dal farmaco. Occorre indagare, fare delle ricerche anticipando l’intervento della polizia. Ma la polizia entra in scena prima del previsto e il nostro famoso avvocato viene addirittura accusato di fabbricare prove false. E allora sono cavoli amari… Tutto ruota intorno alla figura di Nadine, ora ritenuta commediante e cinica, ora brava e buona ragazza, in una relazione strana con lo zio (sembra che l’avesse in suo potere), che poi proprio zio non era. Solito scontro Mason-Burger (difesa e accusa) in tribunale con il giudice che cerca di mettere ordine e dialoghi a tamburo battente caratteristici di Gardner.
Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, Sherlock Holmes al Raffles Hotel di John Hall.
Sherlock se la deve vedere con un avvelenamento all’arsenico inserito in certi cioccolatini (solo in certi cioccolatini) di berkeleyana memoria (qui, però, c’era il nitrobenzolo). Un discreto plot da mettere in fibrillazione il lettore con un biglietto che sembra un ricatto, una vecchia storia di simpatia amorosa, un investigatore privato reclutato dalla defunta, una bottiglietta di arsenico trovata in un bidone dell’immondizia, un testamento particolare, dubbi, perplessità, depistaggi, Watson e l’amico dal fiuto d’oro a creare i loro indimenticabili personaggi. Il tutto attraverso una scrittura leggera, piacevole, delicata, pronta a creare una giusta atmosfera di tensione.
Chiudo con Sherlock Holmes e l’affare Hentzau di David Stuart Davies.
Questa volta non troviamo il grande investigatore intento a snocciolare soltanto le solite acrobatiche deduzioni (ci sono anche queste) ma, soprattutto, lo seguiremo in un continuo, incessante movimento. Racconto d’azione più che di pensiero. D’altra parte meglio così che vederlo impigrire sulla poltrona. Il suo cervello ha bisogno di continue sfide per non morire di noia. Come quella instillata dal colonnello Sapt che arriva addirittura dalla Ruritania, piccola nazione dell’Europa centrale, perché Sherlock possa ritrovare un certo Rassendyl, sosia perfetto del re, ora gravemente ammalato. Solo che il suddetto è scomparso e in giro c’è il conte Rupert di Hentzau che vuole impadronirsi del trono. Tra le varie abbiamo anche, signori miei, una bella sorpresa. Uno Sherlock più umano che, almeno per una volta, tira ad indovinare ed è lui stesso ad ammetterlo. Leggere per credere.

Le brevi di Valerio/112: Canaletti

Autore Angelo Canaletti
Titolo Storie di Pasti Marginali
Editore Edizioni Creativa
Anno 2016
Pagine 176
Prezzo 15 euro

Civitanova e valle del Chienti. 2011-2015. Nella notte fra il 10 e l’11 settembre 2011 due ladri cinquantenni sovversivi tentano l’ennesimo furto ma i due anziani si svegliano; nel buio il vecchio prende la doppietta e purtroppo uccide la moglie. Viene accusato, non ci sono prove certe della presenza dei due balordi. Si tratta di Gino, lento insegnante di matematica fra le nuvole, senza moglie né figli, e di Umberto, più basso e agitato, impiegato postale, sposato in chiesa con due figli, entrambi con storie militanti alle spalle. Sono Storie di Pasti Marginali sia il nome del loro commando enogastronomico marchigiano che il titolo del simpatico romanzo noir di Angelo Canaletti (1966). I colpevoli si sanno dal principio ma è il dipanarsi della vicenda (verso un sorprendente epilogo 4 anni dopo) a incuriosire, pur fra inciampi e refusi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/111: Abruzzese

Autore Sandro Abruzzese
Titolo Mezzogiorno padano
Editore Manifestolibri
Anno 2015
Pagine 127
Prezzo 14 euro

Italia, dal Sud al Nord. Negli ultimi anni. L’insegnante Sandro Abruzzese (1978) è nato in Irpinia e vive a Ferrara. Da qualche anno gestisce il bel blog “racconti viandanti” e nel volume Mezzogiorno padano (prefazione di Vito Teti) narra, con pulito acume, storie di donne e uomini dell’Italia meridionale andati o restati.
Sono fili d’erba, lettere alla Terra, percorsi intrecciati (Maria e Marta, Marianna e Ignazio, Vittorio e Carmelina, e così via): fughe e necessità, scelte e occasioni, solitudini e relazioni a seconda dei protagonisti, personaggi reali. Fanno intuire sia il diritto di restare che la libertà di migrare, offrendo un poetico ritratto del nostro paese intero, per episodi, flash, biografie, in cui ogni “origine” ne ha una precedente, un circuito senza dialettiche bipolari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Le gialle di Valerio/96: Bussi

Michel Bussi
Tempo assassino
Edizioni e/o, 2016
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Giallo

Nord Ovest della Corsica; baia di Calvi e penisola della Revellata. Agosto 2016; e 27 anni prima e 27 anni dopo. L’avvocato 42enne Clotilde Clo Idrissi in Baron torna con marito biondo e figlia 15enne nel camping dei Tritoni dove era stata in vacanza nel 1989, lei 15enne con genitori e fratello maggiore. Finalmente! È la prima volta da allora. Quell’estate la loro Renault Fuego rossa precipitò da una curva a strapiombo sul mare, il burrone di venti metri conosciuto come Petra Coda, non si sa come lei era sopravvissuta, orfana, cresciuta dai nonni materni in Normandia. Il padre era il figlio del mitico Cassanu, famiglia antica e potente, proprietario di ottanta ettari incontaminati di natura, gran parte di quella bellissima area. Clo è sempre stata energica ed elegante, bella ed esile, appena 1,48, capelli neri, sorriso sexy; non aveva più rivisto il lato corso della sua identità, soprattutto il nonno di 89 anni e la nonna Lisabetta di 86, lei unica erede in linea diretta. Appena arriva cominciano ad accadere cose strane: riceve una busta con un breve messaggio della madre (ancora viva?) contenente riferimenti e frasi che nessun altro avrebbe potuto conoscere; subisce il furto del portafoglio da una cassaforte che nessuno sconosciuto avrebbe potuto aprire; Orsu il tuttofare del campeggio usa gli strofinacci alternandoli nel secchio proprio come faceva sua madre un tempo e ha un labrador che si chiama come il bastardino che aveva nella casa di Tourny con i suoi; una mattina trova apparecchiata una colazione per quattro identica a quella che facevano in famiglia; scopre sorprendenti evoluzioni e riscopre vecchi amori; e così via. Poi i crimini diventano più violenti e rischia molto.

Il professore di geografia all’università di Rouen e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) pubblica ottimi gialli di successo da una decina d’anni (avendoli cominciati a scrivere ben prima). L’ultimo è ambientato lontano dalla Normandia e dedicato “agli amici dell’adolescenza che durano tutta la vita”, “come se il tempo che passa fosse innocente e siamo noi a sbagliare quando lo accusiamo e lo chiamiamo assassino”. La narrazione sull’oggi è in terza al passato, si alterna con il diario di Clo ragazzina riletto dall’uomo che lo ha requisito e ha deciso di farla pagare a tanti per come erano andate le cose. Il diario inizia il 7 agosto 1989, Clo posa il mazzetto sul parapetto ove precipitarono il 12 agosto 2016, poi tutto prosegue in parallelo fino alla fatidica data del 23 agosto, il tramonto sul Mediterraneo. Il congegno giallo è molto complesso, ben strutturato su due livelli temporali con due diverse schiere di possibili “colpevoli”, un meccanismo investigativo appassionante e originale, se proprio si vuole solo un po’ troppo costruito (per lettori complici). Rimarchevole il numero di significativi coprotagonisti come il gigante disabile barbuto Orsu, mal detto Hagrid, orfano e muto, un lato devastato dalla nascita (occhio fisso, guancia atrofizzata, spalla storta, braccio pendente, gamba rigida) o la magnifica preda predatrice italiana Maria Chiara. Il tema ricorrente è familiare, le impossibili relazioni di coppia. Si capisce molto pure sui delfini e sul santuario dei cetacei di quel biodiverso mare. Canzoni d’epoca (possibilmente in cuffia) e sempiterno gran vino locale Clos Culombu (bianco, rosato, rosso, bollicine).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/32: Storie di Natale

AA. VV.
Storie di Natale
Sellerio, 2016
Traduzione di Maria Nicola per Giménez-Bartlett

Racconti

La vigilia di Natale, o giù di lì. Da più parti. Quel 24 dicembre a Bologna c’era maltempo. Il volo GX5566 delle 18.35 per Palermo fu prima annunciato in ritardo, poi cancellato. Sembravano assenti le condizioni sia per atterrare (l’aeromobile era quello del volo da Madeira) che per decollare (però altri apparecchi arrivavano e partivano); un folto gruppo di viaggiatori, circa centoquaranta persone (verso la Sicilia per i più svariati motivi) restavano in tesa attesa di assistenza, fra notizie e voci di tutti i tipi, ognuno cercando più volte di aggiornare chi attendeva a Palermo. La compagnia stava affannosamente cercando soluzioni alternative. Non la faccio lunga, a molti lettori in movimento sono accaduti episodi analoghi in qualche aeroporto una qualche volta, soli o accompagnati, per turismo o lavoro, andata o ritorno, misti anche per età e nazionalità. Dopo qualche ora furono approntati per la maggior parte dei passeggeri (quelli che preferivano tentare comunque di arrivare in serata) due pullman per Firenze-Peretola, dove l’aeromobile era riuscito ad atterrare. Stava ormai per farsi mezzanotte, iniziò a nevicare. Un autista avvisò chi era a bordo della difficoltà di muoversi; insulti e minacce lo indussero ad avviarsi comunque in autostrada (mentre l’altro pullman andava in un albergo vicino Bologna). Sul tratto appenninico proseguire fu impossibile, la stessa autostrada venne chiusa. Molto tempo dopo seguirono l’arrembaggio in un autogrill spento e altre vicende inenarrabili, tutte da leggere, questa è una storia di natale che è accaduta veramente. O no?
Alla fine del 2016 l’editore Sellerio ha chiesto a sette grandi autori della “scuderia” (perlopiù celeberrimi “giallisti”) di narrare a proprio modo il sacro 25 dicembre. Francesco Recami (Firenze, 1956) esce dalla milanese casa di ringhiera e ambienta il mitico pranzo natalizio in un autogrill circondato dalla neve, isolato da tutto e tutti. È il racconto più comico e divertente (e anche più lungo) di una raccolta interamente godibile, comunque siano andate le feste trascorse. Andrea Camilleri ci racconta del bravissimo pescatore Tridicino Sghembari (nato a Vigàta il 15 maggio 1810) e delle scoperte avvenute in quattro dei suoi natali: il primo incontro con la violenza delle dragunare, la grande conchiglia per la moglie incinta, le due anfore d’archeologia, l’altra conchiglia per la vita. L’esistenza “è come la risacca: un jorno porta a riva un filo d’alga e il jorno appresso se lo ripiglia”. Giosuè Calaciura dei due fratelli Santo e Santino, il primo, più grande, quattordicenne, è un ragazzo speciale. Antonio Manzini interseca a Roma le vicende della comparsa Enzo De Dominicis, precario figurante di film e fiction, 43enne basso e brutto, e dell’ambiziosa collega Monia (o Giada) Breccoli, 25enne bellissima, capelli lunghi e neri, occhi verdi, che lo ha appena lasciato, puntando in alto. Fabio Stassi ci consegna una traversata tempestosa e struggente da Palermo a Ustica, forse quella stessa del vaporetto con a bordo Antonio Gramsci nel dicembre 1926: un musicista in catene (suonava il piano nei cinema durante i film muti) parla al presente e in prima persona (gli altri racconti sono tutti in terza), incarcerato dal fascismo, lui coinvolto per amore nell’attacchinaggio di due manifesti, pensa alla madre, a Lisa, soprattutto a Giuseppe e Maria: “la libertà è un’allucinazione, quando non è un privilegio”. Francesco M. Cataluccio parte da Milano e dall’ufficio di Felice Settembrini presso la casa editrice Pompazzi Barbieri per imbattersi poi in un laboratorio “letterario” di un ristorante greco. Infine, Alicia Giménez-Bartlett illustra nel racconto più breve il curioso incontro a Barcellona fra un padre, pittore separato, dispiaciuto per il mancato arrivo della figlia da Madrid (dove vive con la mamma, sua ex moglie) e una giovane testimone di Geova, magra e incinta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il mercante d’arte di Hitler

Il mercante d’arte di Hitler
di Nicola Kuhn e Meike Hoffman
Newton Compton, 2016

«Svizzera, 2010. Cornelius Gurlitt, cittadino tedesco di 79 anni, sta viaggiando su un treno diretto a Monaco quando viene fermato per un controllo di routine. Agli occhi degli agenti l’uomo non è che un innocuo vecchietto, ma un’ispezione rivela che, cuciti nel risvolto della sua giacca, ci sono ben novemila euro in contanti. Una cifra importante per un pensionato, che porta la polizia ad approfondire le indagini. Si scopre così che nella sua casa di Monaco l’anziano vive come un barbone, nel disordine e nella sporcizia, ma tra scatole vuote di cibo e carte ammucchiate alla rinfusa, nasconde un vero, inestimabile tesoro: più di duemila capolavori di ogni epoca, ufficialmente scomparsi nel bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945. Cornelius afferma di aver ereditato quella fortuna – opere di Canaletto, Picasso, Franz Marc, Matisse, Dürer, Rodin, Kokoschka e moltissimi altri, per un valore stimato di oltre un miliardo di euro – da suo padre, Hildebrand Gurlitt , “mercante d’arte” al servizio del Führer…»
Questo ritrovamento è solo lo scoop finale, o se vogliamo la casuale conclusione della saga dei Gurlitt, di quella incredibile storia di “Il mercante d’arte di Hitler” ricostruita pezzo su pezzo da Meike Hoffmann della Freie Universitaet di Berlino e da Nicola Kuhn del Tagesspiegel nella prima lunga e dettagliata biografia di Hildebrand Gurlitt, l’uomo che, al servizio del Führer, per tanti anni sequestrò e requisì, anche con la forza, le opere d’arte degli artisti ebrei e tutto ciò che il regime chiamava “arte degenerata” perché avversa ai principi del nazionalsocialismo.
Una storia di un momento del nostro passato prossimo in cui prevaricazione, odio e violenza facevano da padroni. Un periodo tragico e di sofferenza per molte popolazioni del mondo. E di sfrenata corsa al potere per chi stava al comando. Un libro storico da leggere e meditare. Spulciando attentamente negli archivi del Terzo Reich, Meike Hoffmann e Nicola Kuhn hanno ricostruito l’incredibile “carriera” di uno spregiudicato curatore di mostre che, cavalcando l’onda del nazismo, riuscì a diventare uno dei collaboratori più stretti di Hitler e uno dei principali mercanti d’arte nei territori occupati.
La polizia doganale, con un’indagine fatta quasi pro forma, scoprì che Cornelius Gurlitt, lo stravagante vecchietto, non presentava la denuncia dei redditi ma viveva nel bel quartiere di Schwabing, a Monaco. L’appartamento, arredato con mobili fatiscenti, era sporco da fare schifo, traboccava di carte e spazzatura, ma appesi alle pareti e accatastati negli angoli c’erano centinaia di quadri. E che quadri, capolavori di ogni epoca! Un tesoro quasi inestimabile, scomparso dal 13 febbraio del 1945. Un tesoro che si pensava distrutto nel terribile bombardamento di Dresda. E invece quell’incredibile patrimonio d’arte è là, intatto. Sono oltre 1.400 dipinti di Canaletto, Picasso, Franz Marc, Matisse, Duerer, Kokoschka o Rodin. Altre migliaia di opere verranno ricuperate a Salisburgo in una seconda casa di Gurlitt. Per un valore che supera largamente il miliardo. Sono opere, però, di origine criminosa, che l’uomo ha ereditato da suo padre, Hildebrand Gurlitt e che da decenni, per vivere, ha smerciato sul mercato nero.
Hildebrand Gurlitt era uno dei quattro specialisti incaricati da Hitler di confiscare in Germania opere d’arte dette “degenerate”, sia perché non rappresentative dello stile nazista, sia perché dipinte da ebrei. Queste opere venivano o rivendute a musei e collezionisti esteri (in valuta pregiata) o scambiate con altre più grate al regime. Hildebrand Gurlitt in particolare aveva il compito di acquisire capolavori per il “Museo del Führer” di Linz.
Hildebrand Gurlitt, nato in una famiglia colta di artisti e intellettuali di Dresda, una nonna ebrea, aveva incominciato la sua carriera come esperto d’arte al Koenig – Albert – Museum di Zwickau, dove alla fine degli anni Venti collezionava con entusiasmo opere delle avanguardie germaniche, quadri di Max Pechstein, Ernst Ludwig Kirchner, Oskar Kokoschka. Ma quando, all’inizio degli anni Trenta, cominciò la cupa propaganda nazista a binario unico, Gurlitt fu licenziato. Passato poco dopo alla direzione di un Museo di Amburgo, continuò a raccogliere tele degli espressionisti e di artisti ebrei. Però quando il primo maggio del 1933, mentre le camicie brune sfilavano per la città anseatica, rifiutò di issare la bandiera nazista, si trovò contro il partito e a luglio dovette lasciare l’incarico. A quel punto si mise in proprio lavorando come mercante d’arte, come curatore di mostre, poi all’improvviso si convertì al nazismo.
«Come mai uno spirito critico, un entusiasta delle avanguardie — si sono chieste le autrici della biografia — ne diventa improvvisamente il liquidatore, si trasforma da vittima in carnefice?». Inspiegabile? No! forse non tanto, ricordiamoci che allora per vivere in una Germania nazista, non allineati e con un quarto di sangue ebreo poteva essere molto, ma molto pericoloso.
Di là, l’incondizionato appoggio del Füher, la sua grande ascesa verso il successo e, dopo, l’opportunità di assecondare la sua incontrollabile smania di possesso, impadronendosi di un’inestimabile raccolta di opere.
Alla disfatta tedesca poi, nel dopo guerra, riuscì rocambolescamente a sfuggire tra le maglie degli inquisitori alleati e tenere per sé e occultare quella che ormai era diventata la “sua” collezione privata.
Avrà dominato in lui la maniacale follia di certi collezionisti per i quali conta soltanto il possesso e non l’esibizione dell’opera? Probabile e comunque è certo che Hildebrand Gurlitt non ha mai pensato di rendere qualcosa ai legittimi proprietari, alle loro famiglie o agli eredi. E non deve aver mai provato rimorso per le sue scelte, tanto che nel 1956, prima di morire, fece promettere al figlio di tacere per sempre.
Cornelius Gurlitt è morto nel 2014. La sua volontà era di donare la collezione paterna al Museo di Berna, ma tante di quelle tele illegalmente sequestrate forse potrebbero ancora essere restituite…

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Le varie di Valerio/31: Boncinelli e Giorello

Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello
L’incanto e il disinganno: Leopardi
Guanda, 2016
Scienza

Recanati, Italia. 1798 – 1837. Quella di Leopardi è una filosofia autentica, vissuta sofferta cantata articolata. Nei Canti, nei Pensieri, nello Zibaldone, nelle Operette Morali mostra una chiara (malinconica) visione della realtà: il mondo non è stato creato apposta per la specie umana, la natura si guarda bene dal mantenere le promesse che noi intuiamo e per le quali ci illudiamo, l’essere umano gode del (discutibile) privilegio del tedio o disagio esistenziale. Pur essendo vissuto prima di Darwin e delle sue ottime osservazioni e considerazioni biologiche, Leopardi insistette con acume razionale, sensoriale e poetico sul fatto che siamo solo una delle tante specie viventi in “natura”, comprimari dunque e inevitabilmente “traditi” dal vivere, chiamando spesso “male” solo ciò che non corrisponde alle aspettative individuali, via via più consapevoli dopo le nebbie mentali dell’infanzia in cui tutto pare gradevole e ragionevole (non ovunque, non per tutti). Fu capace di affrontare con lucidità e poesia coerenti il rapporto fra materia e spirito, la problematica del tempo, la sorpresa della parola e l’arte della fuga. E amò molto la scienza e la laica coscienza della propria finitezza. Risale al 1813 l’autografo (non era ancora quindicenne) della mirabile Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXI, “la più sublime, la più nobile fra le Fisiche scienze”, in cui esaminò rigorosamente anche i calendari del matematico Gaio Giulio Cesare e poi del pontefice Gregorio XIII; e trattò credenze e scoperte, teorie e personalità (da Platone a Tolomeo, da Copernico a Galileo, da Cartesio a Newton) poi ricorrenti in tutti i suoi scritti, dando abbrivio a quel noto scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa. E senza negarsi l’infinita gioiosa possibilità come unica, struggente, indomita necessità.

I milanesi Edoardo Boncinelli (Rodi, 1941, genetista) e Giulio Giorello (Milano, 1945, epistemologo) sono due grandi intellettuali europei, già capaci di dialogare e scrivere insieme. Alla vigilia degli anniversari leopardiani (180° dalla morte e 220° dalla nascita) consegnano alle stampe un interessante volume con due saggi scritti nello stile dei loro frequenti contributi su riviste e inserti culturali: “L’uomo e la natura. Leopardi e la filosofia” lo scienziato, “Desiderio d’infinito. Leopardi e la scienza” il filosofo della scienza. Nessuna pedante trattazione sistematica, con note e rassegne critiche degli studi; piuttosto una colta scrittura agile e gradevole, narrazione chiara e pungente (non l’inizio del secondo saggio), lunghe stimolanti citazioni di Leopardi, insomma una reinterpretazione originale del favoloso giovane recanatese, densa di riferimenti ai temi filosofici e scientifici di cui si parla oggi, sottolineando la “tendenza malinconica”, antidialettica. Non del tutto convincenti sono semmai le scelte dei due studiosi “agganciati”: Luporini per la filosofia (negativamente), Timpanaro per la scienza (positivamente). È buono e giusto sbeffeggiare i progressisti “razionalizzanti”, tuttavia nel 1947 si usciva da fascismo e guerra, si doveva superare la lettura calligrafica crociana di Leopardi e ci si doveva confrontare con le spiegazioni “romantiche”, molto e molti altri andrebbero criticati, tanta acqua è poi passata sotto i ponti. È buono e giusto osannare lo straordinario filologo marxista (fiorentino d’adozione), tuttavia il rigore critico spesso si accompagnava a una prospettiva militante che giunse a definire Leopardi “verde” ai primi tempi dei “Grünen” tedeschi. Del resto, Luporini e Timpanaro (e Binni) vengono spesso trattati all’interno di un unitario nuovo corso della critica leopardiana, tanti decenni fa. Poi molto si è ragionato sugli aspetti filosofici e scientifici. Boncinelli e Giorello aggiungono qualcosa di utile, anche nel dialogo che chiude il volume, “oltre il poeta romantico”, natura ironia e sentimenti come strumenti di conoscenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)