La Debicke e… La promessa del tramonto

La promessa del tramonto
di Nicoletta Sipos
Garzanti, 2016

Tanto di cappello a Nicoletta Sipos, non è facile romanzare qualcosa che fa parte della propria vita, mettere sulla carta sentimenti, impulsi, affetti e riflessioni che appartengono a un diario privato, e riuscire a renderlo vivo, avvincente e intrigante per il lettore, costringendolo a bruciare le pagine.
Tibor e Sara, i protagonisti di La promessa del tramonto, non provengono dalla fantasia dell’autrice, perché sono i suoi genitori. Tutto o quasi tutto è vero, frutto di ricordi diretti o riportati quindi, anche se Sipos ha dichiarato di aver interpretato e romanzato talvolta qualche buco nero.
Fa piacere di riscoprire oggi, in questi tempi così diversi, difficili e in cui l’etica troppo spesso cambia strada, la tangibile realtà di una bella storia d’amore.
Una storia in cui miracolosamente la speranza ha vinto sull’odio. Una storia in cui l’amore ha vinto sui pregiudizi. Niente è riuscito a spezzare un legame che non accettava confini. Una storia in cui una promessa ha vinto sul destino. Perché era stato proprio il filo rosso del destino a farli incontrare e a legare per sempre i due protagonisti.
Un viaggio da incubo, per chi è rinchiuso con due donne e un poppante in un nascondiglio stretto e buio di una piccola nave da carico che risale verso Vienna le acque del Danubio sconvolto dalla tempesta e dalla piena, serve da leitmotiv a Tibor Schwartz, medico di etnia ebrea, in fuga dagli eccessi del regime stalinista in Ungheria, per riassumere le vicende sue e della sua famiglia.
Tibor Schwartz trova la forza per resistere, nel continuare a pensare, nel ricordare, e nel martellarsi nella mente che l’amore come un talismano è in grado superare ogni ostacolo. Ci vuole credere e si attacca tenacemente a questa speranza.
La sua vita è stata fatta solo di fughe: prima dalle leggi razziali dell’Italia fascista, poi dai campi di lavoro riservati agli ebrei ungheresi nella seconda guerra mondiale. E ora dall’odio strisciante, dal ghetto morale e intellettuale dell’Ungheria nel 1951, in cui imperversa la dittatura. Un barbaro regime inaccettabile per un uomo come lui, la cui unica colpa è sempre stata solo il voler vivere secondo i suoi principi.
E adesso, mentre il vascello che dovrebbe portarlo verso la libertà avanza a fatica, l’unico bagliore che rischiara il suo cammino è pensare a lei, a sua moglie, a Sara e ai loro figli, Nives e Mathias. Pensare a lei e a loro che sono tutto per lui e che lo aspettano, già salvi, al sicuro in Italia.
La barbara e folle persecuzione razziale, i parenti di Sara e gli orrori della guerra hanno provato a dividerli. Ma finora nessuno ci è riuscito e ora Tibor Schwartz sta andando a raggiungere i suoi cari, la sua famiglia, anche a costo della vita e mira a costruire per loro tutti un futuro migliore.
Perché Tibor e Sara si sono scambiati una promessa: la promessa di rivedersi e ritrovare, nonostante tutto, la felicità. Si sono battuti insieme, sfidando la violenza e il terrore. Hanno affrontato giorni di angoscia e notti infinite sotto i bombardamenti, senza mai demordere, senza mai rinunciare al loro coraggio e alla loro dignità. E finche saranno una cosa sola, nessuno potrà rubarglieli.
Hanno lottato sempre, fino allo stremo anche quando tutto sembrava perduto, perché quando si è in due, tutto può diventare possibile.
Un romanzo che sa commuovere e con una marcia in più regalata anche da certi particolari della storia vissuta dalla coppia prima e durante la seconda guerra mondiale e da quanto accadde in quegli anni sia in Ungheria che in Italia. Solo qualche volta il tono si fa più prudente, più distaccato, quasi l’autrice avesse paura di mettere troppo pathos o di personalizzare troppo la narrazione abbandonandosi alla tensione emotiva.
Apprezzo la puntuale e rigorosa attenzione dedicata ai fatti di costume, cultura, politica e approvo la sua scelta di cedere la parola nella parte finale ai giornali e a chi visse direttamente le vicende di allora.
Un plauso alla redazione per aver introdotto la significativa intervista conclusiva a Nicoletta Sipos.

Le brevi di Valerio/126: Il denaro

Autore Émile Zola
Titolo Il denaro
Editore Sellerio
Traduzione e cura di Fabio Grassi
Anno 2017

Borsa di Parigi. 1864-67. Il romanzo di Émile Zola è ispirato a una storia vera svoltasi nel 1882 e fu scritto nel 1890, prima edizione italiana nel 1900 (poi seconda nel 1996). La traduzione del titolo è letterale, Il denaro, peraltro l’originale francese, L’argent, significa ironicamente anche argento e ha, dunque, un doppio senso di partenza. Siamo nella Francia del Secondo Impero. Aristide Saccard, piccolo spietato uomo dalle grandi eroiche ambizioni, immagina una Banca Universale e accende un fuoco speculativo, il noto circolo vizioso di euforia e panico, continue capitalizzazioni e crolli, dinamiche collettive e deviazioni personali, deviazioni collettive e conflitti personali (in cui si mescolano anche pubblico e privato), pulsioni e inquietudini che in parte vediamo ancor oggi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le gialle di Valerio/101: Federica Fantozzi

Federica Fantozzi
Il logista
Marsilio, 2017

Roma (e Londra). Gennaio 2016. Il trentenne Tancredi D’Amico, seduttore alto e possente, occhi verdi e capelli neri (ora rasato), torna a Roma dopo tanto tempo (ormai vive e lavora nella capitale inglese) e incontra per caso Amalia Pinter. Siamo pochi giorni dopo la pianificata malvagia Strage di Capodanno (come davvero a Istanbul l’anno dopo) in un resort a cinque stelle delle Maldive, 32 terroristi su 4 Zodiac fuggiti poi con due idrovolanti, 43 vittime fra cui 2 italiani, accanto al corpo di un regista un fazzoletto di seta nera con disegnato uno scorpione dorato. Siamo pochi giorni prima di Roma –Juventus, anticipo domenicale delle 13 fra le prime due del campionato, finirà 1 a 1, Dybala e Salah (non nella realtà storica, solo e motivatamente nel romanzo). Tanchi e Ami erano stati insieme, un flirt tardo estivo alla fine del primo anno di università (Economia e Commercio, poi lei aveva virato su Giurisprudenza e sui fotoreportage). Ora Amalia, 61 kg per 1,65, capelli scuri e lisci a caschetto, fossette sulle guance e naso sottile, fa la giornalista (convivendo con la testuggine Rododendra), cronaca nera e giudiziaria per il quotidiano “Vero investigatore”, tutto un programma. Il brusco Capo chiama, c’è un caso urgente, hanno identificato i corpi delle vittime italiane, Ami si fionda in motorino al loro appartamento e Tanchi l’accompagna, si barcamenano con bugie e ritrovata sintonia adottando pure il botolo nero dei padroni morti, un cane simile a un procione, poi si danno appuntamento per cena da lui a Piazza di Spagna. Quando (tardi) arriva, lo trova morto, sembra un suicidio, però c’è qualcosa che non quadra, lei scappa, al funerale conosce amici e la splendida algida moglie di Tanchi; un po’ per lavoro, un po’ per passione, un po’ per curiosità si trova coinvolta in una grande avventura.

L’avvocatessa e nota brava giornalista Federica Fantozzi (Roma, 1968) aveva pubblicato un paio di buoni romanzi oltre 15 anni fa e decide di tornare sull’antica scena del delitto con un giallo immerso nella violenza terroristica contemporanea, in terza quasi fissa al passato sulla collega protagonista. Prende spunto e titolo da un’antica e modernissima professione, ricercata dal mercato e molto ben remunerata, particolarmente utile agli inviati di guerra e ai criminali: logista è chi si prende cura del soggiorno all’estero di un cliente, dal benvenuto all’arrivederci, qualunque sia il motivo della trasferta, si tratta di logistica applicata a servizi anziché prodotti, che diventa vera e propria security, sicurezza dai pericoli presenti in tanti paesi del mondo, talvolta logistica di guerra. Tancredi era divenuto un imbattibile professionista del settore, Amalia se ne sorprende via via che scopre paure e inganni, ricatti e tradimenti, cos’altro bolle in pentola. La firma dello Scorpione ricorre più volte, pare che ora abbia preso di mira lei, pur aiutata dall’amico agente della Mobile Alfredo Pani, capelli rossi, più giovane e mingherlino, ora collaboratore di Claudio Polimeni, dirigente responsabile della Direzione Centrale Anticrimine e capo della Brigata antiterrorismo. Sarà una lotta all’ultimo sangue fra aquile e falchi. Roma appare nelle sue svariate facce, molto Ponte Milvio e dintorni. Durante la vacanza lussuosa i due bevevano Merlot. La frase iniziale di Bruce Springsteen allude alla solitudine.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/125: “E vissero… sconfitti e vincenti”

Autori Ardemagni, Bragagna, Elisabetta Bucciarelli, Carotenuto, Ronzulli e altri
Titolo E vissero… sconfitti e vincenti
Editore Pindaro Overtime
Anno 2017

Da molti anni si svolge a Macerata un originale seguitissimo festival dell’etica sportiva: imprese dei campioni e vicende dei grandi sconfitti, romanzi sullo sport, convegni a 360 gradi, protagonisti che narrano la propria e altrui etica sportiva, esibizioni, concerti, aperitivi e iniziative a tema. Lo sport (accessibile a tutti) diventa chiave di lettura dei processi di socialità, costruzione di scambi interculturali, luogo della memoria pubblica nazionale. L’edizione 2016 fu segnata dalle terribili scosse di terremoto nell’ampio cratere dell’Appennino centrale, così gli organizzatori chiesero agli amici, scrittori e giornalisti, brevi testi per un volume di solidarietà con la popolazione di Castelsantangelo sul Nera. Eccolo: E vissero… sconfitti e vincenti, venti storie aneddoti fantasie di sport, un piccolo bel gesto. Prefazione di Bebe Vio. La prossima (settima) edizione (4/8 ottobre 2017) sarà dedicata a campioni e gregari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le Lunghine di Fabio Lotti: Personaggi (I)

Breve excursus su alcuni personaggi particolari.
Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.
Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.
Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.
Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.
È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.
È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.
Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).
Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme.

Passo, poi, a Billy Lafitte, creatura di Anthony Neil Smith in Yellow Medicine, Meridiano Zero 2011.
Si parte dal presente. Billy, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine, è in galera accusato dal federale Rome di un accordo con dei terroristi islamici. Primi spunti di vita. Nato e cresciuto nel profondo Sud, più precisamente nel Golfo del Mississippi, poi trasferitosi in Minnesota dopo l’uragano Katrina che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia, moglie e due figli. Lo sapremo più avanti ma possiamo dirlo ora. Durante il terribile uragano si appropria di parte del carico per le migliaia di persone senza tetto. Ergo perde il posto, tanti quattrini e la moglie, cristiana evangelica osservante che non perdona il suo comportamento ma lo aiuta a trovare un altro lavoro. Interrogatorio di Rome duro, reazione con urla e minacce, pistola elettrica che fa il suo effetto.
Si passa alle tre settimane precedenti l’arresto. Metà marzo, la ragazzina Drew (che si era scopata come molte altre) ha bisogno di aiuto, cioè di ritrovare Jan, l’attuale fidanzato spacciatore di metanfetamina. Da qui inizia la sua avventura.
Non facciamola lunga e fermiamoci sul nostro Billy. Qualche spunto lo troviamo: trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno.
Casa sul fiume, un etto e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist (la band di Drew) e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. È duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro e qualche dottore ubriaco ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio, la religione non c’entra niente, si tratta solo di egoismo.
C’è, come dire, una certa enfatizzazione, volontaria o involontaria, di Billy e di tutta la vicenda. Il tutto stiracchiato per le lunghe (cinquanta pagine di troppo?) con il nostro risoluto a farci credere che è uno spaccone violento, un gran figlio di puttana che cerca la pace per fare i cazzi suoi e pure dal cuore d’oro per Drew e la famiglia, ma non ci riesce. E neppure il destino lo ripaga di un suicidio abortito due volte che gli avrebbe dato un minimo di dignità e credibilità come antieroe.

Terzo incontro con Jack Ryan ne Lo sconosciuto n. 89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011. Trentasei anni, una serie infinita di lavori: polizze assicurative, auto, operaio edile e autotrasportatore, sindacalista, catena di montaggio alla Chevrolet, commesso a Troy, da giovane furti nelle abitazioni, finito dentro una volta per aggressione. Alla fine consegna di atti giudiziari su consiglio dell’amico agente di polizia Dick Speed. Lavoro giusto. Paziente e abile nel rintracciare i destinatari, si sente padrone di se stesso, ormai è entrato nel giro, anche se non gli piacciono gli sfratti e i pignoramenti. Lavoro giusto, per lui, e pericoloso. Minacce continue e insomma bisogna stare all’erta. Meglio avere vicino una pistola.
Vive in un bilocale di un condominio a Royal Oak, una Pontiac Catalina due porte a sostituire la Cougar, sposato con “una ragazza tranquilla” che poi diventa una “zuccona sempre pronta a trovare il pelo nell’uovo”. Ergo divorzio e frequentazione con Rita, la segretaria di uno studio legale.
Da Jay Walt (capelli luccicanti di lacca) e poi da Mr Perez “tanto cordiale e amichevole” (quindi infido) il compito di ritrovare, con bei dollaroni sonanti, un certo Robert Leary jr, un azionista che possiede quote di una società senza saperlo.
Piccolo problema: il suddetto Robert è un delinquente, praticamente una carriera da assassino psicopatico. E non è il solo a cercarlo, lo vuole trovare anche Virgil, cappello a coprirgli leggermente l’occhio sinistro, baffoni da brigante, occhiali da sole, che ha un conto in sospeso con lui. Ad aiutare nell’impresa il nostro Jack Ryan il già citato Dick Speed, “un metro e ottantatre per novantacinque chili”, capelli su capelli, collanine strette e Levi’s attillati e scoloriti, in servizio presso la Criminal Investigation Division.
Tutto si complica con l’uccisione di Robert (all’obitorio lo Sconosciuto n. 89) e l’entrata in gioco della moglie alcolizzata Denise, meglio conosciuta come Lee, depositaria delle azioni, presa di mira da Perez che vuole fregarla. Qui il cambiamento del nostro Ryan, anch’egli con una storia di alcolismo alle spalle, ora ricaduto in depressione. Bloody Mary, bourbon, vodka, birra, ritorno tra gli Alcolisti anonimi, incontro con Denise, il desiderio di toccarla, di starle vicino, di proteggerla “E la dolce, sorridente espressione di quegli occhi” che gli restano nel cuore. Affettuoso, premuroso, innamorato. Cinque giorni in Florida e poi insieme “Fecero l’amore con il sorriso sulle labbra”. E qui il miracolo. Ryan c’è e non c’è, ad un tratto sembra sparire, perdere peso e consistenza. Sembra quasi ondeggiare, levitare nell’aria. Solo il suo pensiero è vivo, concreto e fisso. Difendere il suo amore e fregare Perez. A qualunque costo, anche di perdere la vita tra le pistolettate di un ex galeotto.
Leonard, l’ho già scritto ma lo ripeto, è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti.
La storia si sviluppa, si complica, si gonfia quasi per partenogenesi, uno scorrere naturale degli avvenimenti con Ryan al centro della vicenda insieme a Lee, ai suoi dubbi e ai suoi tormenti. Una vita da balordo che può essere riscattata dedicandosi, finalmente, ad una “persona”, a qualcuno che ama e che può salvare. Con l’astuzia, la forza, i nervi d’acciaio, schivando i pericoli che incombono su entrambi.
Una storia di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

Attraverso Fuego di Marilù Oliva, elliot 2011, si fa la conoscenza di Elisa Guerra, la Guerrera.
Vado un po’ a braccio senza guardare troppo al sottile e ad un discorso articolato. Bologna “selciato in fiamme”. Elisa Guerra, la Guerrera, portatrice di pizze a lavorare per Atef “pakistano lungimirante” con famiglia numerosetta a carico nel paese natio. A tempo perso (le vanno tutte male) giornalista pubblicista, studia criminologia, in lotta continua per un posto di lavoro sente “dileguarsi le speranze nel futuro”. A mente la “Divina Commedia” sotto la sferza della prozia Fausta Zenzero ma ora “salsa, rum e niente divieti”. Caporeista, si dedica con molto impegno a questa disciplina che è un’arte marziale, via con una Peugeot 205 opaca tendente al grigiastro, in media un pasto al giorno e un piccolo sacchetto di patatine fritte. Tutta tesa a portare avanti il progetto del suo giornalino “Fuego” che le dà grande slancio vitale in un momento di depressione. Sua amica Catalina, magrissima e rossa di capelli, legge il futuro con i tarocchi, tiene una agenzia matrimoniale “Tu mi turbi” (tutto un programma) e si innamora di un pompiere (non scherzo).
Attorno a lei un piromane che brucia in qua e là (ecco il perché del pompiere) e becca pure il suo scooter, trovato poi morto per schiacciamento del torace e il burundanga in corpo che fa venire le allucinazioni, lo scontro con una donna travestita da uomo (spiegazione così e così), tutto il mondo latino con i balli, la salsa e i loro incredibili attori: il Chupa Chupa (che male alle unghie!), El Tigron, il subordinato El Pony geloso da morire, El Divino insegnante insigne di salsa, la Princesa bella da morire, El Electrico con il quale avrà un’avventura, il ritorno di una vecchia fiamma come il cantante Roelvis. E insomma amori, passioni, invidie, gelosie e tutte le inquietudini dell’animo umano.
Incontro con l’ispettore Basilica “profilo di Ligabue e accortezza di uomo di mare”, matrimonio in crisi più imposto che voluto, attratto da Elisa “Piccolina, scura, sembra una reginetta egizia senza frangia… pelle olivastra, bocca carnosa, iridi nerissime”, tacchi da capogiro, fremiti stuzzicarelli tra i due con momento di forte sensualità che si espande per tutto il racconto.
Intervista andata a male con uno scrittore semi arrivato pomposetto che la fa lunga e se la tira parecchio (chi potrebbe essere?), il maschilismo che impera tremendo pure nel Duemila (da discutere). Un sogno, o meglio un incubo di Elisa, la prozia, la fuga, la levitazione, il fuoco, la madre morta impiccata, Brevi squarci sui miti relativi al fuoco di varie popolazioni, balli su balli, un altro morto ucciso con la gola falciata, il culto sciamanico.
Al centro di questa vicenda, esposta in maniera volutamente singhiozzata, la Guerrera con le citazioni di Dante, la voglia di riuscire, la speranza, la delusione, la passione e l’amore, il suo rapporto particolare con Basilica. Magari un po’ in disparte, più osservatrice che attrice. Un personaggio al di fuori dei canoni tradizionali in un mondo latino americano con le sue regole e i suoi modi di vita, e un personaggio di una attualità sconcertante alle prese con i problemi assillanti di ogni giorno. Che non si ferma e non si abbatte. Che lotta, come una guerriera, appunto. Come dovranno fare i nostri giovani per trovare almeno un segno di conforto e di speranza al loro futuro. Incrociamo le dita.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… La stagione dei tradimenti

La stagione dei tradimenti
di Philippe Georget
e/o, 2017

Variazioni sull’adulterio e altri peccati veniali, un sottotitolo che ben introduce l’atmosfera di questa godibile storia a tinte fosche, fatta di luci e ombre con misurata venatura umoristica. Insomma un giallo/noir insolito con tutte le indagini focalizzate intorno a casi legati soprattutto ad adulteri, femminili, messi in luce in questa nuova era epocale di parità e libertà tra sessi.
Per il suo quinto romanzo, Philippe Georget riprende il filone delle indagini di Gilles Sebag, padre e marito esemplare, tenente di polizia a Perpignan. Torna dunque il geniale e intuitivo tenente Sebag, che abbiamo già conosciuto e apprezzato in D’estate i gatti si annoiano, ma che stavolta, varcando malauguratamente la sua “linea rossa”, legge di nascosto due SMS nel cellulare della moglie, scoprendo che l’ha tradito. Dopo lunghi mesi di fastidioso crogiolarsi nei dubbi, davanti ai suoi occhi la verità: la triste, scomoda e schiacciante verità. Claire non nega di averlo tradito qualche mese prima, ma è stata solo una breve sbandata senza importanza. Ora tutto è finito e giura di amare solo e soltanto lui.
Ma come e a cosa credere? La placida serenità del suo mondo sembra andare in pezzi! Siamo alla vigilia di Natale, Capodanno è vicino, sarà un periodo festivo duro per Gilles Sebag, e i familiari lieti ricordi degli anni passati che paiono solo rafforzare l’amaro in bocca, non serviranno certo a migliorare le cose.
Con il suo stile scorrevole e magistrale che maneggia una trama delicata e complessa affogata in un’atmosfera intrigante, Philippe Georget ci immerge nella storia coinvolgendoci e rosolandoci a puntino.
Intanto il povero Sebag, tra magone, alcol, sigarette a gogo e insonnia, cerca di superare la sua dolorosa prova e si ammazza in massacranti turni di lavoro per dimenticare preoccupazioni e dolori. Ma per lui il destino ha deciso altrimenti perché invece si trova inesorabilmente costretto a confrontarsi e a indagare su drammatici casi di “corna”: una donna uccisa in un hotel, un depresso che si butta dalla finestra, un uomo tradito che minaccia di far saltare in aria un intero quartiere… con i suoi “personali demoni” che gli ballano in testa, mentre i colleghi ignorano o fingono di ignorare le sue pene.
Eh già, perché per quella invernale fine d’anno, l’abituale delinquenza di Perpignan, legata al traffico di droga e sigarette dalla Spagna, sonnecchia e ha ceduto il passo a un’inesplicabile epidemia di adulteri che finiscono in tragedia.
Epidemia criminosa, certo, perché dietro c’è un misterioso e vendicativo corvo, the eye, assetato di sangue, che informa i mariti ingannati delle scappate delle mogli e accompagna le sue rivelazioni con foto compromettenti. Riuscirà anche stavolta Sebag a buttarsi dietro le spalle i problemi personali e a sbrogliare il caso?
Personaggi azzeccati, sano pragmatismo, dialoghi da manuale e ben misurate storie d’amore, con inevitabilmente il bello e il brutto. Tutto quanto contribuisce alla piacevolezza della lettura di questo romanzo.
E per finire non dimentichiamo che Philippe Georget è soprattutto uno scrittore di thriller, stavolta va oltre e gioca bene le sue carte, sviscerando anche psicologicamente con acume e comprensione le sue “variazioni sull’adulterio e altri peccati veniali”.

Philippe Georget è nato a Épinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisione per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper con la moglie e i tre figli, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Giordania, Libia e altri paesi. Con D’estate i gatti si annoiano, suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2012 dalle edizioni e/o, ha vinto nel 2011 il Prix SNCF du Polar e il Prix du Premier Roman Policier de la ville de Lens. Le edizioni e/o hanno pubblicato anche In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’aquilone.

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Le brevi di Valerio/124: Luigi Pintor

Autore Luigi Pintor
Titolo La dignità dell’uomo
Editore Ediesse
Anno 2015
Pagine 246

Roma, 18 settembre 1925 – 17 maggio 2003. Luigi Pintor, famiglia antifascista della piccola nobiltà, trascorse infanzia e prima adolescenza in Sardegna, rientrò a Roma nel 1940 e tre anni dopo perse il fratello maggiore Giaime nella guerra partigiana. Partecipò lui stesso alla Resistenza, finita la guerra entrò all’Unità divenendo via via uno dei più grandi giornalisti italiani (ironici, colti, celebri i suoi corsivi), scrittore esemplare, anche deputato della Sinistra Indipendente.
Il volume La dignità dell’uomo, curato dal giornalista sardo Jacopo Onnis, dopo nota bio-bibliografica e introduzione, raccoglie 29 testimonianze di amici, colleghi, allievi, personalità della cultura italiana (da Luciana Castellina a Ingrao, da Reichlin a Rossana Rossanda, da Asor Rosa a Guglielmi, da Novelli a Rodotà) e una ventina di suoi scritti e discorsi (tutti sul Manifesto quotidiano, dal primo nel 1971 all’ultimo nel 2003, eccetto un intervento alla Camera nel 1989).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/123: Giorgio Pagano

Autore Giorgio Pagano
Titolo São Tomé e Principe. Diario do Centro do mundo
Editore Edizioni Cinque Terre
Anno 2016

Africa. Da sempre e ancora. Le specie umane provengono tutte da lì, eppure quel continente “primordiale” è entrato per la prima volta nell’economia-mondo mediante la migrazione coatta di manodopera schiavile verso le Americhe e il Medio Oriente, poi con il colonialismo degli ultimi due secoli. Ora siamo al primo e secondo tempo dell’indipendenza di molti suoi Stati, l’Africa può e deve trovare dentro di sé i mezzi e gli itinerari per salvarsi.
Giorgio Pagano (La Spezia, 1954) collabora con enti locali e ong su progetti di cooperazione decentrata. Forte di una ricca esperienza e cultura, con il bel volume di suoi testi (in parte articoli pubblicati su quotidiani) e fotografie São Tomé e Principe. Diario do Centro do mundo prende spunto dal piano integrato di Sviluppo sostenibile e inclusivo del Distretto di Lemba nella Repubblica di São Tomé e Principe (Alisei Ong) per riflettere sulla “nostra” Africa. Prefazione di Gian Paolo Calchi Novati.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/100: Francesco Recami

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Francesco Recami
Commedia nera n. 1
Sellerio, 2017
Noir

Una città del Nord a circa 300 chilometri d’auto da Genova. Quando Antonio Maria Cotroneo telefona al Centro Antiviolenza la donna che risponde non lo prende nemmeno in considerazione, le pare un’autodenuncia quel quadro di maltrattamenti cui lui accenna. Sarebbe il primo caso segnalato di un uomo che subisce violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica dalla moglie. Lui non fa in tempo a spiegare, spegne il telefono rubato e cerca di disfarsene. È terrorizzato. La moglie controlla completamente la sua vita, non ha più conoscenti, amici, parenti. Tonino era stato un bravo maestro di taglio e cucito, aveva sospeso gli studi di Giurisprudenza ed ereditato l’ottima sartoria per uomo quando il padre era morto per arresto cardiaco. All’università aveva conosciuto la splendida, avvenente, formosissima e alta (venti centimetri più di lui) Maria Antonietta Salvatores, ne era stato soggiogato. Lei lo chiamava Pupo e rifiutava rapporti sessuali prematrimoniali. Si sposarono, lui gestiva l’atelier, lei divenne commissario di polizia. Emerse presto un problema: la moglie si mostrò sessualmente insaziabile, sempre pronta, più volte al giorno, ad accogliere nel suo seno quel marito di piccole dimensioni generali e a urlare prima degli orgasmi: “vola via tempesta, non turbar molesta, del piccin la nanna…”. Lui non regge i ritmi (né arriva il figlio a salvare la coppia), s’incupisce, soffre sempre più di claustrofobia, ha una scappatella con un’impiegata (solo 19 brevi rapporti sessuali in 6 mesi), lei lo scopre e lo rinchiude in una minuscola cella di rigore con musica a tutto volume. Ne esce davvero malato, diagnosi di patologia fobica grave, deve restare a casa a cucinare, pulire, rammendare; la moglie si porta nel letto agenti che la soddisfino mentre fuori fa carriera. Antonio Maria proverà di tutto e di più per uscirne, un po’ come il coyote che insegue forsennatamente Beep-Beep.

Completata l’opera dei sei romanzi sulla milanese casa di ringhiera (2011 – 2016) l’ottimo scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956) inizia una nuova serie di favole (incubi) noir, all’inizio come a tentoni, via via più sciolto e coerente, in terza fissa sul resistente maschio. La struttura è una parodia umana dei duelli animali a fumetti (citati in più occasioni nei pensieri del protagonista, che si identifica), non solo Wile E. Coyote contro lo struzzo velocissimo, anche l’affamato gatto Silvestro contro il furbo canarino Titi, lo schema consueto del più forte in vario modo beffato nella cattura del più debole, dove però qui il sesso forte è predato, manipolato, torturato. Nonostante tutto, finiamo per stare dalla sua parte, l’insulso Antonio Maria subisce angherie verbali, farmaci annichilenti, punture e tatuaggi di prova, comunque mantiene vertici d’immaginazione e tenta ogni strada per fuggire: ardite evasioni, omicidi perfetti, suicidi spericolati, più volte, in ogni modo possibile viste le condizioni date di prigionia. E, come nei fumetti, basta talvolta un piccolo accidente del caso per fallire, non per farlo demordere. Siamo in piena ironica drammaturgia: pochi personaggi sulla scena (pur se di delitti e criminali son pieni i racconti della moglie a tavola), quasi tutto si svolge nei locali dell’appartamento “di classe” dei due (o sul terrazzino, nell’annessa corte sigillata, sulla terrazza-stenditoio condominiale), con brevi cronache diversive in ambulanza o in clinica. E innumerevoli dialoghi di potere. Moscato d’Asti quando arrivano i parenti della moglie; quel pranzo, dopo aver fatto l’ottimo cuoco (come nessuno sa), lui resta catatonico in poltrona nel solitario studio-camera da letto (a una piazza).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… È facile fare la spesa

Ḕ facile fare la spesa se sai leggere l’etichetta
di Enrico Cinotti
Newton Compton, 2017

Come non cadere nelle trappole create ad arte dalle aziende produttrici che hanno dimenticato l’onestà? Come non passare troppo spesso da ignoranti o per lo meno da sprovveduti? Quali sono i prodotti più sicuri e, soprattutto, come sceglierli sui banchi del supermercato? Ce lo spiega, capitolo dopo capitolo e senza peli sulla lingu, Enrico Cinotti, giornalista del mensile «il Salvagente», che segue il mondo dei consumatori da oltre vent’anni, in un manuale/libro/guida, edito da Newton Compton Editori.
Il mondo è cambiato e ben pochi, al giorno d’oggi, possono contare su un florido orticello dietro casa o su una robusta stalla piena di animali da cortile. Volenti o nolenti, viviamo spesso in metropoli malsane, lontane dal verde e ci siamo abituati tutti a mangiare cibi industriali, che dovrebbero essere preparati e imballati secondo precise norme. E i negozietti, pochi, sotto casa presentano spesso le stesse insidie delle grosse catene di distribuzione.
Ma come essere sicuri che dietro ciò che compriamo non ci sia la frode? Purtroppo le continue e recenti inchieste su alterazioni e truffe nel settore dell’agroalimentare hanno portato alla luce l’evidenza che diverse aziende aggirano o ignorano bellamente le leggi sulla tutela della salute e dei consumatori.
E allora che fare per scongiurare inutili rischi? Quali sono i prodotti da comprare, e soprattutto come riuscire a sceglierli al supermercato?
Imparare a leggere bene le etichette sulle confezioni è senz’altro il primo passo, come suggerisce oculatamente il buon amico (dei consumatori) e giornalista Enrico Cinotti e quindi cominciamo subito, anche se per farlo siamo costretti ad armarci di lenti di ingrandimento (non dico microscopio, anche se talvolta ci vorrebbe). L’etichetta è obbligata a descrivere quanto contenuto nel prodotto in modo semplice e veritiero. Cionondimeno, sarebbe meglio leggere il libro di Cinotti, far mente locale e mandare a memoria qualche utile consiglio prima di acquistare quello che vogliamo mettere sulla tavola onde scongiurare almeno i maggiori rischi e proteggere la nostra salute.
Soprattutto, ed è importante, non bisogna mai dimenticare di controllare i termini di scadenza e le modalità di conservazione. Leggendo con attenzione Ḕ facile fare la spesa  si può imparare a “decifrare” un’etichetta: individuare la provenienza degli alimenti, riconoscere la vasta gamma degli allergeni, capire le difformità tra un prodotto fresco e uno surgelato, sapere a cosa servono gli additivi e cosa possono provocare.
Una guida decisamente utile per la nostra salute, che ci può regalare una certa tranquillità in certe forzose scelte obbligate dei nostri giorni, ma che soprattutto può aiutare a scegliere bene senza essere plagiati o peggio.

Enrico Cinotti è vicedirettore del mensile «il Salvagente», segue il mondo dei consumatori da oltre vent’anni. Sui temi della sicurezza alimentare ha firmato diverse inchieste importanti, come quella sul falso olio extravergine, e collaborato con trasmissioni televisive. Vive e lavora a Roma.

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