Le gialle di Valerio/109: Del dirsi addio

Marcello Fois
Del dirsi addio
Einaudi, 2017
Noir

Bolzano. Gennaio 2017. Gea Bomoll aveva visto il padre molestare suo fratello gemello Lilo, aveva testimoniato come chiesto dalla zia, c’erano altre prove. Fu affidata alla famiglia Ludovisi che abitava molto distante da dove era nata, Lilo scomparve, la zia partì, il padre si uccise. Crebbe con Nicola, figlio dei Ludovisi; anni dopo si sposarono ed ebbero un figlio straordinario Michele, delicato e iperdotato; presto a scuola capirono che era troppo intelligente per la sua età, si domandavano che fare. Una sera, tornando a casa dopo una cena in un buon ristorante dell’Alto Adige, dubbiosi si fermano a fare pipì e Michele scompare, ha 11 anni, nessuno capisce come sia stato possibile. La polizia viene chiamata dal parroco locale, don Giuseppe. Arrivano l’arguto atletico commissario Sergio Striggio e l’ispettore capo Elisabetta Menetti, c’è molto che non quadra ma non hanno indizi, la vicenda via via s’intorbida. Striggio ha quasi 34 anni, è originario di Bologna, lenti a contatto, niente tv a casa, bipolare scrittore dilettante, figlio d’arte e gay; non ha mai fatto proprio outing, pur esitando sa di doverlo dire al padre malato (l’amata elegante madre è morta da tempo, da poco anche la successiva terza moglie di Pietro); ormai da un po’ ama molto e convive spesso con lo splendido bravo maestro elementare Leonardo Leo Pallavicini, barba nera e occhi azzurri, corpo liscio e asciutto, più giovane (sette anni e mezzo), conosciuto quattro anni prima a Bologna nel bar dove lavorava, mentre lui era ispettore capo alla Scientifica, fidanzato con la magnifica Laura. Menetti è acuta sensibile e bella, vive sola libera e con la coda, già Miss Liceo Scientifico, si sente invaghita del capo in modo profondo e (anche auto) ironico. Devono capire gli amori (e la pedofilia?) del presente e del passato.

Una delizia ai corposi margini di ogni genere l’ultimo romanzo dello straordinario scrittore sardo-bolognese Marcello Fois (Nuoro, 1960), in terza varia con i pensieri di ogni innamorato turbato. Da ormai trent’anni Fois è uno dei più importanti grandi autori italiani, ogni nuova opera lo conferma. Qui torna il solito stile acuto, colto, pastoso; una scrittura piena di rimandi all’immaginario visivo e sonoro di gesti e relazioni. Cadaveri e crimini aleggiano in una piena letterarietà diversa dal “giallo” o anche dal “noir”. Non il pretesto del “genere” ma l’investigazione come condizione umana. Il perno sono le molteplici relazioni a due, in tutte le declinazioni dell’amore, diversamente reciproche: omosessuale, maschio-femmina, marito-moglie, padre-figlio, madre-figlio. Ecco il titolo: ci si può dire addio? E come? Solo con la morte? E, comunque, ci si può preparare? O, a un certo punto, basta dirlo? La stagione del contesto è quella della ostinata impetuosa neve bianca (in copertina) che isola e offusca, cancella e nasconde, chiarisce e schiarisce. La narrazione avanza attraverso il filo dei quattro elementi della poliedrica cultura greca, uno per ogni lungo capitolo: terra, fuoco, acqua, aria; intervallando dense pagine di coerente pertinente pura fantasia, con innesti poetici, musicali, cinematografici, drammaturgici. Segnalo il pensare alle latrine di Birkenau come metafora dell’orrenda crudeltà di certe delicatezze apparenti, il detestare quel genere di frasi che si attaccano al contingente ma si riverberano su tutto il resto, il piangere facile degli uomini che si sono capiti (qualunque sia la cosa che hanno capito di sé). Tutto molto bello.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/141: Dal diario di Domitilla

Autore Mauro Falcioni
Titolo Dal diario di Domitilla
Editore Ventura
Anno 2016

Senigallia. Agosto 1862. Nella villa della sua famiglia, alla presenza di zia Caterina (prima donna astronoma all’osservatorio del Campidoglio della Sapienza), Domitilla, modesta fanciulla tenera e sensitiva, appena 17enne di quella regione pontificia della giovine Italia (già alla vigilia dell’inaugurazione della tratta ferroviaria da Bologna a Roma), esprime dubbi pubblici sulle discettazioni del mitico inquietante terapeuta Châtelet, assistito dal nobile giovane Adrian. Incombe il male: sventure, svenimenti, colpo di pistola, amori e inganni, macchinazioni e finzioni drammatiche narrate in prima persona Dal diario di Domitilla. Si tratta di un garbato racconto dell’occulto (alla maniera descritta del letterato americano Edgar Allan Poe) di Mauro Falcioni (Fabriano, 1968), marchigiano da 20 anni a Monaco, già autore di racconti gialli premiati.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le brevi di Valerio/140: Sparta e Atene

Autore Sergio Valzania
Titolo Sparta e Atene
Editore Sellerio
Anno 2017 (prima edizione 2006)

Grecia. V secolo a. C.. Una grande civiltà, il conflitto fra stili di vita di due città-Stato, l’inizio della decadenza, mille prime storie e storiografie scritteci su. Già alleate contro l’invadenza persiana (Erodoto lo narrò scientificamente a suo tempo), con qualche sintesi di troppo Sparta era frugale tradizionale conservatrice, Atene più rivolta alla vivace bellezza, alla “democrazia” e all’espansione commerciale (anche via mare). Scoppiò la guerra del Peloponneso. Sergio Valzania ricostruisce in Sparta e Atene perché e come, i primi anni partendo da Tucidide, transitando per la pace di Nicia dopo dieci, la successiva vittoria (spartana) a Mantinea dopo altri tre, la spedizione (ateniese) in Sicilia, le riprese della guerra con vari intrecci (corinzi, beoti, persiani), fino alla resa di Atene e la successiva crisi anche di Sparta. Innumerevoli i riferimenti storici a Socrate Platone Aristotele Senofonte Alcibiade Lisandro, presenti nell’immaginario anche contemporaneo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

PREMIO “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”

Ricevo e volentieri segnalo

BANDO DI CONCORSO
I Sapori del Giallo, con il patrocinio del Comune di Langhirano e in collaborazione con Il Giallo Mondadori, bandisce un concorso nazionale per il miglior racconto giallo inedito, secondo il seguente regolamento:

1. Il concorso è aperto a tutti.

2. Possono partecipare solo racconti inediti, che non siano mai stati pubbicati, neppure sul web.

3. La lunghezza massima dei racconti deve essere di 15 cartelle (30.000 battute spazi vuoti compresi).

4. Ogni autore può partecipare con quante opere desidera.

5. I racconti dovranno pervenire entro e non oltre domenica 18 giugno 2017 (non farà fede il timbro postale) via mail e anche in formato cartaceo in entrambe le seguenti modalità:

a) via mail in formato .doc o .rtf all’indirizzo: ufficiostampa.isaporidelgiallo@gmail.com inserendo nel file del racconto titolo, nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia.

b) in forma cartacea 1 (una) copia del racconto con titolo, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia e una copia del Certificato di Partecipazione (CdP)*, ritagliato in originale (niente fotocopie), pubblicato nelle ultime pagine di tutti i volumi pubblicati nel 2017 de Il Giallo Mondadori.
ATTENZIONE: inserire un CdP in originale per ogni racconto partecipante. Non sono ritenuti validi i tagliandi ritagliati da volumi del Giallo Mondadori antecedenti il 2017. Di seguito l’indirizzo a cui far recapitare i racconti nel formato cartaceo:

Premio “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”
Comune di Langhirano – Assessorato alla Cultura
Piazza G. Ferrari,1 43013 Langhirano (PR)

6. Gli elaborati saranno selezionati da una pre-giuria di autori e collaboratori de I Sapori del Giallo e de Il Giallo Mondadori, che stabilirà una rosa di 5 finalisti.

7. Il racconto vincitore sarà scelto dalla giuria finale composta da Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori), Luigi Notari (Curatore della rassegna “I Sapori del Giallo”) e verrà pubblicato nel fascicolo di novembre 2017 della collana Il Giallo Mondadori.

8. I giudizi delle giurie sono insindacabili. I racconti pervenuti non saranno restituiti e non sarà possibile richiedere valutazioni della propria opera. Gli autori concedono gratuitamente i diritti di pubblicazione anche in via non esclusiva, fatta eccezione per la prima uscita, su Il Giallo Mondadori.

9. Tutti i partecipanti riceveranno comunicazione sulla scelta dei finalisti.

10. La partecipazione al Premio implica l’accettazione integrale di tutti i punti del bando di concorso, pena l’esclusione.

11. Il racconto vincitore sarà premiato, alla presenza delle autorità del Comune di Langhirano, durante la cerimonia ufficiale aperta al pubblico nell’ambito del “Festival del Prosciutto” che si terrà nella serata di sabato 9 settembre presso il Castello di Torrechiara.

Per informazioni contattare l’Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Langhirano Federica Di Martino tel. 3668077921
E Luigi Notari curatore della rassegna “I sapori del Giallo” tel. 348 4226784

Le gialle di Valerio/108: Donne col rossetto nero

Alessandro Defilippi
Donne col rossetto nero
Einaudi, 2017
Giallo noir

Genova. Gennaio 1953. Il 50enne colonnello (partigiano) Enrico Anglesio, carabinieri Legione Liguria, moro con corto pizzo grigio, sempre in borghese e mattiniero amante della Lambretta, trova insopportabile il fumo di sigaretta e ha spesso un Toscano in bocca, si trova alle prese con il probabile inconsueto assassinio di giovani donne, Gemma, Marisa, forse altre prima, forse altre minacciate ancora. I polsi presentano segni di legatura e, dopo morte, vengono pesantemente truccate come maschere: tanta cipria scura, ombretto di vari colori in dense pennellate, linea rossa in fronte, labbra coperte di rossetto nero. Il fatto è che pure il lucido Anglesio ha i suoi problemi, sogni, incubi, insieme turbato dal rapporto con Letizia e affollato dall’incombenza di Laura. La fidanzata Letizia, capelli biondi tendenti al rosso, brava laureata poliglotta in Ingegneria navale, è magnifica e lo ama nonostante abbia la metà degli anni; ora però il ricchissimo padre Amilcare, armatore con i cantieri Schelher nel mirino dell’Ansaldo, ha subito minacce e rischi, deve chiederle di andare in Brasile per sei mesi. L’ex moglie malata (di mente) Laura, già ricoverata (con elettroshock) in vari manicomi, era scomparsa senza che mai se ne ritrovasse il corpo, volata dritta in mare su una curva dell’Aurelia a soli 33 anni, da quasi otto è un’annegata presunta; ora gli arriva un biglietto con la sua firma e aleggia in varie stanze della casa. L’indagine è complicata; anche un anziano ex camallo, che poteva indirizzarla meglio, viene ucciso con un violento colpo di sbarra in una galleria; il filo sembra essere una serie di astucci d’argento con vasetti di trucco, ora anche Letizia ne ha ricevuto uno. E in città si smercia oppio, altri crimini incombono; amici e collaboratori aiutano ma non sarà facile.

Il medico e psicoterapeuta junghiano Alessandro Defilippi (Torino, 1956) ha già all’attivo vari romanzi e racconti; considera (giustamente) Genova borgo marinaro di Torino e vi ambienta la serie del colonnello Anglesio. Narra in terza varia, qualche volta in corsivo la personalità misogina del cattivo. In realtà è ben presto evidente l’intestazione seriale del killer, ciò non rovina in niente la trama. Scrittura attenta, lettura gradevole: il tono è talora un po’ ripetitivo, allusivo, incompiuto. Il paffuto riccioluto rossastro (con l’aureola) maresciallo Medardo Vercesi e il magro baffuto pericoloso (per la forza) brigadiere Mattia Ferrari sono fedeli e fidati, riconoscendo le qualità umane e intuendo la follia latente del colonnello. E tutti apprezzano l’intelligente amica maîtresse zia Rina, tratti fini e netti, occhi acuti e ironici, capelli brizzolati e mani curate, corpo sottile e giovanile: sa ben curare, massaggiare, gustare, consigliare, anche per il notevole archivio. La vita sociale e alcolica del protagonista ruota intorno alla Lanterna e soprattutto alla piccola spiaggetta di Boccadasse, all’osteria del mitico nostalgico 52enne ex scassinatore Cicin, focaccia trofie triglie pansòti prescinsôea buridda e frisceu, comunque abbinati al Pigato, a ogni ora del giorno e della notte. Il raro rosso è un Nebbiolo. La grappa peraltro fa una sessantina di gradi. Quando cucina, Anglesio mette in sottofondo la tromba di Armstrong, Satchmo Serenades o la vecchia Billie Holiday Sings. Poi, aspettando, legge Simenon, un Maigret. E la porta resta socchiusa: Laura o Letizia? Chi può dirlo?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le brevi di Valerio/139: I ricordi hanno le gambe lunghe

Autore Enzo Di Pasquale e Fabio Stassi
Titolo I ricordi hanno le gambe lunghe
Editore Ernesto Di Lorenzo
Anno 2017

Viterbo-Orte-Roma, Kalamet. Il bibliotecario Fabio Stassi (Roma, 1962) e il maestro Enzo di Pasquale (Castellammare del Golfo, 1960), entrambi bravi scrittori, si inviano lettere, una quindicina ciascuno. I ricordi hanno le gambe lunghe è il loro ricco denso “epistolario narrativo”. Il primo invia mail dalla linea ferroviaria che lo porta al lavoro, il secondo da Kalamet (Grecia?) dove tiene un corso di scrittura creativa. Parlano dei nonni migranti, di musiche e isole, di Argentina e America, molto della Sicilia che hanno in comune, di tante letture ovvero della reciproca carta d’identità dei libri letti. “Sai, Vincenzo, Nonna Lupe non usava mai la parola “emigrati”, ma al suo posto quest’altro termine: desterradi… Sradicati, strappati dalla terra… Non si cresce in un luogo, si cresce in una lingua…” Diritto di restare e libertà di migrare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le gialle di Valerio/107: Il caso Malaussène

Daniel Pennac
Il caso Malaussène. Mi hanno mentito
Feltrinellli, 2017
Traduzione di Yasmina Melaouah
Noir

Dalle parti di Parigi e del Sud Vercors, Prealpi del Delfinato (sotto il Grand Veymont, 2346 m slm). Verso il settembre 2016. In rue des Archers (?) una banda rapisce Georges Lapietà, uomo d’affari, ex ministro e consulente del gruppo LAVA. La lista di chi si era inimicato è lunghissima, a cominciare dagli 8.302 dipendenti mandati a spasso quando ha chiuso le filiali che aveva rilevato per la cifra simbolica di un euro con la solenne promessa di non toccare i posti di lavoro. Come riscatto vengono chiesti 807.204 euro, cifra corrispondente all’assegno che stava per intascare come paracadute d’oro per quei licenziamenti. Benjamin Malaussène lo scopre tramite gli organi d’informazione, lui non ne sa niente e si trova lontano. Come capro espiatorio dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione ha avuto l’incarico di mettere al sicuro in un luogo segreto, un’inaccessibile area montana che solo lui ben conosce, lo scrittore Alceste Fontana, che ha appena pubblicato “Mi hanno mentito” e sta completando il seguito (“La loro grandissima colpa”), racconti senza metafore dei pessimi comportamenti della propria stessa famiglia, otto fratelli (tre femmine e altri quattro maschi) e due genitori che li hanno adottati. Ben parla via skype con i nipoti Mara e Nange e con il figlio Sigma, volontari di belle Ong in tre varie lontane parti del mondo. Agogna solo di poterli presto riabbracciare, alla rentrée. Fatto sta che, pochi giorni dopo, due bravi poliziotti sottraggono alla legge i sequestratori per scarrozzarli con l’ostaggio (in un veicolo rubato da un collega) e nasconderli in un orfanatrofio per ordine di un giudice istruttore che non ha intenzione di deferire l’evento. Non è che l’ideale colpa sarà di Malaussène? Ca va sans dire!

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) riesce nel (quasi) impossibile. Venti anni dopo fa tornare protagonisti di una storia contemporanea i personaggi che lo hanno reso amatissimo e famoso in parte del mondo (compresa l’Italia); abbiamo memoria di avventure mirabolanti, di amorevoli storie noir, di fiabe ironiche e horror, di empatiche figure inevolvibili, di significati multisenso e impatti multisensoriali. La scommessa è ardua: chi le ricorda forse inizia a leggere con perplessità e diffidenza. Una prima questione è risolta dal Repertorio iniziale, una decina di pagine con il centinaio di personaggi citati o evocati, qualche luogo e qualche archetipo, non c’è bisogno di altro per essere aggiornati. Poi il testo comincia in terza persona, il rapimento dello squallido ridicolo in bermuda e canna da pesca; segue Ben in prima persona (come sempre), accanto al tipo da proteggere, certo antipatico ma ogni lavoro va accettato; poi un’altra prima, proprio Alceste, lo scrittore braccato che vuol raccontare solo l’effimero reale, convive con la calamita Ben e ne è (quasi) l’esatto opposto. Si tratta di sensate innovazioni narrative, coerenti con gli sviluppi della trama. Si susseguono dialoghi scoppiettanti e colpi di teatro, scene poetiche in luoghi tradizionali, situazioni drammatiche trattate con la consueta levità. La narrazione diverte proprio perché ha più livelli di lettura e di comprensione, del resto ognuno resta all’oscuro di una parte della propria vicenda umana. Anche chi non ricorda le vecchie storie scopre un grande autore, un’incantevole fantasia non ripetitiva. Cruciale è Verdun, la giudice muta Talvern, minuta sorella urlante di Ben, moglie di un enorme professore panettiere: “vivere significa passare il tempo a riempire i due piatti della bilancia”. Segnalo il manifesto dei rapitori, a pag. 152-153. E tante parole bretoni. Come di consueto, son sfaccettati i silenzi, pure saturi e logorroici. Il commissario in pensione Rabdomant sta scrivendo un libro sul Caso (l’errore giudiziario), se ne parla spesso; dunque questo è solo l’inizio, come si evince dal titolo francese (Le Cas Malaussène. I. Ils m’ont menti), dalla vignetta finale e dall’incerta spietata condizione di Lapietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/138: Che i cadaveri si abbronzino

Autore Jean-Patrick Manchette, Jean-Pierre Bastid
Titolo Che i cadaveri si abbronzino
Editore Edizioni del Capricorno
Anno 2017 (Orig. 1971)
Traduzione di Roberto Marro

Dipartimento del Gard. 16-17 luglio 1970. Luce, ricchissima cinquantenne alcolizzata pittrice e scultrice, da un decennio possiede un villaggio abbandonato in rovina (senza elettricità, acqua corrente, telefono), di norma ci trascorre l’estate, usandolo come scenografia e ospitando chi capita. Tre bei tipi torvi le danno false generalità e una mattina, andando in paese a fare spesa per tutti, bloccano un furgone portavalori, uccidono le guardie, rubano 250 chili d’oro. Ciò sconvolge un poco vite e morti nelle successive venti ore. Che i cadaveri si abbronzino è lo straordinario esordio nella Série Noire degli amici Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid, che diverranno famosi, soprattutto il primo (1942-1995), vero innovatore dell’intero genere noir in Europa, per la prima volta in italiano come titolo inaugurale di una nuova bella collana di notevole valore letterario.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (I)

Dopo le vecchiette e le giovincelle terribili continuo con una carrellata di libri in cui compaiono le nostre brave detective al femminile.

Copertina e titolo intriganti mi hanno attratto verso La Rosa e il Serpente di Ariana Franklin, Piemme 2008. In più il periodo storico del Medioevo e il fatto che il nostro detective sia una donna, più precisamente Adelia Ortese Aguilar che una fascetta rosso cupo attorno al libro indica come “La Kay Scarpetta del XII secolo”. E Kay Scarpetta non mi dispiace. Dunque inquadriamo subito la nostra piedipiatti di qualche secolo fa.
Dottoressa formatasi nella “grande, liberale e ovunque nota scuola di medicina di Salerno, che sfidava la Chiesa ammettendo agli studi anche le donne, se ne erano all’altezza”. Avendo un cervello uguale, se non superiore, a quello del più intelligente degli studenti, era stata ammessa (mi incuriosisce il sistema di misura) alla scuola. Si perfeziona con il padre adottivo ebreo nello studio delle autopsie. Non è una studiosa di letteratura ma ama la cultura e le dotte conversazioni tra suo padre e il maestro Gordinus che le aprono un sentiero per il futuro. La madre adottiva è cattolica ed è stata trovata abbandonata tra le pietre del Vesuvio (la sfiga delle donne poliziotto colpisce in ogni tempo e in ogni luogo!). Capelli biondo scuro, altezza così e così “Non siete molto alta, signora” le dice Jacques. Vive in una casetta dal tetto di canne a Waterbeach, diverse miglia distante da Oxford, e porta ancora con sé il ricordo del panorama mediterraneo. Decisa, sicura, con idee ben precise nella testa non condivide la teoria della Chiesa sul battesimo dei neonati. “Creatura bizzarra” la definisce il priore Geoffrey. Già chiamata dal Re Enrico, insieme all’ebreo Simone Di Napoli (che farà una brutta fine), per risolvere il mistero dell’uccisione dei bambini di Cambridge (cfr. La signora dell’arte della morte, Piemme 2007), ora non la lascia andare via. Ha avuto una figlia, la piccola Allie, dal vescovo Rowley quando ancora non ricopriva questa carica. Aiutata da Mansur venduto da bambino a monaci bizantini che lo hanno castrato e poi ha trovato rifugio presso i genitori adottivi di Adelia e da Gyltha, una vecchia forte e risoluta. La segue pure un cane di nome Tutela che gioca spesso con la bambina. Maledice la Chiesa per la sua ipocrisia e perché odia le donne. Occhietto vispo e acuto capace di cogliere i minimi particolari, pronta a usare le braccia al momento del bisogno. Conosce addirittura gli scacchi (e questo me la rende più simpatica). Quando Mansur gioca contro l’abate, guardando la scacchiera, dice proprio al suo fedele “Stai perdendo”. Una donna, dunque, che si pone in contrapposizione netta con i propri tempi e incarna il desiderio di riscatto del ruolo femminile nella società. Rischia pure di essere bruciata come strega.
Siamo nel XII secolo a Oxford. Qui abbiamo un accordo segreto tra un assassino di professione “Sicarius” e il suo mandante misterioso che gli commissiona un delitto. A molte miglia di distanza c’è la nostra “dottoressa” che si cimenta con un parto. Viene chiamata a risolvere la morte per avvelenamento dell’amante di Enrico II. C’è in gioco la pace dell’Inghilterra solo allontanando i sospetti che gravano sulla sovrana. Occorre partire. Per forza. E allora altri assassini, altri morti. Dubbi, incertezze, false piste, pericoli vari come il viaggio lungo il fiume ghiacciato, un incendio, l’intervento della Regina Eleonora e perfino del Re in persona.
Prosa piacevole, semplice e veloce venata di una istintiva ironia, con qualche ragguaglio di troppo sulla storia che appesantisce un po’ (ma solo un po’) la vicenda gialla vera e propria. E poi usi e costumi medioevali, il matrimonio, l’amore cortese, la vita nel convento, la disperazione di essere donna in un mondo maschilista, momenti di angoscia e paura, l’amore sofferto e ritrovato.
Nel complesso un buon libro.

Agatha Raisin e la quiche letale di M.C. Beaton, astoria 2011.
Agatha Raisin se ne sta andando in pensione prima del tempo da una società di pubbliche relazioni. “Cinquantatré anni, capelli di un castano scialbo, un viso squadrato e insignificante, corporatura tozza” con “le gambe sorprendentemente belle”. Aggiungo “matrimonio sciagurato” con un alcolista (anche mamma e papà ubriaconi), acquisto di un cottage nel Cotswolds dove ci sono “villaggi pittoreschi di case di pietra dorate, giardini graziosi, viottoli tortuosi affogati nel verde e chiese antiche” per l’ultima parte della sua vita. E poi attiva, dinamica, testarda, con una discreta predisposizione al gin (famiglia docet), fuma e le dà fastidio chi tossisce al suo fumo (mi pare giusto).
In breve. Al paese grande concorso di quiche (ho scoperto solo ora che si tratta di una torta salata). Deve vincere per entrare nelle grazie dei paesani che un po’ la snobbano e per esserne sicura la compra bell’e fatta a Londra. Il giudice Cumming’s Browne muore dopo averla assaggiata e dunque la nostra signora entra nel novero dei sospetti. Che non sono pochi, data l’estrema simpatia del nostro giudice per l’altro sesso (doveva pure divorziare e risposarsi).
Agatha indaga, mette il naso dappertutto, è pure sotto pericolo di morte, un biglietto di minacce, un tentativo di assassinio, viaggi in qua e là, rumori, lotta, incendio, riflessioni sulle donne mascolinizzate e gli uomini effeminati (tanto per dirne una).
Una lungagnata, una storia arzigogolata e nel contempo banalotta, che sfugge via attraverso il solito linguaggio leggerino leggerino. Alla fine della storia il primo capitolo del prossimo libro. Che lascerò sugli scaffali.

Dennis Lehane ha scritto Fuga dalla follia, pubblicato dalla Piemme nel 2006, in cui compaiono gli investigatori privati che lavorano in coppia Pat Kenzie e Angie Gennaro. Poiché il primo è un maschietto ci interessa poco anche se è la voce narrante.
Partiamo dal contenuto. Per non perdere troppo tempo riporto in parte ciò che è scritto all’interno della copertina “I detective privati Pat Kenzie e Angie Gennaro vengono rapiti e narcotizzati da due bizzarri personaggi e condotti alla presenza di Trevor Stone, magnate multimiliardario. Stone vuole il meglio sulla piazza e non ammette scuse, perché il lavoro che deve commissionare ai due investigatori gli sta molto, troppo a cuore. Deve ritrovare la figlia, la bellissima e inafferrabile Desiree, fuggita in preda alla disperazione dopo la morte della madre. Sono ormai tre settimane che non si hanno notizie di lei e nemmeno di Jay Backer, il detective che per primo le era stato sguinzagliato dietro. Pat e Angie iniziano le ricerche nel luogo in cui Desiree è stata vista l’ultima volta: la Grief Release Inc., un centro di supporto psicologico che aiuta le persone a liberarsi dal dolore e dalla sofferenza”. In realtà questo centro si rivela una trappola per attirare nuovi adepti per la Chiesa della Verità e della Rivelazione “Quando il nostro tizio si rende conto di essere entrato in un culto e di non riuscire più a liberarsi dalle tasse d’iscrizione e decime e seminari e quote e tutto quello che vi pare, è troppo tardi”. I due detective riescono, con l’aiuto di alcuni amici dai modi non proprio ortodossi, a catturare alcuni membri della setta e a sapere qualcosa sul conto di Desiree. Scappata con Jeff Price, supervisore del trattamento alla Grief Release e membro dell’Assemblea della Chiesa, e due milioni di dollari trafugati alla suddetta Chiesa. Viene trovato Jay Backer e Desiree. Il primo innamorato della seconda e pagato addirittura dal padre per ucciderla. Perché? Qui mi fermo per non togliere al lettore il gusto di andare avanti.
Passiamo alla nostra detective Angie Gennaro: intanto siamo a Boston e, dato che il narratore è Pat Kenzie, si trovano particolari più su di lui che sulla compagna di lavoro di cui è innamorato non ricambiato. All’inizio. Il primo spunto su di lei è che mangia un bagel alla cipolla spalmato di crema di formaggio e che conosce le vicende di Star Trek. Dal suo rapitore Trevor Stone si sa che ha perso suo marito (anzi l’ex marito Phil, precisa lei) cinque mesi fa. Non vuole conforto e quando Pat allunga la mano per stringerla scrolla la testa e la ritira. Ed è perentoria. Né i suoi abbracci, né il suo amore possono cambiare le cose, in quel momento. Non è tipo da giacca e cravatta da stare in ufficio. Donna d’azione. Particolare sul fisico visto da Pat “una donna minuta e bellissima con i capelli scuri che le frustavano le guance e i segni di un lutto sul viso”. Invano cerca nel suo sguardo il tentativo di provare un nuovo affetto. Si sente in colpa per avere involontariamente provocato il ferimento di Angie, le cicatrici sul suo viso, i danni alle terminazioni nervose della sua mano e la morte di Phil. Riferimenti a se stessa “Okay, sono carina. Qualcuno potrebbe anche dire che sono bella… o che sono troppo italiana, o troppo minuta, oppure troppo di qualcosa o non abbastanza di qualcos’altro”. Decisa, veloce “Ad aspettarla fuori c’era un tizio, ma lei lo colpì un paio di volte con la sbarra, e allora quello cominciò un po’ a dormire tra i cespugli”. Forte giocatrice di stecca a biliardo. Dormendo si raggomitola in una posizione fetale. A pagina centodue altri particolari sul loro rapporto “Quando avevamo sedici anni facemmo l’amore. Una volta. La prima, per entrambi”. Ed anche l’ultima perché ognuno andò per la sua strada. Angie si sposa con Phil Dimassi e Pat con la sorella Renee (il matrimonio dura cinque minuti). Poi c’è il fatto in cui Phil muore ed Angie e lui stesso vengono feriti. Vita sessualmente libera dopo la separazione da Phil. “Angie chiamava “giorni sfrenati” il suo periodo di separazione da Phil: relazioni estremamente brevi senza alcun tipo di coinvolgimento, dominate da un approccio nei confronti del sesso il più disinvolto possibile, considerati i trascorsi della scoperta dell’AIDS”. Sesto senso acuto “Comincio ad avere la sensazione che tutti stiano mentendo e che tutti abbiano qualcosa da nascondere”. Sempre bella ed elegante “Si era cambiata: dal nero dei vestiti di città era passata a un paio di jeans leggeri e una canottiera a rete bianca, e io cercavo di trattenere lontani gli occhi e la mente dal modo in cui la canottiera le fasciava il busto, per poter discutere del caso senza problemi”. Si scioglie un po’ per volta “È per via di Phil, disse, e allungò il braccio per prendermi la mano. Mi sembrava quasi un sacrilegio se noi due, cioè, insomma…”. Bella e ottima tiratrice “Ehi, amico, disse Jefferson, quella è una gran gnocca, ed è stata pure capace di centrare alla gola quello stronzo da dieci metri ‘sto diluvio. Che donna”. Ho detto che si scioglie e quando lo fa lo fa per bene. Tanto da incantare il suo partner “Guardai Angie che dormiva nuda appoggiata a me, guardai i graffi e il viso pesto, e capii che soltanto adesso, in quel preciso momento e per la prima volta in vita mia, avevo finalmente capito qualcosa della bellezza”. Se c’è da travestirsi o da inventar favole non la batte nessuno. Dura, decisa “Fischiai piano. Quasi bisognava farle tanto di cappello, a quella donna: Mai vista una così determinata”. Forte fisicamente riesce a tirarsi fuori da una buca in cui è stata seppellita fino al collo. Ancora Pat innamorato “Da quando l’altra notte avevamo fatto l’amore, avevo capito che tra noi due (probabilmente fin da quando eravamo bambini) non c’era soltanto qualcosa di speciale e basta. C’era qualcosa di sacro”.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le gialle di Valerio/106: Viaggiare in giallo

Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
Viaggiare in giallo
Sellerio, 2017
Traduzione di Maria Nicola (dallo spagnolo)
Racconti gialli

Italia, Corsica, Praga, Girona, girate con vari mezzi. La scusa per evitare la festa del 161° della polizia ad Aosta, è la convocazione per la riunione condominiale a Roma; il vicequestore Rocco Schiavone parte in treno e sul Frecciarossa si verifica un furto con la vittima colpita da infarto; non è il primo ma sarà l’ultimo per quella banda. Caterina propone al figlio Enrico, detto il Cipolla, anni 5, interista, seconda Materna, una vacanza in Corsica con il compagno Carlo; è così che il bimbo scopre trasporti innovativi (il Frecciarossa con insolito insoluto delitto a bordo, traghetto, elicottero, motoscafo); verifica soprattutto che il 65enne nonno pensionato Amedeo Consonni forse non è morto anche se ora lo chiamano Alberto Scevola, residente nell’isola (genovese) di San Pietro in Sardegna. Anche il matematico barista Massimo Viviani è costretto a fare una settimana di crociera verso le Canarie per scoprire crimini e segreti connessi a furti a Pisa e Pineta; oltre che per amore del vicequestore Alice Martelli, che lo usa a distanza, il cervello di lui ovviamente; partono tutti i 29 adepti della Loggia del Cinghiale compresi i 4 vecchietti del BarLume, arrivano a capire come e chi ruba nelle case dei vacanzieri. Peppe Piccionello e Saverio Lamanna al centro commerciale di Castelvetrano (80 km da Màkari), come milionesimi clienti vincono un viaggio in aereo dalla Sicilia a Praga; la mitica Suleima li raggiunge là da Milano, ma scopre subito che in aereo si è fatta avanti con Saverio la bella intrigante Larisa, stile spy story, lasciando recapiti e chiavetta usb; d’altro canto Peppe ha pure appuntamento con Santo il Monaco per cercare le spoglie di San Vito. Poi Carlo Monterossi assiste Oscar nel cercare in Brianza il delizioso cane Killer e il collare (da 180.000 euro) che ha al collo. E infine Petra & Fermín devono prendere la corriera verso casa dell’autrice per capire chi è l’ucciso (e tagliato a pezzi) nella valigia di una brava ragazza.
Insomma già li conoscete tutti. Qui ci raccontano viaggi; per caso o piacere, premio o dovere, in vacanza o a trovare qualcuno. Ognuno a suo modo (Saverio e Petra in prima persona), nel contesto di tempo e di spazio fra il precedente romanzo di grande successo e il successivo (speriamo prossimo) con personaggi ormai amici di tanti di noi. Gli autori di casa Sellerio ci hanno abituato a queste deliziose raccolte a tema, affiatate e tempestive: uno stesso filo, in un analogo rapporto con tecniche e obiettivi degli autori seriali. Direi anzi che c’è quasi una contaminazione reciproca fra gli italiani, che si citano a vicenda (Savatteri in uno scoppiettio di colleghi di tutti i tipi e pure altri editori) e in qualche modo reimpastano anche parallele ironie e giochi letterari. Manzini “Senza fermate intermedie”, Recami “Il testimone”, Malvaldi “In crociera col Cinghiale”, Savatteri “La segreta alchimia” (il più lungo), Robecchi “Killer (La gita in Brianza)”, Alicia Giménez-Bartlett “Un vero e proprio viaggio” (il più breve, nonostante le soste degustative) offrono un volume unitario, serialmente di squadra; insieme composito, utile a meglio inquadrare l’evoluzione di ogni singola serie. E al bar si lavora, non si gioca a Diabetik, per nessuna ragione.

(Recensione di Valerio Calzolaio)