Le gialle di Valerio/107: Il caso Malaussène

Daniel Pennac
Il caso Malaussène. Mi hanno mentito
Feltrinellli, 2017
Traduzione di Yasmina Melaouah
Noir

Dalle parti di Parigi e del Sud Vercors, Prealpi del Delfinato (sotto il Grand Veymont, 2346 m slm). Verso il settembre 2016. In rue des Archers (?) una banda rapisce Georges Lapietà, uomo d’affari, ex ministro e consulente del gruppo LAVA. La lista di chi si era inimicato è lunghissima, a cominciare dagli 8.302 dipendenti mandati a spasso quando ha chiuso le filiali che aveva rilevato per la cifra simbolica di un euro con la solenne promessa di non toccare i posti di lavoro. Come riscatto vengono chiesti 807.204 euro, cifra corrispondente all’assegno che stava per intascare come paracadute d’oro per quei licenziamenti. Benjamin Malaussène lo scopre tramite gli organi d’informazione, lui non ne sa niente e si trova lontano. Come capro espiatorio dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione ha avuto l’incarico di mettere al sicuro in un luogo segreto, un’inaccessibile area montana che solo lui ben conosce, lo scrittore Alceste Fontana, che ha appena pubblicato “Mi hanno mentito” e sta completando il seguito (“La loro grandissima colpa”), racconti senza metafore dei pessimi comportamenti della propria stessa famiglia, otto fratelli (tre femmine e altri quattro maschi) e due genitori che li hanno adottati. Ben parla via skype con i nipoti Mara e Nange e con il figlio Sigma, volontari di belle Ong in tre varie lontane parti del mondo. Agogna solo di poterli presto riabbracciare, alla rentrée. Fatto sta che, pochi giorni dopo, due bravi poliziotti sottraggono alla legge i sequestratori per scarrozzarli con l’ostaggio (in un veicolo rubato da un collega) e nasconderli in un orfanatrofio per ordine di un giudice istruttore che non ha intenzione di deferire l’evento. Non è che l’ideale colpa sarà di Malaussène? Ca va sans dire!

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) riesce nel (quasi) impossibile. Venti anni dopo fa tornare protagonisti di una storia contemporanea i personaggi che lo hanno reso amatissimo e famoso in parte del mondo (compresa l’Italia); abbiamo memoria di avventure mirabolanti, di amorevoli storie noir, di fiabe ironiche e horror, di empatiche figure inevolvibili, di significati multisenso e impatti multisensoriali. La scommessa è ardua: chi le ricorda forse inizia a leggere con perplessità e diffidenza. Una prima questione è risolta dal Repertorio iniziale, una decina di pagine con il centinaio di personaggi citati o evocati, qualche luogo e qualche archetipo, non c’è bisogno di altro per essere aggiornati. Poi il testo comincia in terza persona, il rapimento dello squallido ridicolo in bermuda e canna da pesca; segue Ben in prima persona (come sempre), accanto al tipo da proteggere, certo antipatico ma ogni lavoro va accettato; poi un’altra prima, proprio Alceste, lo scrittore braccato che vuol raccontare solo l’effimero reale, convive con la calamita Ben e ne è (quasi) l’esatto opposto. Si tratta di sensate innovazioni narrative, coerenti con gli sviluppi della trama. Si susseguono dialoghi scoppiettanti e colpi di teatro, scene poetiche in luoghi tradizionali, situazioni drammatiche trattate con la consueta levità. La narrazione diverte proprio perché ha più livelli di lettura e di comprensione, del resto ognuno resta all’oscuro di una parte della propria vicenda umana. Anche chi non ricorda le vecchie storie scopre un grande autore, un’incantevole fantasia non ripetitiva. Cruciale è Verdun, la giudice muta Talvern, minuta sorella urlante di Ben, moglie di un enorme professore panettiere: “vivere significa passare il tempo a riempire i due piatti della bilancia”. Segnalo il manifesto dei rapitori, a pag. 152-153. E tante parole bretoni. Come di consueto, son sfaccettati i silenzi, pure saturi e logorroici. Il commissario in pensione Rabdomant sta scrivendo un libro sul Caso (l’errore giudiziario), se ne parla spesso; dunque questo è solo l’inizio, come si evince dal titolo francese (Le Cas Malaussène. I. Ils m’ont menti), dalla vignetta finale e dall’incerta spietata condizione di Lapietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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