Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (I)

Dopo le vecchiette e le giovincelle terribili continuo con una carrellata di libri in cui compaiono le nostre brave detective al femminile.

Copertina e titolo intriganti mi hanno attratto verso La Rosa e il Serpente di Ariana Franklin, Piemme 2008. In più il periodo storico del Medioevo e il fatto che il nostro detective sia una donna, più precisamente Adelia Ortese Aguilar che una fascetta rosso cupo attorno al libro indica come “La Kay Scarpetta del XII secolo”. E Kay Scarpetta non mi dispiace. Dunque inquadriamo subito la nostra piedipiatti di qualche secolo fa.
Dottoressa formatasi nella “grande, liberale e ovunque nota scuola di medicina di Salerno, che sfidava la Chiesa ammettendo agli studi anche le donne, se ne erano all’altezza”. Avendo un cervello uguale, se non superiore, a quello del più intelligente degli studenti, era stata ammessa (mi incuriosisce il sistema di misura) alla scuola. Si perfeziona con il padre adottivo ebreo nello studio delle autopsie. Non è una studiosa di letteratura ma ama la cultura e le dotte conversazioni tra suo padre e il maestro Gordinus che le aprono un sentiero per il futuro. La madre adottiva è cattolica ed è stata trovata abbandonata tra le pietre del Vesuvio (la sfiga delle donne poliziotto colpisce in ogni tempo e in ogni luogo!). Capelli biondo scuro, altezza così e così “Non siete molto alta, signora” le dice Jacques. Vive in una casetta dal tetto di canne a Waterbeach, diverse miglia distante da Oxford, e porta ancora con sé il ricordo del panorama mediterraneo. Decisa, sicura, con idee ben precise nella testa non condivide la teoria della Chiesa sul battesimo dei neonati. “Creatura bizzarra” la definisce il priore Geoffrey. Già chiamata dal Re Enrico, insieme all’ebreo Simone Di Napoli (che farà una brutta fine), per risolvere il mistero dell’uccisione dei bambini di Cambridge (cfr. La signora dell’arte della morte, Piemme 2007), ora non la lascia andare via. Ha avuto una figlia, la piccola Allie, dal vescovo Rowley quando ancora non ricopriva questa carica. Aiutata da Mansur venduto da bambino a monaci bizantini che lo hanno castrato e poi ha trovato rifugio presso i genitori adottivi di Adelia e da Gyltha, una vecchia forte e risoluta. La segue pure un cane di nome Tutela che gioca spesso con la bambina. Maledice la Chiesa per la sua ipocrisia e perché odia le donne. Occhietto vispo e acuto capace di cogliere i minimi particolari, pronta a usare le braccia al momento del bisogno. Conosce addirittura gli scacchi (e questo me la rende più simpatica). Quando Mansur gioca contro l’abate, guardando la scacchiera, dice proprio al suo fedele “Stai perdendo”. Una donna, dunque, che si pone in contrapposizione netta con i propri tempi e incarna il desiderio di riscatto del ruolo femminile nella società. Rischia pure di essere bruciata come strega.
Siamo nel XII secolo a Oxford. Qui abbiamo un accordo segreto tra un assassino di professione “Sicarius” e il suo mandante misterioso che gli commissiona un delitto. A molte miglia di distanza c’è la nostra “dottoressa” che si cimenta con un parto. Viene chiamata a risolvere la morte per avvelenamento dell’amante di Enrico II. C’è in gioco la pace dell’Inghilterra solo allontanando i sospetti che gravano sulla sovrana. Occorre partire. Per forza. E allora altri assassini, altri morti. Dubbi, incertezze, false piste, pericoli vari come il viaggio lungo il fiume ghiacciato, un incendio, l’intervento della Regina Eleonora e perfino del Re in persona.
Prosa piacevole, semplice e veloce venata di una istintiva ironia, con qualche ragguaglio di troppo sulla storia che appesantisce un po’ (ma solo un po’) la vicenda gialla vera e propria. E poi usi e costumi medioevali, il matrimonio, l’amore cortese, la vita nel convento, la disperazione di essere donna in un mondo maschilista, momenti di angoscia e paura, l’amore sofferto e ritrovato.
Nel complesso un buon libro.

Agatha Raisin e la quiche letale di M.C. Beaton, astoria 2011.
Agatha Raisin se ne sta andando in pensione prima del tempo da una società di pubbliche relazioni. “Cinquantatré anni, capelli di un castano scialbo, un viso squadrato e insignificante, corporatura tozza” con “le gambe sorprendentemente belle”. Aggiungo “matrimonio sciagurato” con un alcolista (anche mamma e papà ubriaconi), acquisto di un cottage nel Cotswolds dove ci sono “villaggi pittoreschi di case di pietra dorate, giardini graziosi, viottoli tortuosi affogati nel verde e chiese antiche” per l’ultima parte della sua vita. E poi attiva, dinamica, testarda, con una discreta predisposizione al gin (famiglia docet), fuma e le dà fastidio chi tossisce al suo fumo (mi pare giusto).
In breve. Al paese grande concorso di quiche (ho scoperto solo ora che si tratta di una torta salata). Deve vincere per entrare nelle grazie dei paesani che un po’ la snobbano e per esserne sicura la compra bell’e fatta a Londra. Il giudice Cumming’s Browne muore dopo averla assaggiata e dunque la nostra signora entra nel novero dei sospetti. Che non sono pochi, data l’estrema simpatia del nostro giudice per l’altro sesso (doveva pure divorziare e risposarsi).
Agatha indaga, mette il naso dappertutto, è pure sotto pericolo di morte, un biglietto di minacce, un tentativo di assassinio, viaggi in qua e là, rumori, lotta, incendio, riflessioni sulle donne mascolinizzate e gli uomini effeminati (tanto per dirne una).
Una lungagnata, una storia arzigogolata e nel contempo banalotta, che sfugge via attraverso il solito linguaggio leggerino leggerino. Alla fine della storia il primo capitolo del prossimo libro. Che lascerò sugli scaffali.

Dennis Lehane ha scritto Fuga dalla follia, pubblicato dalla Piemme nel 2006, in cui compaiono gli investigatori privati che lavorano in coppia Pat Kenzie e Angie Gennaro. Poiché il primo è un maschietto ci interessa poco anche se è la voce narrante.
Partiamo dal contenuto. Per non perdere troppo tempo riporto in parte ciò che è scritto all’interno della copertina “I detective privati Pat Kenzie e Angie Gennaro vengono rapiti e narcotizzati da due bizzarri personaggi e condotti alla presenza di Trevor Stone, magnate multimiliardario. Stone vuole il meglio sulla piazza e non ammette scuse, perché il lavoro che deve commissionare ai due investigatori gli sta molto, troppo a cuore. Deve ritrovare la figlia, la bellissima e inafferrabile Desiree, fuggita in preda alla disperazione dopo la morte della madre. Sono ormai tre settimane che non si hanno notizie di lei e nemmeno di Jay Backer, il detective che per primo le era stato sguinzagliato dietro. Pat e Angie iniziano le ricerche nel luogo in cui Desiree è stata vista l’ultima volta: la Grief Release Inc., un centro di supporto psicologico che aiuta le persone a liberarsi dal dolore e dalla sofferenza”. In realtà questo centro si rivela una trappola per attirare nuovi adepti per la Chiesa della Verità e della Rivelazione “Quando il nostro tizio si rende conto di essere entrato in un culto e di non riuscire più a liberarsi dalle tasse d’iscrizione e decime e seminari e quote e tutto quello che vi pare, è troppo tardi”. I due detective riescono, con l’aiuto di alcuni amici dai modi non proprio ortodossi, a catturare alcuni membri della setta e a sapere qualcosa sul conto di Desiree. Scappata con Jeff Price, supervisore del trattamento alla Grief Release e membro dell’Assemblea della Chiesa, e due milioni di dollari trafugati alla suddetta Chiesa. Viene trovato Jay Backer e Desiree. Il primo innamorato della seconda e pagato addirittura dal padre per ucciderla. Perché? Qui mi fermo per non togliere al lettore il gusto di andare avanti.
Passiamo alla nostra detective Angie Gennaro: intanto siamo a Boston e, dato che il narratore è Pat Kenzie, si trovano particolari più su di lui che sulla compagna di lavoro di cui è innamorato non ricambiato. All’inizio. Il primo spunto su di lei è che mangia un bagel alla cipolla spalmato di crema di formaggio e che conosce le vicende di Star Trek. Dal suo rapitore Trevor Stone si sa che ha perso suo marito (anzi l’ex marito Phil, precisa lei) cinque mesi fa. Non vuole conforto e quando Pat allunga la mano per stringerla scrolla la testa e la ritira. Ed è perentoria. Né i suoi abbracci, né il suo amore possono cambiare le cose, in quel momento. Non è tipo da giacca e cravatta da stare in ufficio. Donna d’azione. Particolare sul fisico visto da Pat “una donna minuta e bellissima con i capelli scuri che le frustavano le guance e i segni di un lutto sul viso”. Invano cerca nel suo sguardo il tentativo di provare un nuovo affetto. Si sente in colpa per avere involontariamente provocato il ferimento di Angie, le cicatrici sul suo viso, i danni alle terminazioni nervose della sua mano e la morte di Phil. Riferimenti a se stessa “Okay, sono carina. Qualcuno potrebbe anche dire che sono bella… o che sono troppo italiana, o troppo minuta, oppure troppo di qualcosa o non abbastanza di qualcos’altro”. Decisa, veloce “Ad aspettarla fuori c’era un tizio, ma lei lo colpì un paio di volte con la sbarra, e allora quello cominciò un po’ a dormire tra i cespugli”. Forte giocatrice di stecca a biliardo. Dormendo si raggomitola in una posizione fetale. A pagina centodue altri particolari sul loro rapporto “Quando avevamo sedici anni facemmo l’amore. Una volta. La prima, per entrambi”. Ed anche l’ultima perché ognuno andò per la sua strada. Angie si sposa con Phil Dimassi e Pat con la sorella Renee (il matrimonio dura cinque minuti). Poi c’è il fatto in cui Phil muore ed Angie e lui stesso vengono feriti. Vita sessualmente libera dopo la separazione da Phil. “Angie chiamava “giorni sfrenati” il suo periodo di separazione da Phil: relazioni estremamente brevi senza alcun tipo di coinvolgimento, dominate da un approccio nei confronti del sesso il più disinvolto possibile, considerati i trascorsi della scoperta dell’AIDS”. Sesto senso acuto “Comincio ad avere la sensazione che tutti stiano mentendo e che tutti abbiano qualcosa da nascondere”. Sempre bella ed elegante “Si era cambiata: dal nero dei vestiti di città era passata a un paio di jeans leggeri e una canottiera a rete bianca, e io cercavo di trattenere lontani gli occhi e la mente dal modo in cui la canottiera le fasciava il busto, per poter discutere del caso senza problemi”. Si scioglie un po’ per volta “È per via di Phil, disse, e allungò il braccio per prendermi la mano. Mi sembrava quasi un sacrilegio se noi due, cioè, insomma…”. Bella e ottima tiratrice “Ehi, amico, disse Jefferson, quella è una gran gnocca, ed è stata pure capace di centrare alla gola quello stronzo da dieci metri ‘sto diluvio. Che donna”. Ho detto che si scioglie e quando lo fa lo fa per bene. Tanto da incantare il suo partner “Guardai Angie che dormiva nuda appoggiata a me, guardai i graffi e il viso pesto, e capii che soltanto adesso, in quel preciso momento e per la prima volta in vita mia, avevo finalmente capito qualcosa della bellezza”. Se c’è da travestirsi o da inventar favole non la batte nessuno. Dura, decisa “Fischiai piano. Quasi bisognava farle tanto di cappello, a quella donna: Mai vista una così determinata”. Forte fisicamente riesce a tirarsi fuori da una buca in cui è stata seppellita fino al collo. Ancora Pat innamorato “Da quando l’altra notte avevamo fatto l’amore, avevo capito che tra noi due (probabilmente fin da quando eravamo bambini) non c’era soltanto qualcosa di speciale e basta. C’era qualcosa di sacro”.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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