Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2017

[Ma prima di iniziare… Oggi è il compleanno di Fabio Lotti, e dunque auguri, Fabio!]

Sorrisi…
Il sorriso. Mi ha colpito in questi ultimi tempi il sorrisetto di superiorità che aleggia beffardo nei volti dei nostri politici, e anche in quelli di certi giornalisti durante i soliti disgraziati dibattiti televisivi. Uno dice una cosa e l’altro gli sbatacchia in faccia il citato sorrisetto a presa di culo. Quando tutti, invece, dico tutti, dovrebbero quantomeno tenere una espressione seria, o addirittura moscia e preoccupata, visto il momento che stiamo passando. Favoloso quello narcisistico di Travaglio. Gli parte dagli angoli della bocca per salire su fino alle tempie.

Un consiglio. Se c’è Mauro Boncompagni a curare gli speciali del Giallo Mondadori andate sul sicuro. Come nel caso di Tre misteri per le signorine omicidi di Patricia Wentworth, Kay Strahan e Stuart Palmer. Tre autori coi fiocchi e tre personaggi indimenticabili: le investigatrici Maud Silver, Lynn MacDonald e Hildegarde Withers.
La prima sferruzza, sferruzza, tossisce, tossisce (piccoli colpi di tosse prima di parlare con varie gradazioni e intenti verso l’interlocutore). Sembra uscita da un album di famiglia: cappellino piatto sgualcito con la velata, vestito lungo in finta seta grigia, calze e scarpe nere, filo di perle di quercia fossile, occhiali e spilla a forma di rosa. Eppure, eppure questa antiquata istitutrice saltata fuori dal suddetto album di famiglia emana, per chi ne viene a contatto, “una intelligenza che esigeva rispetto”, “un’integrità, una gentilezza, una sorta di benigna autorevolezza”. Praticamente all’inizio rifiuta il “lavoro” di detective per un tizio, collezionista di gioielli legati a storie di sangue e morte, che sarà lui stesso, inevitabilmente, ucciso. Ma dopo entrerà in azione… Il personaggio, da solo, basta e avanza. Figuratevi il resto.
La seconda arriva suppergiù a due terzi della storia scendendo da un treno tutta vestita a puntino come se “l’avessero colta da poco in qualche ridente giardino californiano e trasportata fin qui sotto giaccio”, Piuttosto alta “di forme piene e arrotondate”, occhi di un grigio schietto, capelli di un “rosso tizianesco e dorato che faceva pensare a un tramonto di sole”. Splendida, fresca, disinvolta a risolvere un puzzle davvero intricato dove la fa da padrona una coppia di gemelle
La terza, indimenticabile zitella dalla faccia cavallina che mette bocca dappertutto, qui alle prese con la sparizione della nipote e del suo consorte. Lettura gradevole, piacevolissima, con Hildegarde che rimane una figura amata e popolare anche oggi per le sue indubbie caratteristiche e qualità di tetragona zitella investigatrice. “Ma forse è anche la spia che la Depressione (una Depressione non meno drammatica di quasi un secolo fa) è tornata in mezzo a noi e ci spinge a consolarci, in mancanza di ricette economiche efficaci, con le nostre inossidabili signorine omicidi” (Mauro Boncompagni). Non ho detto quasi nulla della trama. I tre personaggi valgono da soli la lettura.

Delitti e delitti fra una nebbia cupa e opprimente in Nella nebbia (appunto) di Mignon G. Eberhart, Mondadori 2017. Sparatoria finale che almeno sveglia un po’.

Ne è arrivato un altro. Di commissari. Basta dare uno sguardo a Il paese dei commissari, come da copertina de il Venerdì di Repubblica, 17 marzo 2017, al cui interno ce n’è una bella sfilza, non esaustiva tra l’altro, per ogni singola regione. È arrivato, dicevo, Saul Lovisoni in Il fratello unico di Alberto Garlini, Modadori 2017.
Inizio promettente. Chi racconta la storia è Margherita Pratts, ventisei anni, che non ha combinato molto nella vita (lo dice lei stessa), piercing e tatuaggio (mi ricorda Lisbeth Salander di Stieg Larsson), le piace il vino, gira con una Twingo vintage. In cerca di lavoro arriva a fagiolo un annuncio del famoso investigatore Saul Lovisoni (romanzo giallo di grandissimo successo) che vuole una segretaria. Via a trovarlo in un casolare sparso nella campagna parmigiana dove la nebbia creerà una certa atmosfera. Saul elegante, capelli scuri, labbra carnose. Pallore malinconico. Sui quaranta. Subito assunta per aver indovinato l’incipit di Emma della Austen (vedi un po’ la cultura). Ottimo salario. Si trasferisce lì.
A metà novembre arriva la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. La contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (Bernie) è scomparso da giorni. Non è da lui e la polizia traccheggia. Si è innamorato di una certa Sabina Ruffini, divisa dal marito, che ha perso un figlio investito da una macchina. Prima di sparire ha avuto uno duro scontro con lei. Vorrebbe il suo aiuto per ritrovarlo. Okay. Parcella come quella dell’investigatore Marlowe (non mancano citazioni del genere, ormai tipiche in ogni giallo che si rispetti).
Molto del racconto è basato sulla figura di Saul e del suo rapporto con Margherita. Vediamolo un po’. Discreto, invisibile, ogni tanto sparisce come Sherlock Holmes, provato dalla morte della compagna Ester annegata in un fiume, il cui corpo non è mai stato ritrovato. Attraverso i rapporti della giovane segretaria forma una narrativa, si immerge nella vita dei personaggi, ricostruisce gli eventi, percepisce le emozioni e i pensieri delle persone su cui indaga. Avverte se la storia raccontata è giusta o no. Insomma un bel “sensitivo” angosciato (soprattutto alla fine) come altri personaggi similari che vanno per la maggiore.
La spalla parlante, Margherita, fa da contraltare, un po’ come il famoso Watson. Non lo capisce ma è attratta, lo incalza, si meraviglia, si arrabbia, si incazza pure. Si scioglie.
Il racconto, un giallo antropologico lo ha definito lo stesso Garlini, fila via come nel più classico dei classici con relativa riunione finale dei sospettati e smacco per l’assassino (Bernardo sarà ritrovato ucciso). Scrittura fresca, veloce, ironica, dialoghi serrati, brevi frasi a mantenere un ritmo incalzante, con momenti di sofferta pausa. Armi per la risoluzione del caso la parola “allalena”, il “Don Chisciotte” e Francis Macomber, personaggio di un racconto di Hemingway. Come a dire che la letteratura serve anche a questo.

Donne col rossetto nero di Alessandro Defilippi, Einaudi 2017.
Gli elementi per un buon noir ci sono tutti. A partire dal personaggio principale, il colonnello Enrico Anglesio dei carabinieri Legione Liguria, sulla cinquantina, ex partigiano, curato nei minimi particolari. Sigaro toscano perennemente in bocca che sembra vivere di vita propria, morde e recalcitra “come un animale maltrattato” (quello di certi dettagli “umanizzati” un classico espediente di molti scrittori), buon vino Pigato ma anche Whisky al bisogno che fa lo stesso, buona forchetta e buona cucina all’osteria di Cicin, pure in persona al mercato di piazza del Carmine (olive taggiasche, pinoli, patate e cipolle, fagiolini…), buona musica. Suo sogno vincita al Totocalcio, casetta a Boccadasse e pesca tutti i giorni. Insomma sembrerebbe un tipo normale, preso da certi piaceri della vita se non fosse per la morte della moglie Laura avvenuta per colpa di un incidente automobilistico (finita in mare ma corpo non ritrovato), malata di mente e ricoverata più volte in manicomio, dalla quale sembra non staccarsi. Paura, ossessione, luce grigia che tormenta.
Insieme al capo i sottoposti, ognuno con le proprie caratteristiche tra cui non manca quello che si esprime nel dialetto del luogo. Ovvero Genova degli anni Cinquanta (più precisamente 1953), i suoi carruggi, le osterie, la spiaggia di Boccadasse “con il cielo color perla”, una città “strana”, “piena di luoghi inattesi”.
Poi i morti ammazzati. Quattro donne (c’è anche un uomo) con i corpi ancora caldi, nessun segno di violenza, causa arresto cardiaco. Particolari: truccate come il cerone degli attori e bocca con il rossetto nero. Accanto a loro un astuccio d’argento.
Naturalmente l’assassino che si muove tra le frasette in corsivo (ce l’ha con le “putride”), ormai cliché assodato e consolidato.
Non manca l’atmosfera del tempo. Qui con Taioli, Latilla, Edoardo De Filippo, Gilberto Govi, la Lambretta (mi ricorda le diatribe tra lambrettisti e vespisti), la Guzzi, Tex, Akim, L’Uomo Mascherato, Mandrake, Capitan Miki, Gordon, i piccoli imprenditori che vengono inghiottiti dai grandi come l’Ansaldo nell’Italia del dopoguerra, le case chiuse con l’amabile maitresse.
E ancora qualcosa di sentimentale attraverso il nuovo rapporto di Enrico con Letizia, figlia di un imprenditore (come andrà a finire?). Personaggio, il Nostro, al centro della scena, dentro un’atmosfera inquietante, visioni, cose strane, un biglietto recente con la firma della moglie morta otto anni prima, la porta aperta che aveva chiuso, gli abiti che cambiano di posto, l’incubo premonitore, la solita luce grigia che sconforta. Da inserire nella schiera dei tormentati che vanno di moda. (vedi, per esempio, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio de Giovanni).
Non manca niente, dicevo, per la completezza dello schema di lavoro, come uno spunto importante che si affaccia alla mente per svanire subito negli anfratti della memoria (anche questo un classico). Aggiungo ricatti, lettere minatorie, il complesso di Edipo, la voglia di avere un figlio e… basta. Un senso di malinconia e di straniamento serpeggia per l’intera vicenda.
L’autore ha sfruttato con destrezza tutti i possibili elementi, ormai catalogati e conosciuti (difficile tirar fuori delle novità), che concorrono a formare il plot di un noir di buon livello.

Una Polillo in splendida forma (si è ben ripresa da un momento di crisi) sta scaricando un libro dietro l’altro come Verdetto aperto di Richard Keverne. Uno zio morto ammazzato e poi annegato. Un nipote, Philip Harborough, che ha tutte le credenziali per essere ritenuto colpevole: vedi l’eredità di novantamila sterline e senza un alibi credibile. Però l’ispettore Mace non è troppo vispo e tutto quanto l’ambaradan si rivela assai complicato con una serie incredibile di personaggi “cattivi” da far girare la testa. Decisiva l’abilità dell’avvocato Jervis che assiste Philip.
Sempre della stessa casa editrice Il club degli assassini di Pamela Branch. Il titolo è già esplicativo. Un club di assassini che, per un verso o per l’altro, l’hanno fatta franca (giuro). Fra questi l’ultimo arrivato, Benjamin Cann, che ci lascia il calzino. Trama incasinata il giusto (nel senso di anche troppo) con cadaveri da tutte le parti peggio di un obitorio.

Un saluto a Colin Dexter che ci ha lasciato insieme al suo ispettore Morse. Personaggio nato nel 1957 con Last Bus to Woodstock. Ecco cosa scrisse della propria creatura l’autore “Ho dato a Morse un preciso codice di comportamento, non può bestemmiare, non deve mai portare una pistola e non può sposarsi. Ne ho fatto un detective molto intelligente in quanto io adoro i ragionatori, coloro che hanno un cervello razionale e una grande capacità logica. Morse è così e sa risolvere i problemi in quanto riesce a vedere indizi che altri non vedono”. Molti suoi libri pubblicati dalla Sellerio tra cui ricordo Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn, Niente vacanze per l’ispettore Morse e Il gioiello che era nostro.
Il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni anche a fumetti per la Sergio Bonelli editore. Tra Tex e Dylan Dog. Una bella soddisfazione.
Il libro Bruciare tutto di Walter Siti, Rizzoli 2017, ha scatenato una ridda di giudizi contrastanti. Praticamente la storia di un bambino che si uccide perché respinto dal prete pedofilo. In letteratura massima libertà, si dice. Ma anche per il lettore, dico io. Dunque, non lo leggerò.

Il bosco maledetto di Ruth Rendell, Mondadori 2017.
“Una mano recisa, scarnificata. È il macabro ritrovamento di un cane da tartufi in un terreno boscoso abbandonato, a Flagford, piccolo paese nei dintorni di Kingsmarkham. Il resto del cadavere viene alla luce durante gli scavi della polizia: un mucchio d’ossa e un teschio avvolti in un lenzuolo di colore viola, sepolti da almeno una decina di anni.”
Resti di un uomo, sapremo in seguito, con una costola incrinata. Niente di più. Difficile, dunque, la ricerca della sua identità da parte dell’ispettore capo Wexford e della sua squadra: il vice Mike Burden, la patologa Carina Laxton, “una giovane che sembrava una modella quindicenne, esile, alta, pallida ed eterea.”; il sergente Hannah Goldsmith giovane e bella anch’essa dai capelli neri, pelle bianca e occhi marroni esperta di computer; il sergente Vine, appassionato di Bellini e Donizetti; gli agenti Damon Coleman (uomo di colore), Karen Malahyde e Adam Thayer.
Se il primo caso non bastasse ecco che ne arriva subito, o quasi, un altro. La scoperta di un cadavere di otto anni prima in una villetta abbandonata. In tasca ha mille sterline e in cucina viene trovata una maglietta con stampato uno scorpione e il nome Sam. Che ci sia un rapporto fra i due casi?.
E allora continuano le ricerche, sia attraverso internet, sia attraverso i colloqui con gli abitanti del luogo, personaggi ambigui che scuriosano dalla finestra, vedono e non vedono, incastrati nei loro problemi quotidiani, tra cui lo scrittore Tredow, malato di tumore, che vive con due donne. Poi, ecco, esce anche un inserto letterario sul “The Sunday Times” del 2006 in cui una certa Selina parla del padre scomparso che stava molto, troppo tempo rinchiuso nel suo studio. Perché?…
Dubbi che assillano Wexford sposato con Dora, la cui figlia Sheila ha ottenuto il ruolo di protagonista in un film tratto da un capolavoro del citato Tredow, ed è impegnata in una campagna contro le infibulazioni. Wexford, con il suo “indispensabile bicchiere di vino rosso”, contrario ad internet “più una fonte di problemi che d’aiuto”, che non ama i picnic, non sopporta il fantasy, preferisce i personaggi reali come quelli che conosce, abile nell’indurre gli interlocutori alla confidenza.
Dunque in questo romanzo della Rendell delitto e indagine insieme a problematiche sociali, la piaga degli scomparsi, la difficoltà a convivere con culture diverse (c’è una comunità somala a Kingsmarkham), la citata infibulazione. Continuo scavo, continuo ritorno su determinati argomenti (sempre qualcosa che sfugge), ottima costruzione dei personaggi, un ricatto, un coltello che sparisce, la malattia, la morte. Una ricerca lunga, difficile, data anche la distanza temporale degli eventi da capire nella loro dinamica, che premia la tenacia del nostro Wexford.

Un giretto tra i miei libri
La maledizione di Barbarossa di Paul Halter, Mondadori 2010.
Etienne Martin, un giovane alsaziano che vive a Londra, riceve una lettera dal fratello Jean. Il loro padre si comporta in modo strano, è in preda al terrore e gli pare di averlo visto addirittura in compagnia di Eva Muller, una ragazza assassinata sedici anni prima. Urge la sua presenza. Etienne, che racconta in prima persona, è sopravvissuto ad un terribile incidente automobilistico, soffre di incubi, paure, allucinazioni. Suo amico Steve Morrison, infermiere al tempo dell’incidente, che gli procura l’aiuto del celebre criminologo Twist, un uomo tranquillo con l’aria da pensionato, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera, un paio di baffi rossi e “una chioma ribelle innevata dal tempo”. Verrà in Alsazia a dargli una mano ma prima desidera sapere la storia di Eva, praticamente uccisa in una casa infestata dal fantasma del Barbarossa. Uccisa con la spada, come altre morti nel passato, e senza gli occhi che le sono stati cavati. Twist sembra già sapere chi sia l’assassino ma tace e si ritrovano in Alsazia dove abita il fratello di Etienne.
Qui trova il padre morto ammazzato nella rimessa, continuano le emicranie, le paure, i tormenti, le visioni e le allucinazioni con Eva che sembra addirittura apparire alla finestra della camera. E con Twist, l’ineffabile Twist, a risolvere il problema della morte del padre e delle altre morti relative al Barbarossa come un gioco da ragazzi “Non ho fatto che raccogliere le tessere del mosaico”. Epilogo drammatico.
Il tutto avvolto in una atmosfera di inquietudine e angoscia che percorre il racconto, praticamente una rielaborazione di parti estrapolate da altri autori.

Chi desidera tuffarsi nei “casi impossibili” è accontentato con La maledizione dell’arpa di C. Daly King, Polillo 2008. E non può trovare di meglio come autore che questo newyorchese classe 1895, è considerato uno dei più brillanti in circolazione al suo tempo. “Quanto a ingegnosità nessuno – Agatha Christie, Ellery Queen, Dorothy Sayers, John Dickson Carr – ha mai superato lo psicologo Charles Daly King, il cui Obelist Fly High è forse la più geniale detective story mai scritta” dichiara la rivista americana “Kirkus Reviews” nel 2003 in occasione della raccolta di dodici racconti dedicati a Mr. Tarrant. E anche lo stesso (anzi gli stessi) Ellery Queen ne era entusiasta (dalla presentazione dell’autore).
Mr. Tarrant dunque, anzi per essere più precisi Mr. Trevis Tarrant, un investigatore privato che si occupa dei casi più stravaganti e particolari. Sin dall’inizio qualche spunto su di lui da parte del narratore, mi pare un certo Jerry. Benestante, anzi ricco, abita in un lussuoso appartamento tra la trentesima e quarantesima strada Est. Coltiva molti interessi: psicanalisi, folklore, archeologia, vini, filosofia, letteratura e la fisica. Fuma sigarette, sa giocare a bridge e cavalcare. Un vero gentleman. Non interessato all’omicidio di per sé ma al mistero che lo circonda. Convinto della legge della causalità “Da qualche parte esiste una risposta di tipo causale, soddisfacente da un punto di vista logico, al nostro enigma”. “Io non invento soluzioni… Io le scopro” puntualizza con un certo orgoglio.
Qui è alle prese con un problema intrigante che accetta di risolvere senza alcun compenso “Mr. Daben, un ricco americano di nobili origini irlandesi, è il proprietario di una antichissima arpa che fin dai tempi più remoti viene passata di padre in figlio come simbolo delle tradizioni e dei valori dell’illustre casata. Lo strumento è conservato in una teca nella biblioteca dei Daben, un locale in cemento armato senza finestre e con un’unica porta d’acciaio che viene azionata mediante un interruttore la cui ubicazione è nota solo al padrone di casa. Tante precauzioni sono giustificate dal fatto che esiste una profezia del XII secolo secondo la quale se l’arpa verrà sottratta al suo legittimo custode per tre volte, la sua stirpe si estinguerà”.
E l’arpa, naturalmente scompare per riapparire e scomparire di nuovo. Il nostro investigatore dilettante (allora andavano di moda come oggi i serial killer) chiamato a svelare il mistero cosa fa? Nota, scruta, osserva, misura, cataloga, si arma di due piccole bombole, di una cintura porta denaro, di una specie di salvadanaio, di una torcia elettrica e…e lo svela.
Geniale!

Patrizia Debicke (la Debicche)
La crêuza degli ulivi di Bruno Morchio, Garzanti 2017.
Crêuza, italianizzato in crosa, nome che pare venga dal latino medioevale crosus, di etimo incerto (forse antico relitto ligure o gallico), come l’aggettivo francese creux (antico francese crues) e il provenzale cros, “cavo”, (poi a ben vedere anche il lombardo croeus vuol dire torrente o meglio letto avvallato di un torrente e in piemontese creus e ancreus, è sinonimo della parola përfond, profondo).
Come tutte le cose che sanno di storia e trasudano civiltà, mi piace. Comunque in questo “bel” revival di Bruno Morchio “La crêuza degli ulivi” è un viottolo, pavimentato a mattoni o ciottoli che convergono verso il centro del tracciato per favorire il defluire delle acque, e che porta alla casa di una bella infermiera, che verrà trovata uccisa nella la sua vasca da bagno….
Agosto 2001. Bacci Pagano è da solo nel suo letto, a  rigirarsi insonne nella notturna canicola, fino al sorgere del sole. Gli anni passano, la gelida lontananza di sua figlia, Aglaia lo amareggia e Mara, la sua donna ormai da sette anni, è andata in vacanza in Grecia con un altro uomo, più giovane di lui e…  E benché il loro legame sia sempre stato improntato sulla massima libertà, la faccenda gli rode. E in più a Genova da luglio si vive come in un clima diverso, desolato? Sono passati poche settimane dagli scontri e i brutti episodi del G8, che hanno lasciato indelebili tracce e rancori in città e il limio della gelosia si somma al torrido squallore cittadino.
Poche  stentate ore di sonno  dopo, docciato e sbarbato  sono quasi le dieci, affronta stancamente  la visita della signora Amidei, moglie di un affermato chirurgo milanese invischiato penalmente in pasticciacci di malasanità con cliniche private e trasferitosi a Genova dopo una stentata assoluzione.
La signora Amidei, prepotente e procace biondona sulla cinquantina, vuole che Bacci trovi le prove del tradimento di suo marito, tradimento di cui è assolutamente certa. Bacci nicchia, si nega, ma infine, la possibilità di incastrare insieme al marito fedifrago, un pesce grosso, un politicone al governo, gli fa ingoiare l’affare di corna…
Tante citazioni letterarie (la morta era un’appassionata di libri gialli e di grandi poeti spagnoli) e musicali: in primis concerto n° 1 in Fa maggiore KV 37 di Mozart e dopo, ovviamente, De Andrè. La vittima, vedi caso, abitava in una crêuza a Sant’Ilario (da cui il titolo), come Bocca di Rosa.
Atmosfera godereccia nonostante che la politica faccia spesso da padrona nei dialoghi e come oscuro sfondo epocale.
Straordinarie descrizioni di una città che sa vivere senza mai rinnegare i suoi tanti e gloriosi passati. Quando si leggono i libri di Bruno Morchio, bisogna fare la valigie, trasferirsi armi e bagagli e sedersi a un tavolo alzato su una pedana di legno di un locale dei carruggi, crogiolandosi fino in fondo nei sapori, negli odori e nei rumori di Genova.
L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi 2017.
Tutti i paesani la chiamano così, l’arminuta, in dialetto abruzzese la ritornata. Sembra quasi che non possa aver diritto a un altro nome, lei l’adolescente, la bravissima e studiosa tredicenne vissuta tra carezze, benessere e serenità, lei che non ha conosciuto altri genitori che quelli che l’hanno presa e cresciuta, ma poi riportata e scaricata senza spiegazioni plausibili, neppure fosse merce avariata, alla sua famiglia d’origine, a coloro che le dicono essere i suoi padre e madre veri.
Da un giorno all’altro, passata dal confortevole calore di una casa a un mondo ignoto, catapultata nelle difficoltà legate alla sua nuova vita e ad abitudini contadine a lei estranee. Sradicata e sbattuta in un universo sconosciuto fatto di persone diverse, che parlano solo in dialetto, che lottano ogni giorno per far fronte alla miseria, che si contendono il cibo, che condividono il letto e devono sopravvivere in pochi metri quadrati. Quell’universo rappresentato da una certa Italia degli anni ’70, fatta di braccianti e di operai, che stentava a portare il pane in tavola, spesso incattivita dalle privazioni, ma che tuttavia conservava ancora abbastanza sentimenti e pietà per confrontarsi con i dolori della vita.
Il logista di Federica Fantozzi, Marsilio 2017.
Pur respirando clima internazionale, Il logista si svolge soprattutto a Roma, tra i favolosi attici con vista sul Tevere e i locali di Ponte Milvio a mezzo chilometro da dove è nata Amalia Pinter, la protagonista di questa storia. Amalia lavora per “Il Vero Investigatore”, un piccolo quotidiano di cronaca nera che ha saputo crearsi la sua nicchia nella capitale, porta i capelli bruni tagliati a caschetto, tipo Valentina ma è molto meno atletica e filiforme dell’eroina di Crepax.
La Fantozzi ci spiega una Roma che soffre la depressione di città in declino, con il suo inutile e frenetico affannarsi della movida di Ponte Milvio e senza dimenticare i buchi neri  della “terra di nessuno” delle rive del Tevere. Una terribile rete di terroristi internazionali, che nessuno sembra in grado di fermare. Un’incredibile sequenza di colpi di scena per una giornalista testarda e pasticciona, coinvolta in un’affannosa corsa contro il tempo. Un mondo crudele, con troppe zone oscure, relazioni pericolose, mentre su tutto incombe l’ombra dello scorpione. Un velenosissimo scorpione dorato…
Milano, fa paura la 90 di Besola, Ferrari, Gallone, Frilli 2017.
Un azzeccato ritorno in scena del trio di personaggi, già collaudato in Il colosso di Corso Lodi: il commissario Benito Malaspina detto il Mala, il suo romanissimo scudiero, l’agente Venditti che si sta milanesizzando e ambirebbe a una carriera di attore, e lo sbrindellato Dino Lazzati, detto Fernet, giornalista di nera del quotidiano La Notte, ma anche amico e confidente del commissario, per un nuovo pirotecnico cocktail di poliziottesca suspense e commedia neorealista.
Humour e leggerezza sono i gustosi ingredienti della ricetta di questo nuovo romanzo.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi, questa volta vi presento un libro che vi farà paura! Più precisamente La casa della morte di R.L. Stine, Mondadori 2016, della collana Piccoli Brividi.
Una famiglia deve abitare in una casa che ha ereditato dallo zio morto. È composta da Amanda di 12 anni, che racconta la storia, Josh di 11 anni, il cane Petey e i loro genitori. Subito la casa mette paura, sembra quella delle streghe e il cane comincia ad abbaiare forte come non aveva mai fatto. Poi accadono dei fatti strani: Amanda ha delle visioni, le sembra di vedere qualcuno che non c’è, Petey e Josh improvvisamente scompaiono. La natura stessa è minacciosa: cielo nero, vento forte, pioggia, lampi e tuoni. In giro ci sono degli inquietanti ragazzi (questo aggettivo me l’ha suggerito nonnone bischerone) con i quali i due fanno amicizia e…. Tutto quanto si chiarirà al cimitero del luogo. Sì, proprio al cimitero…
Brrrrrrrrrrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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