Le varie di Valerio/34: Angelica e le comete

Fabio Stassi
Angelica e le comete
Sellerio, 2017
Avventura

Kalamet (più o meno in provincia di Trapani), Sicilia. Oggi e intorno al 1860. Fabio Stassi, bibliotecario alla Sapienza, sposato con una figlia, risiede a Viterbo e tutti i giorni lavorativi fa avanti e indietro con Roma in treno. Clemente, il suo librario di fiducia (a San Lorenzo) gli ha dato un elenco di bei volumi d’antiquariato. Lo scorre e trova il proprio stesso nome in cima alla scheda relativa a “Angelica e le comete”, “una pantomima in tre chiavi per voce, pupi e piccola orchestra da camera”, un esemplare imperfetto col dorso rovinato, rilegato in rosso e illustrato con una decina di disegni. Pare che racconti la storia di una ballerina in una compagnia di marionette siciliane. Si ricorda di avere immaginato di scriverlo, non di averlo davvero fatto. Eppure Clemente trova il volume e glielo consegna. Si ricorda di aver buttato giù solo un paio di pagine, di averle spedite a Bufalino, che gli rispose con una bella lettera, tutto lì. Ora ha il volume in mano, lo sfoglia, torna subito a casa, lo legge e rilegge. Caterina è una graziosa minuscola stupefacente zingara danzatrice scalza, in carne e ossa, con fare da bimba ma non giovanissima (aveva già lavorato come nana in un circo), capelli sciolti sulle spalle, capace di capriole che nemmeno i gatti. La compagnia gira con la carrozza e debutta a Kalamet, una delle aree siciliane di chiara influenza araba, ai tempi dell’Unità d’Italia, incrocia Garibaldi e i Mille. Per lo scontroso padrone poliglotta analfabeta Lo Spagnolo e il fedele cocchiere gigante Bruciavento è Cate, per i pupi (compresi il furioso Orlando e l’innamorato Ardesio dalla “pelle” scura) la bell’Angelica nell’opera rappresentata, in mezzo a conflitti e avventure, vari altri animali e marionette con vita propria.

Il bravo bibliotecario di origine siciliane e gran lettore Fabio Stassi (Roma, 1962), ormai giunto a una decina di bei romanzi (il primo del 2006), gioca ancora una volta all’incastro del libro col libro, riprende intreccio e protagonisti di un precedente racconto e dà libero corso con autoironia alle fantasie e magie di cappa e spada, degli eserciti carolingi e degli accampamenti saraceni, dei cavalieri d’armi e degli amori cortesi, di duelli e battaglie mosse da fili. Una vicenda esile e garbata: il corpo del romanzo è il libro antico, con frontespizio della prima edizione e illustrazioni originali, prima e dopo parla e spiega qualcosa l’autore (di entrambi). Ci sono i tempi, i contesti, i modi, i pensieri di chi legge (ora), di chi rappresenta storie orali (alla fine del Regno delle Due Sicilie), delle storie (guerre del passato, altrove), non sovrapposti, piuttosto innestati con linguaggi appropriati che si integrano. I pupi hanno sentimenti e impulsi propri, Cate è sfruttata ma non ha fili, ognuno ha rimandi letterari e relazioni autonome. I notevoli eleganti incastri del romanzo sono quelli fra la lettura e la scrittura, fra le pagine scritte e la vita reale, fra le vicende materiali e i sogni, un influsso costante e reciproco. “A volte penso che sono vecchio di secoli, non per le cose che mi sono accadute ma per i libri che ho letto. Sono i libri che invecchiano e fanno disperare, i libri di cui non si trova il sigillo, le istruttorie che restano senza esito e non si possono archiviare”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/145: Marco e l’arcobaleno

Autore Paola Olmi
Titolo Marco e l’arcobaleno
Editore Sorbello
Anno 2017

Una città marchigiana. Di questi tempi. Marco Milani è uno studente quattordicenne “con problemi”: da un decennio convive con una forma d’asma, costretto spesso a ricoveri, sempre seguito da adulti, spesso evitato dai coetanei; ora in prima superiore sembra stare meglio. I genitori Romolo ed Helena sono originari della Romania. Narra in prima con garbo e sensibilità delle vecchie storie e della nuova malattia della mamma, dei problemi di lavoro, dei compagni di classe, degli insegnanti, del terremoto.
La giornalista Paola Olmi (Macerata, 1962) prosegue la sua opera di medicina narrativa, il racconto di come la quotidiana condizione di salute rende in ogni campo diversamente abili noi e gli altri. Marco e l’arcobaleno è il secondo bel romanzo, dopo quello più schiettamente autobiografico, con protagonista Anna cui viene diagnosticato un tumore al seno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/111: L’ultima sera di Hattie Hoffman

Mindy Mejia
L’ultima sera di Hattie Hoffman
Einaudi, 2017
Traduzione di Carla Palmieri
Giallo

Pine Valley, Sud Minnesota. 12 aprile 2008. Dopo una recita scolastica in teatro, a tarda sera nel lontano granaio abbandonato una secca coltellata uccide una ragazza solare, poi il bel volto viene sfregiato. Henrietta Sue Hattie Hoffman, alta e snella, pelle abbronzata color miele, occhi sbarazzini e intelligenti, lunghi capelli castani, aveva compiuto 18 anni a gennaio. Amava recitare sia nel rapporto quotidiano con gli altri sia come prospettiva di vita professionale (ambiva diventare attrice e lavorare a Broadway). A fine agosto 2007 aveva iniziato l’ultimo anno di scuola, sempre andata benissimo. C’era un nuovo affascinante docente di Lettere, il 26enne Peter Lund, capelli scuri e occhiali quadrati, runner e vegetariano, appena trasferitosi da Minneapolis per seguire la moglie Mary che doveva prendersi cura della madre e della fattoria. Sia Hattie che Peter avevano un nickname in rete, HollyG e BookNerd, per caso loggavano entrambi su Pulse e si incrociarono in un forum, scoprendo di avere gli stessi gusti culturali e sociali, era cresciuta in autunno un’intensa travolgente relazione virtuale (anche sessuale). Sulla scena del crimine arriva il taciturno anziano sceriffo della contea Del Goodman, trent’anni di onorato servizio, veterano di guerra (lasciato dalla moglie appena tornato dal Vietnam), molto amico dei genitori di Hattie, alla quale era pure affezionatissimo. Trovano sul cadavere traccia di sperma, un rapporto consensuale. Sanno che la ragazza frequentava Tommy Kinakis, un solido sciocco giocatore di football del quale forse non era innamorata. Scoprono altro aspettando il test del DNA.

La giovane graziosa scrittrice Mindy Mejia (che nasce, lavora e vive in Minnesota) fa centro al secondo romanzo, 26 capitoli datati (da agosto 2007), in cui si alternano tre prime persone in un originale percorso narrativo: Hattie nei mesi precedenti il delitto tiene una particolare forma di diario (che si rivelerà decisiva), Peter racconta e confessa in parallelo la sua vicenda sentimentale durante il corso d’insegnamento e poi le indagini, Del resoconta giorno per giorno il caso (per una settimana) dalla scoperta del corpo alla complicata soluzione. Sappiamo che la ragazza è morta e siamo ansiosi per la tragedia incombente, capiamo che ognuno dei personaggi ha in testa vari possibili colpevoli e, soprattutto, che alla vittima è stato impedito di far godere molte persone della propria esistenza (nelle passioni e nei tormenti), chiunque l’avesse incontrata, lì e altrove (da cui il titolo inglese “Everything You Want Me to Be”). Belli e colti i dialoghi sia orali che internet. Molto c’entra Shakespeare ovviamente, e la maledizione notoriamente connessa alle rappresentazioni del “dramma scozzese”, il Macbeth. La protagonista delle prove e della recita era stata Hattie, la malvagia Lady, interpretazione sublime, l’ultima. Del resto, adorava pure i fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, e detestava la musica country, Nashville compresa. Segnalo che al padre (non grasso) diagnosticano il prediabete. Ben innamorati, i due sgranocchiano cracker e formaggio sorseggiando Pinot Nero (da bicchieri di carta)!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/144: Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore

Autore Hans Tuzzi
Titolo Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore
Editore Bollati Boringhieri
Anno 2017

Lezioni di scrittura creativa a Radio Popolare, qualche tempo fa. Il saggista e consulente editoriale Adriano Bon (Milano, 1952) è un affermato scrittore grazie allo pseudonimo Hans Tuzzi, soprattutto per le tante avventure del commissario Melis. Sa di libri e storie, di personaggi e generi, ce ne insegna molto, se ne autocompiace in Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore. Bisogna saper leggere (con attenzione alla “formazione” tra i 13 e i 20 anni), ma non basta: la scrittura non è scienza esatta, dipende dall’incipit che aggancia, da struttura stile trama ritmo che reinterpretano e ristrutturano la realtà: evocare e non enunciare, suggerire senza declamare, non sentenziare, accennare a sentimenti rifuggendo il sentimentalismo, muoversi nelle terre di nessuno fra i generi. Il giallo nasce con Poe ed è spesso un utile gabbia, ogni vero scrittore non si limita a regole e convenzioni. Ricchi con personalità i riferimenti bibliografici e gli indici di nomi e opere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Nero di mare

Nero di mare
di Pasquale Ruju
e/o, 2017
collana Sabot/age

Con una bella e suasiva copertina, opera del padre dell’autore, ecco, per il piacere dei numerosi fan di Sabot/age, Nero di mare, secondo romanzo di Pasquale Ruju. Ancora una volta, uno sceneggiatore dei celebri fumetti di Dylan Dog si concede il piacere e lo svago di regalarci un indovinato romanzo thriller a tinte noir. E, giocando in casa, privilegia la raffinata salsa barbaricina pur con godibilissime e bucoliche diversioni banditesche e passaggi continentali.
Palcoscenico privilegiato però la scintillante opulenza della Costa Smeralda con irrinunciabili e stupende puntate verso l’aspra vegetazione mediterranea dell’isola.
Il protagonista della storia, Franco Zanna, è un fallito e un vigliacco, o almeno questo è quanto lui pensa di se stesso.
Tanti anni prima minacce di morte e ricatti, ai quali non ha saputo, potuto e voluto far fronte, lo hanno costretto a lasciare Torino, dove si stava facendo strada come giornalista e fotoreporter, a cancellare dalla mente e dal cuore la donna che amava e il figlio che lei attendeva e a fuggire in Sardegna, trovando protezione alle falde del Gennargentu, presso la zio da anni alla macchia, Gonario Strangio, un bandito vecchia maniera in pensione, che ai suoi tempi rifiutava il sangue e le ritorsioni contro gli innocenti. Poi, dopo anni di vita insulsa e da disutile ubriacone, uscito in qualche modo dalla spirale della sua depressione, finalmente Zanna era sceso verso la costa sistemandosi a Porto Sabore, nel settentrione della Sardegna. Là aveva cominciato a leccarsi le ferite e aveva trovato un nuovo modo di barcamenarsi per sopravvivere, lavorando con fotoreporter in caccia di scoop di vip in dorata vacanza a Porto Cervo, Porto Rotondo e dintorni o, alla peggio, rubacchiando immagini di coppie clandestine per tirar su qualche soldo. Come amica e conforto morale Cosima, anziana e scafata barista della zona, e come occasionale sostegno economico Irene Sanna, a capo dell’agenzia Gallura Vera. Unico vantaggio per un uomo vinto: una vita senza problemi e più niente da perdere, o almeno pare.
Ma quando un’affascinante ragazza dai capelli rossi attraverserà la sua strada mentre, in contemporanea, un’adorabile figlia diciassettenne, con il corollario del rimpianto del passato, irromperà nella sua vita, Franco Sanna, trovandosi sotto tiro di un gruppo di criminali ben vestiti ma male intenzionati, scoprirà che invece ha molto da perdere e deve inventarsi una soluzione. Non basta: la faccenda si complica perché, per avere fotografato la ragazza sbagliata, si ritrova sotto tiro di una banda di criminali che lo coinvolgerà in una rapina. Ormai non può più tirarsi indietro.
Districandosi tra le onde del Tirreno, l’aspra natura della Barbagia e la sfacciata ricchezza della Costa Smeralda, Franco Zanna dovrà andare fino in fondo, coraggiosamente armato di macchina fotografica, per combattere il marciume che non risparmia più niente e nessuno.
Per fortuna, però, in Sardegna girano ancora certi vecchi briganti…

Le gialle di Valerio/110: Storia nera di un naso rosso

Alessandro Morbidelli
Storia nera di un naso rosso
Todaro, 2017
Noir

Milano. Parecchi anni. Angelo Cantiani era un oncologo, lavorava con i bambini malati in un ospedale al nord della città, talvolta si travestiva da clown (Willy Pancione) per farli ridere un po’; sulla quarantina, atletico alto snello, talaltra si mostrava crudele e sbrigativo verso la morte (altrui). Una sera rimprovera un gruppo di giovani scapestrati, il 12enne Diego Lentini (uno di loro) il giorno dopo si suicida, sia il padre Remo che la mamma Anita vanno in depressione, non sanno di che e chi potersi vendicare, si lasciano. Silvia, la sua collega clown (Radicchio Ridarella) s’innamora (ricambiata) della madre rumena di un bambino agli ultimi giorni, Angelo le aiuta. Lui tradiva la moglie Serena con la bella feroce studentessa 22enne Valentina, che tirava su qualche soldo aiutando la grassa ritardata Paola a fare i compiti, scoprendo che la madre era sua professoressa al Politecnico, il padre colpito dal suo fascino e la ragazzina amica di Diego. Serena aveva lasciato definitivamente Angelo poco prima che la madre morisse di cancro allo stomaco, aveva reso loro la vita difficile ed era ricoverata nel suo ospedale, il giorno dopo il funerale si rivedono, la loro figlia Isabella crescerà senza che lui ne sappia niente. Settimane dopo Anita riceve la visita di Angelo, lei gestisce un negozio di acquari e pesci, le amiche Mariella e Dina non riescono a consolarla, tanto meno Alessandra, moglie di Vincenzo, carissimo amico del marito; con Angelo Anita ha una breve storia prima di tornarsene nella sua Belluno. Anni dopo Angelo non c’è più e Remo è un vecchio ubriacone fallito ed ex galeotto, vive nella mansarda sopra Vincenzo e Alessandra, che ancora non riescono ad aver figli.

L’architetto imprenditore Alessandro Morbidelli (Ancona, 1978) da anni si è costruito variegate esperienze e discrete prove di scrittore di genere, qui narra crudeli intrecci usando per tutti i protagonisti la prima persona al presente. Ben presto si intuisce che gli spezzoni di biografia sono diacronici, collocati in almeno due differenti contesti temporali, a oltre dieci anni di distanza l’uno dall’altro, ognuno con (spesso) inconsapevoli incastri dei personaggi. Il primo a parlare è l’unico maschio, le successive sono cinque donne; una successiva compagna (cercata per il rimorso o altro più cattivo movente), la collega lesbica, la giovane amante, la ex moglie, una loro conoscente; l’ultima, ormai desiderosa solo di diventare madre, lucidamente freddamente. La fluidità della storia ne risente un poco, l’intreccio criminogeno è evocato, denso comunque di colpi di scena volutamente senza regia, descritti in modo chiaro ed efficace. Il trio Sgranocchio (Pamela, Pipolo Pallino, è la terza) usa sul naso una pallina rossa per darsi un’aria buffa da pagliacci, una pallina di speranza alla quale sono tutti in vario modo affezionati (da qui il titolo e la copertina). Segnalo che Darwin non sosteneva che i più deboli sono i meno adatti e falliscono. Ogni protagonista ha i suoi gusti musicali: Lou Reed, Leonard Cohen, Red Hot Chili Peppers e via ascoltando. Vino generico fino al Valtellina Superiore Inferno di una cena speciale. Postfazione di Barbara Garlaschelli per un’ottima collana gialla a lungo curata e diretta dalla compianta Tecla Dozio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/143: Io sono l’imperatore

Autore Stefano Conti
Titolo Io sono l’imperatore
Editore Affinità elettive
Anno 2017

Ankara, Roma e dintorni. Estate 2010. Francesco Speri è impiegato di banca, fissato per l’ultimo imperatore pagano, Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata per l’abbandono del cristianesimo, morto il 26 giugno 363 d.C. in guerra con i persiani. Aveva lavorato all’università e scritto vari saggi su di lui, sotto la direzione del professor Barbarino che presiedeva scavi archeologici a Tarso. Lo avvisano della sua morte, parte per recuperare la salma. Lo bloccano all’arrivo, aiutato da un’interprete 35enne, piccola e dai lunghi capelli biondi, Chiara Rigoni, figlia d’italiani, nata e vissuta in Turchia. La vicenda s’intorbida: non è che hanno scoperto la tomba dell’imperatore? e trafugato i resti, rubato i gioielli? Si trova coinvolto nell’incredibile: codici cifrati, sette neopagane, furti d’arte.

Stefano Conti (Ancona, 1970) ha molto studiato e insegnato storia romana. Con Io sono l’imperatore si diletta con gusto in un giallo “archeologico”, perlopiù in prima sul protagonista.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

Le lunghine di Fabio Lotti: Nella perfida terra di Dio

Una piccola luce nel buio del mondo…

Nella perfida terra di Dio
di Omar Di Monopoli
Adelphi 2017.

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Lasciamoli riposare in pace e veniamo a Omar Di Monopoli.

Ho conosciuto l’autore attraverso i suoi libri Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi, pubblicati dalla Isbn e il suo blog (peccato che abbia smesso di scriverci). L’ho conosciuto e apprezzato soprattutto per la ricerca e la voglia di costruirsi un linguaggio tutto suo.

Siamo nel Salento. Presente e passato che si alternano. C’è Mbà Nuzzo, un pescatore santone preso dalle apparizioni di “maestose creature dalle ali di fuoco”, visioni che lo hanno fatto sentire un eletto. Accusato dalla figlia Antonia di avere lasciato morire la moglie senza nessuna cura, moglie, a sua volta, di Torre della Cucchiara latitante che ritorna dopo tanti anni dai figli Gimmo e Michele. Ci sono le suore, le Sorelle del Martirio (martiri davvero certe novizie e un ragazzone, il “giovane idiota”), intestatarie del terreno di Nuzzo, che nascondono terribili segreti. C’è il nuovo boss Carmine che la deve far pagare al suo vecchio protettore.

La brutalità della vita la si osserva dappertutto. Nei rapporti umani violenti, negli scontri, nelle guerre fra i clan per la droga o per mantenere il comando, nei combattimenti clandestini dei cani. Direttamente, voglio dire. Ma già si insinua fin dall’inizio come nel figlio più piccolo di Tore. Seguendolo nella sua caccia alla rana siamo introdotti in una specie di scena horror tra animali infilzati “su lunghi spuntoni aguzzi e aculei di fil di ferro arrugginito”: lucertole, cervi volanti, cavallette, fringuelli. Il bambino sta scontando la sua infanzia. La violenza è già lì, nella stessa terra “cattiva”, spoglia, arida, deserta, polvere e monnezza insieme con i corvi neri che gracchiano “suggerimenti funerei”. La violenza espressa in tutte le sue forme, fisica e morale, le frustate, il cilicio, la pedofilia, lo stupro. Quasi tutti (o tutti?) i personaggi hanno subito all’inizio della loro esistenza qualche ferita nel cuore.

Il sorriso, in un vissuto di ghigni crudeli, sembra non abbia forza di esistere. E, invece, nasce improvviso da uno spunto inaspettato, grottesco, che può sfuggire al lettore frettoloso come “La sparuta schiatta di teste spettinate…” che riprende energicamente a dondolare esprimendo il suo assenso; o il semplice “ciccione in groppa a un trattore sovraccarico di armenti” che taglia, all’improvviso, la strada a due delinquenti; o il gruppetto delle “suorine stufe” che diramano un coro di esultanza; o il “Babbione dalle trippe sbordanti”, lo scopatore di pecore scolpito nella sua ridicola figura; o anche suor Narcissa che, con “la sgargiante chiostra di denti rifatti” tiene sottobraccio il cantante Albano durante l’ultima edizione della fiera bovina… Mille piccoli gioielli sparsi qua e là. Tra la forza brutale dei sentimenti qualche spiraglio di umanità si fa largo (vedi i ricordi di Tore al figlio Gimmo), a fatica, ricacciato subito indietro.

Il dialetto, spesso futile gingillo di giallastri nostrani (non ce n’è uno in cui non venga ficcato a forza), qui vive in perfetta simbiosi con l’impasto forte e acerbo della scrittura, formando un unicum. Non manca la satira attraverso “Occhio alla notizia” di Max Lubrano (riferimento al programma di Antonio Ricci) sul santone per svelare le sue patacche ai babbioni che lo seguono,

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Fermiamoci su lui. Su Omar Di Monopoli e sul suo ultimo libro. C’è da riflettere con l’amaro in bocca, c’è da fremere e commuoverci allo stesso tempo e, perché no, anche da divertirci seguendo scene di mirabile impasto e il suono imprevedibile delle parole. Una sinfonia su tasti diversi che rimane nel cuore.

Siamo Nella perfida terra di Dio dove tutto appare polveroso, arido, secco, morto. Nella terra e negli uomini. Ma forse, alla fine, qualcosa che si irradia da una piccola statua di marmo della Vergine colpirà qualcuno. Qualcuno, forse, si salverà. Una piccola luce nel buio più totale del mondo.

E così sia.

La Debicke e… L’uomo della nebbia

L’uomo della nebbia
di Stefano Di Marino
D-Books, 2017
Pagine 1158

Il male è in agguato nel buio dei vicoli della ribollente New York degli anni ’20, mischiato ai tanti immigrati che hanno portato con sé storie, tradizioni e oscuri e pericolosi segreti. Ma si fa largo, minaccioso e inesorabile, anche tra le impenetrabili foreste che circondano l’Università di Arkhamhouse, dove la ricerca di un vecchio professore e dei suoi allievi sta per scatenare un evento fatale. Il ritrovamento dell’Antico libro del Mistero che condanna, chi lo apre a sproposito, alla perdita dell’umanità asservendolo al male. Ma anche la chiave per riaprire la porta a un sovrumano, spaventoso e incontrollabile potere. Un Libro che rischierebbe di provocare il ritorno sulla terra di Antichi Dei, pronti a riappropriarsi del pianeta e distruggere la razza umana. Ma il massimo criminale dei criminali, convinto di poter controllare i suoi arcani e magici poteri, non aspetta altro.
I nemici del male, però, sono schierati e pronti a combattere. Il procuratore Wambaugh infatti ha convocato Fogman, l’Uomo della Nebbia o Johnny Callaghan l’ispettore 41, dato per morto ma miracolosamente in vita in virtù di arcane forze orientali e Abigail Russel, una giovane e bella agente dell’FBI, ancora tormentata dai fantasmi del bayou del suo angoscioso e lontano passato, per formare una squadra e scoprire il perché dell’improvvisa follia assassina del professor Pickman, eminente docente presso l’Università di Arkhamhouse, costruita in una zona isolata e solitaria, circondata da laghi e dalle propaggini degli Adirondack.
A loro dunque, a Fogman il giustiziere di New York e alla bella agente del FBI, spetterà il compito di recarsi in treno fino alle Seneca Falls per indagare sul sanguinoso delitto. Ma il loro compito non sarà facile perché prima dovranno portare alla luce gli spaventosi retroscena, scavando a fondo nei miasmi negromantici dell’antica regione in cui gravitano ancora potenti e magici retaggi del passato, per arrivare ad affrontare il male nell’apoteosi finale.
Una coinvolgente favola a fosche tinte, un funambolico Gothic Thriller ambientato negli anni venti con degli straordinari personaggi costruiti dalla fervida fantasia e bravura di Stefano Di Marino e che vedrei molto bene cavalcare le pagine di un colorato “comic streep” di oltreoceano. Con nomi e appellativi dei personaggi che bucano lo schermo con prepotenza, come si direbbe se fossimo al cinema. Infatti nelle pagine di L’uomo della nebbia troviamo il Gran Serpente, l’astuto e perfido negromante; la sua amante e braccio destro strega Baba Naga; il bieco e crudele criminale Big Jim che domina i bassifondi statunitensi; Shan-Ton, l’occhialuto e dotto cinese, il campione membro della Tong dei 108 Dragoni e al servizio della saggia e potente Madame Sin; Scrooge il rettore dell’Università che porta il nome del protagonista Dickensiano del canto di Natale; Fogman il redivivo senza volto della polizia newyorkese diventato leggenda; il Gran Cacciatore Marmaduke e la giovane e ardita agente del FBI con la sua spada corta d’argento. Personaggi baroccheggianti ma plausibili, con la magia e l’esoterismo che fanno da padrone, mischiati a quella che sembra l’ineluttabilità del male. Una storia ben calibrata che fa sognare, riporta piacevolmente ad altri tempi e che si legge facilmente, nonostante le 1158 pagine.