“La forma del buio” di Mirko Zilahy

Dopo aver chiuso, non senza sofferenza, il caso dell’Ombra, il commissario Enrico Mancini prende una meritata pausa e si rifugia in un casolare di montagna. Fatica fisica, isolamento e vita semplice dovrebbero ritemprarlo. O almeno così lui spera, ma il dovere lo riporta a Roma. È avvenuto un omicidio macabro e bizzarro addirittura all’interno della Galleria Borghese; la stampa, nonostante il muro di silenzio eretto dalla Questura, ha pubblicato delle foto scattate di straforo e il Questore Gugliotti, messo sotto pressione, non può fare a meno di schierare il migliore dei suoi uomini. Mancini, appunto, commissario di lunga esperienza con specializzazione in profiling a Quantico.

Torna in campo la squadra già vista in È così che si uccide: Caterina, Walter, Antonio iniziano a indagare sull’omicidio (e poi su un secondo, e un terzo…), il vecchio maestro Carlo Biga fa da consulente, alla squadra si affianca una giovane storica dell’arte italo-americana, Alexandra. Rimane nell’ombra il magistrato Giulia Foderà: dopo il timido inizio della relazione con Mancini, la dottoressa e il commissario hanno smesso di vedersi e si evitano a vicenda.
Tutti gli omicidi avvengono nei (o in prossimità dei) parchi di Roma e tutti hanno un richiamo a mostri mitologici. Lo Scultore, questo il nome del serial killer, segue uno schema imprevedibile, colpisce e poi torna a nascondersi nella sua tana. Ma la sua tana è l’intera Città Eterna…

Giunto alla fatidica prova del secondo romanzo, Mirko Zilahy migliora la prestazione e compone un testo più maturo (anche se a lui non piace sentirselo dire), con ritmo serrato e molteplici piani di lettura. Lui lo definisce un romanzo di transizione, e lo è, non solo perché è il secondo di una trilogia, ma anche perché i personaggi sono in rapida evoluzione. Alle citazioni colte si affiancano quelle della cultura pop, con il risultato di creare nel lettore un senso di familiarità, un’affinità che richiama echi di cose già viste o sentite (ma dove?).
C’è poi il tema dei mostri, in senso mitologico e in senso letterale. C’è Roma, sia alla luce del sole che nei sotterranei. C’è una varia e complessa umanità che affronta l’ordinario e l’imprevisto. Ci sono le paure, quelle vere e quelle sublimate.

«Si dice che le persone scomparse restino con noi, che vivano in una dimensione contigua alla nostra, invisibili ma presenti. in questo posto inutile io ho avuto la possibilità di scoprire che non è così. La verità è che quando qualcuno se ne va, quando lo perdiamo per sempre, che sia la peggiore delle morti o il più banale degli incidenti a portarcelo via, qui dentro», posò il pugno sullo sterno, «si forma un vuoto. E man mano che andiamo avanti quello spazio si dilata ed è come se ci riempisse. Di fantasmi. Fantasmi che ci abitano. E che ci parlano, commissario, da un passato in cui erano fatti di carne. Ci parlano e le loro parole producono echi che restano in sospensione dentro di noi.»

La forma del buio, esattamente come È così che si uccide, è un romanzo che fa paura. Non la paura dell’horror o dello splatter, però. Le storie di Mirko Zilahy spaventano perché entrano in risonanza con le mie paure. Che non sono quelle di essere uccisa da un serial killer, ma piuttosto la malattia, la solitudine, l’orrore per gli scarafaggi (come Cate lo ha dei topi), la vecchiaia, la patologia mentale più o meno grave (non solo quella dei serial killer ma più semplicemente l’ansia e gli attacchi di panico), il dolore per la morte o la perdita di una persona cara, l’alienazione, la menomazione fisica…
E se la Roma di Zilahy è un mondo decadente e decaduto, in cui angoli di una bellezza sovrannaturale si alternano a scenari sordidi, i suoi personaggi sono pieni di luci e ombre, di umanità e debolezza.

Se a questo si aggiunge il gusto per una scrittura “importante”, densa e ricca di dettagli, curata come solo chi ha lavorato con le traduzioni può fare, ce n’è abbastanza per dire che Zilahy ha mantenuto le promesse del primo romanzo. Possiamo aspettare con fiducia la chiusura (?) della trilogia e… ciò che verrà dopo.

Per il momento, La forma del buio è il libro che non potrà mancare sotto l’ombrellone. Buona lettura!

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