Le lunghine di Fabio Lotti: Nella perfida terra di Dio

Una piccola luce nel buio del mondo…

Nella perfida terra di Dio
di Omar Di Monopoli
Adelphi 2017.

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Lasciamoli riposare in pace e veniamo a Omar Di Monopoli.

Ho conosciuto l’autore attraverso i suoi libri Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi, pubblicati dalla Isbn e il suo blog (peccato che abbia smesso di scriverci). L’ho conosciuto e apprezzato soprattutto per la ricerca e la voglia di costruirsi un linguaggio tutto suo.

Siamo nel Salento. Presente e passato che si alternano. C’è Mbà Nuzzo, un pescatore santone preso dalle apparizioni di “maestose creature dalle ali di fuoco”, visioni che lo hanno fatto sentire un eletto. Accusato dalla figlia Antonia di avere lasciato morire la moglie senza nessuna cura, moglie, a sua volta, di Torre della Cucchiara latitante che ritorna dopo tanti anni dai figli Gimmo e Michele. Ci sono le suore, le Sorelle del Martirio (martiri davvero certe novizie e un ragazzone, il “giovane idiota”), intestatarie del terreno di Nuzzo, che nascondono terribili segreti. C’è il nuovo boss Carmine che la deve far pagare al suo vecchio protettore.

La brutalità della vita la si osserva dappertutto. Nei rapporti umani violenti, negli scontri, nelle guerre fra i clan per la droga o per mantenere il comando, nei combattimenti clandestini dei cani. Direttamente, voglio dire. Ma già si insinua fin dall’inizio come nel figlio più piccolo di Tore. Seguendolo nella sua caccia alla rana siamo introdotti in una specie di scena horror tra animali infilzati “su lunghi spuntoni aguzzi e aculei di fil di ferro arrugginito”: lucertole, cervi volanti, cavallette, fringuelli. Il bambino sta scontando la sua infanzia. La violenza è già lì, nella stessa terra “cattiva”, spoglia, arida, deserta, polvere e monnezza insieme con i corvi neri che gracchiano “suggerimenti funerei”. La violenza espressa in tutte le sue forme, fisica e morale, le frustate, il cilicio, la pedofilia, lo stupro. Quasi tutti (o tutti?) i personaggi hanno subito all’inizio della loro esistenza qualche ferita nel cuore.

Il sorriso, in un vissuto di ghigni crudeli, sembra non abbia forza di esistere. E, invece, nasce improvviso da uno spunto inaspettato, grottesco, che può sfuggire al lettore frettoloso come “La sparuta schiatta di teste spettinate…” che riprende energicamente a dondolare esprimendo il suo assenso; o il semplice “ciccione in groppa a un trattore sovraccarico di armenti” che taglia, all’improvviso, la strada a due delinquenti; o il gruppetto delle “suorine stufe” che diramano un coro di esultanza; o il “Babbione dalle trippe sbordanti”, lo scopatore di pecore scolpito nella sua ridicola figura; o anche suor Narcissa che, con “la sgargiante chiostra di denti rifatti” tiene sottobraccio il cantante Albano durante l’ultima edizione della fiera bovina… Mille piccoli gioielli sparsi qua e là. Tra la forza brutale dei sentimenti qualche spiraglio di umanità si fa largo (vedi i ricordi di Tore al figlio Gimmo), a fatica, ricacciato subito indietro.

Il dialetto, spesso futile gingillo di giallastri nostrani (non ce n’è uno in cui non venga ficcato a forza), qui vive in perfetta simbiosi con l’impasto forte e acerbo della scrittura, formando un unicum. Non manca la satira attraverso “Occhio alla notizia” di Max Lubrano (riferimento al programma di Antonio Ricci) sul santone per svelare le sue patacche ai babbioni che lo seguono,

Lasciamo da parte Peckinpah, Tarantino, Faulkner, O’ Connor e compagnia bella ai quali il nostro è stato accostato. Fermiamoci su lui. Su Omar Di Monopoli e sul suo ultimo libro. C’è da riflettere con l’amaro in bocca, c’è da fremere e commuoverci allo stesso tempo e, perché no, anche da divertirci seguendo scene di mirabile impasto e il suono imprevedibile delle parole. Una sinfonia su tasti diversi che rimane nel cuore.

Siamo Nella perfida terra di Dio dove tutto appare polveroso, arido, secco, morto. Nella terra e negli uomini. Ma forse, alla fine, qualcosa che si irradia da una piccola statua di marmo della Vergine colpirà qualcuno. Qualcuno, forse, si salverà. Una piccola luce nel buio più totale del mondo.

E così sia.

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