Le brevi di Valerio/151: Tre monologhi

Autore Adelaide Spallino
Titolo Tre monologhi
Editore Navarra
Anno 2017

Un palcoscenico, tre voci. Sergej si rivolge ai presenti, racconta di sé, è un derelitto. Dopo un’infanzia presto orfana e un’adolescenza a cinghiate, si era sposato con Elsa e generato un maschio e una femmina, aveva lavoro e amici, una finta vita felice. Capì di essere poco affidabile, andò tutto a puttane, da allora vaga con pochi stracci. Dietro una vetrina intravede la commessa di un negozio, un giorno la segue a casa, un altro la vede portare il figlio in un parco giochi e mettersi a leggere su una panchina, per lui è Marie. I ragazzini giocano, il pallone rotola ai suoi piedi, gioca con loro. Ora sulla scena c’è Antonio (anche lui nel parco quel giorno), parla al pubblico con un premio letterario in mano. E infine Marie narra la sua storia di madre sola, in allerta ma appagata con Auguste. Sono Tre monologhi (il primo ottenne un premio nel 2016) di umani che si incrociano drammaticamente la bella opera prima di Adelaide Spallino (Bivona), sensibile e delicata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/117: La rete di protezione

Andrea Camilleri
La rete di protezione
Sellerio, 2017
Noir

Vigàta (Montelusa, Sicilia). 2015. Salvo Montalbano non ci può credere. Una troupe italo-svedese ha deciso di girare una fiction proprio nei luoghi dove trascorre tutti i santissimi giorni. Qualche mese prima Televigàta aveva chiesto di trovare vecchi filmini superotto in modo di ricostruire come si presentava il paese negli anni Cinquanta. Ora capisce. Piazze e vie sono tornate come allora: via le antenne, i cassonetti, le insegne al neon. È alle porte il gemellaggio Baltico-Mediterraneo Kalmar-Vigàta, fra equivoci e risse. Tecnici, attori e attrici (bionde) sono ovunque. La trama fa riferimento a una ragazza svedese imbarcata come nostromo su un vaporetto proveniente da Kalmar e giunta a Vigàta dove decide di restare dopo varie amorevoli peripezie. Iniziano le riprese e Salvo decide che deve andarsene lui, magari a Boccadasse da Livia: il silenzio è il suo companatico e non si mangia più. Due strani casi lo bloccano. L’anziano ingegnere capo del Comune, Ernesto Sabatello, ha trovato sei filmini del padre tutti girati il 27 marzo alle 10.25 dal 1958 al 1963 che inquadrano di continuo per 3-4 minuti solo un pezzo di muro. Salvo li studia e comincia un’intricata inchiesta personale, rintraccia i luoghi abbandonati della ripresa, ricostruisce il legame fra il padre e lo zio di Ernesto, i gemelli Francesco ed Emanuele (nato infelice) morti l’uno nel maggio 1963, l’altro il 27 marzo 1957. Nella scuola media Pirandello e nella classe III B di Salvuzzo, figlio di Mimì Augello, pare ci sia un caso di bullismo contro un ragazzino esperto del web. Salvo non gli dà peso, è più preoccupato per i tradimenti di Mimì e per le reazioni della moglie Beba, gli sono molto cari. Parte per Genova ma dopo appena due giorni il dovere lo richiama; a cena vede Mimì in un servizio del telegiornale, c’è stata un’irruzione di due mascherati con la pistola proprio in quella classe.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925) continua a non sbagliare un colpo, anzi la mira perfetta si confronta con bersagli sempre nuovi e attuali. Come ormai da quasi tre anni ha dettato il romanzo a Valentina Alferj, per i gravi problemi agli occhi. La struttura è sempre la stessa: capitoli della medesima lunghezza, terza fissa sul protagonista, vigatese stretto. Lo sappiamo: Salvo è attratto dalle faccende giudiziarie ma forse soprattutto “da quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Nel trentesimo libro con le avventure del commissario non ci sono veri e propri crimini e criminali, la storia del passato è una storia d’amore, per quanto triste e irrisolvibile; la storia del presente è pane quotidiano di tanti insegnanti e studenti, complicata da prevenire, reprimere o processare. Vengono trattate con i consueti ironici acume e garbo, senza lunghe riflessioni esistenziali e filosofiche, casi della vita contemporanea per quel che sono, dentro un coacervo di emozioni da commedia, farsa o tragedia sempre stemperate dal contesto ambientale e sociale. Costruirsi una “rete di protezione” (da cui il titolo) è un movente di tante azioni della nostra esistenza, di breve e lungo periodo, ma quando si moltiplicano in ogni luogo e momento, con qualsiasi causa vera e presunta, adottando le più svariate (rischiose) modalità, allora proteggersi può diventare il fine non lo strumento, nella vita e della vita. E forse non serve, riflette Salvo, come lui non è stato indispensabile al proseguo delle esistenze dei protagonisti dei due casi che ha affrontato. Da tempo ha capito che la verità si ri-vela: “certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifero”. Immancabili e deliziosi i siparietti dei dialoghi con Livia, Catarella, Fazio, Ezio (della trattoria), Ingrid e via leggendo, compresi i sogni dei sonni e i pensieri delle passeggiate. Adelina lo sorprende ogni giorno, è ora che ce la facciamo presentare (nei nostri frigo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/150: Delitti a luci rosse

Autori Vari
Titolo Delitti a luci rosse
Editore Einaudi
Anno 2017

Eros noir. Ovunque. Undici racconti di autori non solo italiani non solo contemporanei costituiscono la raccolta (utile nell’afa estiva) Delitti a luci rosse, a cura di Fabiano Massimi. Trovate testi (perlopiù già editi e riferiti agli ultimi due secoli di letteratura, o quasi) di Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale. Uomini soprattutto, dunque. Senza spiegazioni, note o commenti, leggiamo storie gialle o nere o sanguinarie, in cui il crimine interviene a causa o accanto a pulsioni, pratiche e ossessioni carnali e sessuali. Il “tema” intrattiene ma non giustifica tempi e luoghi: la selezione appare discutibile e assolutamente decontestualizzata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/116: Quelli che meritano di essere uccisi

Peter Swanson
Quelli che meritano di essere uccisi
Einaudi, 2017
Traduzione di Letizia Sacchini

Londra, Boston e Maine. Poco tempo fa. All’aeroporto londinese di Heathrow il bel 38enne Ted Severson, consulente plurimilionario, incontra una giovane archivista, eterea magra sul metro e settanta, davvero carina, Lily Kintner, lunghi capelli rossi, meravigliosi occhi di un verde-azzurro cangiante, pelle bianca inabbronzabile, lentiggini affascinanti su braccia e collo, cresciuta selvatica in una magione vittoriana immersa nei boschi del Connecticut coi liberi creativi genitori, il padre David, famoso romanziere inglese, e la madre Sharon, espressionista astratta. Lily sta tornando nella patria Usa dove aver visitato il padre in carcere, arrestato per aver ucciso la seconda moglie in un incidente d’auto, ubriaco al volante. Prima nella business lounge, poi in business class Ted inizia a parlarle dell’appariscente moglie Miranda, gambe lunghe e seno generoso, scura e carnosa; sposati da tre anni a Boston, in procinto di inaugurare una casa strabiliante sulla costa meridionale del Maine. Racconta che si è praticamente trasferita già lì in albergo, la settimana prima lui ha scoperto per caso (con l’aiuto di un binocolo) che si gode un’intensa relazione sessuale col capocantiere Brad. Ted confessa che avrebbe voglia di ammazzarla, Lily non si scompone e dice che allora lo aiuterà e poi gli spiegherà perché (aveva ucciso un uomo che voleva farsela, appena 14enne, buttando poi il corpo in un pozzo). Fanno un piano, cercano vendetta e un poco si desiderano. Non è mai escluso che ci si possa eccitare nel pensare di avere ragioni per uccidere. Lily non se ne pentirà mai. E forse Miranda non le è estranea.

Lo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) costruisce uno scanzonato lucido noir di relazioni oscure. Tutti raccontano in prima persona, nella prima parte Ted e Lily, nella seconda parte Lily e Miranda, nella terza (finale) parte Henry Kimball, l’agente che investiga sull’omicidio, e ancora Lily. È lei ad aver maturato precocemente che qualcuno merita di essere ucciso (da cui il titolo, The Kind Worth Killing, originale del 2015), è intorno a lei che ruota tutta la storia, dotata di un senso morale animale (diverso da quello umano). “Onestamente, non credo che l’omicidio sia così brutto come lo dipingono. Tutti dobbiamo morire… Uccidendo tua moglie, anticiperesti solo la fine a cui è destinata per natura… Quando qualcuno abusa del suo potere, oppure dell’amore degli altri come ha fatto Miranda, be’, quel qualcuno merita di morire… Uccidere somiglia a un prurito che non riesci mai a placare del tutto”. Per altro non risultano esemplari gli uomini che incrociano la sua vita, il pittore Chet con la bava alla bocca o l’ingenuo furbastro competitivo politicante Eric, presidente della confraternita letteraria. I personaggi leggono tutti abbastanza (Lily tanti gialli inglesi), perlopiù sono sinceri bugiardi, stanno poco sui social. Pinot grigio con le linguine alle vongole, unico piatto che viene bene a Ted, il quale sceglie lo Syrah Vecchio Mondo per l’agnello preparatogli dalla moglie in viaggio d’interesse. Al bar Lily ascolta Eagles e Stones, conosce ma non ama il jazz perché le ricorda i genitori; Miranda sopporta i Radiohead nei languidi party.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/149: Il soggetto rivoluzionario

Autore Giuseppe Buondonno
Titolo Il soggetto rivoluzionario
Editore Ombre corte
Anno 2017

Walter Benjamin nacque a Berlino nel 1892 e morì suicida in fuga dal nazismo a Portbou sui Pirenei il 26 settembre 1940. Fu grandissimo filosofo e scrittore, anche critico letterario e traduttore. L’appassionato docente marchigiano Giuseppe Buondonno (Fermo, 1963) consegna finalmente alle stampe lo studio Il soggetto rivoluzionario. Attualità di Walter Benjamin. Nella prefazione Illuminati spiega “il proposito benjaminiano di costruire il soggetto contro la macchina-storia, contro il continuum della storia dei vincitori”. Fra la nitida introduzione e la selezionata bibliografia vi sono tre densi capitoli: Il soggetto storico, Costellazioni, Radicalità, per rifondare un pensiero critico e un movimento di trasformazione. L’autore motiva con acume l’attualità degli strumenti interpretativi di Benjamin a partire dalla fondamentale concezione della storia (non lineare, diversamente razionale), cercando di pensare anche a questo turbolento presente in termini rivoluzionari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/115: I guardiani di Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni
I guardiani
Rizzoli, 2017
Noir

Napoli. Dicembre 2016. Il direttore del dipartimento di Scienze antropologiche ed etnologiche dell’università chiama Marco di Giacomo (MdG), docente di Storia delle religioni, e il suo assistente Brazo Moscati. Li considera assurdi e indisponenti; comunque arriva in città la giornalista archeologa (con madre italiana) Ingrid Schultz di “Kultur Zeitung”, importante rivista di divulgazione scientifica tedesca, capelli biondi e occhi azzurri; vuole occuparsi di culti antichi, luoghi sacri, sciamani (e fesserie del genere) e (incredibilmente) ha chiesto di loro; debbono sospendere ogni attività didattica e starle dietro, accompagnarla, edulcorarla, offrirle pasti e giri con nota spese. Marco ha 42 anni, capelli castani e baffi brizzolati, è magro alto presbite, disordinato allampanato attraente; era stato uno dei più brillanti antropologi della sua generazione, una vera e propria promessa; convinto che ci fosse rapporto tra la natura geofisica dei siti e i luoghi permanenti di culto, 16 anni prima avviò una ricerca geniale e innovativa, ma carente di supporti; ora è in disgrazia, diffidente guardingo ateo livoroso, con pochi studenti e tesisti trattati pure male. Brazo ha 23 anni, figlio adottivo di un avvocato facoltoso, pallido smunto miope servizievole, convinto delle strane idee e innamorato della bella coetanea nipote del suo professore, Lisi. Anche lei si era laureata con lui. È una tipa speciale, capelli rasati da un lato e lunghi dall’altro, intuitiva geniale, in contatto con pochi adepti in tutto il mondo per confermare e aggiustare l’ipotesi dell’affezionato zio, le chiedono di unirsi alle visite di Ingrid. Siamo nel solstizio d’inverno, accadono strani fatti sottoterra come ogni volta ogni trent’anni, forse omicidi, inizia uno stimolante viaggio nella Napoli profonda.

Il grande scrittore Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è notoriamente innamorato della sua città, in ogni sua manifestazione. MdG qui ce ne fa conoscere aspetti meno noti, avviando una serie (di almeno tre romanzi) molto adatta a un pubblico giovane e destinata a un’imminente trasposizione televisiva. Napoli ha il fuoco sotto, cava quasi integralmente, centinaia di metri in profondità di tufo sedimenti strati, di cunicoli grotte nicchie, di scale passaggi gallerie, di canali serbatoi depositi, il tracciato ortogonale della città greca poi romana, spazi e momenti dei culti di tanti dei in varie epoche, sempre in contatto verticale col mondo esterno. Un coraggioso de Giovanni ci guida con acume e passione attraverso miti magie superstizioni dell’arcana Napoli esoterica, un percorso nel Tempo: la chiesa della Pietrasanta, la cappella Sansevero, la statua del dio Nilo al centro del Triangolo egizio, via Francesco del Giudice (già via della Luna). Se volete conoscere percorsi alternativi a quelli già amati per l’aria e il paesaggio, per i sapori e gli odori, per i colori e i suoni, usate il libro come traccia colta e sorprendente: i luoghi misteriosi non finiscono qui. La prima avventura inizia il tour e la sfida; funziona meno per l’intreccio e il cast, entrambi un poco forzati, un’avventura disordinata e personaggi tutti almeno bipolari (come ovvio, visto che alcuni son là da millenni e secoli). La narrazione alterna in bell’italiano, ora al presente ora al passato, i gruppi destinati a confliggere epicamente nella serie: il Maestro (l’erede primo degli Architetti) capo del segreto lontano Centro tecnologico in una rara prima persona, poi in terza varia il Padre con gli ignari Guardiani dei Luoghi (da cui il titolo), la Madre (in corpo di bimba) che è badata e vede più lontano, le “nostre” due coppie di amici in via di innamoramento e in costante pericolo. Cibi e musiche verranno dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (II)

La prima parte qua.

Miss Marple stava per vivere l’ultima sua avventura, quando una nuova zitella, Amelia Peabody, irrompeva prepotentemente sulla scena. E non è questo un semplice modo di dire, visto l’indole focosa dell’eroina creata da Elizabeth Peters nel 1975.
Ricca ereditiera, Amelia è ancora giovane ma, per l’epoca in cui vive (l’ultimo ventennio del 1800), i trentadue anni di età pesano e la collocano irrimediabilmente tra le donne che hanno perso da tempo l’ultimo tram per maritarsi. D’altra parte, non ha mai ricevuto una proposta di matrimonio e, per sua stessa ammissione, non è per nulla attraente. Troppo alta, troppo asciutta in alcuni punti, troppo tornita in altri, ha il naso troppo grosso, la bocca troppo larga e un mento con un che di mascolino. Un po’ troppo in tutto, anche nel carattere, talmente irruente e poco femminile da far sospettare che il mento non sia l’unica sua caratteristica che l’accomuna agli uomini.
Malgrado ciò, sotto la rude scorza, Amelia nasconde un cuore che la induce a soccorrere chi è in difficoltà e a intervenire per risolvere i casi più spinosi, qualunque sia la loro natura. Interventista e indomita, tanto da farle guadagnare il nomignolo di Indiana Jones in gonnella, la nostra è comunque destinata ad essere una zitella mancata. La sua passione per le antichità egizie le fa infatti conoscere l’anima gemella: un esperto egittologo, caratterialmente mal disposto come lei, che condividerà con la nostra tutta una serie di mirabolanti avventure.

Sempre nell’età vittoriana vive la successiva eroina, Charlotte Ellison, creata da Anne Perry agli inizi del 1980.
Giovane di bella famiglia, Charlotte ha un certo fascino e sicuramente non avrebbe difficoltà a trovare marito, se non fosse per la sua caparbietà e per l’esiguità della dote su cui può contare. I suoi familiari non vedono pertanto una sistemazione facile per lei, considerando che agli uomini non piacciono le donne ribelli, poco disposte a sottomettersi alle convenzioni che la società impone. Oltre a questo, Charlotte non sa dissimulare, né nascondere i propri sentimenti; anzi, afferma le proprie convinzioni con decisione e fermezza, anche se in modo molto femminile.
In effetti, Charlotte non è la protagonista della serie – ruolo che è assegnato formalmente all’ispettore di polizia Pitt -, tuttavia le circostanze la portano a innamorarsi proprio di Pitt e a prendere così parte alle indagini in cui questi è impegnato. E si deve al suo intuito, alla sua perspicacia e al suo spirito d’iniziativa, più che all’acume investigativo del marito, se molte delle indagini sono risolte in maniera brillante.
Sebbene occupata in casi delittuosi a tempo pieno, Charlotte non dimentica i suoi doveri di moglie e di madre, né tralascia di rivendicare, sia pur con tatto e senza assumere mai antipatici atteggiamenti radicali, un diverso ruolo sociale per le donne. Un personaggio in definitiva dotato di tante apprezzabili qualità (non ultima una spiccata femminilità), destinato a soppiantare il titolare della serie, sempre più emarginato dai passi essenziali delle storie narrate e, in aggiunta, sempre più impegnato in squallide beghe d’ufficio con superiori che desiderano imporre logiche mafiose.

E passiamo a Kathryn Swinbrooke che compare in Italia nell’estate del 1997, con un ritardo di alcuni anni dalla sua effettiva nascita letteraria. Ne è autore C. L. Grace, meglio conosciuto con l’altro pseudonimo di Paul Harding, che, per quanto ne sappiamo, è il primo scrittore di gialli che affida il ruolo principale a una donna.
A differenza delle protagoniste prima considerate, Kathryn ha già una triste esperienza matrimoniale alle spalle e una professione che le permette una qual certa gratificazione sociale,.
Speziale e medico inglese del XV secolo, la nostra vive le sue avventure in un periodo burrascoso per il suo Paese, agitato com’è da lotte incessanti per la successione al trono e da intrighi che non consentono di condurre una normale esistenza quotidiana. In questo clima tetro, connotato caratteristico, e un po’ di maniera, del periodo medievale, Kathryn si barcamena con apprezzabile dignità, cercando di fornire il suo apporto professionale e le sue doti non comuni per la risoluzione dei frequenti delitti che insanguinano la contea.
Gli enigmi la interessano, senza però assorbire tutta la sua energia; lo stesso dicasi per l’amore: Kathryn è una donna troppo concreta per concedersi totalmente al sentimento. Anche l’attività di speziale e medico non è vissuta da lei per vocazione, e non è neppure il fine della sua esistenza, quanto piuttosto il mezzo per affermarsi e affermare il suo ruolo.
Una perfetta giovane in carriera, se si desidera ricorrere a una immagine per esemplificare.

Niente da capire di Luigi Bernardi, perdisapop 2011.
Personaggio principale il magistrato inquirente Antonia Monanni, un “gran pezzo di figa” e pure una “rompicazzo” (agente Gallo). “Capelli lunghi, neri e un po’ mossi”, naso prominente, vigile, sotto gli occhi scuri, bel corpo ma i seni cominciano a rilasciarsi troppo. Depilazione trimestrale che i peli sono robusti e difficili da estirpare. Odia i gialli perché “scritti con i calzini e propongono trame assurde” (Bernardi?).
Storie sentimentali infelici e veloci. Trovato un uomo che le piace dura il giusto, non lo ama più, lo lascia e si dedica tutta al lavoro. Perfino invidiata dai colleghi (carta moschicida) per i casi interessanti da seguire. Per lei la giustizia è un fatto meccanico, ci sono le leggi e vanno rispettate, non si sente un’assistente sociale, nessuna fiducia nelle prove scientifiche essendo, tra l’altro, i poliziotti pasticcioni. Ogni tanto va in crisi. non pulisce la casa, non si lava, i vestiti puzzano. Zoloft e Rivotril più Tomtom, gatto persiano, come cura. Al bisogno sesso fai da te con furiose masturbazioni. Un momento di paura nella notte, l’aggrapparsi ad una voce amica.
Tredici storie tremende, vere, cioè tratte dalla realtà e pure, o proprio per questo, incredibili. Morti ammazzati anche per futili motivi (fumava troppo, dice uno dopo un omicidio). Tutta una umanità, perversa, violenta, impazzita dove il sesso e lo stupro la fanno da padroni, dove donne e bambini sono le vittime predestinate (con qualche spunto di nemesi). Storie che girano intorno ad Antonia, la avvolgono, la intrigano e la rendono un po’ simile agli altri “Che se c’è una cosa di cui non le è mai sfottuto niente è il destino dell’umanità”.
Stile essenziale, secco, spesso brutale come le vicende che vengono fuori e restano infilzate dentro di noi.

Il Lupo Rosso di Liza Marklund, Marsilio 2008.
“Rientrata in redazione dopo la lunga assenza seguita a un’inchiesta che l’ha molto scossa, Annika Bengzton, reporter di punta della Stampa della sera di Stoccolma, parte per Luleå, non lontano dal circolo polare artico. Deve incontrare un collega giornalista che le ha promesso informazioni su un vecchio attentato terroristico rimasto irrisolto su cui lei sta indagando. Ma quando arriva, viene a sapere che qualcuno lo ha ucciso.
Le ricerche di Annika, trentacinque anni, un matrimonio in difficoltà e due bambini da accudire, conducono a un uomo che, quasi invisibile, è tornato nel profondo nord della Svezia per ritrovare le sue radici e riunirsi al gruppo di cui un tempo aveva assunto il comando, in nome di un’idea folle per la quale aveva deciso di lottare”.
Partiamo dunque dalla nostra Annika Bengzton: si è detto trentacinque anni, crisi matrimoniale, due bambini, un maschio ed una femmina. Siamo nella linea normale delle detective lady. Qui si può aggiungere il tradimento del marito Thomas che si aggiunge a sua volta ad un rapporto difficile con un precedente fidanzato ed un suo innamoramento non ricambiato. Aggiungiamo ancora, tanto per sfruttare questo verbo, la brutta avventura “intorno al Natale precedente, quando era stata presa in ostaggio e tenuta prigioniera in un tunnel da una serial killer psicopatica, la Bombarola”. Conseguenza: crisi di panico e vocine che le ronzano per la testa. Così per gradire. E caffè a barili. Anche quattro per volta. Non si pone limiti e si espone senza pensarci a situazioni limiti (oggi mi va di ripetere le stesse parole). Passione per la giustizia e la verità. Vista dal marito: estranea e inafferrabile. Un’aliena scesa sulla terra, anzi per essere più precisi “una piccola donna verde venuta da un altro pianeta”. Alterna momenti di depressione e di sconforto ad altri sicuri e decisi. Soprattutto quando c’è da togliere di mezzo l’”altra” del consorte facitor di corna. E quando c’è da far valere le sue idee con il classico scontro con il direttore responsabile del giornale. Mangia di tutto, anche un cheeseburger con salsa e cipolla che mi ha fatto rivoltare lo stomaco. Sua amica Anna Snapphane, pure lei sfortunatina. Lasciata dal marito con problemi di affidamento della figlia. Non crede in Dio (ritorno ad Annika), non ha interesse per i monumenti e gli hotel con piscina. Le piace il contatto con la gente normale. Ottima madre che si dedica con cura ai figli. Un personaggio complesso e tormentato.
Seguito anche il terrorista assassino, imbottito di idee maoiste, con una vita familiare difficile alle spalle, frustato da suo padre che pratica il laestadianesimo (c’è sempre da imparare) e pochi mesi di vita per un cancro allo stomaco. Oltre al giornalista viene ucciso anche il ragazzo che aveva visto tutto ed un consigliere comunale. Intreccio tra politica e giornalismo, miti rivoluzionari, il cambiamento della società, scontro fra chi si rassegna e chi vuole ancora combattere, lettere anonime, nomi in codice tra cui Lupo Rosso che dà il titolo al libro, paesaggi, il silenzio, il freddo, brevi pennellate di sesso, l’indagine psicologica, l’”imprigionamento”, la fuga, la salvezza, la gloria giornalistica. Stile semplice, nitido, sicuro con qualche appesantimento di troppo nell’ultima parte. Un buon libro.

L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklyn, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto.
Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.

La Debicke e… La donna di ghiaccio

La donna di ghiaccio
di Robert Bryndza
Newton Compton, 2017

Il corpo congelato. Occhi spalancati e labbra socchiuse. Come se fosse morta mentre era sul punto di parlare…
In una gelida e nevosa mattina di gennaio, un aiuto giardiniere scopre il cadavere di una ragazza sotto una spessa lastra di ghiaccio del laghetto nel parco del Hormiman Museum di Londra, nell’area di Foster Hill.
La vittima, figlia di un Lord e notissimo uomo politico laburista, bella ventitreenne ricchissima, viziata e molto conosciuta negli ambienti della Londra bene, si chiamava Andrea Douglas-Brown e aveva tutti gli atout per condurre a una vita brillante, spensierata e di successo.
L’ispettore Erika Foster ha appena tempo di riprendere servizio, rivestire la divisa e rimettere il distintivo, prima di essere incaricata dell’indagine sull’omicidio. Erika Foster è appena rientrata nei ranghi dopo un tragico evento che ha provocato l’uccisione di suo marito e ha cambiato la sua vita per sempre. La ragazza morta e la sua ingombrante famiglia si rivelano subito una patata bollente. Tutta la polizia è entrata in fibrillazione e per Erika potrebbe essere l’occasione giusta per dimostrare di essere di nuovo in piena forma e rimettersi in carreggiata.
Erika è inglese di origine slovacca, cosa che complica un tantino i primi rapporti con i familiari della vittima (la madre, slovacca anche lei, si considera di un ceto superiore), le sue indagini vengono subito ostacolate e, se non bastasse, certi potenziali testimoni saranno presto eliminati. Ma lei testarda va avanti lo stesso, anche perché il velato rimorso per la morte del marito unito al rimpianto e al desiderio di riscatto, esaltando la sua impulsività, la spingono a mettersi personalmente in gioco facendole rischiare seri guai. La voglia di scoprire la verità è più forte della prudenza. E, per fortuna, i suoi collaboratori diretti fanno il tifo per lei.
A quanto pare, la vita della bella Andrea non era così perfetta come poteva sembrare. Le telecamere della metropolitana dicono che ha preso un treno per Crofton Park. Poi? Forse invece era andata a Forest Hill? Magari in un locale malfamato…? E se è così, perché Andrea si trovava in quella zona di Londra e cosa ci faceva a quell’ora?
Ma chi era veramente la ragazza ritrovata nel ghiaccio? Quali torbidi segreti nascondeva? Lo sdolcinato ritratto fornito dalla famiglia e dal fidanzato puzza di bugia lontano un miglio. E forse la sua morte non è stata un caso accidentale e isolato perché quando l’ispettore Foster comincia a scavare più a fondo trova degli strani punti di collegamento tra il suo omicidio e l’uccisione di tre giovani prostitute. Donne assassinate secondo un macabro e preciso rituale… Siamo di fronte a un serial killer?
Purtroppo però Erika Foster ha l’impressione che tutti gli elementi a cui prova ad aggrapparsi nel corso delle indagini siano deboli e le scivolino via dalle dita, ma è determinata e disposta a fare qualunque cosa pur di arrivare a scoprire cosa si cela dietro quella brutta morte…
Ma non è cosa facile perché, con la sua carriera appesa a un filo, tanto per cominciare dovrà sconfiggere i suoi demoni, ma soprattutto battersi contro il pericolo più letale mai incontrato fino ad allora.
La donna di ghiaccio e la sua fitta regnatela di segreti, misteri e bugie regalano un ideale palcoscenico a questa prima indagine della sua protagonista: l’ispettore Erika Foster.
Una donna forte, rattristata dai ricordi e oppressa dalla solitudine, ma che rifiuta di darsi per vinta. L’autore regge bene il ritmo narrativo, incalzando il lettore, pagina dopo pagina, con uno sviluppo della trama ben congegnato e intrigante. Forse un po’ troppo macchinoso e pirotecnico l’epilogo ma… una fiction vuole questo e altro.
Le dinamiche familiari dei Douglas – Brown e le loro reazioni offrono ai lettori un interessante spaccato della società e delle abitudini inglesi quando si ha a che fare con una certa casta privilegiata.
L’autore: Robert Bryndza, dopo anni dedicati alla scrittura di romanzi di genere commedia romantica, ha aumentato considerevolmente la sua fama con il primo thriller. La donna di ghiaccio, della serie legata alla detective Erika Foster, in pochi mesi ha venduto oltre 1 milione di copie ed è in fase di traduzione in 27 Paesi. Della stessa serie ha già pubblicato il secondo e il terzo romanzo, mentre il quarto dovrebbe essere arrivato al traguardo. È inglese ma vive in Slovacchia con suo marito Jàn. Potete seguirlo su Facebook e sul sito robertbryndza.com

Le brevi di Valerio/148: Fino alla morte

Autore Ed McBain
Titolo Fino alla morte
Editore Einaudi
Traduzione di Andreina Negretti
Anno 2017

L’Isola della Città. Estate 1959. Teddy Carella è incinta. Sono prossimi sia il parto che il matrimonio della sorella Angela. Però il futuro sposo Tommy Giordano viene minacciato di morte e gli arriva pure una scatola con una vedova nera. Sarà Steve, detective dell’87° Distretto, a doversene occupare, in mezzo ai preparativi per le cerimonie e alle emozioni per l’imminente paternità.
Einaudi ha saggiamente deciso di ripubblicare Ed McBain, che, nato Salvatore Albert Lombino, si chiamò Evan Hunter (New York, 1926 – Weston, 2005) e scelse quello pseudonimo per le serie dei gialli conosciuti in tutto il mondo. Verranno pubblicati due romanzi per ogni decennio di attività, iniziò con tre romanzi nel 1956, questa è la nona avventura del 1959, Fino alla morte, titolo nuovo (più simile all’americano), stessa traduzione di precedenti edizioni, cura e ottima prefazione di Maurizio de Giovanni. Isola è Manhattan (ruotata di 90 gradi), La Città è New York, protagonista la squadra. Imperdibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/114: Nero di mare

Pasquale Ruju
Nero di mare
Edizioni e/o, 2017
Noir

Sardegna. Estate. Francesco Livio Zannargiu, in arte Franco Zanna, è originario di Raulei in provincia di Nuoro. Prese il massimo dei voti alla maturità classica nel capoluogo; iniziò Giurisprudenza a Torino, arrivando quasi alla laurea con una media altissima; ben presto si avvicinò ad ambienti anarchici e gruppi extraparlamentari, partecipando a movimenti, resistenze, disordini; con la Canon di seconda mano intraprese il mestiere di fotografo e cronista investigativo. Un giorno di fine anni novanta il suo reportage su una mazzetta finì addirittura in prima pagina; il giorno dopo scomparve, lasciando casa, lavoro e la fidanzata Carla (incinta). Lo ritroviamo diciassette anni dopo sull’isola nativa, sempre ai margini e in bolletta, solitario, alcolista, attaccabrighe, discreto cuoco, paparazzo; si mantiene lavorando per il gossip e avvistando furbamente coppie clandestine e celebrità di passaggio. Vive a Porto Sabore e scatta in Costa Smeralda. Incappa in Remo Girardi, noto opinionista televisivo, con la bellissima (amante) Lena Meier, una escort rossa e slanciata che ha lasciato la Svizzera e vive (benino) in Sardegna. Per un incidente non può usare le foto; Irene, la direttrice dell’agenzia pettegola di Olbia è arrabbiata con lui, un tempo si dilettavano a letto insieme oltre che sul lavoro. Poi però Lena lo contatta, ha paura per un incontro allargato che Remo gli ha procurato, ci va e scompare. Pessimi elementi vanno da Franco a dargli una dolorosa lezione proprio quando arriva a trovarlo per un mese la figlia Valentina (riuscita l’anno prima a trovarne orme su internet), stessi capelli neri e occhi screziati di verde della madre. Per salvarla chiede aiuto al parente (cugino del padre) latitante in montagna, “zio” Gonario, ottima persona. E si butta a corpo (quasi) morto sulle tracce di Lena.

L’architetto doppiatore fumettista sceneggiatore (fra l’altro di Dylan Dog) Pasquale Ruju (Nuoro, 1962) opera al Nord e resta ancorato ai luoghi belli della natia isola, non solo il mare dell’arcipelago a nord-est, anche Gennargentu e Barbagia, vien proprio voglia di tornarci. Dopo un ottimo esordio, col secondo romanzo narra in prima persona una storia nera, il Nero dove ci si tuffa per perdersi o ritrovarsi (da cui il titolo ma non la sfumata copertina), hard-boiled rispetto ai noiosissimi romanzi gialli che il protagonista talvolta legge. Franco si trova d’improvviso catapultato in una drammatica avventura di rimpianti e ricatti, d’amore e di riscatto, segnato dall’amore per l’adorabile figlia. Ben delineati tutti i personaggi del passato e del presente (soprattutto i vip e lo zio brigante antico e moderno), brevi tratti chiari e netti (e molti muoiono, a riprova della maestria del genere), in azioni aspre e asciutte stile Carlotto, conferma di una collezione tutta di grande qualità, Sabot/age, giunta ormai a ben 25 titoli di autori italiani. Attenzione al livello di insulina nel sangue del bravo commissario capo della questura Mario Ventura. E a quello di alcol nel corpo di Franco: rum, mirto, whisky, vino. Quando è brilla e gaudente Irene canta Vasco e si confessa sul sesso: “La verità è che mi piaceva troppo. Troppo. E non va bene. Ne avevo sempre voglia, perché… tu e io…”

(Recensione di Valerio Calzolaio)